⏱ ~22 min · 4353 parole
Laura
Il cielo è limpido e sereno, sgombro di nuvole e accecante nella sua perfezione. Non c'è un alito di vento e il sole infiamma, instancabile con i suoi raggi, tutto ciò su cui posa lo sguardo
Il mare è così calmo che sembra una tavola, le poche onde che riesco a vedere sono quelle che le barche creano col loro passaggio. Ce n'è una in particolare che attira la mia attenzione, è più grande delle altre e si è fermata solo il tempo di raggruppare dei passeggeri. Se non sbaglio, quel tipo d'imbarcazione porta ad Amalfi. Da piccola ci sono andata con i nonni e ricordo che mi divertì moltissimo. Un lento sorriso m'incurva le labbra mentre penso ai momenti spensierati vissuti da piccola qui a Maiori. Ho ricordi bellissimi di questo posto e questa è una delle ragioni per cui adesso sono in questo luogo, ho bisogno di riprendere il controllo della mia vita e sapevo che solo qui avrei trovato il giusto equilibrio per farlo. Per fortuna i nonni mi hanno accolta a braccia aperte, altrimenti non avrei saputo cosa fare. I miei genitori non sono esattamente le persone adatte per sostenermi quando serve e piuttosto che leggere la disapprovazione nei loro sguardi e ascoltare le loro parole cariche di rimproveri, ho preferito chiedere asilo ai nonni. Sono qui da un giorno e l'aria di mare mi sta già rilassando perché i brutti pensieri che mi hanno accompagnata durante il viaggio stanno lasciando spazio a qualcosa di meglio. Riesco persino a godermi in pace la lettura del mio ultimo libro e non ricordo da quanto tempo non mi succedeva. Mi sto appassionando molto alla storia di Logan e Alyssa, protagonisti di "Infinite volte", il libro di Brittainy C. Cherry, un'autrice che adoro, in cui spero che ci sia un bel lieto fine.
Vorrei proseguire ancora la lettura, ma il sole è troppo forte e non voglio prendermi un'insolazione quindi è meglio che vada in un posto più fresco e magari mi compri qualcosa da bere. Metto il libro nella borsa e penso che forse al porticciolo troverò dei dolcetti da portare a casa. I nonni sono stati così buoni con me, e viziarli con qualcosa di dolce mi sembra il minimo.
Non c'è molta gente in giro a quest'ora, per la maggior parte sono in spiaggia a consumare un pasto veloce per poi tuffarsi di nuovo in acqua. Compro qualcosa al chiosco e mi scosto un po’ la maglietta dalla spalla sperando di non aver preso troppo sole. Stamattina sono uscita senza protezione solare perché pensavo di fare una semplice passeggiata prima di tornare, invece come spesso mi accade quando leggo: perdo la cognizione del tempo.
