⏱ ~19 min · 3865 parole
CLAUDIA
Sto raggiungendo l’uscita quando il sindaco mi blocca.
«Dimenticavo di dirle una cosa. Questa sera si riunirà la Pro Loco, siamo un gruppo di volontari, “Gli Angeli di Bosco”, di solito organiz ziamo le attività natalizie e decoriamo le strade, ma vista l’allerta meteo per le nevicate, ci saranno da coordinare anche altre operazioni: spalare la neve, aiutare i nostri anziani negli spostamenti o portare loro la spesa, cose di questo tipo. Le andrebbe di venire?», propone.
Sul viso si allarga un sorriso caloroso, si tocca i capelli e poi si liscia la barba già perfettamente ordinata. I suoi occhi marroni si illuminano.
«Ehm… volentieri, dove vi raggiungo?».
«Alle 21, a casa mia», risponde subito.
Sgrano gli occhi.
«A casa sua? », chiedo sospettosa.
Non ci sono uffici comunali o una sala parrocchiale che possono usare?
«No, si fermi… non pensi male, la prego!», si affretta a chiarire, capendo benissimo il mio tono.
«Ogni anno in questo periodo ci trasferiamo nella mia taverna. Lasciamo la palestra alla scuola elementare per la recita di Natale. Ma ieri Emilio, il barista che ha conosciuto prima, e un’altra volontaria hanno sgomberato tutto in caso di emergenza e la Protezione Civile ha sistemato dei posti letto. Se non mi crede può controllare sul sito del Comune, c’è la sezione dedicata alla Pro Loco, in bacheca troverà tutte le informazioni».
«Ok! Scambiamoci i numeri di cellulare così potrà inviarmi la posizione, la raggiungo con la mia macchina».
«Devo venire da queste parti per prendere le attrezzature e tutti gli addobbi che ha in custodia il barista, se vuole posso darle un passaggio».
«Va bene, ma la seguo con la mia auto. Così dopo non si deve disturbare a tornare indietro per accompagnarmi», concludo.
Il sorriso rassegnato mi fa capire che ho vinto.
A pelle, Tommaso mi sembra una brava persona, ma non riesco a fidarmi ancora al cento percento.
Dallo specchietto retrovisore della Panda lo vedo rientrare al Comune. E noto, ancora una volta, quanto sia alto, devo alzare la testa per incontrare il suo sguardo.
E poi, sono curiosa di sapere quanti anni abbia. Sembra molto più grande di me, a giudicare dalle rughe intorno agli occhi. Ma tutto questo non va minimamente a intaccare la sua bellezza.
Rientrata a casa, vengo subito accolta da un sentore di cannella misto al profumo della legna bruciata nel caminetto. Un connubio che adoro, ha tutto l’effluvio del Natale. L’abbraccio caldo durante una giornata di gelo, la cioccolata calda che si gusta davanti al fuoco.
Rimango un po’ sul divano a godermi tutte queste sensazioni, prima di capire da che parte iniziare.
Faccio un giro per la casa, mi appunto sul cellulare le cose che devono essere buttate e quelle che posso donare, sempre accompagnata dal silenzio che non fa altro che urlare. Ho la testa piena di pensieri e dubbi. Neanche parlare con la mia migliore amica mi aiuta. Ho l’impressione di star sbagliando tutto o, come dice mia madre, di scappare.
Per distrarmi cerco di concentrarmi sulle mille cose che mi ha detto Tommaso, ma va di male in peggio, nella mia testa vedo lui. I suoi occhi che mi guardano come se fossi veramente interessante. Io. Claudia Corsetti.
La sua mano, con quelle vene in risalto, che di tanto in tanto sistemava la barba, e la sua voce, calma e sicura, era veramente un piacere da ascoltare.
Metto a posto i miei vestiti per indossare abiti comodi, lo sguardo si posa sul mobile e sulla cassettiera grande. Mi accorgo che la casetta che mi aveva costruito nonno Claudio non c’è. Con il trasloco e tutto il resto, non ci avevo badato. Forse è stata portata in soffitta.
Ricordo che era realizzata con le pietre e i rami che trovava per strada durante le sue gite sulle montagne, e alcuni pezzi li ha recuperati proprio ai piedi del Monte Bianco. Aveva sagomato a mano ogni pietruzza per realizzare le pareti, dipinto di rosso il caminetto, e sulla parte più alta con un colore dorato aveva stilizzato le due C in modo da creare un cuore.
