QUANDO SCENDE LA NOTTE
Capitolo 4 di 22

Scritto il 11/09/2026
da VIVIANA LEO


⏱ ~5 min · 969 parole

Con gli occhi offuscati dalle lacrime, la ferita che sanguina ancora e i capelli aggrovigliati per colpa delle manacce di Larry, riesco ad assistere alla scena più incredibile che io abbia mai visto in vita mia. E dire che, di cose assurde, ne ho viste parecchie!

Credo di aver sottovalutato Louis fin dal primo istante.

Larry è molto più robusto di lui, eppure riesce ad abbatterlo neanche fosse un foglio di carta velina. Un calcio ben assestato, un pugno e finisce k.o.

Non sono gesti compiuti a caso, Louis si muove sicuro e con maestria, si vede che sa bene quel che fa.

Quando Larry cade a terra svenuto, con i calzoni ancora abbassati, viene da me.

«Rose, stai bene?» chiede, e io non so se essere più meravigliata per il fatto che ricordi il mio nome o perché sembra davvero preoccupato per la mia salute. Sicuramente non ho un bell’aspetto, e per la prima volta dopo anni, davanti a quest’uomo vestito di tutto punto e dalle maniere impeccabili, mi vergogno di me stessa. Di quello che sono, di come mi tratta il genere maschile. D’altra parte, come biasimare?

Mi tratta per quello che sono: una puttana.

La prima domanda che mi salta in testa è: come mai quest’uomo si preoccupa per una puttana? Si è anche preso la briga di difendermi e non credo l’avrebbe mai fatto nessuno, se non Bob e solo perché sono una sua dipendente, altrimenti anche lui mi avrebbe lasciata marcire sull’asfalto come tutti gli altri.

Il secondo pensiero, quello più importante di tutti, è che sono viva.

Sono salva e potrò tornare dalla mia bambina.

«Grazie» mormoro in un soffio. Lo osservo mentre prende un fazzoletto dalla tasca, probabilmente pregiato, e fa per pulirmi la fronte.

Mi scosto immediatamente prima che possa macchiarlo e lui mi guarda interrogativo.

«Non voglio farti rovinare il fazzoletto» spiego e da come mi osserva ora sembra stia pensando che sono pazza.

«Non me ne importa di uno stupido fazzoletto». Riavvicina la mano con un gesto che non ammette repliche e io questa volta lo lascio fare, in un modo docile a cui non sono abituata.

«Ti accompagno in ospedale».

Mi scosto di nuovo. «Non se ne parla».

«Rose…»

«Sto bene».

«Allora andiamo a denunciare questo bastardo».

«Denunciare? Dagli sbirri?» Solo quella parola basta a farmi venire l’orticaria. «Non esiste».

«Ma devi…»

«Cosa? Andare dai piedipiatti e farmi prendere in giro con battute pesanti perché sono…» Sto per dire “una puttana” ad alta voce ma mi blocco per pudore, un pudore che fino a questa notte non sapevo neppure di avere. «Non servirebbe a nulla. Senti, sono stanca. Voglio solo andare a casa».

«Potrebbe riprovarci».

«Chiederò a Bob di accompagnarmi alla macchina, da ora in poi».

Non sembra soddisfatto.

«Ti accompagno a casa».

«Non ho bisogno di un bodyguard» cerco di frenarlo, ma non so neanche io perché. In fondo, il pensiero che qualcuno mi riaccompagni a casa in questo momento e si prenda cura di me, anche se per poco, non mi dispiace. Forse capita così tanto di rado che, un po’, mi spaventa.

«Lo so, ma ti accompagno lo stesso. Andiamo».

«Ma la mia macchina…»

«Te la porto dopo io, se mi lasci le chiavi».

Non ho davvero più obiezioni da fare, tranne per il fatto che mi sto fidando troppo di lui. In questo modo vedrà dove abito, e non succede mai. Per di più avrà le chiavi della mia macchina, ma con quella non credo possa fare granché. Non mi sembra il tipo che possa usarla per rapinare una banca.

Alla fine sarà la stanchezza, sarà che non ho più voglia di discutere, ma accetto. Separo le chiavi dell’auto da quelle di casa e gliele porgo.

Louis mi indica una moto grigio metallizzata, parcheggiata un po’ più distante, e io resto meravigliata nel vederla.

«La moto è tua?» chiedo.

«Sì, perché?»

«Non ti facevo tipo da moto».

«Ah no?» Sembra quasi divertito. Mi porge un casco nero e io lo infilo sopra i capelli disfatti, anche se a causa di quel movimento la fronte brucia di più. «E da cosa, allora?»

«Non so… Da Lamborghini, o magari una Rolls Roys».

«Una Rolls Roys?» Stavolta scoppia a ridere divertito e per qualche secondo resto a fissarlo affascinata. Anche la sua risata è elegante, proprio come lui. Da dove esce questo tizio? Se non fosse per la moto, direi che appartiene a un’altra epoca.

Saliamo entrambi sul mezzo e l’improvvisa vicinanza col suo bacino mi stordisce un po’.

Non sono una ragazzina alle prime armi, anzi, di uomini ne ho visti e toccati parecchi nella mia vita. Allora perché questa sensazione di calore mi lascia così stranita?

Appoggio le mani sulla sua vita, per mantenermi quando dà gas, e scopro che è snella e muscolosa, proprio come sembrava.

Louis sembra non farci caso, mi chiede indicazioni su dove andare e io gli spiego dove abito. È anche strano che io mi stia fidando così facilmente, ma preferisco ancora non pensarci. Probabilmente mi darò della stupida domani mattina, a mente lucida, ma ora il mio unico desiderio è tornare a casa.

Sana e salva.

Le strade a quest’ora sono praticamente deserte e dopo qualche minuto riusciamo ad arrivare. Louis sembra incuriosito. Sfila il casco e osserva. «Questa è casa tua?»

«Sì». Per un attimo penso che si aspetti un invito ma se è così non lo dà a vedere.

Scendo dalla moto e gli restituisco il casco, nel silenzio della strada dormiente.

«Lo conoscevi?» chiede allora e so che si sta riferendo a quel coglione di Larry.

«Purtroppo sì» sospiro. «Buonanotte, Louis e… grazie».

Lui mi fissa senza dire nulla e io mi allontano di qualche passo.

«Rose?» Mi richiama prima che possa entrare. Mi piace come pronuncia il mio nome.

«Sì?»

«Sta’ attenta».

«Certo. Come sempre».

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