PERSA NEL TUO RIFLESSO - Capitolo 12 di 26

Scritto il 08/07/2026
da M. P. BLACK


Passai la giornata tappata nel salottino blu, con un buon numero di libri che avevo arraffato dalla biblioteca e con Henry che ogni tanto appariva all’improvviso, facendomi prendere un colpo.

Poi mi chiamò Antoinette.

Dopo avermi ascoltata, lei decise che una buona dose di sesso, con Anthony per intenderci, mi avrebbe senza dubbio aiutata a uscire rapidamente da quella specie di apatia in cui mi ero tuffata.

Infine, mentre io tentavo inutilmente di ribattere, mi invitò a trovarmi in fretta un lavoro per riempire le mie giornate.

Così, trascorsi il resto del tempo a riflettere sul fatto che Antoinette aveva ragione su ogni fronte: non facevo sesso da tanto, troppo tempo, però non mi sentivo ancora pronta per affrontare quella mancanza.

Invece, un lavoro dovevo trovarmelo per davvero, o avrei rischiato di impazzire, standomene tutto il giorno con le mani in mano.

Mentre mi fiondavo in camera con l’intenzione di prepararmi a puntino per l’uscita con Anthony, mi ripromisi che l’indomani avrei fatto un giretto in paese alla ricerca di qualcosa che potesse impegnarmi. Non mi importava prendere chissà quanti soldi al mese, però sapevo che Antoinette aveva ragione.

Dovevo impegnare la mia vita con qualcosa di concreto, altrimenti il mio cervello, a breve, se ne sarebbe andato in pappa e io avrei vissuto, se così si può dire, come uno zombie che vaga sulla terra senza alcuna meta.

Mentre mi lavavo i capelli sotto la doccia, e riflettevo sull’abito che avrei indossato per la serata, ripensai alla faccia che aveva fatto mio padre quando gli avevo comunicato che, quella sera, sarei uscita con Anthony Chapman.

Prima aveva sbarrato gli occhi, poi era impallidito, infine era arrossito e mi aveva abbracciata, stringendomi forte a sé per qualche istante.

Dopo di che, mi aveva comunicato che quella era indubbiamente la migliore notizia che avesse mai ricevuto negli ultimi tempi.

Naturalmente, non erano mancate le raccomandazioni del genere stai attenta, non esagerare, non vestirti troppo scollata, tieni sempre la testa sulle spalle etc…, le stesse che mi faceva quando ero una ragazzina di quattordici anni.

Forse, pensai mentre mi passavo un secondo giro di shampoo sui capelli, avrebbe continuato a riempirmi di raccomandazioni fino a tarda età. Perché lui era fatto così, perché era un padre vero, amorevole, sincero.

Perché gli ero rimasta solo io.

Perché gli ricordavo mamma sotto tanti punti di vista.

E infine perché non voleva perdermi.

Quando uscii dalla doccia, avvolta nell’accappatoio, spalancai le ante dell’armadio e passai in rassegna gli abiti, sbuffando.

Non avevo mai avuto abiti eccessivamente eleganti, quindi afferrai il tubino nero, che mi arrivava appena sotto le ginocchia e metteva in risalto le mie curve.

Poi mi asciugai in fretta i capelli, lasciandoli sciolti sulle spalle, mi truccai accuratamente gli occhi con un ombretto scuro e, come tocco finale, dipinsi le labbra con un rosso vivace. Superando il mio astio per i tacchi, indossai un paio di scarpe nere a tacco dieci, che mamma mi aveva regalato per il mio diciottesimo compleanno, asserendo che era arrivato il momento che mettessi da parte gli anfibi che ero solita indossare.

A conti fatti, avevo portato quelle scarpe in poche occasioni, perché erano davvero scomode per i miei piedi, abituati a muoversi sul piano o quasi.

Ma per quella serata erano assolutamente perfette.

Prima di indossare il lungo cappotto viola, mi diedi un rapido sguardo allo specchio e abbozzai un sorriso.

Dentro di me, sapevo di essere una bella ragazza. Il problema stava semplicemente nel fatto che la mia autostima era sempre sotto i tacchi e che, dopo la morte di mamma, si era annullata quasi del tutto.

