Scritto il 23/07/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


Elizabeth si sentì morire. Rimase immobile sui cuscini, perché dubitava che le gambe riuscissero a sostenerla, mentre Kenneth saliva sulla tolda con passo rabbioso. Avvertiva addosso la furia raggelante del suo sguardo e solo con uno sforzo riuscì a non portarsi le braccia al petto in un involontario tentativo di difendersi.

Jed Reynolds si voltò quando udì la tonante voce maschile. «Vostra Grazia!» esclamò, alzandosi e andando a porgergli la mano. «Perdonate, ma non aspettavo vostre visite quest’oggi. Se mi aveste avvisato, avrei messo in ordine il sartiame e stappato una bottiglia di buon brandy per brindare insieme.»

«È sempre bene non avvisare, quando si vuole davvero controllare che tutto sia al suo posto» replicò Kenneth, che non sembrava in vena di brindare con nessuno. Gli strinse la mano con un attimo di ritardo. «E che nessuno cerchi di portarti via da sotto il naso quello che ti appartiene» aggiunse truce.

Elizabeth rabbrividì a quelle parole.

Io non ti appartengo!, avrebbe voluto gridargli, invece rimase in trepidante silenzio.

Il Capitano non fece cenno di aver colto l’allusione. «Bene, allora sarete lieto di appurare che è tutto perfettamente in regola» affermò, il volto una maschera di serietà. «Abbiamo già scaricato la merce e il vostro contabile ne ha preso nota. A quest’ora, immagino che gran parte sia stata venduta, rimpinguando le vostre tasche. Per quello che mi riguarda, ho rispettato il nostro accordo.»

«E sarete pagato per questo» annuì Wellesley. «Ho già dato ordine al mio contabile di lasciarvi la percentuale pattuita del ricavato. La riceverete il prima possibile.» Socchiuse gli occhi. «Nel caso decidiate di lasciare Londra prima del previsto.»

Reynolds allargò le braccia. «Come ho detto, non ho intenzione di rimettermi in mare aperto prima della prossima primavera» disse in tono leggero, ma Elizabeth vi colse una punta di fiera durezza.

I due uomini rimasero a squadrarsi a vicenda, le mascelle serrate. Lei ebbe l’impressione di udire lo scricchiolio dei loro denti nella sua testa, o forse erano i suoi denti che battevano per la tensione.

Furono interrotti dall’arrivo rapido di Lady Justine.

«Scusate se mi sono attardata, mi stavo divertendo troppo» esclamò la gentildonna, le gote arrossate dall’eccitazione. «Buongiorno a voi, Duca!» aggiunse poi con studiata leggerezza, accennando un inchino. «Anche voi in una gita mattutina al porto?»

Prima che Kenneth trovasse qualcosa da replicare a quella sfacciataggine, il ragazzino che era con lui si fece avanti. «Sì, mi ha portato vedere questa grossa nave» affermò con orgoglio, raddrizzando il capo. «Diventerò un corsaro della Regina Vittoria, sapete?»

«Non ne dubito.» Justine non poté reprimere un sorrisetto. «Dì un po’, piccolo corsaro, sei un parente di Sua Grazia?»

«Mi ha accolto nella sua casa e mi dà da mangiare» replicò con onestà il ragazzino. «E senza farmi pulire il suo camino.»

Kenneth gli poggiò una mano sulla spalla. «Va bene, Semola, non infastidire oltre Lady Elizabeth e Lady Justine» disse, ammorbidendo il tono di voce per un attimo. Un attimo soltanto. «Tanto se ne stanno andando» proseguì con un’occhiata di fuoco. «E il Capitano Reynolds sarà più che lieto di farti visitare la sua nave» affermò fissando il rivale con aria di sfida.

L’americano sostenne il suo sguardo senza tentennare, poi gettò un’occhiata a Elizabeth, che scosse impercettibilmente il capo con aria di supplica. Non voleva creare screzi tra loro, né attirare troppo l’attenzione dei marinai, che li stavano già osservando, incuriositi.

