Gioia lo sentì scivolare via. Le ci volle un attimo per connettere i movimenti ai comandi del cervello e quando si girò, Giordano se n’era andato.
Si sentì vuota, abbandonata, ma non usata. Anche se sapeva bene che lui l’aveva fatto: aveva usato il suo corpo così come con tutte quelle donne che lui era convinto di aver violentato.
Ma non era stato violento. Era stato deciso, selvaggio, ma non violento. Se avesse voluto, era certa che avrebbe potuto liberarsi, se l’avesse spinto via, se si fosse agitata, era sicura che lui avrebbe smesso e si sarebbe scostato.
Lo sapeva lei, e lo sapevano anche quelle donne, ma non lo sapeva lui ed era questo il problema.
Era questa la ferita che doveva riparare se voleva che lui facesse pace con se stesso per l’uomo che era stato in quegli ultimi anni. C’erano altre ferite?
Il rumore di acqua che scrosciava le disse dove era andato. Che doveva fare? Anche la strada più lunga si percorre un passo alla volta, si disse.
A dispetto di quello che pensava Giordano, a lei era piaciuto e il suo corpo era intorpidito non solo per il trattamento rude, ma soprattutto perché lei non era riuscita a raggiungere l’orgasmo e questo lui doveva saperlo, subito.
Non aveva un manuale di istruzioni, non c’erano modus operandi, nessun protocollo, zero indicazioni. Nessuno dei libri studiati, nessun esame sostenuto per ottenere la laurea in psicologia erano utili in quel frangente: navigava a vista, guidata solo dall’istinto.
L’istinto la guidò in bagno.
Come gli altri ambienti della dépendance, era un locale che univa lo stile neoclassico della costruzione all’arredamento moderno e funzionale. Il mobile era di legno scuro e marmo di carrara capeggiato da un enorme specchio nel quale di rifletteva il box doccia ricavato in una profonda nicchia di vetro aperta su un lato.
Lui era lì. Attraverso il vetro appannato e i rivoli d’acqua, poteva vederlo aggrappato al muro con la testa china tra le braccia, il soffio dell’acqua fumante lo colpiva proprio sulla nuca.
Quando avvertì la sua presenza si raddrizzò di scatto voltandosi a fronteggiarla.
Ti amo, avrebbe voluto dirgli, ma non era il momento.
La guardava a occhi sgranati, come se fosse il suo maggior desiderio e paura al tempo stesso.
Il getto dell’acqua ora lo colpiva di sbieco, incanalando il liquido tra la folta barba e la schiena, percolando sul petto muscoloso ricoperto da peluria rossiccia e poi giù sui fasci addominali e ancora più giù.
Notò una cicatrice. Un sottile linea che deturpava la pelle più chiara subito sopra l’inguine: lei ne aveva una uguale.
Allungò una mano per toccarla, ma lui le bloccò il polso.
«Lasciami perdere.»
Gioia ruotò il braccio e lui la lasciò subito.
Tolse la maglietta restando nuda davanti a lui, indicò la cicatrice gemella come ulteriore prova delle esperienze che li univano fin da prima di incontrarsi.
«Anch’io sono stata operata di appendicite.»
Giordano aprì la bocca per parlare, ma la richiuse, sulla sua, dopo averla afferrata e trascinata nella doccia con sé. Sbatterono contro il miscelatore e l’acqua si ridusse a un rivolo gocciolante.
Fu un bacio disperato. Lui la teneva per la vita e lei aveva intrecciato le dita ai suoi capelli bagnati, se cercava di allontanarla ancora glieli avrebbe strappati piuttosto che lasciarlo.
«Perché non te ne vai?» Ansimò lui prima di succhiarle la pelle del collo e stringerle le natiche fin quasi a farle male.
Gli tirò la testa indietro per guardare nella profondità dei suoi occhi di cristallo.
«Perché mi hai promesso che mi avresti fatto godere e saresti entrato così tante volte in me fino a quando avessi perso il conto. Ho contato fino a quarantasei, prima, e non ho goduto.»
