AL PROFUMO DI CANNELLA
Capitolo 2 di 14

Scritto il 06/09/2026
da RACHELE VESTRI


⏱ ~10 min · 1986 parole

TOMMASO

 

«Beppe!», urlo il suo nome per farmi sentire.

Se entrassi di sicuro mi sporcherei le scarpe di sterco e chissà cos’altro.

Ci vuole qualche minuto prima che esca dalla stalla.

Lo vedo arrivare con un’andatura stanca e un sorriso furbo stampato sul viso.

«Dimmi, sindaco!», risponde mentre si pulisce le mani con un fazzoletto di stoffa.

Sghignazzo nel sentire l’appellativo con cui mi chiama. Ci dovrei essere abituato, ormai sono quasi due anni che ricopro la carica. Ma,ogni volta, mi crea un po’ di imbarazzo, visto che siamo amici da sempre.

«Volevo sapere come stanno i fuggitivi».

«Bene, quei due furfanti pensavano veramente di farla franca! Dimenticano sempre che il loro padrone, da giovane, era un centometrista», sostiene con tono orgoglioso.

«Sarà, ma mi pare che a un certo punto ti ho visto fermo al pit stop, o sbaglio?», lo prendo in giro e mi passo la mano sulla barba.

«Ragazzino, arriva alla mia età e poi ne parleremo», quasi mi sfida.

«Hai bisogno di una mano?».

Il mio amico fa no con la testa, poi si volta verso la stalla e chiama i suoi cani.

«Bianco, Marrone, Nero», urla.

Pochi secondi dopo gli animali arrivano di corsa e si posizionano uno di fianco all’altro. Ovviamente il nome corrisponde al colore del pelo di ognuno.

«Se ci fossero i campionati per i nomi più originali…».

«Vincerei io, ovviamente», ride di gusto.

«Sindaco, hai visto che è arrivata la nipote di Claudio Corsetti?».

«No, quando?».

«È la signorina che abbiamo incrociato mentre correvamo dietro a Margherita e Fiore. Me lo ha riferito la cugina della mia povera moglie, che abita vicino a una parente del figlio di Claudio, Carlo», spiega.

«È lei? Non l’avevo riconosciuta e non l’ho fatto neanche poco fa. Credevo che l’avessero messa in vendita e lei fosse una sorta di agente immobiliare o la nuova acquirente».

Un muggito mi interrompe e Beppe si volta come se si aspettasse di vedere una sua mucca uscire nuovamente dalla stalla.

Marrone abbaia, per mettere tutto a tacere.

«Stavo venendo qui e ho visto tanto fumo provenire proprio da quella casa. Temevo stesse andando a fuoco, la ragazza non ha aperto la valvola quando ha acceso il camino», riprendo il mio racconto dell’incontro.

Il mio amico si batte un colpo sul ginocchio, e scoppia a ridere talmente forte che i cani si spaventano e iniziano a guaire.

«Ecco, questi sono i cittadini!» esclama. «Ciao, sindaco», urla ancora tra le risate.

A piedi ritorno a casa mia. Camminare sulla neve è un bell’esercizio, ma questo non mi esenta dal fare la panca con i pesi. È il mio angolo personale. Il movimento mi ricarica, oltre a essere un grande sfogo.

Passo davanti a casa Corsetti. La finestra che dà sulla strada è chiusa, quindi il problema deve essersi risolto.

Entro al bar di Emilio, che è quasi in centro, solo per un saluto veloce e per ricordargli che domani sera nella mia taverna ci sarà la riunione con la Pro Loco “Gli Angeli di Bosco”. La nevicata che persiste non ci darà tregua a breve, quindi dobbiamo fare l’inventario delle attrezzature che abbiamo e l’elenco delle persone che potrebbero avere bisogno di aiuto.

Parteciperà anche la guardia medica. Deve essere pronta a qualsiasi imprevisto, fare scorta di medicinali e coordinarsi con la farmacia per le forniture, che in queste circostanze potrebbero tardare.

Lo scricchiolio degli scarponi che sprofondano nella neve è l’unico rumore che rompe il silenzio.

Oggi la fuga delle mucche di Beppe è stata un bel fuori programma che mi ha fatto faticare tanto, ho le gambe che bruciano per la stanchezza. D’altronde lui è un mio concittadino, non potevo lasciarlo da solo. Era davvero in difficoltà.

«Visto che continuerà così, mi sa che dovremmo triplicare le scorte», sospiro guardandomi intorno.

I rami degli alberi, soprattutto quelli più bassi, arrivano a sfiorare il terreno.