Reynolds parve intuire i suoi pensieri. Annuì, una volta.

«Vieni, ragazzo!» disse rivolto a Semola. «Vediamo di fare di te un lupo di mare.»

Kenneth attese che Jed si fosse allontanato prima di apostrofare duramente le fanciulle. «Quanto a voi» sibilò, trattenendo a stento la rabbia, «vi sembra questo il posto adatto a due gentildonne del vostro rango?»

«Oh, non temete, ce ne stavamo giusto andando» replicò candidamente Justine. «Si è alzato vento di burrasca.»

Wellesley non rise.

Elizabeth vide che piuttosto egli si stava sforzando di non esplodere. Non lo aveva mai visto così furioso e capì che, se non fosse stato per l’amica e per la folla che si stava radunando a guardarli, l’avrebbe afferrata senza tante cerimonie e trascinata via di peso. Come una sua proprietà. Non le aveva già dimostrato di considerarla sua?

«Sì» mormorò, deglutendo. «Dovremmo andare.»

Kenneth emise un grugnito d’assenso. «Ho visto che vi aspetta la carrozza del conte di Halifax vicino al molo. Saliteci e andate a casa» ordinò perentorio.

Per sicurezza le accompagnò personalmente e controllò che obbedissero. Per prima salì la giovane Tremaine, aiutata dal cocchiere di famiglia, poi fu la volta di Elizabeth, che si sforzava di non incontrare il suo sguardo.

Kenneth le afferrò il polso mentre stava salendo. Si mosse talmente in fretta che lei non ebbe il tempo di reagire. E comunque non ne avrebbe avuta la forza. Il suo respiro le pugnalò il lobo dell’orecchio. «Noi ci vediamo dopo più tardi» le ricordò in un sussurro intriso di minaccia.

Elizabeth si morse le labbra e quasi si precipitò all’interno della carrozza, quando lui la lasciò andare. Del resto che senso aveva trattenerla? Qualche ora e sarebbe stata di nuovo alla sua mercè. Questa volta senza il Capitano Reynolds, Justine o un ragazzino dai capelli color carota a salvarla.

Si lasciò cadere nel sedile della carrozza mentre lui richiudeva lo sportello.

«Riportatele alle rispettive case» lo udì ordinare seccamente al cocchiere. «Senza fermate intermedie, siamo intesi? Altrimenti mi vedrò costretto a svelare al conte di Halifax dove avete condotto stamani sua figlia.»

Il povero cocchiere accennò una risposta balbettante, affrettandosi al suo posto per obbedire.

«Sarà anche bello come il sole, ma è un gran arrogante» commentò Justine mentre la carrozza cominciava a muoversi. «Non trovi?»

Elizabeth non poté che annuire. «Non ne hai idea» mormorò affranta.

«A proposito» l’amica aggrottò la fronte, «che ti ha sussurrato prima all’orecchio il Duca?»

Noi ci vediamo più tardi.

Lei rabbrividì e poggiò la fronte sul finestrino.

«Niente» rispose.

Ma sapeva che per lei sarebbe stato tutto.

 

 

Erano da poco trascorse le cinque del pomeriggio, quando Elizabeth smontò dalla carrozza che l’aveva condotta nel quartiere di Mayfair, dove sorgeva il palazzo del duca di Wellesley. Rammentava ancora perfettamente la prima volta che ci aveva messo piede, e quel ricordo le provocò un groppo in gola.

Suvvia, non serve a nulla tergiversare, sussurrò una vocina dentro la sua testa. Sapevi che questo momento sarebbe arrivato, prima o poi.

Sì, lo sapeva bene, ma quella consapevolezza non rendeva ciò che stava per fare più facile. In quel momento ripensò alla proposta del Capitano Reynolds: se avesse accettato di sposarlo tutto sarebbe cambiato e né Kenneth né suo padre avrebbero più avuto potere su di lei.