La mia pelle non è scura sebbene abbia i capelli neri. Le mie spalle sono cosparse di lentiggini e in questo momento i capelli lunghi sono insopportabili da tenere sciolti. Mi fermo un attimo per legarli con l'elastico che ho al polso ed è in quel momento che la mia attenzione è nuovamente rivolta verso il mare. In mezzo ad alcune imbarcazioni, ecco che risalta un'unica canoa arancione che naviga spedita oltre le boe. A giudicare dalla sua direzione, sta venendo da Minori e ora si dirige svelta e veloce presso il noleggio barche probabilmente per restituirla. Non so perché, ma seguo il suo percorso fino alla fine. Non ci sono altre canoe, non sta disputando una gara ma il modo in cui si muove mi fa pensare che stia gareggiando con qualcuno o forse qualcosa. Si muove veloce, preciso e instancabile compie gli stessi gesti con una furia che sembra sfiancarlo, eppure non si ferma nemmeno una volta. Andare in canoa dovrebbe essere rilassante, invece lui sembra che stia andando verso una meta lontana e irraggiungibile. Più si avvicina alla riva, più riesco a osservarlo meglio, anche se sono un po’ lontana. Scorgo i muscoli delle sue braccia che si flettono mentre rema, il sudore unito all'acqua schizzata che gli scivola sulle braccia, il colore biondo dei suoi capelli che risplende alla luce del sole. Non riesco a vedere il colore dei suoi occhi, sono troppo lontana ma osservo come ipnotizzata il suo arrivo sulla spiaggia. Scende dalla canoa e mi regala una visione del suo corpo abbronzato rivestito solo da un costume verde. I muscoli delle gambe sono sodi come quelli delle braccia, i suoi addominali sono evidenti ma non eccessivi. Non ha un corpo troppo palestrato che non mi è mai piaciuto guardare, ma un fisico asciutto che non passa inosservato. Lo vedo scambiare qualche parola con l'uomo del noleggio cui si aggiunge una ragazza in bikini. Lei gli sta sorridendo e gli si avvicina in modo provocante mettendo in mostra le sue forme piene. Distolgo subito lo sguardo, non mi sento mai a mio agio quando vedo degli innamorati scambiarsi effusioni. Continuare a fissare quello sconosciuto mi fa sentire una guardona, quindi decido che è meglio che prosegua per la mia strada.
Uso la scorciatoia per far prima e la copia delle chiavi che mi ha dato la nonna, per entrare in casa.
«Sono tornata» annuncio a voce alta posando il mazzo nell'ingresso.
La casa dei nonni ha sempre avuto quest'aria accogliente e calda e ogni estate amavo venirci. Loro la usano tutto l'anno e forse è per questo che appare più vissuta e che mi dona una vera sensazione di pace ogni volta che varco la soglia. Percorro il breve corridoio e svolto in cucina, dove trovo la nonna intenta a sfornare qualcosa dal forno alto. Nonna Mirella ha da poco passato i sessant'anni e ama cucinare. È solo grazie a lei che ho imparato a preparare manicaretti deliziosi, fin da piccola mi contagiava con la sua voglia di creare cose nuove e adesso posso dire con soddisfazione di saper cucinare dei biscotti fatti in casa alla perfezione.
«Ciao tesoro, giusto in tempo per il pranzo» mi sorride la nonna posando la pirofila sul tavolo.
«Con questo calore Laura non vorrà pranzare in cucina» si lamenta nonno Dario. Ha cinque anni più della nonna e ama brontolare, ma in realtà è un tenerone ed è per questo che gli bacio la guancia rugosa con un sorriso.
«Fuori c'è ancora più calore, quindi va benissimo. Ho portato dei dolcetti per dessert»
«Sentivo, infatti, un buon profumino» dice il nonno allungando una mano per afferrare il pacchetto. La nonna è subito pronta a colpirlo sulla mano con la cucchiarella che sfodera come un'arma.
«Prima mangiamo il mio pranzo e dopo i dolci. Laura, tesoro, potresti metterli lontani da tuo nonno per favore?».
«Potevi farmi male sul serio con quell'affare» si lamenta il nonno massaggiandosi la nocca dolorante. «Volevo solo guardare»
Sorrido divertita mentre la nonna lo rimprovera ancora e sistemo i dolci sul mobile. Poso la borsa pensando che la doccia dovrà aspettare e mi lavo le mani. Poi prendo posto a tavola mentre un profumo di risotto al sugo ormai aleggia nella cucina. Solo adesso mi rendo conto di avere una fame da lupi.
«Grazie nonna, ha un aspetto delizioso»
«Sì, ma poteva anche cucinarlo senza forno acceso» protesta il nonno. «Con questo caldo è assurdo usare il forno».
«Se lo cucino sul fuoco, non ti piace, quindi adesso mangia e fà silenzio» lo ammonisce la nonna. Ridacchio divertita senza riuscire a farne a meno. I nonni passano tutto il tempo a punzecchiarsi a vicenda, a un occhio inesperto potrebbero far pensare che il loro matrimonio è agli sgoccioli invece questo è solo il loro modo per dimostrarsi un affetto reciproco. Una tenerezza che dura da oltre quarant'anni e che li rende uniti sotto quella facciata di finta esasperazione.