La prese su di peso e barcollò fuori dalla doccia. Gioia si aggrappò alle sue spalle allacciandogli le gambe attorno alla vita per facilitargli il compito.
Si sentì rovesciare sul letto con lui che le franò addosso togliendole il fiato. Si tirò su quel poco necessario per inserire le braccia sotto le cosce tirandole verso l’alto con la pressione delle spalle e con una mano si aiutò per entrare di nuovo dentro di lei.
Gioia singhiozzò per il piacere intenso di sentirlo così a fondo, fuso nel corpo teso allo spasimo che lo accoglieva. Gli occhi chiari ora erano cupi di lussuria, si ritrasse e poi spinse ancora.
Gioia gemette, Giordano ripeté il movimento e lei gemette ancora. E ancora. E ancora.
Urlò quando lui si raddrizzò usando le mani non più per tenerle alte le cosce, ma per pizzicarle i seni.
Quasi pianse quando si chinò per succhiarle i capezzoli.
E intanto Giordano si ritraeva e spingeva, si ritraeva e spingeva, dentro e fuori fino a quando Gioia perse davvero il conto e la cognizione di tutto a parte l’estasi di quell’unione disperata. L’orgasmo arrivò presto a squassarla con le sue ondate di godimento, ma Giordano non aveva ancora finito di martellarla e continuò ancora e ancora fino a quando non si liberò con un gemito strozzato.
Le franò addosso, togliendole il respiro, Gioia cercò di baciarlo e di spostarlo solo quel tanto necessario per riuscire a inalare aria, ma appena avvertì il tocco delle labbra Giordano si spostò sul lato sinistro uscendo da lei.
Ansimava supino, a occhi chiusi.
Fece per accarezzargli il viso, ma lui le prese il polso al primo tocco e la bloccò sul letto, allora si stese accanto a lui per aspettare che tutte le tumultuose emozioni di quell’accoppiamento si quietassero prima di parlare.
Entrambi scivolarono nell’incoscienza di un sonno senza sogni.
L’odore metallico del sangue si mischia a quello della polvere da sparo e gli brucia nelle narici insieme a quello della cocaina che ha sniffato. Qualcuno di fianco a lui ulula. Lo guarda. Lo conosce. Lo detesta.
Enzino Sulace grida e balla e pesta nell’immensa pozza di sangue prodotta dai cinque uomini martoriati che non sono ancora morti. Lo stronzo ci parla, come fossero in perfetta salute e non agonizzanti ai suoi piedi.
«Ve le siete scopate le mie puttane? Peccato non lo potete fare più! Non lo potete fare piùùùù!»
Sputa in faccia a quella feccia immonda che però, forse, non merita quel trattamento. Il ricordo di tutte quelle teste in fila come birilli arriva veloce.
«Col cazzo che non lo meritano!» Grida qualcuno.
Si guarda attorno, spaesato, ma poi si accorge che è stato lui stesso a dirlo. Si guarda le mani: ne vede quattro due armate e due no.
«Qui, Casanova! Qui. Spara a questo stronzo! Sparagli ora prima che muoia! Lui ha ammazzato mio padre! Sparagli! Sparagli! SPARAGLI!»
L’ordine era stato gridato così forte che per far cessare quel rumore che gli spacca in due il cervello, lo fa.
«Ancora! Ancora! ANCORA! QUI!»
Spara di nuovo. E poi di nuovo.
Bum! Bum!
«Sì! Sì! Così! Dai! Dai!»
Sta facendo giustizia per tutto quello che quella feccia ha fatto.
Ma i cinque a terra non sono l’unica feccia.
Rivolge la pistola verso l’uomo esaltato che grida e ride. Ride e grida.
Lui è il più fetente di tutti.
Punta la pistola e preme il grilletto.
Emerse dal sonno all’improvviso. «No!»
Subito una luce accecante lo costrinse a coprirsi gli occhi con una mano mentre l’altra cercava la semiautomatica a tentoni. Invece del metallo toccò qualcosa di caldo.
«Giò… sei casa.» La voce morbida come seta scacciò gli ultimi brandelli di incoscienza.