E tua madre?, prese a punzecchiarla la voce della sua coscienza. Avresti il coraggio di lasciarla sola qui, abbandonata a se stessa? La vita l’ha già privata di un figlio, vuoi che perda anche te?

Chiuse gli occhi e sospirò: sapeva che non ne sarebbe mai stata capace. Inoltre Reynolds era un brav’uomo e si meritava qualcuno che lo amasse davvero. E quella donna non poteva essere lei, perché per quanto tentasse di indirizzarlo in un’altra direzione, il suo cuore apparteneva ancora a Kenneth.

No, non le restava alternativa.

Se solo tutto fosse diverso, si rammaricò. Sarei più che felice di concedermi a lui.

Ma non era così, purtroppo.

Dopo aver congedato il cocchiere e avergli ordinato di ritornare al palazzo dei Clarendon, strinse le labbra e salì con determinazione i pochi gradini che la separavano dal portone.

Bussò.

Pochi istanti e il maggiordomo si affacciò alla porta.

«Milady, è un piacere rivedervi» esclamò l’anziano servitore esibendosi in un breve inchino, quindi si fece da parte per farla passare. «Da questa parte, seguitemi, il Duca vi sta aspettando nel suo studio» le fece strada.

Quando la ragazza entrò nella stanza che aveva già avuto modo di ammirare nel corso della sua ultima visita, Kenneth era seduto alla scrivania, chino su alcune carte.

Non alzò lo sguardo quando il capo della servitù annunciò che aveva visite. Si limitò a un cenno della mano e ordinò al maggiordomo di chiudere la porta quando fosse uscito.

L’uomo obbedì senza battere ciglio.

Per alcuni attimi non successe nulla, poi finalmente egli sollevò le iridi scure.

Elizabeth sgranò gli occhioni azzurri, perché Kenneth non fece alcun tentativo di nascondere la collera che gli alterava i lineamenti.

«Siediti» le intimò, gelido.

Lei avrebbe voluto obbedire. Le ginocchia le tremavano come foglie sul punto di staccarsi da un albero in autunno, ma orgogliosamente scosse il capo: non si sarebbe lasciata intimidire. «Preferisco restare in piedi, grazie» rispose.

Il Duca strinse gli occhi in due fessure sottili e il labbro superiore gli si arricciò, mettendo in mostra i denti perfetti e bianchissimi, simili in tutto e per tutto a quelli di un feroce predatore.

«Molto bene» assentì quasi meditabondo. «Allora veniamo subito al sodo, visto che è quello che vuoi.»

Si alzò con un movimento fluido dalla poltrona e andò a chiudere la porta dello studio con due mandate, quindi ritornò sui propri passi e si appoggiò al ripiano di mogano della scrivania incrociando le braccia sul petto, mettendosi proprio davanti a lei. «Spogliati!» sibilò.

Elizabeth deglutì.

Una volta.

Due.

Poi fece quello che le era stato detto, fino a ritrovarsi con la sola sottoveste, indosso, e i mutandoni di seta.

«Togli anche il resto» tornò a dire Kenneth, spiccio, ma la sua voce era calata di un’ottava e i suoi occhi ardevano.

La gote di Elizabeth si imporporarono, e non era sicura che fosse solo per la vergogna, perché un’indesiderata vampata di calore prese a bruciarle le membra.

Ancora una volta obbedì.

Quando fu nuda, si impose di non alzare lo sguardo ma, in un’impennata di pudore, sollevò le mani per coprire le sue intimità.

Lui non glielo permise.

Si mosse talmente in fretta che non lo vide neppure arrivare, fino a quando non si sentì artigliare i polsi. «Non azzardarti a farlo, voglio ammirare ciò che è mio» le sussurrò contro la guancia bollente. «Perché tu mi appartieni, anche se tendi spesso a dimenticarlo.»

«Che intendi? Non capisco quello che vuoi dire» obiettò lei cercando di mettere più distanza tra loro, perché il sentirlo così vicino la mandava in confusione, ma egli non glielo lasciò fare e la strattonò di nuovo verso di sé.