Sarebbe bellissimo mettere questa casetta all’entrata. Sarà l’attrattiva di ogni ospite che prenoterà nel mio B&B, e io non vedo l’ora di raccontare tutti gli aneddoti e le avventure che nonno Claudio ha vissuto durante le sue escursioni. Vado a controllare su in soffitta, magari è stata spostata, la saccheggio diverse volte , buttando all’aria tutto, ma non la trovo. Guardo nelle altre stanze, in tutti gli armadi e in tutti i posti dove avrebbero potuto sistemarla.
Chiamo anche i miei genitori, sperando che non l’abbiano gettata o regalata a qualcuno. In tanti avevano cercato di convincere il nonno a farsela donare, ma lui ha sempre sostenuto che era destinata alla sua unica nipote, che porta anche il suo stesso nome.
Più passa il tempo e più mi sento frustrata. È un meraviglioso ricordo della mia infanzia, ci tengo tanto a trovarlo.
Solo l’ora mi fa desistere dal cercare ancora la casetta. Mi devo preparare, altrimenti farò tardi.
Alle 20:45 in punto mi presento fuori, e subito dopo vedo avvicinarsi due fari.
«Buonasera, Claudia. È pronta?», mi chiede il sindaco sbucando dal finestrino del suo pick-up nero.
Dal lato del passeggero fa capolino un signore, mi sembra il barista ma non ne sono sicura. Non lo vedo bene. Agita la mano in segno di saluto, ricambio cercando di sembrare rilassata.
Sono agitata e impaziente allo stesso tempo. È la prima volta che partecipo a una cosa del genere e non so cosa aspettarmi.
Ci impieghiamo quasi dieci minuti per arrivare a casa di Tommaso. Andavo molto piano. Nonostante la mia piccola Panda abbia le catene da neve, non sono abituata a guidare con le strade colme di neve.
Davanti alla porta del sindaco troviamo ad attenderci una quindicina di persone. Le voci entusiaste che lo accolgono mi fanno capire che è proprio ben voluto.
Mi soffermo a osservare l’abitazione, senza dare troppo nell’occhio, non voglio fare la figura della guardona, ma sono curiosa di vedere dove vive il primo cittadino. È a due piani e l’esterno è composto tutto da pietre a vista grigie che risaltano sul bianco delle pareti.
Faccio solo qualche passo e mi accorgo anche della presenza di Angelica. È ferma sul gradino, braccia conserte, labbra tese a formare un’unica linea. Le sue occhiate sono come lame che cercano di colpirmi, ma non ho capito il motivo di questo astio. Avremo scambiato cinque frasi, a dire tanto!
Il padrone di casa sta togliendo il telone che copre il cassone del pick-up, e io mi avvicino ancora di più per dare una mano come fanno tutti quanti.
«Signorina, lasci, sono pesanti. Rischia di farsi male», mi avvisa un uomo alto e robusto.
«Ok! Ma vorrei rendermi utile, cosa posso fare?».
«Prenda questa, ci sono i gilet catarifrangenti, ci serviranno per quando andremo ad allestire le vie del paese, sono essenziali per renderci visibili», spiega Tommaso mentre mi porge una scatola.
La afferro senza difficoltà e in fila indiana lo seguiamo.
Angelica apre la porta e ci fa entrare, subito mi balza agli occhi il suo atteggiamento da padrona di casa. Ci indica dove appoggiare le cose, dove sederci, e dà ordini su come disporsi.
Ovviamente, vengo sbattuta nell’ultima fila. Non mi dispiace, non amo stare al centro dell’attenzione.
La riunione inizia subito con una sorta di appello. Il mio nome è seguito da un paio di secondi di silenzio, a cui conseguono mille domande.
“Sei la nipotina di Claudio?”, “Ma ti sei trasferita qui?”, “Ti ricordi di me? Ero molto amico di tuo nonno”.
A un tratto mi sento sopraffatta. Non mi aspettavo tutte queste atten zioni. Solo l’intervento del sindaco mette a tacere il terzo grado.
«Quando finiremo, potrete chiederle tutto quello che vorrete. Anzi, fatelo, si sentirà di nuovo a casa, ma non esagerate», suggerisce il primo cittadino.