«Spegni la luce. Per favore.»
Gioia eseguì regolando l’intensità dall’interruttore living.
Aprì gli occhi. Lei lo fissava preoccupata.
Avrebbe voluto dirle di lasciarlo perdere, di andarsene, ma la verità era che non aveva la forza di fare la cosa giusta. Piombò giù a fissare il soffitto decorato da stucchi e modanature che incorniciavano un affresco equestre di qualche antenato importante dei Torrani, uno che di certo si era ricoperto di onore e gloria ed era stato in grado di fare la cosa più giusta a dispetto delle circostanze, non come lui che non doveva nemmeno osare guardare una come Gioia De Rossi e invece lo faceva.
Era nuda, era una gioia per gli occhi con i suoi seni rotondi che sfidavano la legge di gravità e i capezzoli scuri più invitanti delle fragole mature. Se pensava a come l’aveva scopata gli tornava duro, ma si faceva anche schifo: non aveva avuto nessun riguardo, l’aveva presa senza preoccuparsi di niente se non il suo solo egoistico piacere. Mai nella vita si era comportato così con una donna, nemmeno la prima volta, quando era un diciottenne impacciato che non vedeva l’ora di perdere la verginità, e nemmeno con le schiave dei Sulace.
La mano di lei sul fianco che lo sfiorava piano, diretta verso il punto dove si concentravano tutte le brame non ancora sopite, lo riportarono al presente.
Le afferrò il polso. «No.»
«Perché?» chiese sommessa.
Scosse la testa incapace di rispondere. Non c’era niente che volesse di più che cedere e lasciarla fare e poi rovesciarla prona e fotterla fino a dimenticare come si chiamava e dov’era, ma una parte di lui, quella che si affannava per sciogliere il groviglio di emozioni e pensieri che lo assillavano, non lo voleva davvero. Quella parte avrebbe voluto fare l’amore con lei, piano, come le aveva promesso cinque anni prima, ma aveva dovuto soffocarla per così tanto tempo che ormai temeva fosse inutilizzabile.
«Parlami Giò. Dimmi di questi anni. Non esiste un giorno in cui non ti abbia pensato almeno una volta.»
Anche lui l’aveva pensata, ma non nello stesso modo.
«Hai visto il tatuaggio, no? Presumo tu ne conosca anche il significato.» Commise l’errore di guardarla: Cristo!
Gioia era seduta a gambe incrociate, i lunghi capelli scompigliati le facevano da mantello e una ciocca era caduta in avanti posandosi su un seno. Era così bella che gli si mozzò il fiato in gola e un fiotto di desiderio gli strinse i lombi. Si alzò di scatto, quasi il materasso fosse diventato radioattivo all’improvviso, frugò nel comò prendendo dei boxer per sé e una maglietta per lei.
«Vestiti» esclamò gettandogliela.
«Cos’è che ti da tanto fastidio?»
Come spiegarle? «Quando ti guardo… io…» cercò ispirazione nell’affresco e poi nell’intrico dei tasselli del pavimento.
«Sì?»
Inutile girarci attorno o sperare che lei lasciasse cadere il discorso. «Riesco solo a pensare in quale modo scoparti.»
«Ed è un male?»
«Sì.»
«Io penso lo stesso.»
Gli sfuggì un sorriso mentre osservava le venature del pavimento in doussié. «Fidati, non proprio lo stesso.»
«Mettimi alla prova.»
Si arrischiò a guardarla. Aveva messo la maglietta, ma anche se la taglia XL nascondeva le forme non celava le punte che stuzzicavano la stoffa tendendola all’altezza del petto.
«Giò. Ti prego. Dacci una possibilità.»
Si era alzata di slancio e Giordano aveva fatto un passo indietro d’istinto fino a sentire il comò contro il retro delle cosce. Lei era in piedi di fronte a lui e lo fissava con quegli occhi suadenti quanto il Rum, irresistibili come la parola “Noi”. Dacci una possibilità, una supplica ingenua e semplice da esaudire, in un contesto diverso.
«Sono un assassino.»