«Ah no?» sibilò stringendo la presa. «Che voleva Reynolds da te? E perché eri sulla sua nave stamani?»

«Non sono tenuta a renderti conto di tutto ciò che faccio» gli rispose, apparendo più coraggiosa di quanto fosse in realtà.

Kenneth le lasciò andare un polso solo per stringerle il mento in una morsa spietata. «Certo che sei tenuta a rendere conto a me» mormorò a denti stretti.

Quando era risalito sulla Sirena dei mari, qualche ora prima, dopo essersi assicurato che Elizabeth e l’amica obbedissero ai suoi ordini, aveva trovato il Capitano ad attenderlo sul ponte, l’espressione determinata e gli occhi grigi che lanciavano lampi di sfida. Lo aveva raggiunto con due rapide falcate, furioso ogni oltre ogni dire.

«State lontano da lei!» gli aveva intimato puntandogli contro un dito, il tono più tagliente della lama di un coltello.

Reynolds non aveva fatto una piega né era indietreggiato di un passo. Si era limitato a fissarlo in completo silenzio.

Lui non aveva potuto fare a meno di provare un moto di rispetto per il suo rivale, di sicuro non era un vigliacco, ma non era sua intenzione concedergli altro.

E soprattutto non aveva intenzione di lasciargli Elizabeth.

«Lei è mia» aveva ripreso, determinato.

«Pensate di poter venire qui, sulla mia nave, Vostra Grazia, e dettar legge come se fossi un vostro subalterno?» aveva replicato il Capitano, altrettanto deciso. «Mi spiace, ma il mio popolo ha combattuto una sanguinosa guerra per affrancarsi dal giogo inglese, e state pur certo che io non perderò questa battaglia. Me ne sbatto altamente del vostro titolo. Inoltre ho chiesto alla donna se il suo cuore era libero e mi ha risposto di sì. Perciò non mi tirerò indietro, a meno che non sia lei a chiedermi di farlo.»

«Non potete davvero essere così sciocco» aveva replicato alzando un sopracciglio. «Basterebbe una mia parola, negli ambienti giusti, e non trovereste più uno straccio di ingaggio.»

«Il mondo è pieno di porti, Duca» aveva scrollato le spalle Reynolds. «Di sicuro Lady Elizabeth vale il rischio.»

I due uomini erano rimasti a guardarsi in cagnesco per un lungo momento, fino a quando la voce allegra di Semola aveva interrotto quella silenziosa guerra di sguardi. Il ragazzino era apparso eccitatissimo e aveva preso a descrivere a Kenneth tutto ciò che aveva visto. Egli lo aveva pazientemente ascoltato per un po’, poi visto che non la smetteva più di parlare, lo aveva interrotto e, dopo avergli scompigliato affettuosamente i capelli, gli aveva ordinato di scendere sul molo ad aspettarlo.

«Io vi ho avvertito, Capitano, Lady Elizabeth è proprietà privata» aveva ribadito ancora una volta. Dopo, senza aspettare una replica, era sbarcato.

Per tutta la durata del tragitto verso casa, si era chiuso in se stesso, cupo, sentendosi come un vulcano sul punto di eruttare. A nulla erano valsi i tentativi di Nathaniel di far conversazione. Ben presto il piccolo aveva smesso di provarci ed era rimasto muto sul sedile di fronte, l’aria scocciata. Non appena la carrozza si era arrestata davanti al palazzo dei Wellesley, era saltato giù gridando a gran voce che andava a giocare.

Non si era preoccupato di richiamarlo indietro, dopotutto il furfantello era cresciuto per strada e di sicuro era in grado di badare a se stesso. E poi lui aveva altro a cui pensare.

Cosa che aveva fatto per l’intero pomeriggio.

Alla fine, con la rabbia che gli corrodeva le viscere, aveva ammesso con se stesso che non avrebbe permesso a nessun altro di avere Elizabeth.

A qualunque costo.

