AMATI SEMPRE
Capitolo 1 di 51

Scritto il 08/08/2026
da VIVIANA LEO


⏱ ~7 min · 1366 parole

PROLOGO
 

Jasmine

 

«Hai saputo del nuovo prof?» Ally sorride divertita, mentre sbuffo rumorosamente. Non si vocifera altro tra i corridoi.

«Mi interessa poco».

«Non sei curiosa di vederlo?» chiede mentre afferra una mela dal bancone della mensa. Siamo in fila con i nostri vassoi semivuoti, in attesa che la marmaglia di fronte a noi si dia una mossa.

Ally scuote un po’ la sua folta coda di cavallo e noto alcune occhiate interessate dirigersi verso la sua figura longilinea. Ha uno stuolo di gente che le muore dietro. Ci conosciamo dal primo anno e, che io sappia, è sempre stato così. Credo che i suoi occhi verdi e magnetici e quei capelli biondi lucidi contribuiscano, ma c’è dell’altro. Ally riesce sempre a essere così… carismatica. Credo sia una sua caratteristica innata, che ovviamente le invidio, ma la adoro proprio perché non ha un briciolo di vanità in corpo. Anzi, è la persona più umile e gentile che io conosca, almeno con me. Non penso possano dire lo stesso molti dei ragazzi che le fanno il filo, ma trovo sia giusto farsi rispettare.

La mia scuola è una giungla.

Non lo dico tanto per dire, basta guardarsi attorno e capire che tutti questi ragazzi, maschi o femmine che siano, sono animali. So che così dicendo metto anche me nel mucchio, ma è la pura verità. La sala mensa è stracolma di studenti e non faccio altro, ovunque io guardi, che vedere ragazzi che si grattano le parti basse, altri che rumoreggiano in modo disgustoso mentre mangiano, altri ancora che fanno la radiografia ai corpi femminili di passaggio, ghigni malefici e chi più ne ha più ne metta.

Ecco uno dei motivi per cui non vedo l’ora di andare via da questo posto.

Ed ecco uno dei motivi per cui l’arrivo di un nuovo professore di letteratura inglese è l’ultimo dei miei pensieri.

Sono all’ultimo anno e non posso permettermi una bocciatura, non proprio mentre inizio a vedere la luce in fondo al tunnel.

«Sediamoci lì» dice Ally dopo che, finalmente, abbiamo riempito i nostri vassoi. Come al solito non c’è molta scelta. Io e Ally non ci sogneremmo mai di sederci di fianco ai nerd, ai dark, alle stronze della scuola o agli sportivi. Non per qualche motivo in particolare, è solo che qui ognuno ha un suo terreno delimitato.

Come gli animali, appunto.

Noto le occhiatine che mi indirizzano, accompagnate dai classici risolini derisori, ma non ci faccio caso. O almeno ci provo. È solo una delle tante giornate qui, tutte uguali per quanto mi riguarda.

Non ci resta che lo spazio per chi non ha una categoria ufficiale. Gli sfigati, dunque.

«Non sei curiosa neanche un po’?» insiste la mia amica quando prendiamo posto sull’unica panca rimasta vuota.

«No, Ally», sospiro scuotendo il capo.

«Perché dovrebbe essere curiosa?» Finn si ficca una patatina in bocca mentre si siede al fianco di Ally e lei si sposta, facendogli spazio. Ecco l’altro “sfigato” come noi. Finn è un tipo simpatico, ci fa spesso compagnia, ma anche lui non si identifica in nessuna categoria. Comunque non mi dispiace, mi fa ridere, anche se il resto della scuola lo considera un fantasma.

A volte vorrei che anche io fossi considerata allo stesso modo, di certo la vita sarebbe più semplice.

Finn ha un caschetto castano in testa, di quelli che sembrano creati da una scodella, e grandi occhi marroni. Sarebbe anche carino, se non fosse che, purtroppo, è molto più basso rispetto ai nostri coetanei, e questo lo bolla subito come “non interessante” dalla maggior parte delle donzelle della scuola.

Credo che Finn ci soffra, anche se per la maggior parte del tempo non lo dà a vedere.

«Il nuovo prof» gli spiega Ally.

«Ah sì, il famoso nuovo prof di letteratura. Ne ho sentito parlare». No, anche lui no!

«Ma non si parla di altro in questa scuola?» gemo anche se forse ne dovrei essere contenta. Se l’attenzione dei miei compagni è spostata su qualcosa che non sia io, ben venga. Di solito, uno dei loro argomenti preferiti riguarda la sottoscritta.