Entro, mi tolgo il giaccone, ormai zuppo, e lascio gli scarponi ad asciugare vicino al termosifone. Domani mi serviranno di nuovo.

Raggiungo camera mia e infilo la tuta, ho bisogno di scaricare la tensione.

Scendo nella mia taverna. Metto la bandana azzurra in testa e premo play sulla mia playlist. Ascolto sempre le stesse canzoni.

Inizio con una corsa per la stanza, anche se non è molto grande. Faccio dello stretching e alcune flessioni. Quando sono pronto, mi sdraio sulla panca e comincio a sollevare i pesi.

A ogni sforzo mi sento sempre più libero, più in pace con me stesso. Spengo la mente. Lascio fuori tutto e tutti. Questo è il mondo in cui non entra mai nessuno.

Dopo essermi sfogato, passo agli addominali. Quando sento i muscoli stanchi e il respiro diventa sempre più affannato, passo alla corda. Mi piace saltare, e cerco sempre di andare a ritmo di musica. Ma non sempre ci riesco.

Faccio gli ultimi saltelli e mi fermo. Con il fiatone, la bandana com pletamente bagnata e il petto umido di rivoli di sudore che scorrono fino all’addome, rimetto a posto.

Mi serve spazio per domani, ci sarà la riunione con la Pro Loco “Gli Angeli di Bosco”.


* * *

Alle otto precise apro il Comune, poco dopo arrivano gli altri impiegati.

Trascorrono circa cinque minuti prima che un passo rumoroso e veloce annunci l’entrata di Angelica, l’altra dipendente.

«Scusate, pensavo di trovare meno neve questa mattina. Non so se ce ne fosse di più davanti al mio garage o in tutto il paese», racconta mentre si pulisce le spalle.

«Non ti preoccupare, ho visto che non ha smesso di nevicare neanche un secondo. Ancora un po’ e ti avrei chiamata per sapere se avessi bisogno di una mano».

«Il solito premuroso!», esclama con un tono di voce dolce.

Mi stringe il braccio e vi rimane attaccata.

Con gentilezza la sposto prima che occhi indiscreti e bocche pettegole mettano in giro voci su cose inesistenti.

«Lo avrei fatto per chiunque, lo sai», preciso subito.

La collega sbuffa e si allontana per raggiungere la sua postazione mentre si toglie il cappotto nero.

Arriva la prima compaesana, ha bisogno dell’elenco dei documenti per le pubblicazioni. Suo figlio si vuole sposare.

«Signora Rita, allora il grande giorno sta arrivando? Il suo Pietro si sposa».

«Sì, e non sa quanto io sia felice, vederlo sistemato è quello che io e mio marito abbiamo sempre sperato», l’emozione le fa tremare la voce.

«Allora, tanti auguri. Ora devo salutarla, ho un sacco di lavoro che mi attende», sorrido, quando la mia gente è felice, mi sento soddisfatto.

Ci stringiamo la mano e lascio che Angelica l’aiuti.

È quasi mezzogiorno, mi alzo dalla scrivania per affacciarmi fuori dalla finestra. Il mio ufficio è al primo piano. Vedo passare solo due persone. Una di queste è la nipote di Claudio. Regge due sacchetti e cammina a fatica tra la neve. Indossa un paio di jeans che ormai sono zuppi fino alle ginocchia.

Non credo che questa ragazza abbia capito come ci si vesta con queste nevicate.

Scendo in fretta le scale, mi infilo il giaccone e corro a darle una mano. Di questo passo arriverà a casa in versione ghiacciolo.

«Buongiorno, ha bisogno di aiuto?», chiedo.

Lei si spaventa, e come prima reazione indietreggia di un passo. Credendo che stia per cadere, l’afferro per le braccia. I sacchetti si rompono e la spesa si dissemina ai nostri piedi.

«Mi perdoni, non volevo… io… volevo solo darle una mano», dico mentre cerco di raccogliere gli acquisti.

«Questo l’ho capito, ma ha combinato un disastro», risponde mentre cerca di recuperare gli acquisti sparsi ai suoi piedi.

Delle donne si fermano e ci guardano incuriosite. Faccio loro cenno che è tutto a posto.

Senza aggiungere altro, mi allontano, ma riesco a sentire i borbottii della tipa che prova a rimettere la spesa nei sacchetti ormai squarciati. Erano talmente pieni che è bastato un niente per lacerarli.

Ritorno da lei il più velocemente possibile, con due borse impermeabili e, soprattutto, capienti.