I suoi occhi incontrano i miei, sul suo viso si allarga un sorriso quasi timido e mi fa l’occhiolino come gesto d’intesa. Sorrido anch’io, un modo per ringraziarlo di avermi salvata per l’ennesima volta. Mi basta spostare leggermente lo sguardo per incontrare nuovamente quello dell’impiegata comunale. Sta osservando infastidita. Ora è tutto chiaro. È gelosa!
Come prima cosa, il sindaco chiede ai volontari di stilare una lista delle persone anziane che abitano fuori dal paese, in caso di emergenza dovranno essere i primi a evacuare, si ripareranno in palestra. Poi, saranno interessati i due medici che si daranno il cambio per la guardia di notte, bisognerà stilare l’inventario delle medicine e farne un’abbondante scorta.
Alcuni volontari sono stati incaricati di perlustrare le strade poco abitate, in modo da monitorare la quantità di neve e, se necessario, spalarla.
Dopodiché passiamo alle cose più divertenti.
In modo unanime votiamo Fausto come Babbo Natale. Lui la domenica pomeriggio, travestito con la classica divisa rossa e la barba finta, andrà in giro per Bosco a consegnare caramelle e dei piccoli pensierini.
«Bene, anche quest’anno risparmieremo per il noleggio del cuscino. La pancia di Fausto è più che sufficiente», dice Emilio.
Basta qualche istante e tutti scoppiamo a ridere.
La riunione termina con i turni assegnati alle coppie. Come prima cosa ci occuperemo delle persone più anziane che fanno fatica a muoversi, e poi penseremo a decorare le strade, alla vendita delle torte per raccogliere soldi e tutto il resto.
Gli Angeli mi sembrano soddisfatti delle scelte approvate.
«Come sempre le meravigliose mani di Giovanna, Iole e Maria hanno preparato delle cose buonissime da mangiare, e il nostro amato Emilio ci ha fornito del buon vino! Grazie a tutti per essere venuti», conclude il presidente della Pro Loco mentre si alza.
Le donne si affaccendano per togliere la stagnola dai vassoi. C’è ogni ben di Dio: pizzette, focacce, panini, crostate, strudel e torte di mele.
«C’è da mangiare per un esercito!», esclamo vedendo la quantità infinita di cibo che viene esposta.
«Credimi, non resterà neanche una briciola. Ti consiglio di affrettarti, rischi di non trovare nulla», si raccomanda un uomo anziano dal viso gentile e sorriso cordiale mentre mi porge un piatto di carta.
L’afferro e mi accodo insieme a lui.
«Io sono Fausto. Un vecchio amico di tuo nonno. Abbiamo fatto qualche escursione insieme, e non perdeva mai occasione di parlarmi di te. Ricordo quanta cura mettesse per recuperare le pietre e i rami per costruire la casetta», mi racconta con voce nostalgica.
«Per non parlare di quanto fosse bravo a giocare a carte. Ci faceva neri quasi sempre», ridacchia.
Mi commuove rivedere mio nonno Claudio attraverso i ricordi dei suoi amici. Mi sembra di conoscere una nuova parte di lui.
Arriva il nostro turno e Fausto, da bravo gentiluomo, mi fa passare davanti. Come preannunciato, il banchetto sembra essere stato assalito dalle cavallette.
«È rimasto ben poco», constata l’anziano.
«Non è un problema. Ha preferenze di qualcosa? Così glielo lascio», domando.
Il suo sorriso dolce mi fa sciogliere il cuore e sentire la mancanza del nonno.
«No, tesoro, prendi quello che vuoi».
Recupero una delle due pizzette avanzate e un panino con il prosciutto, il resto lo cedo al mio nuovo amico. Vado a sedermi al mio posto e vengo subito raggiunta dal sindaco che regge in mano due piatti colmi di cibo.
«Mi sono permesso di riempirlo per lei. Conosco i miei polli, e sapevo che non avrebbero avuto nessuno scrupolo a depredare il banco», dice il primo cittadino mentre me ne porge uno e occupa la sedia libera accanto a me.
«Grazie, io sono riuscita a trovare solo questi», rispondo mostrando il piccolo tesoro che sono riuscita ad accaparrarmi.