«Sei andata alla spiaggia?» s'informa il nonno ignorando il divieto di parlare della nonna.
«No, sono andata al porto a leggere un po’ e credo di aver perso la cognizione del tempo. Scusate se non vi ho avvisato»
«Figurati, avrei messo tutto in caldo per quando saresti tornata» minimizza la nonna. «L'importante è che sei riuscita a rilassarti un po’. Non c'era molta gente in giro vero?»
Per un attimo ripenso allo sconosciuto in canoa, il suo remare deciso come se volesse raggiungere presto il suo obiettivo lontano. Mi chiedo dove volesse arrivare e se ha trovato la sua destinazione.
«La settimana prossima arriveranno molti turisti» interviene il nonno. «Maiori si riempirà come un uovo quindi goditi questi momenti in pace».
«Lo farò» rispondo con un sorriso perché è esattamente il mio progetto per i prossimi giorni. Rilassarmi e ricaricare le energie prima di tornare al disastro che è diventata la mia vita.
* * *
È soltanto il primo agosto e già si preannuncia un mese bellissimo visto il sole che splende in cielo. Molti bagnanti ne saranno felici, soprattutto quelli che cercano un mese rilassante da trascorrere al mare. Speriamo che almeno il caldo afoso finisca in fretta perché non lo sopporto. Mi sembra sempre di vivere in un forno e ogni volta che esco di casa, ho una gran voglia di buttarmi presto sotto a una doccia. Oggi non fa eccezione e anche se stavolta mi sono premunita di crema solare per non sfidare la sorte due volte, ho già fretta di rinfrescarmi.
I nonni sono usciti presto stamattina per andare a trovare degli amici, ci siamo messi d’accordo perché li raggiungessi a metà strada e andassimo insieme a fare una passeggiata e ora spero che facciano in fretta. Nell'attesa, decido che mi comprerò un gelato, almeno potrò trovare un po’ di refrigerio.
Mi fermo al primo bar sulla strada e decido per un gelato artigianale nella coppetta così posso godermelo con più calma. Tra il vasto assortimento che trovo, ne scelgo uno che da piccola adoravo: fragola e pistacchio. Pago ed esco per provarlo temendo che i nonni passino e non mi trovino al posto programmato. Quando assaggio il primo cucchiaino di fragola, chiudo gli occhi felice perché quel gusto freddo sembra allontanare subito il calore che sento. Sto per assaggiare un secondo cucchiaino, stavolta di pistacchio, quando mi sento urtare con forza e faccio appena in tempo ad afferrare il gelato che altrimenti sarebbe finito a terra. A terra però c'è comunque un gelato, crema credo o forse vaniglia non riesco a distinguerlo bene adesso che assomiglia a melma bianca a terra. Il bambino che mi è finito addosso guarda il cono gelato a terra con un'espressione così rammaricata che mi viene da sorridere.
«Mi dispiace molto, che gusto era?»
«Fior di latte» risponde con aria sconsolata. Il suo accento è strano, non è del tutto italiano ma lo parla in modo corretto. «Papà non me ne comprerà un altro»
Non dovrà avere più di otto anni, credo osservandolo meglio. I suoi capelli biondi sono corti e sembrano brillare al sole ma non sono quelli a colpirmi, quanto le sue iridi blu. Ha degli occhi bellissimi ed è assurdo che quel colore così bello sia reso triste per un gelato.
«Aspettami un minuto» lo avviso entrando di nuovo nella gelateria e prendendo un cono gelato al fior di latte. Lo porgo al bambino con il mio miglior sorriso.
«Ecco fatto»
Il bambino mi guarda quasi incredulo, spalanca i suoi occhioni e poi mi abbaglia con un sorriso dolcissimo. Adesso i suoi occhi risplendono con lui e quel bellissimo colore sembra brillare. Prende il cono dalle mie mani e comincia a leccarlo con voracità, non posso fare a meno di sentirmi felice perché adesso va molto meglio. Sto per chiedergli il suo nome quando vedo arrivare verso di lui qualcuno che corre.