Cinque minuti prima che suoni la campanella, avviso i miei amici che devo andare in bagno. Lo faccio di proposito, perché spero che non ci sia molta gente, e infatti, per mia fortuna, il bagno delle ragazze sembra vuoto.

Tiro un sospiro di sollievo.

Dopo aver fatto pipì, mi sciacquo le mani a uno dei tanti lavandini. Sono abituata a evitare la mia immagine riflessa nello specchio ma, forse per puro senso masochistico, stavolta alzo gli occhi e li punto sul mio viso. Sono quasi diciott’anni che convivo con me stessa, dovrei essere abituata, invece ogni volta che mi guardo, anche solo di sfuggita, provo una piccola fitta allo stomaco, come se non mi riconoscessi.

Sono di colore, ma non è questo il problema. Certo, nella mia scuola anche le ragazze nere non hanno vita facile, ma sicuramente la loro è più semplice della mia.

Sono di colore e ho una particolarità della pelle chiamata vitiligine, sparsa in tutto il corpo, anche sul viso. Soprattutto sul viso. La pelle scura si alterna a quella chiara in un mosaico di colori che fa di me una specie di fenomeno da baraccone.

Mi sciacquo il viso, con l’intima speranza che le macchie spariscano, invece sono sempre lì, a maledirmi fin dai primi anni della mia nascita. Per strada o a scuola, è come se io avessi un faro enorme puntato sempre e solo su di me, che induce ad attirare l’attenzione di chi mi guarda. Purtroppo non in positivo. Gli unici che non mi fanno pesare questo mio difetto sono Finn e Ally, anche se non capisco nemmeno io come facciano. Sono un’emarginata e, di conseguenza, hanno scelto di esserlo con me. Forse non Finn, che lo è già di suo, ma Ally potrebbe avere molto di più se lo volesse. So che se mi sentisse, si arrabbierebbe molto. Io e lei siamo amiche dal primo anno di liceo, da quando mi ha prestato una penna alla lezione di biologia, e da lì non ci siamo più lasciate. Mi chiedo spesso come sarebbero stati i suoi anni di liceo, se non avesse legato con me. Sicuramente diversi, sarebbe stata molto più amata e popolare, quasi quanto…

Proprio mentre la sto pensando, entra in bagno la diretta interessata.

Regina.

Perfino il suo nome l’ha bollata come diva fin dalla nascita, e lo è davvero. Capelli biondissimi e lisci come seta, fisico da cheerleader, occhi azzurri e, ovviamente, una pelle così candida da fare invidia a un neonato.

Tanto bella, quanto stronza.

È in compagnia di Amanda, una delle sue amiche più strette, e non appena mi vede un sorriso sprezzante si dipinge sul bel volto. Mi odia da quando mi ha incrociato per la prima volta fra i corridoi della scuola e il motivo di tanto odio è proprio il colore strano della mia pelle. Per lei esistono solo bellezza e perfezione, non c’è nulla di orrido o insignificante che possa attirare la sua attenzione, almeno in positivo. Per il resto sì, la sua attenzione la attiro eccome.

«Oh, guarda chi c’è» dice alla sua amica che ha iniziato a ghignare, proprio come lei. «Il cucciolo di dalmata».

Ecco uno dei miei tanti soprannomi, credo sia il più gettonato. Mi hanno chiamato davvero in tanti modi in questi anni: scherzo della natura, puzzle, meticcia… Ma dalmata è quello che preferiscono, forse perché è l’animale che rappresenta al meglio il mio difetto.

Non parlo neppure, faccio per uscire ma Amanda mi si para davanti, impedendomi di farlo.

«Devo andare a lezione» provo a dire, ma sembrano non ascoltarmi. Regina mi si avvicina, il suo profumo dolciastro ormai è diventato un incubo per me, e mi scruta con quegli occhi che, per quanto sono belli, dovrebbero essere gentili. Ma non lo sono mai stati.

«Mi sembra ti manchi qualcosa» dice e io non capisco a cosa si riferisca, finché non porta una chewin gum dalla sua bocca ai miei capelli. La fisso inorridita, senza avere la forza di muovere un muscolo, e lei annuisce mentre Amanda ride.

«Ora stai benissimo, tesoro, puoi andare».

La odio.

Ma più di tutti, odio me stessa.

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