AMATI SEMPRE
Capitolo 11 di 51

Scritto il 12/09/2026
da VIVIANA LEO


⏱ ~7 min · 1412 parole

Jasmine

 

Il verde e l’arancione, sulla tela, danno un tocco di colore a questa giornata uggiosa.

Sabato pomeriggio, nessuna voglia di uscire e la pioggia che ticchetta insistente sui battenti. Ma a me non dà fastidio, anzi, mi fa compagnia, mentre provo a scolpire sulla tela ciò che ho in mente.

Amo dipingere, ma non lo sa nessuno.

O meglio, lo sanno solo Ally e la mia famiglia, anche se Ally non ha mai visto un mio quadro e non ho intenzione di mostraglielo.

Non sono Picasso, amo solo imbrattare ciò che è bianco e puro, forse perché rispecchia un po’ ciò che resta della mia anima, se mai ne ho avuta una. Non sono mai stata molto credente, forse perché tendo a essere troppo razionale per credere che qualcuno, lassù, mi ami incondizionatamente per come sono.

Come può, un Dio, permettere che ci sia sofferenza nel mondo? Non ho ancora compreso il grande disegno divino, se davvero esiste un senso a tutto questo.

Mentre il mio pennello scivola sulla tela, penso che forse sono tutte illusioni. Forse l’uomo ha bisogno di credere in qualcosa, perché se non lo facesse si sentirebbe solo e perso.

Siamo tutti bisognosi d’affetto, è questa la verità, chi più e chi meno.

Quando termino il volto in primo piano, mi rendo conto che somiglia tremendamente al professor Parks. Ne resto meravigliata, anche perché ho agito d’istinto, non ho riflettuto su ciò che stavo creando, ho solo lasciato che la mano si muovesse da sola.

Sento qualcuno bussare alla porta e, in fretta, metto via il quadro. Vengo qui in soffitta a dipingere, proprio perché non voglio che qualcuno mi disturbi, e perché spero sempre che nessuno veda i miei quadri. Sono solo sfoghi, non ho voglia di essere giudicata.

«Jasmine?» La voce di mio padre mi scolpisce un sorriso sul volto.

«Sei tornato!» esclamo non appena apre la porta. Sono sporca di vernice, ma lui sembra non curarsene quando viene ad abbracciarmi.

«Piccola mia!»

Ho quasi diciott’anni, ma per mio padre sono sempre “piccola”, e credo lo sarò per sempre, penso con un sorriso. Il profumo del suo dopobarba è inconfondibile, lo riconoscerei tra mille.

Mio padre è un uomo di colore, con il fisico di un giocatore da basket e il cuore enorme. Lavora per la Marina Militare ed è spesso via per lunghi periodi, e mi manca terribilmente nei giorni in cui non c’è. Adoro mia madre, ma con mio padre ho un rapporto speciale. Con lui rido, mi confido, forse perché è un adulto fuori, ma con il cuore di un bambino.

Da piccola pensavo che tutti gli uomini fossero come il mio papà, ora che sono cresciuta vorrei che tutti lo fossero, ma so che non è così.

«Stavolta siamo stati via poco» mi dice intanto, sedendosi su uno dei vecchi divani che ho sistemato per il mio rifugio personale. Ho arredato la soffitta come un piccolo studio e ne sono stata sempre abbastanza orgogliosa. Ci sono una coppia di divani, una scrivania modesta e un cavalletto per le tele. Non mi serve altro.

«Papà, anche una settimana sembra una vita senza di te» rispondo e lui sorride, felice.

«Hai ragione, cucciola mia. Vieni qui». Batte la mano sul cuscino al suo fianco e io non me lo faccio ripetere due volte. Mi accomodo sul divano e mio padre mi cinge le spalle con un braccio.

«Allora, cosa hai combinato durante la mia assenza?»

«Il solito». Scrollo le spalle e lui mi stringe un po’ di più.

«Hai già fatto domanda per il college?»

Sospiro. Ne ho fatte tre, ma vorrei farne altre. Qualunque università mi porti via da qui è ben accetta. Mi accontenterei anche di una poco importante.

«Sì» confesso. «Ma non so se…»

«Ehi, ehi!» Mi costringe a voltarmi per guardarlo. «Cos’è quel tono afflitto? Nessun dubbio, cucciola. Ricordi il mio mantra?»

«Amati sempre» mormoro, anche se poco convinta. Mio padre adora ripetermelo all’infinito, anche se io non ho mai messo in pratica nulla del genere. Come si fa ad amare la persona che più odio al mondo? È praticamente impossibile.

«Non dimenticarlo». Mi stampa un bacio sulla guancia e sorride. «Andrà tutto bene, vedrai».