«John, ti avevo detto di aspettarmi con Clara cosa fai qui?».
«Sì, papà, ma Clara parla sempre al telefono ed io mi scocciavo di aspettare» protesta il bambino. «Così volevo raggiungerti, ma poi il gelato mi è caduto a terra, e lei me l'ha ricomprato».
Il bambino m'indica con un gran sorriso che io ricambio brevemente. Quando però mi azzardo a guardare il padre del bambino, quasi non riesco a credere ai miei occhi. Lo riconosco subito, anche se posso vederlo a distanza molto ravvicinata rispetto a ieri. È lo stesso ragazzo della canoa. Il suo fisico asciutto e abbronzato è ben evidente sebbene oggi indossi dei pantaloncini neri e una maglietta bianca che sembrano calzargli alla perfezione. I suoi capelli biondi sono identici a quelli del bambino e cosa dire degli occhi? Non ne ho mai visti di questa tonalità e sono sicura che potrei perdere delle ore soltanto a fissarli.
«Grazie, ma non dovevi»
Mi riscuoto dalla mia trance rendendomi conto che mi sta parlando e mi schiarisco la gola sentendomi un po’ sciocca. Ovviamente lui non mi ha visto e non sa che ieri l'ho quasi spiato mentre era in canoa. Se ha notato che lo sto fissando come una stupida, finge di non badarci e prende il portafoglio dalla tasca. Capisco che vuole pagarmi il gelato, ma lo fermo subito.
«Non importa, è stato un piacere. Con questo caldo i gelati sono l'antidoto migliore al caldo».
Lui rimette il portafoglio a posto dopo una piccola esitazione e mi regala un sorriso che mette in mostra denti bianchissimi.
«Sei molto gentile»
E ovviamente un ragazzo come lui poteva mai avere una voce orribile? No, di certo. Ha un tono così profondo e roco che mi sembra di sentir parlare uno di quei doppiatori della televisione. Anche il suo accento è strano, con una cadenza particolare che mischia due lingue insieme. Sento improvvisamente un calore irradiare ogni centimetro del mio corpo e capisco che il caldo non c'entra per niente. Mi sento nuovamente una stupida, perché non è la prima volta che incontro un bel ragazzo eppure non mi è mai successa una cosa del genere.
«John, ringrazia subito la signorina» gli mette una mano sulla spalla lui e il bambino mi sorride di nuovo. È questo a farmi tornare con i piedi per terra, non è solo un bel ragazzo. È un padre di famiglia e probabilmente ha una moglie che lo aspetta da qualche parte, forse proprio la ragazza in bikini che ho visto ieri, quindi smetto di fissarlo e mi concentro sul visetto adorabile di John. Ha la bocca sporca di gelato, ma il suo sorriso è allegro e vivace.
«Grazie signorina. Il fior di latte è il gusto più buono del mondo, a te non piace?».
«Andiamo dentro a chiedere di pulire il disastro che hai combinato» risponde invece suo padre e poi mi rivolge un nuovo sorriso.
«Grazie di nuovo. John andiamo e non azzardare ad allontanarti da me».
«Non mi sono allontanato da te, ma da Clara» specifica John mentre il padre lo spinge all'interno. Poi si gira e mi saluta con la mano. Ricambio il saluto con un sorriso che aumenta quando vedo suo padre posargli un braccio sulle spalle per farlo guardare avanti e non buttare a terra un altro gelato.
«Laura» mi chiama a gran voce la nonna. «Eccoci, aspetti da molto?»
«Che domanda, certo che sì» replica subito il nonno. «Lo vedi che per ingannare il tempo ha preso un gelato?».
«Non l'ha preso per ingannare il tempo, ma perché aveva caldo» risponde subito la nonna per poi guardare a terra il gelato schiacciato. «Ne hai fatto cadere uno?»