Lui mi sorride divertito mentre mi porge la porzione di cibarie.
Ma questo simpatico momento viene interrotto dall’arrivo di Angelica. Ha l’espressione contrariata, le labbra serrate come se si stesse trattenendo dal dire qualcosa. Si ferma davanti a noi a braccia incrociate, guarda prima me e poi Tommaso.
Questa ha tutta l’aria di voler fare una scenata di gelosia!
Il mio cuore inizia a battere agitato. Sto per alzarmi e andare via, quando comincia a parlare a voce alta di quanto odi il Natale.
«Al posto della solita recita di Fausto travestito da Babbo Natale a sfilare per le vie del paese, farei dell’altro. D’altronde si sa che il Natale è una festa ipocrita. Dovremmo essere sempre buoni, non solo in questo periodo dell’anno. E poi, i bambini dovrebbero saperlo il loro tanto amato Babbo, che arriva nel cuore della notte con la slitta trainata da renne magiche, non esiste, non è mai esistito e mai esisterà. È solo una grande cazzata», sostiene con tono contrariato.
Cala il silenzio colmo di imbarazzo, tutti gli occhi sono su di lei.
Tommaso si alza di scatto.
«In casa mia non tollero questo tipo di linguaggio. Se non condividi il nostro sentimento di gruppo che si basa sul volontariato, rispetto e aiuto reciproco, sei pregata di lasciare la Pro Loco. Come ben sai, il nostro lavoro non ha data di scadenza, siamo operativi tutto l’anno e crediamo nello spirito natalizio», la rimprovera serio.
Lei rimane spiazzata, credo non immaginasse una reazione del genere. Io li guardo, e trattengo il fiato, non mi sono mai sentita in difficoltà come in questa occasione.
«Ogni anno la stessa storia, devi sempre rovinare la festa. Perché vieni?», sento una voce femminile alle mie spalle, ma non oso girarmi.
«Credo che qualcuno debba aiutarvi a capire che tutto questo − l’ad dobbare le strade per le feste, far travestire Fausto da Babbo Natale per portare i regali ai bambini − sia sbagliato. Bisogna essere sinceri so prattutto con i più piccoli. Cosa succederà quando loro scopriranno che è sempre stata una bugia?», continua a controbattere quasi con rabbia.
«Mi dispiace se c’è rimasta male quando ha scoperto che i regali venivano comprati dai suoi genitori. E forse questo ha cancellato i bei momenti e la felicità provati nello scartare i giochi che aveva chiesto. Ma non tutti reagiscono come lei. Anzi, quasi nessuno. Infatti, i piccoli che sono diventati adulti seguitano a tramandare la tradizione, affinché si continui a creare bellissimi ricordi», rispondo.
Le parole mi sono uscite di bocca senza rendermene conto. A un tratto gli occhi che prima guardavano l’impiegata comunale, ora sono fissi su di me. Nessuno parla, nessuno sembra respirare.
Restare zitta, io, mai?
Sento il viso andare a fuoco, e mi volto a guardare Tommaso che, da sotto la barba, ho l’impressione stia nascondendo un sorriso complice.
All’improvviso un applauso esplode talmente forte da farmi quasi urlare.
«Ben detto, ragazza!», esclama Fausto felice.
Angelica sputa odio e rabbia da ogni poro. Se ne va lanciandomi un’occhiata da “non finisce qui”. Mi intimorisce un po’, e istintiva mente mi rifugio nello sguardo del padrone di casa, che mi accoglie con dolcezza facendomi sentire al sicuro.
Gli altri piano piano vanno via e io mi offro di aiutare a sistemare la sala.
Raccolgo le sedie e passo l’aspirapolvere mentre lui, da sindaco e da presidente della Pro Loco, si trasforma in bellissimo e sensuale ragazzo della porta accanto, indossando semplicemente un paio di pantaloni della tuta e una t-shirt.
Noto subito che ha un fisico scultoreo, le braccia sono ben definite e ogni muscolo sembra finto, tanto è perfetto. Quello che mi fa sgranare gli occhi, però, sono i tatuaggi. Molti tatuaggi. Tanti sexy tatuaggi che ricoprono un solo avambraccio. Due, in particolare, colpiscono la mia attenzione: le montagne e una farfalla. Li fisso cercando di interpretarne il significato. Credo che le montagne siano un omaggio a Bosco Chiesa nuova, oppure potrebbero rappresentare un posto tranquillo, la serenità, il silenzio…
«Tutto bene?», mi chiede.