«Papà, a proposito… Sto partecipando a un concorso di letteratura» butto la frase lì, come se non fosse nulla di che, ma attiro subito l’attenzione di mio padre che mi guarda con attenzione.

«È una bellissima notizia» commenta e so che lo pensa davvero.

«C’è un professore nuovo a scuola e lui… lui pensa che io ce la possa fare».

«Questo professore mi piace già» dice e io mi mordo un labbro, in imbarazzo. Se sapesse che cosa penso di lui, probabilmente non gli piacerebbe così tanto.

«Raccontami di più».

«Non ne so molto… Per ora so che ci proverò».

«E io farò il tifo per te, come sempre».

Non l’ho mai dubitato.

Restiamo in silenzio per qualche secondo, stretti, immersi ognuno nei propri pensieri, finché lui non chiede: «E questo nuovo professore com’è?»

Figo, è la prima risposta che mi viene in mente, ma ometto questo pensiero nel momento stesso in cui lo formulo. «È okay» rispondo solo. «Lui è okay».

«Ha una ragazza?» Il tono stridulo di Ally mi induce a guardarmi attorno.

«Sssh! Vuoi che lo sappia tutta la scuola?» la riprendo abbassando la voce. Siamo nel corridoio centrale, Finn non è ancora arrivato, e forse ho fatto male ma le ho confessato di averlo visto insieme a una ragazza, venerdì sera.

«Chi è questa?» domanda poi, ma ha la decenza di abbassare i toni e piegarsi verso di me, evitando orecchie indiscrete.

Scrollo le spalle. «Una bella ragazza».

Ally aggrotta la fronte. «Ma tu che ci facevi insieme a lui dopo che io e Finn siamo andati via?»

Le racconto della sua proposta di partecipazione al concorso e sul volto di Ally si dipinge lo stupore.

«È favoloso, Jasmine! Perché non me lo hai detto prima?»

«Perché non volevo partecipare, all’inizio. Mi sembrava tutto così assurdo e non penso che…»

Ally mi afferra una mano, con decisione. «Se c’è una persona che può farcela, in questa scuola, quella sei tu» afferma e io mi sento sprizzare il cuore di gioia. Ho un’amica speciale, l’ho sempre saputo, ma quando mi dimostra tanta fiducia mi rende felice e lusingata allo stesso tempo.

«Davvero lo pensi?» le chiedo esitante.

«Senza alcun dubbio». Ci incamminiamo insieme verso l’aula di chimica, dove abbiamo lezione entrambe. «E ora descrivimi questa ragazza, per piacere. Sto seriamente pensando di pagare un sicario per farla fuori».

Istintivamente, scoppio a ridere di gusto alla sua battuta, ma qualcosa mi urta una spalla.

«Ops, che sbadata!» La voce di Regina mi fa rivoltare nello stomaco la colazione di questa mattina. Mi volto e, come al solito, è più luminosa e perfetta che mai. Indossa la divisa delle cheerleader, probabilmente ha gli allenamenti, e non posso fare a meno di notare che le sta divinamente.

Maledetta.

Se solo fosse meno perfetta…

«Sta’ più attenta» la redarguisce Ally, ma Regina sembra non vederla, concentrata com’è a indirizzare il suo carico di odio verso la mia persona.

«Mi hanno detto che hai intenzione di partecipare al concorso di letteratura». Butta la bomba proprio lì, in mezzo al corridoio, con migliaia di orecchie studentesche in ascolto. Non che fosse un segreto, ma speravo che la notizia non si spargesse subito a macchia d’olio.

«E quindi?» Ally è subito sulla difensiva, come sempre al mio fianco, ma io le stringo un braccio per cercare di ammansirla. Non voglio sceneggiate a scuola. Se dovesse succedere qualcosa, il preside non esiterebbe a sospendere me e lei, mentre grazierebbe Regina. Come sempre.

«E quindi pensi davvero che la prenderebbero sul serio? Insomma, guardala! I giudici si faranno quattro risate non appena la vedranno».

Resto senza parole. Regina è stata sempre cattiva con me, in molti modi, ma in questo momento mi sembra che abbia toccato il fondo. Pronuncia quelle parole con una crudeltà inaudita, quasi disumana, talmente tanto da lasciarmi impietrita.

Ed è a questo punto che faccio la più grande cavolata della mia vita.

Senza pensare, con le lacrime agli occhi, accecata dalla rabbia, le tiro uno schiaffo.

L’impatto tra la mia mano e il suo viso mi lascia il palmo dolorante e il volto di Regina si piega per il colpo.

L’intero corridoio ammutolisce, mi sembra quasi che nessuno stia più respirando, e il silenzio lo avvolge per qualche lunghissimo secondo.

Finché non scoppia il caos.

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