«Non sono stata io, ma un bambino che mi è finito addosso. Era così triste che gliene ho comprato un altro».
«Non mi meraviglia per niente» commenta il nonno. «Hai sempre avuto un cuore d'oro anche quando gli altri non lo meritano».
«Già» sospiro perché è la verità. Me lo dicono tutti che dovrei essere meno buona, ma è un aspetto del mio carattere che non riesco a cambiare.
«Vedo che i gusti sono rimasti gli stessi» osserva la nonna per cambiare discorso. Sa che altrimenti finirei col pensare ai problemi che ho deciso di lasciarmi alle spalle venendo qui e, infatti, lancia un'occhiataccia al marito prima di proseguire. «Ne andavi matta da bambina, ricordi?»
«Sì è vero» rispondo con un sorriso. «Oggi mi è venuta nostalgia»
«Puoi mangiarne quanti ne vuoi adesso» mi assicura la nonna. «Oggi però fa troppo caldo per una passeggiata, che ne dici se andiamo verso il Corso Reginna, lì c'è sempre una temperatura diversa e se siamo fortunati, c'è anche vento».
«D’accordo» accetto con entusiasmo. In realtà non m'importa granché di dove andiamo, purché non stiamo al sole e la sua proposta mi sembra ottima.
Il nonno brontola, ma offre il braccio alla nonna accettando con un muto consenso. La nonna si lamenta che sa camminare da sola, ma poi si mette sotto il braccio del marito con naturalezza ed io sorrido scuotendo la testa perché anche questo non cambierà mai.
Sono tentata di girarmi indietro e vedere se John ha mantenuto intatto il suo gelato, ma decido di lasciar perdere. La mia vita è già disastrosa in questo momento, non voglio aggiungere altra carne al fuoco perché sarebbe davvero da sciocchi e ho già compiuto la mia dose di stupidità in passato, non ci ricascherò un'altra volta.
Thomas
A un occhio meno attento sembrerebbe che stiamo guardando una partita importante alla televisione. In casa ci sono urla e strepiti come se stessimo inveendo contro i giocatori sul campo, ma la verità è che i giocatori in campo sono virtuali e l'unico modo per muoverli sono i joystick che mio figlio ed io usiamo con foga. Prima gareggiare con lui era facile, adesso invece ho un osso duro da battere e giocare con John mi piace sempre di più. Forse questo è uno degli aspetti che amo di avere un figlio maschio: condividere la stessa passione per uno sport.
«Adesso vedi come ti segno un goal da fuori area» dice John concentrato sulla partita e lanciandomi solo una breve occhiata di avvertimento. Non mi faccio impressionare dal suo tono sicuro, perché so di poterlo fermare. La palla lanciata è troppo lontana perché non possa prenderla, quindi mi appresto a muovere le levette del joystick per parare, già m'immagino la sua espressione sconfitta quando parerò il suo goal, ma all'ultimo minuto non riesco. Il mio cervello ha dato l'ordine alle mie mani, ma loro decidono di non collaborare e un leggero tremolio me le blocca completamente senza che possa impedirlo.
John segna alzandosi dal divano e strillando con un pugno alzato. Il suo entusiasmo mi fa sorridere e nascondo la mano sotto il cuscino per evitare che veda il vero motivo per cui non ho reagito al suo attacco.
«Hai visto papà? Due a uno come ti avevo detto. Sto vincendo»
«Hai vinto» lo correggo. «Ma solo per stavolta, poi mi darai la rivincita».
«La partita non è finita» protesta subito John e so che ha ragione. Vorrei poter giocare ancora con lui fino alla fine, ma non credo di essere nelle condizioni adatte per farlo e non voglio che lui se ne accorga. Mi alzo infilando le mani in tasca.
«Per oggi sì, dobbiamo vedere la vera partita in tv ricordi? Vuoi spegnere la console mentre vado un attimo in bagno?».