«Sì, mi… mi… perdoni», distolgo lo sguardo imbarazzata e termino di raccogliere il filo dell’aspirapolvere.
«Non si aspettava questi, vero?».
«No. Ovviamente non ho nulla in contrario. Ma l’ho visto sempre vestito in giacca e cravatta, e non avrei mai immaginato che avesse anche questo animo trasgressivo», confesso.
«Lei è sempre così diretta?».
«Sì, non riesco a non dire la mia… come ha potuto constatare. Secondo lei, Angelica si sarà arrabbiata molto?».
«Lei è molto permalosa, ma le passerà», mi rassicura mentre inizia a lavare per terra.
«Lo spero! La conosce bene?».
«Da quando eravamo piccoli, quindi credo di poter dire da sempre! Per questo garantisco che le passerà».
Cerco di distogliere lo sguardo, ma i miei occhi sembrano catalizzati da lui.
Ha un fisico perfetto, in più ogni volta che passa lo straccio i muscoli si tendono definendosi in modo così sexy da farmi formicolare il basso ventre.
Non pensavo che Tommaso fosse così attraente. Il suo corpo atletico è sempre celato dagli abiti eleganti che nasconde la sua fisicità tonica.
Quando si piega a novanta gradi per risciacquare il panno, nel secchio pieno d’acqua, un colpo di calore colpisce il mio viso mandandolo a fuoco. Il suo sedere è praticamente perfetto, e sembra duro come il marmo.
Lo osservo mentre lava con cura. Quando ha finito, rimette tutto a posto nell’armadietto poco distante e mi raggiunge.
«Venga da questa parte, di là è ancora bagnato», mi tende la mano per guidarmi.
L’afferro, cammino dove mi sta indicando, la presa è salda, forse più del dovuto. Ma non mi dispiace.
«Grazie», sussurro.
A un tratto la mia voce si è incastrata nella gola.
Mi guida fino al grande salone che comprende anche la cucina, e non posso fare a meno di notare quanto siano moderni i suoi mobili. A differenza dei miei che potrebbero essere esposti in un negozio di anti quariato.
Siamo uno di fronte all’altra. Ci guardiamo senza sapere cosa dire, io infilo le mani nelle tasche posteriori dei jeans e butto lo sguardo qua e là senza un senso logico.
«Grazie di essere venuta, e soprattutto per essere rimasta a darmi una mano a pulire. I miei concittadini mi lasciano volentieri queste incombenze».
«Non lo dica neanche. È stato un modo per sdebitarmi. Sta facendo molto per me», rispondo.
Tommaso mi sorride in modo dolce, e di rimando lo faccio anch’io. Mi piace sempre di più stare in sua compagnia. Con me è sempre così gentile, e sembra non pesargli ogni cosa che fa per me. Forse è ancora presto per dirlo, ma lui è il primo amico che ho trovato qui. Mi fa sentire meno sola.
«Visto che ormai è un “Angelo di Bosco” a tutti gli effetti, che ne dice di eliminare i troppi formalismi, e ci diamo del tu?», mi propone.
«Ci sto. Ora che sono diventata un’amica del sindaco, e un membro della Pro Loco, posso sperare di avere ancora il tuo aiuto? Aprire un B&B è veramente complicato e senza di te so che mi perderei nel labirinto di carte e firme», quasi lo supplico.
«Ecco, lo sapevo, sei diventata mia amica da cinque secondi e già mi chiedi delle raccomandazioni!», si finge offeso.
«Accidenti! Proprio nel sindaco sveglio dovevo incappare? Io che speravo che non ti accorgessi di nulla», sto al gioco.
Continuiamo a scherzare ancora per un po’, restando sempre in piedi l’uno di fronte all’altra, sorridenti con la voglia di due persone di conoscersi meglio. Mi piace stare in sua compagnia.
«È meglio che vada, si sta facendo tardi», dico mentre mi infilo il giubbino.
«Ti accompagno, fuori è buio, e con tutta la neve che è caduta non troverai la strada», si offre.
«No, non voglio disturbarti. Metterò il navigatore così non mi perderò», sostengo decisa.