Ci inginocchiamo e insieme recuperiamo il resto che giace ancora sulla neve.

«Purtroppo le confezioni di biscotti e del latte si sono bagnate. Forse sono da buttare», dico osservando lo stato in cui versano gli alimenti.

Quando lei allunga le mani per afferrare la busta che ho riempito io, noto che non porta i guanti, e le labbra le sono diventate viola. Indossa un giubbino che arriva a malapena al girovita. Sta tremando tantissimo.

«Sta assiderando, tenga il mio giaccone», spiego mentre la copro.

Annuisce un po’ imbarazzata. Azzarda un sorriso, e abbassa lo sguardo.

«Non so cosa dire… grazie».

«Non mi ringrazi, per colpa mia ha sparpagliato tutto per strada», mi gratto la barba in difficoltà. «La mia macchina è parcheggiata proprio lì, venga, le do un passaggio».

«Non si disturbi, la mia casa è qui vicino… ma questo lei lo sa già», deduce facendo una smorfia con le labbra.

«Nelle condizioni in cui è, quelle poche centinaia di metri le sembreranno chilometri», constato guardando i pantaloni bagnati.

Riprendo i suoi sacchetti, ci basta solo fare qualche passo per raggiungere il mio pickup e le apro la portiera.

Le porto la spesa fino all’ingresso. Torno indietro e le porgo la mano per aiutarla a salire i gradini, credo che i suoi pantaloni si siano ghiacciati. Sostiamo davanti all’uscio senza dire una parola. I suoi occhi mi guardano interrogativi.

«Sarebbe il caso di entrare, così posso appoggiare tutto sul tavolo e riprendere il mio giaccone».

«Oh, sì… scusi… sono veramente svampita!», esclama.

Con le mani tremanti, per via del freddo, infila le chiavi nella toppa e, finalmente, apre il portoncino.

Un leggero odore di cannella mi coccola le narici; adoro questo profumo, mi ricorda molto il Natale.

La seguo lungo il corridoio e ci dirigiamo verso la cucina, dove sistemo i sacchetti su una sedia.

«Ha bisogno di altro?», domando.

«Grazie, è stato veramente gentile. Non ci siamo ancora presentati. Io mi chiamo Claudia», mi tende la mano che spunta a fatica dal mio giubbotto.

«Non c’è di che. Il mio nome è Tommaso».

Gliela afferro ed è ancora freddissima. Vederla quasi sparire nel mio giaccone è veramente buffo: con quella corporatura minuta, i capelli corti scompigliati e gli occhi di un marrone chiaro sembra un folletto.

«Posso offrirle una cioccolata calda per sdebitarmi? Lo so che sareb be più adatto un aperitivo vista l’ora. Ma sono qui da poco e devo ancora sistemare tutto», mi invita con un sorriso tra il dolce e l’imbarazzato, il primo che vedo apparire da quando l’ho incontrata. Devo ammettere che è proprio carina.

«Grazie, è veramente gentile ma devo scappare. Sicuramente ci saranno altre occasioni».

Claudia continua a guardarmi come se si aspettasse che dicessi altro, ma in realtà sto solo aspettando il mio giaccone.

«Spero di non risultare scortese, ma ho bisogno del mio giubbotto», dico un po’ in difficoltà e a stento riesco a nascondere un sorriso. Le sue guance diventano rosse e scoppia a ridere.

«Mi perdoni tanto», si scusa mentre lo porge.

Lo infilo e vengo subito immerso nel calore del suo corpo, è così avvolgente.

Sto dirigendomi a casa per la pausa pranzo quando Emilio, il barista, mi chiama al cellulare.

«Sindaco, possiamo spostare la riunione a domani sera?», domanda.

«Come mai?».

«La maestra Morena mi ha chiesto se posso darle una mano in palestra. Avevano già iniziato ad allestirla per la recita, ma visto l’allerta meteo sarebbe il caso di sgombrarla per le emergenze e la Protezione Civile verrà a preparare dei posti letto», spiega.

«Avete bisogno di una mano? Potrei radunare qualche “Angelo” del la Pro Loco…».

«No, grazie, non c’è tanta roba, ce la faremo… da soli…».

«E tu non dici mai no alla maestra Morena, giusto?», lo pungolo.

Lo sento ridacchiare, è stato colto sul fatto.

«Diciamo che mi piace dirle di sì», risponde con tono leggermente imbarazzato.

«Ok, ma domani vi voglio puntuali. Le previsioni meteo non prevedono niente di buono. Avvisa gli altri, mi raccomando», lo saluto.

 

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