«La partita comincia tra mezz'ora!» esclama contrariato John.
«Controlla» rispondo avanzando veloce verso la mia stanza e raggiungendo il mio bagno personale. Chiudo la porta con una spalla e apro con mani tremanti il mobiletto sul lavandino. Oltre ai soliti prodotti da bagno, c'è un ripiano zeppo di medicine. Senza esitazione, prendo una boccetta marrone e cerco di aprirla. Non ci riesco al primo tentativo perché le mie mani decidono di tremare ancora un po’, quindi ci provo una seconda e una terza e poi con un ultimo lungo sospiro alla quarta ce la faccio e infilo due pillole in bocca ingoiandole senz'acqua. È da un po’ che ho imparato a farlo e ormai mi sono abituato. Poso la boccetta a posto ed emetto un lungo sospiro prima di guardarmi allo specchio. Mi rendo conto che la mia crisi non è forte, perché il mio battito cardiaco è ancora regolare e il mio respiro non è troppo affannato. Non è stata la partita alla play station a sfiancarmi, ma la corsa in canoa di ieri e ora ne sto pagando le conseguenze. Non sarei dovuto salirci, lo so benissimo ma non ho potuto evitarlo perché ho smesso tempo fa di seguire alla lettera ogni indicazione che mi è stata data.
Conto altri due respiri e poi, quando mi sento meglio, torno di là con le mani che hanno smesso di tremare. Mio figlio sta spiegando a mia madre della sua vittoria e sorrido quando lo sento esagerare.
«Un goal magnifico nonna, hanno esultato tutti in campo e io sono stato il più bravo che nemmeno papà è riuscito a fermarmi. Diventerò un campione mondiale»
«Prima di ricevere la coppa, che ne dici di mettere a posto i joystick?» sorrido e John sbuffa mentre si alza ed esegue il suo compito ingrato.
«Come va?» chiede mia madre scrutandomi con sospetto. Lo fa sempre da quando sono venuto a passare l'estate qui e per quanto sia felice di avere le sue attenzioni, delle volte è alquanto snervante.
«Tutto bene. Dopo la partita John ed io ci mangeremo una pizza quindi puoi andare tranquillamente a giocare a carte con le tue amiche».
«Sei sicuro? Perché posso rimandare e …»
«Mamma» l'ammonisco. «Non sono venuto qui per sconvolgere la tua quotidianità. Sono venuto per passare l'estate con te e soprattutto con John quindi per favore non preoccuparti e vai».
«Se però hai bisogno di qualcosa chiamami d’accordo?».
«D’accordo» rispondo baciandole una guancia. Mia madre mi tira a sé perché la supero in altezza e poi mi stringe più del dovuto. Ha cominciato ad abbracciarmi più spesso e più a lungo da quando sono qui e so che questo contatto la fa stare bene, quindi glielo lascio fare, anche se non sono più un bambino.
«Non stancarti troppo» mi raccomanda mia madre quando mi lascia andare. Non le faccio notare che una partita in televisione e una pizza non provocano nessuna stanchezza e annuisco mentre mio figlio ci raggiunge.
«Papà hai visto che avevo ragione? La partita non è ancora cominciata»
«Devo essermi sbagliato allora» minimizzo «Saluta la nonna, così ne approfittiamo per scegliere quale pizza assaggiare oggi».
«Ciao nonna» la abbraccia di slancio John lasciando che lei gli baci una guancia. «Straccia tutte stasera mi raccomando, così posso dire di avere una nonna campione come me».
«Ci proverò» sorride mia madre salutandomi un'altra volta prima di uscire. Prendo il volantino della pizzeria tornando a sedermi sul divano.
«Che cosa prendiamo stasera?»
«Io la voglio al pomodoro» mi strappa il foglio di mano John. «Posso prendere anche delle alghe fritte? Quelle dell'altra volta erano buonissime»
«D’accordo, basta che non esageri» rispondo alzandomi quando sento il cellulare suonare. Il nome Ashley lampeggia a chiare lettere, non mi sorprende che sia in perfetto orario.