Sospirai, afferrai la borsetta nera con paillettes viola, osservai rapidamente lo smalto nero delle unghie, per verificare che non si fosse rovinato, quindi raggiunsi in fretta il piano terra, sperando di non crollare rovinosamente dalle scale.

In ingresso, trovai mio padre che, mani in tasca, stava osservando il vaso di fiori cinese, sistemato sopra uno dei mobili accostati alle pareti.

Capii immediatamente che voleva aspettare l’arrivo di Anthony e non gli diedi torto. Ero la sua unica figlia e per lui non doveva essere facile accettare di dividermi con un altro uomo.

“Sei splendida.” sussurrò quando si accorse della mia presenza, squadrandomi da cima a piedi.

Aveva gli occhi che gli brillavano per l’emozione e uno strano sorriso dipinto sul volto pallido.

D’istinto, gli gettai le braccia al collo e lui mi strinse a sé, cullandomi.

“Questo è un passo molto importante Emy” disse sottovoce, staccandomi con gentilezza. “Sono felice che tu abbia finalmente deciso di reagire, anche se devo chiederti, ancora una volta, di fare attenzione.”

Lo fissai per qualche istante, mentre mille pensieri mi affollavano la mente. Pensieri che andavano dal momento dell’incidente, a quello in cui avevo incontrato gli occhi incredibilmente verdi di Anthony.

“Non devi sentirti in colpa” sussurrò lui, sollevandomi il mento con un dito. “Devi ricominciare a vivere tesoro. Il resto, lascialo alle spalle.”

Annuii un paio di volte, inghiottendo a fatica la saliva, poi la mia attenzione, ma anche quella di mio padre, fu attirata dal rumore di un’auto che si avvicinava alla villa.

“E’ lui.” esclamai, passandomi nervosamente una mano tra i capelli.

Senza attendere che Anthony suonasse al campanello, e anticipando Colin che stava arrivando dal corridoio di destra, mi precipitai a aprire la porta, col fiato in gola.

Anthony sbarrò gli occhi, quindi mi sorrise.

“Ciao.” gli dissi semplicemente, sperando che non fosse in grado di percepire il battito furioso del mio cuore.

Lui si chinò verso di me e mi scoccò un bacio leggero sulle guance.

“Sei bellissima, da togliere il fiato.” sussurrò poi, a pochi centimetri dalle mie labbra. “E molto alta.”

Una cascata di brividi mi riempì la schiena, ma io cercai di mostrarmi disinvolta, anche se dentro mi sentivo morire.

Fu mio padre a togliermi dall’imbarazzo. Affiorò in un battibaleno dalle mie spalle e tese il braccio destro.

“Charles Hill, piacere.”

Anthony allargò il sorriso e si affrettò a stringere la mano di mio padre. Li vidi guardarsi con attenzione per qualche istante, studiandosi a vicenda.

Quindi il mio accompagnatore spezzò il silenzio presentandosi a sua volta.

“Anthony Chapman. Il piacere è mio, signore.”

Con le guance in fiamme, mi voltai a guardare Anthony. Quella sera aveva indossato un cappotto grigio che gli arrivava fino alle ginocchia, dal quale spuntavano eleganti pantaloni scuri che poggiavano sopra a un paio immacolato di mocassini in pelle nera.

Era bello da togliere il fiato.

“Non la riporterò a casa tardi, signore.”

Papà abbozzò un sorriso di circostanza, quindi mi si avvicinò e mi lasciò un bacio frettoloso sulla guancia.

“Fai la brava.” mi sussurrò appena all’orecchio, consegnandomi poi a Anthony, che mi prese sottobraccio.

L’aria fredda della sera mi investì con tutta la sua potenza. Le guance e le mani iniziarono a pizzicarmi e maledii il fatto di non aver indossato i miei amati guanti in pelle nera.

Anthony, intuendo il mio disagio, si affrettò a aprirmi la portiera della sua elegante Mercedes nera, quindi corse dall’altro lato per poi accomodarsi al posto guida.

“Freddo, eh?” commentò, mettendo in moto l’auto.

Io mi limitai a annuire e iniziai a sfregarmi le mani.

“Accendo il riscaldamento” continuò lui, mentre armeggiava con un pulsante sul pannello posto a fianco del volante. “Però per fortuna stasera ci sono le stelle. Te ne sei accorta?”