Una ruga profonda alterò la perfezione della sua fronte. «E chi avresti ucciso?»
«Non so i loro nomi.»
«Feccia, quindi» affermò dura.
Giordano aprì la bocca per replicare, ma non poté farlo, in fondo - non poi così in fondo in realtà - lo pensava anche lui.
«Raccontami. Ti prego.»
Gli aveva preso una mano e la stava baciando.
«Stai baciando la mano di un camorrista che ha sparato a sangue freddo a cinque persone.»
«A sangue freddo?»
Ma c’era qualcosa in grado di sconvolgerla? Ripensò a quando l’aveva conosciuta, a quelle due ore in cui Gioia aveva demolito tutto quello che Giordano credeva di sapere di sé, del senso del dovere e di certi sentimenti che non sapeva di poter provare per una donna: no, niente era in grado di sconvolgerla, non dopo tutto quello che lei stessa aveva passato. Fuori era morbida e sensuale come il velluto ma dentro era fatta di puro acciaio ed era stata temprata da bastardi con meno scrupoli dei suoi.
La voleva disperatamente e non era solo sesso.
Allungò la mano libera per scostarle i capelli dal viso, le afferrò la nuca e l’attirò verso la sua bocca.
«Tu mi spezzi» la baciò vorace obbligandola a inclinare il capo per assorbire l’assalto. E mi ricomponi, pensò.
***
La presa di Giordano sulla sua nuca era così salda che le strappò un gemito misto tra dolore e piacere.
Non la stava solo baciando, la stava sottomettendo, l’obbligava a rispondere ed era consapevole che se anche Gioia l’avesse voluto lui non l’avrebbe lasciata andare, non questa volta.
Le stava dando tutto: corpo, mente e anima e reclamava altrettanto.
Quando la scostò per guardarla, Gioia aveva il cuore in gola e la stretta che le tirava i capelli era equivalente a quella che le sbriciolava l’anima.
«Cinque anni fa sono dovuto tornare a Milano perché la pista sui rapitori di Reni portava ai Sulace.»
Non distolse lo sguardo e non tolse mai la mano dalla sua nuca, né sciolse quella intrecciata alla sua per tutta la durata del resoconto di quello che era successo da quell’ultimo giorno in cui si erano visti in Commissariato a Rimini.
Le disse di come entrare di nuovo a San Vittore gli avesse permesso di diventare Contrasto della ‘Ndrina dei Sulace.
Le raccontò di quello che prevedeva quel ruolo: portare le prostitute a battere, controllare che i clienti pagassero e non entrassero troppo in confidenza, rifornire di pasticche quelle che oltre a battere spacciavano.
Le riportò di quanti scambi di droga e denaro avesse visto senza poter fare niente a parte memorizzare informazioni per comprendere l’organizzazione la fine di poterla smantellare, di quante ragazze si uccidevano di droga pur di non fare più le puttane per i Sulace, venire ingaggiato come rinforzo quando c’era qualche regolamento di conti era la parte migliore di tutto quello schifo.
Le spiegò che l’ultima volta in cui si erano sentiti al telefono, tre anni prima, c’era stato un aspro scontro a fuoco con un’altra organizzazione criminale, lui e Gennaro Sulace erano rimasti isolati con Sulace che si era beccato una pallottola in una gamba mentre quelli del clan avversario davano loro la caccia. Il fedele Giovanni Prezioso aveva messo la Santa in un luogo sicuro e con la scusa di procurare qualcosa per medicarlo aveva fatto irruzione in una farmacia, da lì aveva contattato la D.I.A. e mentre aspettava le istruzioni del suo capo aveva chiamato lei.
Il Vice Questore, Ignazio Ruggeri, aveva deciso di non bruciargli la copertura poiché non avevano raccolto ancora abbastanza prove per inchiodare i Sulace e non sapevano ancora bene i canali operativi di quella ‘Ndrina che era nuova sulla scena milanese per cui Giordano era tornato da Gennaro Sulace con farmaci e il materiale di medicazione prelevato dalla farmacia, l’aveva curato e tirato fuori dai guai guadagnandosi la sua fiducia oltre che l’imperitura gratitudine. In seguito Sulace aveva deciso di abbreviare le consuetudini e l’aveva proposto come Affiliato.
