Erano già passati dieci giorni da quando Dillon e Didi erano tornate al ranch senza Rafe. Le voci che le rincorrevano da quando le fotografie erano apparse sui giornali sembravano essersi calmate, al pari della quiete che insorge dopo una tempesta.
Come Rafe aveva deciso, si erano fatti vedere in giro insieme per Boston affiatati e innamorati più che mai; il clamore sulla sua presunta paternità era andato calando, quanto le onde che si ritirano dalla battigia con la bassa marea.
Doveva dargliene atto: il farsi vedere felici e non pronti a darsi battaglia non faceva alcuno scalpore, quindi, dopo un paio di giorni il tumulto mediatico era andato scemando.
La vita di Dillon e della figlia aveva ricominciato a trascorrere alla solita maniera, lasciando che i giorni si rincorressero lenti.
L’inizio del campionato della Major League era cominciato, e i Red Sox avevano disputato la prima delle centosessanta due partite che avrebbero tenuto Rafe lontano da loro.
La sera prima, Didi, insieme ad Archer e allo zio Butch, aveva guardato in televisione l’incontro in cui la squadra del padre sfidava in casa i Tampa Bay Rays della Florida; mentre loro seguivano il gioco, Dillon, invece, aveva focalizzato la sua attenzione solo su Rafe, aiutata anche dalle innumerevoli inquadrature.
Una in particolare aveva attirato il suo sguardo: quando Rafe, dopo una battuta a bordo campo, si era asciugato il sudore dalla fronte stringendo con forza la mazza tra le mani. Le pulsazioni di Dillon erano divenute scalpitanti, e il cuore aveva iniziato a pompare irruente nelle vene.
Sapeva quello che si provava ad avere i suoi palmi addosso e per un fugace istante invidiò quello stupido bastone da baseball.
Con il viso accaldato, Dillon aveva sorriso dinanzi allo schermo, non riuscendo a fare a meno di pensare alla mandibola squadrata di Rafe coperta dalla barba incolta, alle sue guance cesellate e agli occhi blu contornati dalle ciglia lunghe e scure. Si era appoggiata le dita sulle labbra rievocando alla memoria i suoi baci appassionati e, con il cuore in tumulto, era riuscita ad arrivare alla fine della partita.
Poi un’altra settimana era trascorsa.
Rafe era passato un giorno in cui era di riposo con la squadra, ma era stato tutto talmente rapido che Dillon non aveva gustato nemmeno la sua presenza.
Si era fermato al ranch solo per un paio d’ore, trascorrendole quasi interamente con Didi. Loro erano riusciti a ritagliarsi soltanto un breve istante dietro le stalle, dove, addossati al portone di legno, avevano amoreggiato come adolescenti in preda agli ormoni.
Le mani rudi di lui l’avevano accarezzata ovunque, intanto che la sua bocca le succhiava le labbra con avidità, saccheggiandola, per poi sprigionarle le farfalle impazzite nello stomaco.
Era stato un breve momento, però talmente bello da imprimersi nella sua mente, al pari di un ricordo di sole durante una fredda giornata d’inverno.
«Sei la mia perfezione, Crispy, e ti terrò stretta tra le mani, senza mai più lasciarti andare» le aveva sussurrato, respirandole addosso tra un bacio e l’altro, prima di ritornare alla loro realtà fatta di partite di baseball e marchiature di vitelli.
Rafe se ne era andato di nuovo; le trasferte con la squadra erano iniziate e, nonostante si sentissero al telefono tutte le sere, il senso di disagio dilagava dentro Dillon. Era causato dalla lontananza e dalla vita mondana di lui con i Red Sox, somigliante a un’erba infestante difficile da estirpare.
A Woodstock, nessuno sembrava interessato a ciò che avevano scritto i giornali scandalistici e solo in un paio di occasioni, fuori dall’uscita di scuola di Didi, Dillon aveva notato da parte di altre mamme occhiate curiose e bisbigli indiscreti.
Lasciandosi la stalla e il muggito dei bovini alle spalle, Dillon s’incamminò lungo il sentiero ghiaiato che l’avrebbe portata al suo cottage e, con il telefono incastrato tra la spalla e l’orecchio, rispose a Rafe mentre si chiudeva il cancelletto di metallo alle spalle.
«E quest’idea da dove ti è venuta fuori?» gli domandò lei aggrappandosi un attimo dopo alla staccionata di legno che aveva a fianco.
«È da quando sono usciti quegli stupidi articoli che ci penso.»
La voce roca di Rafe le entrò sottopelle, pizzicandola, e a lei non rimase altro che artigliare il legno scheggiato.
«Non lo so, Rafe» sussurrò Dillon intanto che una massa uniforme sprigionava calore nella sua pancia.
«Perché no? Sì insomma, vorrei riconoscerla legalmente e fare in modo che Dizzy Dean Sullivan diventi Dizzy Dean Marshall.» La voce incerta di lui le strappò un sorriso.
Dillon, sollevando il capo verso il cielo, sentì gli occhi risplenderle di lacrime non versate, brillanti e uguali a tardive stelle mattutine.