 

 

Kenneth mise da parte quei pensieri che non facevano altro che rinfocolare la sua ira e abbassò lo sguardo sulle labbra tentatrici della ragazza che stringeva tra le braccia. Erano vellutate come una pesca matura e lui smaniava dalla voglia di assaggiarle.

Le lasciò il mento e le sfiorò la bocca con il pollice, guardandola intensamente negli occhi. «Tu mi appartieni, piccola strega dagli occhi di zaffiro» mormorò quasi parlando a se stesso. «E che io sia dannato se rinuncerò ad averti» dichiarò artigliandole le natiche con entrambe le mani e facendosela aderire addosso.

Poi la baciò.

Fu un bacio duro, esigente, che lasciò la giovane completamente senza fiato. Kenneth non le diede tregua fino a quando lei non si arrese e dischiuse le labbra, lasciandolo entrare, infine mise a ferro e fuoco i suoi sensi.

Elizabeth poteva sentire la dura virilità dell’uomo premerle sullo stomaco. Era calda e palpitante contro la sua pelle nuda. Un brivido le attraversò la schiena, potente, quando lui le toccò il ventre con una mano. Le sue dita si mossero abili e tentatrici sulla sua pelle serica, promettendo quel piacere che aveva già avuto modo di sperimentare durante quell’indimenticabile notte in carrozza. Al pensiero della sua bocca proprio lì, dove era più sensibile, il respiro accelerò e gemette, inarcando la schiena.

Kenneth non aspettava che quel segnale per infilarle dentro due dita: fu ripagato da un balsamo dolcissimo che gli bagnò il palmo. «Dio, quanto ti voglio!» ansimò, staccandosi dalle labbra della donna solo per attaccarsi a un capezzolo.

Elizabeth emise un gridolino e il cuore accelerò i battiti, mentre lui la succhiava con voracità, passando da un seno all’altro come un affamato.

Nel frattempo, non smise mai di torturarla con le dita.

Le sue mani si mossero e salirono ad accarezzare la schiena dell’uomo, lentamente, poi si allacciarono dietro la sua nuca afferrando una ciocca dei folti capelli scuri.

Kenneth digrignò i denti e la sollevò. Fece in modo che lei gli allacciasse le gambe attorno alla vita, poi la condusse verso il camino, deponendola sul tappeto che era steso sul pavimento. «Sei bellissima» disse mettendosi in ginocchio, come in adorazione, mentre percorreva il suo corpo stupendo con lo sguardo.

Voleva imprimersi nella mente ogni particolare.

Elizabeth si sentì fremere per il desiderio. Quegli occhi ardenti le accendevano la pelle ovunque si posassero, come se lui la stesse davvero toccando. Allargò le braccia in un muto invito e lui non indugiò un istante più del necessario.

«Apri le gambe per me» le ordinò con la voce rauca di passione.

Lei si morse un labbro, ma fece come le era stato detto.

Il Duca le si intrufolò tra le cosce e tuffò il viso tra i soffici peli dorati del tempio segreto della giovane.

Elizabeth si sforzò di non gridare, nel vedere la testa scura muoversi tra le sue gambe, ma quando Kenneth le aprì il sesso con delicatezza, sfogliandola come i petali di un fiore, e la invase con la sua lingua, succhiandola, non riuscì più a contenersi. Una tensione meravigliosa si accumulò dentro di lei, e sollevò il bacino per permettergli di penetrare più a fondo. Wellesley grugnì la sua approvazione aumentando il ritmo delle stoccate.

«Oh, mio Dio… oddio Kenneth…» boccheggiò a un certo punto, la voce che le si strozzava nella gola. Poi esplose, travolta da un’ondata di passione talmente intensa che le vennero le lacrime agli occhi.

L’uomo rialzò la testa proprio mentre l’ultimo spasmo scemava. Raccolse una di quelle perle scintillanti sulla punta di un dito e se lo portò alle labbra, poi lo succhiò.

