AMATI SEMPRE
Capitolo 10 di 51

Scritto il 06/09/2026
da VIVIANA LEO


⏱ ~4 min · 820 parole

Jason

 

«È lei la ragazza di cui mi hai parlato?» Il tono malizioso di Rebecca mi induce a osservare la figura fuggitiva di Jasmine che scompare verso l’uscita. Probabilmente avrà pensato che io e Rebecca stiamo insieme, ma non importa. Una mia studentessa non deve sapere proprio tutto di me.

Sospiro e scuoto il capo. «Non è come pensi, Becca, te l’ho detto» le dico accigliato.

«Ma io non penso nulla». Il sorriso che si allarga sul suo viso sbarazzino mi dice che, invece, sta proprio pensando quello che credo.

«È una mia studentessa» le ricordo.

«Sì ma… Cavolo, Jas, è stupenda».

«Farò finta di non aver sentito» dico prima di dirigermi verso l’uscita del personale, con la mia adorata chitarra sulle spalle. Rebecca, come previsto, mi segue. «Quale parte di “è una mia studentessa” non hai compreso?» Le rivolgo un’occhiata di rimprovero e lei scuote le spalle.

«Ho solo detto che è bella, mica che ci devi andare a letto».

Quell’affermazione, pronunciata da lei, per poco non mi fa inciampare sui miei stessi piedi.

«Rebecca!» la sgrido, quasi scandalizzato, e lei ridacchia divertita. Le piace sempre prendermi in giro, perché sa che le perdono sempre tutto.

«Come sta papà?» le chiedo poi, giusto per cambiare argomento. Non che mi interessi davvero. L’aria esterna è molto più fresca rispetto a quella del locale, ma non è ancora arrivato l’inverno o il bianco candido della neve a ornare il paesaggio. Sollevo la zip della giacca leggera che indosso, mentre Rebecca infila distrattamente un coprispalle fucsia. Lei e i suoi colori sgargianti, un amore infinito. Tutto il contrario di…

Aggrotto la fronte, perplesso. Perché mai in questo momento mi è tornata in mente Jasmine? Lei indossa sempre colori scuri, ma non so nemmeno come mai ci abbia fatto caso. Di solito non bado a questi particolari che riguardano i miei studenti.

«Come al solito» risponde mia sorella in merito alla mia domanda. D’istinto, le mie spalle si irrigidiscono. Non posso farci nulla, quando si parla di mio padre il mio umore crolla drasticamente. Forse perché, per me, resta uno stronzo senza pari. Anche Rebecca cambia espressione, probabilmente sempre a causa sua. È l’unica, fra noi due, che si ostina ancora ad andare a trovarlo. Io ho smesso un anno fa, anche se lei ogni tanto mi aggiorna sulla sua salute.

«Non se la passa molto bene» continua, con un filo di voce, come se temesse di dirmelo. Lo so benissimo che non se la passa bene, non ho mai dubitato del contrario.

«Questo perché ha una seria dipendenza dall’alcol» dico schifato. Le strade, ormai poco trafficate, accolgono i nostri passi solitari. I miei sicuri e regolari, quelli di Rebecca piccoli e un po’ incerti.

«Dice di essere pulito. Non beve nulla da due mesi».

Mi sfugge un sorrisetto sardonico. «E tu gli credi?»

«È nostro padre…»

Me ne fotto un cazzo che è nostro padre, mi verrebbe da dirle, ma non mi va di trattarla male. Tra i due, è sempre stata lei quella più fiduciosa. Al di fuori della scuola, io ho smesso di credere nelle buone intenzioni, soprattutto quando si parla di mio padre. O di quello che ne è rimasto.

«Sai come la penso, Becca» sospiro. Ne abbiamo parlato mille volte e non ho voglia di farlo anche ora, non ho voglia di discutere con mia sorella sempre per gli stessi argomenti. So già come andrà a finire. Un giorno ci chiameranno perché qualcuno lo troverà senza vita, riverso in qualche squallido vicolo, o nella sua stessa casa. Spero solo che non debba toccare a Rebecca trovarlo.

Sono contento che lei ora stia in affitto con altre due ragazze universitarie. Saperla in quella casa non mi avrebbe fatto stare tranquillo, probabilmente l’avrei convinta a venire a vivere con me.

«Io penso che dovremmo provare ad aiutarlo».

«Non puoi aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato» dico e subito mi torna in mente Jasmine. Ancora. Mi ha chiaramente detto di non desiderare il mio aiuto, eppure so per certo che non è questo che davvero vuole. Mio padre, invece… quando gli ho accennato all’esistenza di un gruppo di sostegno per alcolisti, mi ha mandato a quel paese senza tanti complimenti, con una rabbia che mi ha spiazzato. Sono suo figlio, avrei voluto aiutarlo… ma ora non più.

Il divorzio con mia madre lo ha fatto cadere in un abisso senza fondo; né io, né Rebecca possiamo fare più nulla per lui.

«Si sente solo» mormora mia sorella, triste.

«Siamo tutti soli, in fondo. Il segreto è cercare qualcuno con cui condividere la solitudine».

«Noi lo facciamo» sorride, ma è un sorriso spento. So a cosa sta pensando. Almeno noi ci facciamo compagnia a vicenda, mentre lui non ha nessuno.

Anche io avrei voluto qualcosa di diverso.

Non l’ho scelto io come padre, ma lo avevo accettato, nonostante gli insulti e gli improperi.

Lui, invece, non ha mai accettato me.

⏱ ~4 min

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