No che non me ne sono accorta! Pensai, avvicinando il viso al finestrino.

In effetti, il cielo era magnificamente cosparso di puntini dorati. Le nubi grigie, alla fine, se n’erano andate, regalandomi una serata da togliere il fiato.

“Una meraviglia, vero?” commentò Anthony, mentre io annuivo. “Direi che è proprio la serata giusta per un’uscita perfetta.”

A quelle parole, mi girai di scatto verso di lui e avvampai.

“Non mi ero neanche accorta che avesse smesso di piovere, se devo essere sincera.”

Avevo cercato di sviare il discorso, che stava diventando davvero pericoloso, buttandolo sul tempo meteorologico.

Ma Anthony parve non cogliere quella sfumatura.

“Una serata perfetta con una ragazza perfetta.” continuò, mentre io sprofondavo sul sedile.

Mi sorrise e io mi ritrovai stupidamente a pensare che non avevo mai visto un’arcata dentaria così perfetta.

“Grazie, anche tu non scherzi comunque.”

Anthony sorrise, ingranò la marcia per fare retromarcia e in pochi minuti la villa di zia fu solo un ricordo alle nostre spalle.

“Parlami di te” mi invitò a un certo punto, spezzando l’imbarazzante silenzio che si era creato tra di noi. “Da dove vieni? Che fai nella vita? E tutto il resto, se vuoi.”

Lo fissai per qualche istante, indecisa sul da farsi, quindi gli raccontai brevemente quello che mi era accaduto negli ultimi mesi, svelando, pertanto, il motivo per cui con papà ci eravamo trasferiti a Green Coast.

“Mi dispiace” sussurrò lui, sinceramente amareggiato, mentre imboccavamo la strada costiera. “Non è mai bello perdere una persona che si ama. Mio padre mi ha lasciato qualche tempo fa. Tumore al fegato. E’ stato devastante.”

Chinai lo sguardo sulle ginocchia, intrecciando nervosamente le dita delle mani.

“Sì, è devastante” commentai, a voce bassa. “Mi dispiace per tuo padre, davvero.”

Anthony fece spallucce e cambiò marcia, accelerando.

“Chi resta deve andare avanti. Si vive una sola volta, no?”

Aggrottai le sopracciglia e mi voltai verso di lui, lanciandogli uno sguardo incredulo.

“Ma come fai?”

Anthony mi lanciò un’occhiata fuggente, mentre si concentrava sulla guida.

“Come faccio cosa?”

Sospirai. “A essere così ottimista e sereno, dopo la perdita di una persona che amavi.”

Lui non mi rispose subito. Scalò la marcia, perché in quel punto la strada si stringeva, quindi alzò la mano sinistra per sfiorarmi una guancia.

Io rabbrividii a quel contatto inaspettato, ma non dissi nulla, aspettando che lui parlasse.

“Te lo ripeto, Emy. Si vive una volta sola. E io, questa esistenza, voglio godermela fino alla fine. Nel bene o nel male.”

Non era proprio la risposta che volevo sentire, ma mi accontentai, mentre Anthony poggiava la mano sul volante.

“E di te che mi dici?” gli chiesi con cautela, osservando il suo profilo pressoché perfetto.

“Che vuoi sapere?” mi provocò lui, abbozzando un sorriso che mi fece mancare il fiato.

“Quello che vuoi tu.” gli risposi, arrossendo.

Anthony si voltò verso di me e non mi sfuggì lo sguardo, seppure rapido, che poggiò sulle mie gambe, che avevo liberato dal cappotto.

“Ok ok!” esclamò lui, scoppiando a ridere. “Mi chiamo Anthony Chapman, sono l’amministratore delegato della società di famiglia impegnata nel ramo della pesca. Sono assurdamente ricco e non me ne vergogno affatto, sono figlio unico e ora vivo con mia madre in una villa sul porticciolo, accanto agli uffici dirigenziali. Però la maggior parte della mia vita l’ho vissuta a Brighton, insieme a mia zia Josephine, perché mio padre, in quegli anni, aveva voluto provare a concentrarsi su altri affari di famiglia, che non fossero solo legati alla pesca. Se devo essere sincero, quello non è stato un bel periodo per me. Troppo complicato e i miei non c’erano praticamente mai. Poi, quando mio padre vide che gli affari non andavano come lui aveva sperato, decise di ritornare qui a Green Coast. Quando la malattia iniziò a svilupparsi, scrisse il testamento e lasciò a me l’eredità della società. Una bella responsabilità per un ragazzo di ventotto anni, non credi? Comunque ho due lauree. Una in economia e commercio, l’altra in filosofia. Credo che studiare la mente e il comportamento dell’essere umano sia altamente galvanizzante e fonte di piacere.”