«Ciao Ashley, ancora una volta spacchi il minuto. Metti la sveglia ogni volta per non essere in ritardo?».
«Ovvio che no» ride lei. «Come va?»
«Benissimo direi. Stiamo per ordinare delle pizze e gustarci una partita in tv».
«Niente schifezze fritte» mi ordina Ashley e io guardo John strizzando l'occhio.
«Niente alghe fritte».
John mi sorride per risposta alzando un pollice.
«Tom, dico sul serio» mi ammonisce Ashley.
«Tranquilla, come va il lavoro?»
«Massacrante come sempre, fortuna che c'è Bud con me altrimenti impazzirei» si lamenta Ashley ma ci bado poco. Lo fa sempre ma so che ama il suo lavoro, non potrebbe fare nient'altro nella vita. Bud è l'unico che riesce a sopportare i suoi monologhi infiniti senza mai lamentarsi, è stato molto più paziente di me devo ammetterlo.
«Tu come stai?» mi chiede Ashley cambiando di colpo tono e parlando inglese. Conoscendola pensa che usare la nostra lingua madre possa servire a farmi confessare ogni oscuro segreto.
«Molto bene» rispondo subito e parlo in italiano come a dimostrare che non ho nessun segreto da nascondere.
«Tom» sospira Ashley
«Sto bene tranquilla, ti passo John d’accordo?».
«D’accordo, ma tu non stancarti troppo» dice preoccupata la madre di mio figlio ed io alzo gli occhi al cielo, anche se non può vedermi, perché sembra che questa sia la raccomandazione del giorno ultimamente.
«D’accordo, John vieni a parlare con la mamma».
Mio figlio corre subito a prendere il telefono dalle mie mani e sorrido mentre lo ascolto parlare della sua vittoria al videogioco con entusiasmo. Racconta alla madre anche della giornata al mare, del suo gelato finito a terra e poi ricomprato da una gentile ragazza. Per quanto John esageri sempre, devo dire che stavolta ha ragione. Quella ragazza è stata molto gentile, non è da tutti compiere un gesto disinteressato al giorno d'oggi ed io lo so benissimo. Non l'abbiamo più vista quando siamo usciti insieme al cameriere che si è occupato di pulire a terra, e mi chiedo se sia andata in giro a dispensare buone azioni come ha fatto con noi.
«Possiamo fare delle foto domani? Così le mandiamo alla mamma» suggerisce mio figlio quando posa il telefono e salta a sedersi accanto a me.
«Va bene, ma solo se facciamo pose buffe»
«Ok» ride divertito John. «Mi piacciono le foto con le pose buffe»
«Anche a me» sorrido scompigliandogli i capelli.
Mia madre torna quando siamo profondamente addormentati sul divano, sollevo una palpebra a guardarla e reprimo uno sbadiglio. Lei si avvicina silenziosamente.
«Lo sveglio e lo porto di sopra» dice a bassa voce, ma io scuoto la testa.
«Lo porto io» rispondo sollevando il mio bambino addormentato. Ignoro le occhiate preoccupate di mia madre, è vero che John è diventato pesante ma la sensazione del suo corpo che si afferra fiducioso al mio, mi fa passare ogni forma di stanchezza. Lo metto a letto senza un apparente sforzo, che forse sentirò dopo e lo metto sotto le coperte. Per fortuna prima gli ho fatto infilare il pigiama altrimenti sarebbe stato complicato adesso.
«Papà» mi chiama nel sonno John mentre sto accendendo la lucetta accanto al suo letto.
«Sì?»
«Questa è stata la migliore giornata di sempre».
«Anche per me» mormoro con un sorriso. Poi mi chino a baciarlo tra i capelli ed esco silenzioso dalla sua stanza. Voglio che ogni giorno sia la migliore giornata di sempre e sono intenzionato a farlo succedere davvero.
⏱ ~22 min · 4353 parole
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione
Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.