«Non è assolutamente un disturbo, mi sentirei più tranquillo se ti vedessi rientrare sana e salva con i miei occhi. Ha nevicato tanto e non vorrei ti trovassi in difficoltà», insiste.
«Tranquillo, so quello che faccio».
«Ok, ma chiamami appena arrivi. Non voglio un messaggio. Voglio sentire dalla tua voce che sei arrivata tutta intera, e non andrò a letto finché non avrò ricevuto la tua telefonata», quasi mi ordina.
La sua espressione è talmente seria che le sopracciglia sono aggrottate, e una ruga appare a dividerle.
«Agli ordini!», esclamo cercando di sdrammatizzare, anche se sono un po’ confusa.
Perchè devo chiamarlo?
Rimane sulla porta fino a quando non mi vede partire, incurante del freddo nonostante indossi la t-shirt.
Seguo le indicazioni del mio cellulare, non mi sembra così difficile. Le parole di Tommaso mi avevano un po’ spaventata, fortunatamente non ce n’è stato motivo.
Arrivo a casa, il caminetto si è spento e si gela. Accendo subito i termosifoni e appena il calore inizia a riempire le stanze, decido di fare una doccia veloce e di infilarmi il pigiama.
Afferro il telefono e vedo un messaggio della mia amica che mi chie de di chiamarla. Sicuramente vorrà aggiornamenti sul colloquio che ho avuto in Comune. Voglio proprio gustarmi la sua faccia quando le dirò che ho conosciuto il sindaco, e soprattutto quanto sia bello il suo culo.
Oltre a capire cosa devo tenere di quello che ho trovato in soffitta. Le ho inviato le foto, ma non mi ha risposto.
Chiacchieriamo quasi un’ora, soprattutto sulle dimensioni del lato B del primo cittadino. Ha voluto la descrizione di ogni minimo dettaglio di ciascun muscolo che ho visto.
«Ho dato un’occhiata a quello che mi hai mandato, non mi convince nulla, Cla’. Magari troverai dell’altro… ora ti saluto, si sta facendo tardi», conclude e con la mano copre uno sbadiglio.
Le mando un bacio mentre mi dirigo in cucina, voglio prepararmi una buona cioccolata calda al profumo di cannella. La mia preferita.
Sto per sedermi sul divano con la mug in mano, quando il cellulare, che è sul cuscino di fianco a me, suona di nuovo. Sobbalzo e una goccia del liquido bollente mi finisce sulla mano. Fa un male cane, la lecco immediatamente ma rimane un bel segno rosso.
Appena vedo il nome di Tommaso, automaticamente mi do una botta in testa. Mi sono dimenticata di chiamarlo.
«Ciao!», rispondo alla videochiamata con tono di scuse.
Il suo viso è una maschera di preoccupazione, sollievo e rimprovero.
«Perdonami, ti prego. Mi sono completamente dimenticata. Non sono più abituata ad avvisare del rientro», dico come una supplica.
«Stai bene?».
«Benissimo!», esclamo, mostrando la tazza grigio topo che reggo.
Vedo che lascia andare un sospiro di sollievo, persino le sue spalle si abbassano visivamente.
«Toglimi una curiosità, perché volevi che ti chiamassi?», domando mentre con la lingua lecco il bordo della tazza sporco di cioccolata.
I suoi occhi seguono il movimento e lui deglutisce a vuoto.
«Ero in pensiero, tu sei troppo cittadina per affrontare delle strade così piene di neve con un’utilitaria», spiega con voce ferma.
«Potresti avere ragione, ma ti assicuro che la mia macchina è stata in grado di portarmi fino a casa, e devo ammettere che non è stato neanche così complicato», racconto con orgoglio.
Mi guarda non del tutto convinto, come se avessi avuto un colpo di fortuna ad affrontare un’avventura molto rischiosa.
«E poi perché volevo sentire ancora la tua voce», ammette con una naturalezza che mi lascia spaesata.
I suoi occhi si accendono e mi sembra di vedere le sue labbra ancora più belle.
«Non sapevo ti piacesse così tanto», lo stuzzico.
«Adesso lo sai. Buonanotte, Claudia», mi fa l’occhiolino e chiude la telefonata.
Io resto a guardare lo schermo nero per qualche minuto con la testa vuota e un sorriso ebete.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione
Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.


