Scritto il 12/08/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Dillon era ancora accoccolata sul suo braccio, e Rafe credette si fosse addormentata.

Avevano spento la luce già da un po’ e ora la stanza era avvolta dall’oscurità, illuminata a malapena da qualche pallido raggio di luna che filtrava silenzioso dalla finestra.

Il respiro di lei era lento e regolare, e lui desiderò un perdono che era troppo orgoglioso di chiedere.

La sua Crispy, però, sembrava averglielo concesso, e lui lo indossò in modo solenne come fosse stata una corona.

Rafe aveva come una crepa dentro di sé e ora, già solo averla tra le braccia, in qualche maniera fungeva da colla per riparare quella frattura.

Poi d’un tratto, la voce sottile di Dillon gli giunse alle orecchie, appena sussurrata.

«Rafe, sei ancora sveglio?»

Lui non rispose; se ne restò in silenzio, immobile, fingendo di dormire, tanto i pensieri che gli affollavano la mente lo avevano privato della parola.

Non respirò nemmeno, fino a quando le parole che la sua Crispy bisbigliò alla notte lo pizzicarono, ricoprendogli il corpo di spilli.

«Non spezzarmi il cuore ancora una volta.»

E simile a un pugno in pieno stomaco, quella sorta di preghiera ebbe il potere di frantumarlo.

Non ci sarebbe mai stato abbastanza tempo per riuscire a fare ammenda per tutto quello che le aveva fatto passare; la stessa sensazione orribile che provava durante una partita, quando senza volere faceva uno strike out, lo travolse con prepotenza.

In tutta la sua carriera gli era accaduto pochissime volte di fallire tutte e tre le battute consecutivamente, e quella stessa percezione fastidiosa di disagio gli grattò la pelle, insinuandosi sotto strati di epidermide arrossata.

Inspirò a fondo e, intanto che le nuvole continuavano a spostarsi, i raggi della luna crearono delle ombre sui tratti delicati di Dillon, rendendola bella come non mai. Quasi senza accorgersene, si addormentò con la sua dolcissima matricola tra le braccia.

La luce dell’alba filtrò dalle tende lasciate aperte, illuminando Rafe in pieno viso. Venne trafitto da una lama accecante e, ruotando su un fianco, cercò il corpo caldo e morbido di Dillon, ma trovò solo il leggero avvallamento nel materasso.

Si stropicciò la faccia e alcune immagini, belle quanto arcobaleni, riempirono i suoi occhi.

Aveva fatto l’amore con Crispy per la seconda volta e, questa volta, a differenza della precedente, la sua mente ricordava ogni singolo, piacevole dettaglio.

C’erano cose su cui Rafe era certo, su cui avrebbe scommesso la vita.

Così come sapeva che il fuoco bruciava e l’acqua dissetava, ora era consapevole del fatto che dopo il primo assaggio di Dillon non avrebbe più potuto rinunciarci.

Era questa la sua certezza.

Averla avuta tra le braccia tutta la notte era stato qualcosa di diverso e inaspettato, ma talmente bello che il solo pensarci gli fece innalzare il cuore lasciandolo incastrato da qualche parte tra le sue costole.

Si alzò e afferrò al volo i suoi jeans per indossarli; uscendo dalla camera da letto, l’aroma del caffè che aleggiava nell’aria lo travolse mentre raggiungeva l’arco di pietra che dava sull’angolo cottura.

I suoi piedi scalzi non emisero alcun suono, così quando giunse in cucina trovò Crispy assorta tra i suoi pensieri, aggrappata al lavello, ferma e immobile a contemplare la boccia del pesciolino di Didi.

Il capo era chino in avanti e la cascata dei suoi capelli scuri formava una cortina vellutata tra cui avrebbe con piacere affondato le mani.

Indossava solo la sua maglietta, e i suoi glutei rotondi e pieni facevano capolino oltre l’orlo; immagini di lei che gliela sfilava di dosso lo infiammarono di nuovo.