«Posso pensarci?» chiese lei titubante.
Rafe se ne restò in silenzio dall’altra parte della linea.
«Rafe?» chiamò lei con voce incerta, staccando il telefono dall’orecchio per controllare che la linea non fosse caduta. «Sei ancora lì?»
«Certo che ci sono» rispose lui con un lungo sospiro, come se volesse donarle tutta l’aria che gli riempiva i polmoni. «Te l’ho già detto, Crispy, che non ho intenzione di andare da nessuna parte.»
«Lo so…» Le dita di Dillon artigliarono di nuovo la staccionata e un polpastrello si scheggiò. «È solo che devo abituarmi all’idea» terminò portandosi il dito alle labbra, succhiandolo.
Rafe le donò un altro silenzio fino a che, cambiando tono di voce, le chiese: «Mi spieghi che stai facendo?»
«Perché?» Le labbra di Dillon si distesero in un sorriso. «Una scheggia si è infilata in un dito e lo sto…»
«Non dirmelo» bisbigliò Rafe, facendo divenire il suo tono di voce improvvisamente roco. «Non voglio sapere quello che stai facendo a quel povero dito, perché altrimenti potrei immaginare qualcosa di diverso in quella tua splendida bocca.»
L’elettricità statica che si creò tra loro anche a distanza ebbe la forza di creare un fulmine, nonostante le cariche positive e negative non si stessero scontrando tra loro.
Dillon deglutì e per poco non si strozzò con l’ardore che le risalì lungo lo stomaco.
«Molto sfacciato da parte sua, signor Marshall, dire queste cose.»
«Lei dice, signorina Sullivan?» domandò lui in modo scherzoso, benché il suo timbro trasudasse mascolinità.
«Tu non sai cosa darei per essere lì con te in questo momento.»
Un sospiro le sgusciò dalle labbra dischiuse intanto che un brivido di piacere le saettava tra le gambe.
«E cosa mi faresti?» chiese lei con un sussurro.
«Passerei la lingua su ogni parte del tuo splendido corpo e poi, una volta che sarai satura di piacere, ti metterei in ginocchio facendoti emettere quello splendido mugolio che hai fatto prima...» Il corpo di Dillon formicolò, e una vampata di calore le accese il ventre. «E fidati, Crispy, che non ti infilerei solo un dito in bocca.»
Il fiato le si mozzò in gola nello stesso istante in cui immaginò la scena che lui le aveva appena descritto; avvertì la passione scivolarle addosso, tendersi, viva e palpabile, al pari di una corda ben tirata di arco pronto a scagliare la sua freccia.
Rafe le era addosso e, nonostante i chilometri di distanza che li separavano, sentì la sua presenza accanto, piacevole e calda quanto una spessa coperta invernale.
Il piacere e l’amore si confusero sulla stessa linea frastagliata, e in quell’attimo Dillon capì che Rafe sembrava un uomo a caccia del suo cuore.
Mancavano ancora due ore all’inizio della partita e Rafe, nonostante avesse appena avuto delle frizioni per sciogliere i muscoli delle braccia da parte del massaggiatore della squadra, si sentiva teso quanto una corda di violino. Qualcosa gli torceva lo stomaco tuttavia non sapeva dare un nome a quel malessere.
Hellen, malgrado lui non fosse d’accordo, gli aveva allestito un set pubblicitario negli spogliatoi poco prima dell’inizio della partita.
L’avevano scelto come testimonial per un noto shampoo e lui, con nient’altro che un asciugamano allacciato in vita, stava fingendo di uscire dalle docce, gocciolante, con i tatuaggi e gli addominali in bella mostra. Stringeva tra le mani il prodotto che gli avrebbe fruttato milioni di dollari di sponsorizzazione e con sguardo malandrino ammiccò alla telecamera.
«Perfetto, avanti un altro po’…» continuava a gridare il regista. «Così…»
E mentre l’uomo dietro alla telecamera sbraitava a Rafe indicazioni su come muoversi, a lui non sfuggirono le occhiate che Hellen continuava a mandargli.
Era brava nel suo lavoro, e questo contratto pubblicitario che si era accalappiata avrebbe fatto guadagnare a Rafe una montagna di soldi extra.
Dopo la loro discussione, non erano più tornati sull’argomento paternità e lui, per non far clamore, aveva lasciato cadere la cosa.
Nonostante lei non si desse pace sul fatto che loro due non potessero più andare a letto insieme, non credeva che la sua addetta stampa fosse una manipolatrice astuta dei media.
Dillon non la vedeva di buon occhio, ma probabilmente era solo gelosa del passato che lui e Hellen avevano condiviso.
«Benissimo, Rafe, qui abbiamo finito.» Il regista gli si avvicinò, stringendogli la mano. «Buona partita. Quando avrò finito il montaggio, mi metterò in contatto con la tua addetta stampa.»
«Grazie» rispose lui, salutando con un cenno anche il resto della troupe.