Dopo il rito di iniziazione - qui Giordano si era interrotto per qualche istante - era seguita una cerimonia ufficiale in Calabria. Ruggeri aveva smosso mari e monti per riuscire a mettere in piedi una retata, ma il suo tentativo era arrivato alle orecchie dei Boss che avevano spostato il luogo della riunione all’ultimo momento. Giordano non aveva potuto avvertire e Ruggeri aveva capito che se voleva prendere i Sulace doveva farlo all’interno della sua giurisdizione dove poteva controllare meglio le informazioni ed evitare fughe di notizie.
Il ruolo di Affiliato aveva permesso a Giordano di accedere a informazioni di livello superiore e nell’ultimo anno, grazie anche alla collaborazione con il ROAD avevano messo a segno alcune retate di successo e tutte senza rivelare il suo coinvolgimento.
Pochi giorni prima era previsto in arrivo dall’Ucraina un Mazzo - termine in gergo con il quale venivano indentificate le ragazze oggetto della tratta - da avviare alla prostituzione o anche vendibili, letteralmente, al miglior offerente. La ‘Ndrina Sulace aveva sempre operato nella tratta delle donne da gettare nel mercato della prostituzione ma stava cercando di espandere i suoi traffici anche al mercato grosso della droga a scapito di altri clan fuori dal controllo delle famiglie calabresi.
Essendo ormai in possesso di molte prove documentali grazie al lavoro di Giordano, Ruggeri aveva organizzato una maxi-operazione per arrestare tutti i pezzi grossi della ‘Ndrina: il capo, Santa Gennaro Sulace, il secondo in comando Peppe Sulace e il figlio di lui, Crimine Enzino e infine altri quattro pericolosi latitanti. Poco prima dell’appuntamento nel luogo concordato per la ricezione del Mazzo, dove Polizia e Carabinieri in operazione congiunta erano pronti a riceverli, era arrivato un messaggio alla ‘Ndrina: la testa ancora gocciolante di sangue di Peppe Sulace accompagnata da un indirizzo. Santa si era rintanato in un covo segreto, che Giordano non conosceva, i Crimini invece si erano recati all’indirizzo armati fino ai denti.
«Il camion era stato nascosto in una vecchia cascina abbandonata. Dentro c’era il cadavere decapitato di Peppe Sulace oltre all’autista e nel van…» la voce si incrinò.
Gioia dovette usare tutto il suo sangue freddo per restare immobile, senza emettere un fiato per timore di alterare lo stato emotivo di Giordano che finalmente aveva deciso di confidarsi del tutto.
«Sei donne e tre ragazzini. Tutti morti. Tutti decapitati.»
Oddio!
«Enzino ha deciso di stanare i rivali e ripagarli con la stessa moneta. Era fuori di sé.»
Gioia ricordava di aver sentito al telegiornale, tre o quattro giorni prima, che una guerra fra cosche stava insanguinando l’hinterland milanese: Giordano era coinvolto? La stava guardando, ma senza vederla e le sue mani stringevano così forte che Gioia sentì le lacrime pungerla, il volto sembrava scolpito nella pietra e il pomo d’Adamo deglutiva a secco.
«Ha comprato informazioni circa gli autori della strage ovunque, spalleggiato anche dall’organizzazione dei croati che fungeva da trasporto: anche loro volevano vendicarsi, ma per i Loszich non era una questione così personale come per i Sulace. Enzino era fuori controllo, nel giro di ventiquattro ore ha tirato almeno sei righe di coca – noi la smerciamo quella roba, ma non ce la facciamo perché frigge il cervello – una volta che ha avuto i responsabili nelle sue mani, prima gli ha sparato nei testicoli e dopo, quando ormai erano dissanguati, mi ha passato la pistola e io… io sono stato all’altezza del mio ruolo di Crimine.»