Era bella da togliere il fiato, e un oceano di possibilità iniziò ad agitarsi dentro di lui; ma, con esso, arrivò anche l’onda anomala della consapevolezza che subito lo riportò a galla. In quell’istante Rafe la vide simile a un tempo: fragile e completamente spaesata.

Desiderò stringerla tra le braccia, incollando una a una le sue paure, pari a tanti pezzi scheggiati di un cimelio inestimabile.

«Ciao» le sussurrò e al contempo vide le sue spalle irrigidirsi.

La scrutò attentamente e, quando le vide ruotare il capo verso di lui, i suoi occhi lucidi e tormentati lo trafissero al pari di un dardo appuntito, e lui ebbe l’impressione che la terra tremasse sotto i suoi piedi.

«Non avremmo dovuto farlo, Rafe» sentenziò lei e bastarono quelle parole a farlo indietreggiare di un passo.

«Io non mi pento di niente.»

Fece un passo verso Dillon e, facendola ruotare, la prese tra le braccia.

Lei si stampò in viso un piccolo broncio che a Rafe fece venir voglia di morderle le labbra, la guardò mentre gli appoggiava le mani a palmo aperto sul petto ed ebbe la sensazione che la sua Crispy potesse vedere il suo cuore battergli sotto lo sterno.

«Sono arrivato a una conclusione.»

«E cioè?» chiese lei in un sussurro.

«Nella mia vita tutto è superfluo, tranne te e Didi. Ora lo so» le disse Rafe intanto che le donava un bacio sulla tempia. «Voi siete essenziali.» Le prese una mano tra le sue e se la portò alle labbra, baciandole la punta delle dita.

«Pensavo di stare finalmente bene, e poi arrivi tu e mandi tutto a puttane.» Dillon lo guardò con gli occhi scintillanti e le guance imporporate. «Avevo finalmente riacquistato il mio equilibrio, ma è bastata una notte con te per farmi crollare di nuovo.»

«Non devi avere paura, Crispy, non è mia intenzione farvi del male e sono qui per restare.» Rafe non riuscì a controllare il suo gesto e, guidato da un inspiegabile bisogno, le accarezzò il labbro con il pollice.

«Fino a quando?»

«Fino a quando me lo permetterai. E ti prometto che lo faremo un passo alla volta.»

Lui era consapevole che prima o poi la sua vita lo avrebbe riportato a Boston ma, nonostante tutto, non voleva in alcun modo che tutto quello che si era riallacciato tra di loro finisse.

Non avrebbe mai accettato di apporre una data di scadenza al loro nuovo rapporto.

«E cosa hai intenzione di fare? Rivelare al mondo il tuo segreto?»

Con il cuore in tumulto, Rafe inclinò il capo da un lato.

«Voi non siete il mio segreto» le mormorò nel momento in cui sentì nello stomaco un groviglio di nervi e agitazione.

Il volto di Dillon si sollevò e lei, guardandolo dritto negli occhi, gli donò un sorriso privo di alcuna ironia.

«Un tempo però lo siamo state.»

Se una ferita sanguinante avesse avuto un suono, sarebbe stato quello della voce della sua Crispy in quel momento.

«Al college ho affrontato tutto da sola, perché il grande campione di baseball ne uscisse pulito e immacolato, pronto per la sua stupefacente carriera nei Red Sox.» Il suo sguardo s’incupì. «Ma non c’era niente che non avrei fatto per te e, anche quando ho detto basta, non ho fatto altro che farmi del male ogni volta che ti vedevo su una rivista in compagnia di una donna sempre diversa.»

«Ti ho già detto che non sono più lo stupido arrogante di un tempo.»

Se solo avesse potuto, Rafe avrebbe leccato via le sue parole, bevendo quella sua insicurezza.

«Io non voglio più sentirmi in quel modo.»

«Ti prometto che non accadrà, Crispy, hai la mia parola.» Le inclinò il viso all’indietro e, accarezzandole le guance con i pollici, avvicinò le labbra alle sue.

«Sarò degno di voi, Dillon» sussurrò lui prima di appoggiare le sue labbra su quelle di lei.

Gliele sfiorò e, nel momento in cui lei aprì la bocca, lui ne approfittò per donarle un bacio più profondo, assaporandola.