Si bloccò all’improvviso e io mi accorsi che non avevo neppure respirato, mentre mi parlava di sé.

“E tu Emy? Che fai ora nella vita?” mi chiese, accarezzandomi ancora una guancia.

Quel contatto inaspettato mi fece trasalire e così, per non fargli vedere che la mia pelle aveva assunto il colore della mela di Biancaneve, mi voltai verso il finestrino, lasciando che il mio sguardo si perdesse sulla vastità di luci che riempivano il paese sottostante.

“Dopo la morte di mia madre ho lasciato l’Università” gli risposi, con un filo di voce. “Il mondo mi è crollato addosso. Non sono riuscita a reagire. E ora non faccio nulla in sostanza, in attesa di capire che impegnare la mia vita.”

Sentii lo sguardo di Anthony sulla mia schiena. Era potente, pungente, indagatore. Ma non mi girai, troppo nervosa e carica di vergogna per riuscire a sostenere l’occhiata penosa che mi avrebbe sicuramente riservato.

“Potresti lavorare con una mia cara amica” disse lui, inaspettatamente. “Ha un negozio di animali giù in paese e in questi giorni sta proprio cercando qualcuno che l’aiuti.”

Mi girai di scatto, guardandolo con curiosità. “Davvero? Dici che potrei…”

“Assolutamente sì” mi interruppe lui, scalando la marcia per imboccare una curva stretta a imbuto. “Sei perfetta per quel posto. Hai bella presenza, sei gentile, dolce e sicuramente ami gli animali. E poi con la mia amica ti troverai benissimo. E’ un po’ fuori di testa e musona, se devo dirla tutta, ma è una bella persona. Potreste diventare davvero grandi amiche.”

Una vera amica ce l’ho, solo che non è qui con me ora. Mi ritrovai a pensare, col cuore che mi batteva forte in petto.

Però quella proposta aveva solleticato la mia curiosità. In effetti, amavo davvero gli animali. Fin da piccola avevo sempre sperato di poter avere un cane o un gatto in casa, ma anche un criceto o un canarino.

Però mamma si era sempre opposta all’idea, perché, secondo lei, gli animali non portavano altro che malattie.

“Allora, mi prometti che ci penserai?”

Annuii, abbozzando un sorriso. “Te lo prometto. E grazie, intanto.”

“Di nulla Emy. Se posso aiutarti in qualche modo, sarò felicissimo di farlo. Sento che sei una persona davvero speciale.”

Avvampai e chinai la testa, a fissarmi le gambe avvolte dalle calze nere setificate.

Per la prima volta, dopo tanti mesi, mi accorsi che il mio cuore stava iniziando a provare qualcosa che era simile alla felicità, o che comunque ci andava molto vicino.

E, mentre Anthony scalava ancora la marcia, mi ritrovai a pensare che tutto quello che avevo vissuto negli ultimi giorni, e che sfiorava la fantascienza, in quel momento non aveva alcuna importanza.

Con lui io non ero una Medium con la capacità di parlare e di vedere gli spettri, o di comunicare anche con l’aldilà.

Con lui ero solo Emy.

Una ragazza depressa che, ora, avrebbe lottato con le unghie per riprendersi la propria vita e per ritornare a sorridere.

Mi voltai verso Anthony, pronta a ringraziarlo per quanto stava facendo per me, ma il mio sguardo si posò, inorridito, sui suoi occhi sbarrati, fissi sulla curva che si apriva dinanzi a noi,

“I freni non funzionano.” Mi comunicò, con un filo di voce.

Mi afferrai alla cintura di sicurezza, poggiando una mano sul cruscotto davanti a me, mentre l’auto sbatteva contro il guardrail e volava, puntando verso l’oceano.

Socchiusi gli occhi e gridai.

 

 





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