«Giò…» voleva dirgli di allentare la presa, ma lui equivocò le sue intenzioni anche se la stretta si allentò.
«Non dirlo. Non ho scusanti o giustificazioni. Non ce ne sono. Ho sparato a sangue freddo.»
«Potevi sottrarti senza fare la stessa fine?»
Giordano la lasciò andare all’improvviso.
«Cristo Gioia! Volevo farlo, capisci? Quando ho visto quelle donne e i ragazzini… Volevo uccidere quei bastardi e l’ho fatto!»
«Eri drogato?»
Giordano corrugò la fronte. «Non...»
«Sì o no?» l’incalzò.
«Sì.»
«Poi?»
«Poi? Volevo uccidere anche Sulace: non sarebbe successo niente a nessuno se avessi ammazzato quel figlio di puttana quando l’ho incontrato la prima volta!»
«Ma?»
«Il caricatore era esaurito» esclamò con un ghigno strozzato. «Gli ho puntato la pistola alla testa, come lui aveva fatto con Enkela…»
Gioia sussultò udendo quel nome di donna. Chi era?
«… ma non c’erano più proiettili. Credevo che mi avrebbe ammazzato, invece ha iniziato a ridere come un pazzo. Ha tirato fuori altra coca, ne ha sniffata un po’ e me l’ha offerta. Sono scappato. Credo di aver vomitato. Ricordo solo di essermi ripreso qui a casa, con mia madre che mi guardava terrorizzata e non so perché.»
Doveva dirglielo che le aveva puntato la pistola contro, anche se scarica? No, decise, incontrando i suoi occhi liquidi e tormentati, già così era in bilico tra sanità mentale e rimorso, l’ultima cosa che gli serviva era un’altra ragione per odiarsi.
Per la prima volta nella sua vita, Gioia si trovò a ringraziare il Cielo, Dio, l’Angelo custode che non credeva di avere, il destino, tutte le entità pagane che conosceva, se stessa, chiunque… per averla mandata alla porta di Giordano contro qualsiasi senso logico e le sue stesse intenzioni. Quando le aveva aperto aveva intuito di essere di fronte a un uomo distrutto, ma non sapeva ancora quanto.
In gola aveva un nodo doloroso che non poteva sfogare, non adesso. Lui non aveva bisogno di una donna da consolare, lui aveva bisogno di un appiglio a cui aggrapparsi, di un pilastro in grado di sostenerlo ora che aveva ricevuto un colpo in grado di spezzarlo.
«Ho pensato di...»
Suicidarsi? Pensò terrorizzata.
«…costituirmi»
Cosa? Non l’avrebbe permesso. «Non esiste.»
«Gioia, non capisci.»
Odiava quando lui la chiamava con il suo nome. Le ricordava che c’era una sfilza di uomini e anche donne che negli anni l’avevano usato per offenderla e denigrarla.
«Capisco benissimo, invece! Cosa mi hai detto una volta? Che tu capisci sempre tutto… be’ anch’io! Primo, quei cinque, dopo quello che gli aveva fatto Sulace, erano già dei cadaveri anche se respiravano ancora. Secondo, quelli erano i veri assassini: Santo Iddio Giò hanno trucidato degli innocenti indifesi! Terzo, se avessi fatto qualunque altra cosa ora non saresti qui a raccontarmelo e quarto… dopo tutto questo tempo, io ti voglio nella mia vita, me lo merito, e non mi farò scippare il futuro da dei tecnicismi del cazzo!»
«Tecnicismi?»
«Sì. Tecnicismi» ripeté sostenuta andandogli di nuovo vicino. «Del cazzo, per l’esattezza» ribadì aggrappandosi al suo collo e alzandosi in punta di piedi per baciarlo. «Io ti merito.»
Dovette strusciarsi contro il suo inguine per farlo cedere.
L’afferrò per le natiche tirandola su di peso per posizionarla sul comò, ma Gioia gli prese i capelli per interrompere il bacio e guardarlo.
«A letto» ordinò perentoria con un brivido di anticipazione per il sesso selvaggio e spinto che avrebbero consumato da lì a poco.
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