Sarebbe stato all’altezza della loro fiducia, e lo avrebbe fatto più in fretta di un battito di cuore.

Si staccò a malincuore e, guardandola dritta negli occhi, la vide pronta a ribattere, ma poi il rumore di un pick-up che sgommava sul sentiero ghiaiato attirò tutta la sua attenzione.

Rafe, guardando attraverso la finestra, vide quattro uomini scendere dal fuoristrada e fu pervaso dalla curiosità.

«E quelli chi diavolo sono?» domandò lui mentre un passo dopo l’altro si ritrovava fuori sul portico.

Spot, il cane da pastore di Butch, arrivò di corsa abbaiando, e Rafe in mezzo a quel baccano avvertì la presenza di Dillon alle sue spalle; quando la sentì salutare ognuno di quei giovani che sembravano appena usciti da una qualche rivista country, imprecò sottovoce.

«Ciao, ragazzi» disse allungando una mano e agitandola come una bimbetta entusiasta.

La mascella di Rafe si contrasse per il disappunto e, ruotando il suo corpo massiccio, la ingabbiò in un abbraccio.

«Ti ricordo che hai solo la mia maglietta addosso, non è il caso che ti metta almeno un paio di pantaloni? Non voglio che fai vedere ad altri ciò che appartiene solo a me» le ringhiò lui nell’orecchio. Quando vide le sue guance arrossarsi, cercò di tenere a bada tutte le idee inappropriate che gli stavano frullando in testa.

Le raccolse una a una e le legò insieme con lo spago.

«Ehi amico, non sapevo fossi così mattiniero.»

La voce arrogante di Archer gli cadde addosso e lui, indossando un finto sorriso, ruotò appena il capo nella sua direzione.

«Mancavi solo tu per rendere questa mattina esilarante» ringhiò Rafe a denti stretti. Ma il cowboy gli regalò un sorriso impertinente.

«Vedo che l’aver preso a pugni Foster ti ha fatto guadagnare dei punti.»

Archer incrociò le braccia muscolose e, alzando il mento, lo guardò con sguardo affilato e glaciale.

Rafe non gli rispose; senza che se ne accorgesse lo zio Butch comparve al suo fianco e, dopo aver dato una grattatina in testa al cane, lo salutò dandogli una pacca sulla spalla.

«Non avresti dovuto essere a Boston con la squadra?» gli domandò scrutandolo e quando notò il suo torso nudo arricciò le labbra sotto la barba.

«Sono tornato prima.»

Lo zio di Dillon non rispose, ma fece rimbalzare lo sguardo tra lui e Archer.

«C’è bisogno che io sia informato su qualcosa in particolare?»

Rafe era pronto a rispondergli, quando Archer, salendo sul primo gradino del portico, lo anticipò.

«No. Ma se ti arriveranno voci di una scazzottata al bar giù in città sappi che è tutto vero.» Archer lo guardò e i suoi occhi chiari lo trafissero, simili a pungoli ghiacciati. «Mister baseball, qui, le ha suonate di santa ragione a quel coglione di Foster.»

Butch si grattò la barba nello stesso istante in cui un ringhio gli vibrò nel petto, e il suo silenzio fu tanto eloquente quanto un ruggito.

«Bravo ragazzo, vedo che hai iniziato a guadagnarti un perdono che sembrava irrealizzabile.»

Rafe fece appena un cenno con il capo, incapace di dare una risposta coerente.

«Oggi è giorno di tosatura, sarai dei nostri?» gli domandò Archer, dandogli una pacca sulla spalla nuda. «Forse però sarebbe il caso ti mettessi qualcosa addosso se non vuoi che la lana delle pecore ti provochi un’irritazione.»

Una risata collettiva lo circondò, rammentandogli la presenza degli altri quattro uomini che con buone probabilità erano lì come tosatori.

Butch scese i gradini e si diresse verso i ragazzi che erano ancora in attesa d’istruzioni.

Strinse la mano a ognuno di loro, e Rafe notò il loro abbigliamento quasi uguale: jeans, camicia con maniche arrotolate lungo le braccia e stivali in vero stile cowboy.

