AMATI SEMPRE
Capitolo 2 di 51

Scritto il 09/08/2026
da VIVIANA LEO


⏱ ~5 min · 952 parole

Jason

 

Sono già due anni che insegno e ancora non mi sono abituato agli schiamazzi esagerati degli studenti mentre, con la discrezione di un pachiderma in un negozio di cristalli, si dirigono nelle rispettive aule per le lezioni.

Se penso che qualche anno fa ero uno di loro, o quasi, mi viene da chiedermi come abbia fatto a sopravvivere.

Mi sono trasferito da tre giorni nella nuova scuola, il preside sembra un tipo cordiale e anche i colleghi, ma ho imparato che la prova del nove si ha sempre con i ragazzi. Insegno da quattro anni e il rapporto con loro può rendere il lavoro una passeggiata o un inferno, a seconda dei tipi che mi trovo davanti. Ogni volta è una nuova sfida, ecco perché amo insegnare.

Oggi mi presenterò ai ragazzi dell’ultimo anno e mi aspetto di tutto.

Quando metto piede nell’aula, trovo proprio il baccano tipico di chi attende un professore. Ragazzi con i piedi sui banchi, ragazze che si truccano e chiacchierano, risate sguaiate e fogli indistinti sparsi sui banchi.

«Salve, ragazzi» saluto e, per fortuna, i toni di voce si abbassano. «Sono il professor Parks». Sorrido alla platea, che per fortuna ora mi degna di attenzione, e non so se mi fissano così solo perché sono nuovo o perché, quantomeno, rispettano la mia carica di insegnante.

«Sono il vostro nuovo professore di letteratura inglese» annuncio, ma so che ne sono già a conoscenza. Mi piace provare a entrare in confidenza con i ragazzi, in fondo non ho molti anni in più di loro, e spero sempre in un approccio amichevole e non battagliero.

«So che la parola professore può mettere a disagio, ma questo è il vostro ultimo anno e desidero che voi lo passiate al meglio. Non sono un vostro nemico, sono un vostro alleato». Poso la mia ventiquattrore nera sulla cattedra e mi dirigo verso la lavagna. So già che qualcuno sta scrutando il mio abbigliamento, ho notato le loro occhiate incerte, e questo particolare mi fa sorridere ogni volta. Sì, probabilmente non sono il professore austero e con gli occhialini che i ragazzi sono abituati a vedere. I miei colleghi sembrano simpatici, sì, ma sono tutti un po’ datati e spero che questo mi dia un po’ di vantaggio nel rapporto con gli studenti.

Indosso un jeans scuro, anfibi neri e una t-shirt grigia a maniche corte che lascia scoperto metà del tatuaggio che ho sul bicipite, ricordo di quando ero ancora un laureando. Se il preside fosse più bigotto probabilmente mi avrebbe rimproverato, ma per fortuna mi ha preso immediatamente in simpatia. Certo, le mie lettere di raccomandazioni, pervenute dalle altre scuole in cui ho lavorato, probabilmente hanno contribuito a chiudere un occhio sul mio outfit. Del resto sono un bravo insegnante, nessuno può negarlo, anche se non indosso giacca e cravatta come tutti gli altri.

Scrivo la parola “fiducia” al centro della lavagna e la sottolineo più volte.

«Ecco cosa voglio da voi» spiego. «Ecco cosa vi chiedo». Mi volto a osservare quei visi adolescenziali. In alcuni ci leggo ammirazione, in altri noia, ma per fortuna ho catturato la loro attenzione. Forse un po’ di più quella femminile, ma ci sono abituato.

In quel momento, la porta dell’aula scricchiola e una ragazza fa il suo ingresso.

La prima cosa che noto è che è bellissima.

Sì, so che un professore non dovrebbe pensare questo di una sua studentessa, ma quel fisico sinuoso attirerebbe qualunque sguardo, compreso il mio.

La seconda cosa che noto è che la sua pelle è strana. Ha alcune chiazze scure e altre chiare, soprattutto vicino le labbra, e gli occhi, grandi e neri, sono arrossati, come se avesse pianto.

«Mi scusi» squittisce impaurita. Probabilmente si aspetta una ramanzina dal sottoscritto e la farei, se non fosse per quegli occhi.

«Sei in ritardo» dico solo appoggiandomi con il sedere alla cattedra.

«Mi sono trattenuta in bagno» risponde e sento qualche risatina soffocata tra i banchi. No, di certo la vita non dev’essere facile per questa ragazza.

Le faccio segno di sedersi, senza aggiungere altro, e continuo il mio discorso.

«Ora, la mia materia è, come ho già detto, la letteratura. Sapete perché la amo?» Cerco di non controllare se la ragazza nuova ha preso posto oppure no, ma mi viene spontaneo guardare nella sua direzione. Si sta sedendo a uno dei banchi vuoti, provando a fare il meno rumore possibile, ma vedo un ragazzo, seduto dietro di lei, bisbigliarle qualcosa. Penserei a qualcosa di amichevole, se non fosse che il ragazzo in questione ha un ghigno maligno dipinto sul volto.

«Tu, in fondo» dico indicandolo. Il giovane, alto e bruno, raddrizza il collo e si punta l’indice al petto.

«Dice a me?»

«Sì. Come ti chiami?»

«Peter Brown» risponde un po’ incerto.

«Bene, Brown. Che cosa ne pensi della letteratura inglese? C’è un autore che preferisci?»

Sembra preso alla sprovvista. Muove un po’ il piede, nervosamente, poi fa un cenno con la testa, che somiglia a un no.

«Nemmeno uno? Sono sicuro che se ci pensi un po’ qualcosa ti verrà in mente». Sorrido, mentre la classe sembra quasi divertita che il loro compagno sia in difficoltà. «Una commedia? O una tragedia, se preferisci».

La ragazza nuova mi fissa a occhi sbarrati. Probabilmente ha capito perché ho interpellato proprio lui fra tutti e sta cercando di studiare le mie mosse, titubante. «E tu, signorina in ritardo?» chiedo quindi facendola sussultare.

«Jasmine Sullivan» dice e sembra quasi voglia correggermi. Sorrido e annuisco col capo, attendendo ancora una risposta.

«Jane Austin» sussurra quindi, come se avesse paura di dirlo ad alta voce. Non so perché ma me lo aspettavo.

«Ottima scelta, signorina Sullivan. Ci aspetta di certo un brillante anno insieme».

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