Rafe si diresse al suo armadietto con la smania di vestirsi per la partita; Hellen però non accennava ad andarsene e questo gli ricordò un episodio analogo che avevano vissuto non meno di qualche settimana addietro, poco prima che scoppiasse il caos mediatico che aveva coinvolto sua figlia.
Aprì l’armadietto e, sfilando il cellulare, controllò se avesse ricevuto qualche telefonata durante la registrazione.
Sperò di veder lampeggiare il nome di Dillon o, come oramai si era abituato, desiderò trovare una foto della sua piccola che gli augurava buona fortuna con una delle sue facce buffe.
Il cellulare si accese, ma lui non vide altro che lo schermo privo di notifiche; quello strano malessere gli si arrampicò di nuovo addosso, al pari di un’edera che gli si aggrovigliava alle caviglie.
«Hellen, se non ti dispiace dovrei vestirmi per la partita» disse Rafe intanto che appoggiava il telefono lì accanto, sulla panca.
La donna lo spostò di lato, sedendogli vicino.
«È così che mi ringrazi? Chiedendomi di andarmene dopo che ti ho appena fatto guadagnare milioni di dollari?» chiese lei, accavallando le gambe e guardandolo quanto un tesoro prezioso d’ammirare.
«Hellen…» Il capo di Rafe ciondolò in avanti. «Non ringrazierò mai abbastanza sia te che tuo padre…»
«Allora invitami a cena dopo la partita.»
Rafe la guardò, dischiuse appena la bocca ma non uscì nessun suono.
Dentro di lui pulsò una sensazione pari a una sconfitta.
Non voleva perdere la pazienza, eppure non sapeva più come far capire a Hellen che non era più interessato a portarsela a letto e che tra loro, oltre a un sincero rapporto di lavoro, non avrebbe mai più potuto esserci nulla.
***
Stringendo tra le mani la capezza di Brando, Dillon si avviò verso la stalla, riportando il cavallo dopo che Archer gli aveva cambiato i ferri.
Voltò il capo all’indietro sentendo un po’ di trambusto provenire dalla posta dell’alpaca.
«Didi, sei tu?» chiese mentre chiudeva il box dell’animale con il chiavistello.
«Sì, mammina!» gridò la vocetta acuta di Dizzy. «Sto mettendo il collare al Signor Erre, voglio che mi accompagni alla casetta sull’albero.»
Dillon sorrise tra sé e sé e, dopo aver dato con il forcone un po’ di fieno al cavallo, andò verso la figlia.
«E che ci andate a fare voi due al tuo fortino? Tra un po’ inizia la partita.»
«Lo so, mammina. Però ti prometto che ci resteremo solo un paio di minutini.» Agganciando il guinzaglio al collare fucsia, Didi si trascinò dietro un alpaca riluttante.
«Stai attenta, mi raccomando.»
«Sì, sì» rispose lei, intanto che saltellava fuori dalla stalla nelle sue galosce rosa e con Spot, il cane dello zio, che gli zampettava appresso, scodinzolando felice.
Il Signor Erre le trotterellò dietro emettendo il suo strano e solito raglio. Dillon sorrise e, prendendo la scopa di saggina, iniziò a pulire il pavimento sporco di paglia e letame.
«Ehi, straniera» le disse Archer arrivandole alle spalle. «Ci si vede dopo.» E sollevando un braccio si allontanò, salutandola.
«Non fare tardi questa volta… Sai che Didi ci tiene a guardare la partita di baseball con te e Butch.»
Archer non le rispose, ma se ne andò fischiettando.
Brando e gli altri cavalli nitrirono dai loro box e Dillon, ruotando il capo, venne colpita in pieno volto da una falce di luce che entrava dai finestroni sul tetto.
Il sole del tardo pomeriggio premeva contro il tetto della stalla, come se cercasse di entrare in un posto che gli era precluso.
Un raglio acuto, unito al forte abbaiare di Spot, arrivò alle orecchie di Dillon, trafiggendola al pari del suono aguzzo di un corno che si leva da un campo di battaglia.
Un ago di disagio la punzecchiò; quasi senza saperne il motivo, si mise a correre fuori dalla stalla, diretta verso il punto in cui sorgeva la casetta sull’albero.
Ciò che vide le fece stringere lo stomaco in una morsa.
Didi stava salendo lungo la scaletta a pioli attaccata all’albero, a un’altezza di un paio di metri, e con il guinzaglio in mano cercava invano di trascinare l’alpaca accanto alla quercia.
L’animale strattonò la corda infastidito e, prima che un grido sgusciasse fuori dalla gola di Dillon, la bambina si sbilanciò e cadde all’indietro.
Schegge di paura, pari a vetri taglienti, la ricoprirono, conficcandosi nella carne. A ogni respiro che ci volle per raggiungere la figlia riversa a terra, quei frammenti le si piantarono addosso.
«Archer!» gridò Dillon con tutta la voce che aveva nei polmoni intanto che lasciava andare le lacrime, come se le stesse versando dal cielo, simili a pioggia scrosciante.
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