«Ragazzi, seguite Archer alle stalle; i recinti sono pronti e le tosatrici sono già attaccate alle prese di corrente.»

Lo zio di Dillon iniziò a impartire gli ordini, e in quell’istante un pizzicore colse la base del collo di Rafe e avrebbe scommesso qualunque cosa che la sua Crispy fosse alle sue spalle.

Lei gli sfiorò il braccio con la punta delle dita e, quando gli fu accanto, venne investito dal suo profumo dolciastro.

Era un misto tra i fiori di magnolia e il gusto aspro degli agrumi.

«Più tardi riusciresti tu ad andare a prendere Didi? Mi ero dimenticata di dirti che oggi sarà una giornata frenetica con la tosatura e la pesata della lana.»

«Nessun problema» disse mentre con occhio attento la esaminava dalla punta dei capelli alla punta degli stivali.

Una camicia nocciola lasciata sbottonata mostrava un top verde militare talmente aderente che il profilo dei suoi seni era come se fosse stato abbozzato sul progetto di uno scultore. Il mimetico era talmente in contrasto con i suoi splendidi occhi da renderli ancora più smeraldini.

I jeans erano talmente aderenti che credeva fossero una seconda pelle.

I suoi occhi non riuscirono a staccarsi da lei nemmeno se un machete affilato avesse reciso il filo invisibile che li legava.

I muscoli della mascella di Rafe s’irrigidirono, simili alle corde di un arco teso, dopo che si era perso nel fantasticare sul corpo prorompente di Dillon.

L’aveva avuta nuda tra le braccia tutta la notte, ma nulla poteva essere paragonato a lei vestita in quella maniera sensuale; il cuore di Rafe sembrò volergli schizzare fuori dal petto per catapultarsi direttamente nel suo.

Dillon gli sorrise, e la sensazione che Rafe provò fu somigliante a qualcuno che gli stava stritolando il cuore, quando la guardò andare incontro ad Archer e seguire gli altri uomini verso le stalle; un senso d’inquietudine lo travolse al pari di una valanga.

Si destò dai suoi pensieri nel momento in cui lei voltò appena il capo all’indietro, sorridendogli da sopra una spalla, e lui avvertì sulla pelle una carezza graffiante; fu come se avesse aperto la porta di una voliera per liberare uno stormo di uccelli, le cui ali gli vibravano nello stomaco.

 

 

Dillon aveva impiegato quasi un’ora a sistemare tutte e quattro le postazioni, rendendo il lavoro ai ragazzi molto più semplice e scorrevole.

Il retro dell’ovile era stato allestito nei giorni precedenti con tutto quello che sarebbe servito per tosare le pecore, e il gregge era già stato suddiviso nei vari recinti adiacenti.

Lei, lo zio Butch e Spot avevano il compito di unirle in gruppetti da dieci e farle passare attraverso i cancelli metallici che le avrebbero condotte all’interno dell’area di tosatura.

Sollevandosi da terra, si scostò una ciocca di capelli che le si era incollata alla fronte e, grattandosi la punta del naso, vide Rafe svoltare l’angolo della stalla e dirigersi verso la loro postazione. Fu in quell’attimo che il suo controllo cominciò a sgretolarsi.

Aveva indossato una maglietta a maniche corte che gli aderiva al busto scolpito, e Dillon ne seguì i movimenti.

Gli occhi setacciarono le dure superfici dei suoi pettorali sotto il tessuto, fino ad arrivare alla pelle liscia e tatuata dei bicipiti. Era un tutt’uno di muscoli asciutti e scolpiti.

Rafe si fermò oltre il cancello con le gambe leggermente divaricate, e le sue grosse braccia s’incrociarono sul petto; era come se lui fosse sulla difensiva, e Dillon immaginò che quella dovesse essere la posizione di un giocatore di baseball, solo senza divisa e guantone.

Un brivido improvviso le corse lungo la schiena e, intanto che gli sorrideva, arrivò alla conclusione che tutto stava accadendo troppo rapidamente.