«Non piangere» disse accarezzandole il volto, «hai appena cominciato a sperimentare cos’è il desiderio, e ti assicuro che prima che il pomeriggio finisca non ci sarà nessuna parte di te che io non avrò assaggiato o fatto godere.»

Elizabeth si sentì accapponare la pelle a quella promessa, perché - che Dio la aiutasse! - anche lei desiderava la stessa cosa. Arrossì come una bambinetta quando lui cominciò a togliersi la camicia, rimanendo a torso nudo. La tentazione di toccare quei muscoli sodi e possenti era grande.

Kenneth sorrise, come se le avesse letto nel pensiero. Le prese una mano e se la portò tra i riccioli scuri del petto, poi la lasciò libera di muoversi come voleva.

Lei indugiò per qualche istante sui piccoli capezzoli. Ne tirò le punte e osservò, affascinata, come queste si indurivano al suo tocco. Dopo passò agli addominali scolpiti e allo stomaco, infine le sue dita si spostarono più in basso, verso quel triangolo di ciuffi neri che scompariva dentro le brache. Indugiò sulla cintura dei pantaloni e lo sentì trattenere il fiato. Quando sollevò gli occhi, quelle iridi scure che conosceva così bene ardevano di impazienza

Non sorrideva più adesso.

«Abbassali!» proferì, quasi minaccioso.

Elizabeth esitò giusto qualche istante, poi obbedì, ritrovandosi il sesso dell’uomo tra le mani. Era lungo e spesso, con la punta violacea dalla quale stillava una goccia di liquido chiaro.

«Ora tocca a te assaggiarmi» disse Wellesley, la voce arrochita.

Lei si mise in ginocchio e strinse le dita attorno al membro maschile, cominciando a muoverle su e giù con sempre maggior convinzione, man mano che prendeva confidenza con la pratica.

E per tutti i diavoli, se non è davvero brava!, pensò Kenneth serrando la mascella fino a farsi scricchiolare i denti. Sentiva il seme già pronto a esplodere, ma non voleva che finisse così presto. E di sicuro non prima che lei lo accogliesse dentro la sua bocca. Le scostò la mano e le prese la testa, guidandola verso il suo inguine teso e voglioso.

Elizabeth si lasciò condurre e aprì la bocca. Leccò via dapprima quelle gocce di rugiada sulla punta, poi lo prese tra le labbra fin quanto le fu possibile. I suoi movimenti erano timidi, quasi impacciati, ma a lui sembrò di trovarsi in paradiso. Ansimò e mosse il bacino in avanti, per reazione.

La ragazza gemette, ritrovandoselo fin quasi in gola, e le fece eco. Ripeté il movimento una volta, due, e ancora un’altra… il cuore che batteva nel petto come un tamburo impazzito.

Gli ci volle qualche momento per realizzare che quei colpi ritmici che si ripetevano, nella sua testa, non erano dovuti al proprio organo vitale: qualcuno stava davvero bussando con insistenza alla porta.

«Che diavolo succede, maledizione!?» gridò mentre Elizabeth si staccava e guardava anche lei verso l’uscio, allarmata.

La voce del maggiordomo giunse loro ovattata, oltre il battente chiuso.

«È richiesta urgentemente la vostra presenza, Vostra Grazia. Dovete venire, vi prego.»

Il duca di Wellesley si passò una mano tra i capelli, furioso. Si alzò in fretta e furia, si sistemò i pantaloni e riallacciò la camicia.

«Rivestiti e aspettami qui» disse rivolto a Elizabeth, che annuì.

Un attimo dopo era già alla porta. Girò la chiave nella toppa e aprì i due battenti quel tanto che bastava per uscire, poi la richiuse dietro di sé.

Lei udì delle voci concitate, poi queste si allontanarono fino a svanire. Senza perdere tempo, nel timore che qualcuno potesse entrare nella stanza, recuperò i suoi indumenti e si rivestì, ma mentre lo faceva non poté fare a meno di pensare che non vedeva l’ora che Kenneth glieli sfilasse di nuovo.

 





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