Stavano correndo a tutta velocità e senza freni, dritti verso un pericoloso precipizio.

Lui le stava offendo un pezzo di se stesso, e tutto quello che Dillon doveva fare era avvicinarsi e prenderlo.

Ma non voleva gli avanzi né tantomeno il dolore di un tempo. Voleva tutto di lui, tutto o niente. Tuttavia, Dillon sapeva che Rafe non sarebbe mai stato in grado di darle una cosa del genere, eppure ignorò quel senso di fastidio che le strisciò addosso.

A volte i sogni non diventano realtà, a volte prendono fuoco, e l’unica cosa che puoi fare è cercare di non bruciarti. Lei, giurando su quanto avesse di più caro, avrebbe fatto attenzione a non sfiorare quella fiamma incandescente.

I loro sguardi s’incrociarono e nello stesso istante lui le fece segno con un dito di farsi più vicina; Dillon, simile a una farfalla attirata dal bagliore di una fiamma, andò verso il recinto metallico che li separava e che le arrivava all’altezza della pancia.

I ragazzi, con in sottofondo il ronzio delle tosatrici, le lanciarono occhiate oblique e, quando la videro fare qualche passo verso Rafe, guardarono lui come fosse una sorta di animale esotico.

«Dove devo andare a riprendere Didi?» le domandò e la sua voce roca le arrivò direttamente sottopelle.

«Nel parcheggio della scuola. La mamma di Melissa Harper accompagnerà lì sia Didi che le altre bambine che hanno partecipato al pigiama party.»

«Okay.» Rafe le sorrise, e quel gesto affondò in lei simile a una lama di luce. «Fino alla scuola la strada la so, quindi non ci dovrebbero essere problemi» concluse lui, e un milione di brividi corsero sulla punta delle dita di Dillon, facendole desiderare di grattare via quella sensazione insieme alla voglia inopportuna di quel gesto.

Le mura erano crollate. Le paure e i vecchi dubbi si erano dissolti in un paio di giorni.

Non restava niente di quei vecchi timori, se non il tocco delle sue mani che la stavano accarezzando su una guancia con il pollice. Lei sorrise, per nascondere il suo corpo che fremeva e bruciava dietro quel semplice tocco. Era come se anche lui non riuscisse a farne a meno.

Rafe fece un passo indietro e, nel momento in cui la guardò, il cuore di Dillon le martellò nel petto.

Era come se lui cullasse il suo mondo, e lei avesse difficoltà a trovare il giusto equilibrio.

La mano ruvida del padre di sua figlia si avvolse intorno al suo gomito e, strattonandola appena, l’attirò contro il suo petto, facendo tintinnare la rete metallica che fungeva da divisorio tra i loro corpi.

«Questi uomini lo sanno che sei mia?» le chiese Rafe e lei ingoiò un gemito. «Lo sanno che porti ancora il mio odore addosso?»

Dillon non ebbe il coraggio di rispondere e con gli occhi che le si sgranavano si leccò le labbra, attirando sulla sua bocca lo sguardo intenso di lui.

Si avvicinò al suo orecchio, bisbigliando: «Ora sono quasi convinto che ne siano a conoscenza.»

Dillon sentì in quel momento la mano grande e calda di lui scenderle lungo la schiena, arrivando ad afferrarle il sedere in una stretta salda.

Allarmata, cercò di voltarsi all’indietro per scorgere dove fosse lo zio, ma constatò che Rafe aveva fatto quel gesto spudorato approfittando delle spalle che Butch gli stava dando.

Voltò il capo appena in tempo perché un bacio possessivo calasse sulle sue labbra e, quando lui si staccò qualche istante dopo, Dillon avvertì ancora la pressione delle sue dita sulla carne dei glutei e il calore inebriante sulla sua bocca.

«Buon lavoro, Crispy» le sussurrò Rafe come fosse stato un gemito sensuale, intanto che si allontanava all’indietro con un sorriso sfacciato a illuminargli il viso. «Ci vediamo più tardi.»

E come era arrivato se ne andò, accompagnato dal ronzio delle tosatrici e dal belare incessante delle pecore.

 





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