Scritto il 30/09/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Rafe stava guidando il suo pick-up mentre Dillon e Didi cantavano una buffa filastrocca dal sedile posteriore. Erano da poco usciti dall’ospedale di Woodstock, dove la bambina aveva effettuato l’ultima visita di controllo.

La TAC a cui l’avevano sottoposta era risultata negativa; l’ematoma si era completamente riassorbito e ora Dizzy sfoggiava con orgoglio, attaccata al petto, la medaglia adesiva del coraggio. Gliel’avevano data le infermiere della terapia intensiva assieme a un enorme lecca-lecca che le stava impiastricciando la faccia.

«Sembro una militara» sghignazzò dimenandosi sul suo seggiolino e Rafe, sorridendo, guardò Dillon nello specchietto retrovisore.

Incrociarono i loro sguardi intanto che la sua Crispy spingeva la lingua contro l’interno della guancia, forse per non scoppiare a ridere in faccia alla figlia.

Lo stomaco di Rafe, fino a quel momento ingarbugliato, si alleggerì in un istante dinanzi a quella scena, solo per il sorriso con cui lei lo stava ricambiando.

«Ridi perché sono buffa, mammina?» chiese la piccola dando un piccolo colpetto sulla spalla della madre, e in quell’istante Dillon scoppiò in un riso fragoroso.

«Appena un pochino, piccola.» E le loro mani si intrecciarono in una sorta di linguaggio silenzioso.

La risata di Dillon era il motivo per cui Rafe avrebbe baciato continuamente le sue labbra tenere, risucchiando quel suono, tenendolo solo per sé, quanto il più avido tra gli egoisti.

Un peso grande, pari a un macigno, si sollevò dalle sue spalle e, prima che potesse parlare, il suono inconfondibile del suo cellulare riempì l’abitacolo.

Rafe lesse il nome di Connor sul display e, accettando la chiamata, mise la comunicazione in vivavoce.

«Ehi, amico, a che punto siete?» chiese Rafe felice di sentirlo.

Lui, Brin e il piccolo Kent sarebbero dovuti arrivare da Templeton per un barbecue in famiglia per festeggiare Didi e la sua guarigione, e si sarebbero fermati da loro per l’intero week-end.

Dall’altra parte della linea, però, nessuno parlò, fino a quando un leggero soffio fece gracchiare la linea.

«Sono io, Kent, non il mio papà.» Il figlio di Connor parlò con una vocina flebile e intimidita.

«Ciao Superman!» gridò Dizzy dal sedile posteriore traforando i timpani di Rafe con la sua vocetta acuta.

«Ciao!» le rispose Kent. «Didi, hai detto al Signor Erre che sto arrivando?»

«Sì!» continuò a sbraitare lei con il bastoncino del lecca-lecca che le usciva dalla bocca, intanto che Dillon cercava di calmarla.

Poi, improvvisamente, dall’altra parte della linea ci fu silenzio e se non fosse stato per i secondi che continuavano a scorrere sul cellulare, Rafe avrebbe creduto che la linea fosse caduta.

«Kent, sei ancora lì?»

«Sì, sì.»

«Tu o il tuo papà avevate bisogno di dirmi qualcosa?» domandò mentre un sorriso gli increspava le labbra.

«No. Io volevo solo sentire Didi.» Rafe voltò il capo all’indietro sorridendo a sua figlia che, con un gesto plateale, si era portata le manine alla faccia. «Ho rubato il telefono al mio papà. Lui sta facendo la doccia.»

«Okay, Kent, hai fatto proprio bene.» Rafe mise la freccia, imboccando il ponte di legno coperto che era vicino al ranch, facendo traballare le assi al loro passaggio. «Vi aspettiamo questa sera, va bene?»

«Ciao, amico Superman! Ci vediamo dopo.»

«Ciao, amica Didi» le rispose lui, prima che il suo tono di voce si abbassasse e con un bisbiglio le sussurrasse: «Ti ho preso un regalino.»

Didi gli mandò un bacetto schioccante ma, prima che il bambino avesse il tempo di risponderle, dall’apparecchio uscì un nuovo fruscio.

Parole di sottofondo diedero a intendere che Connor o Brin si fossero riappropriati del cellulare, e che Kent non ne fosse molto contento.

«Ehi, Rafe» disse un Connor dalla voce squillante nel momento in cui imboccarono il lungo viottolo ghiaiato che li stava portando al ranch. «Tra un’oretta direi che saremo pronti a partire.»

«Sì, ce l’ha già detto tuo figlio che vi state preparando.»

Connor gli regalò una risata. «Ci sarà qualcosa che non ha ancora spifferato?»

«Non ne ho idea, amico.»

«Mi ha preso un regalo!» gli gridò Didi, le sue manine abili e appiccicose stavano già sganciando la cintura e, pari a una meteora impazzita, schizzò fuori dal pick-up non appena Rafe parcheggiò accanto al cottage.

«Didi, aspetta!» Dillon scese a sua volta, e con un saluto volante a Connor si diresse all’inseguimento della figlia, lasciando Rafe da solo sul fuoristrada.

Rimase ancorato al volante per qualche istante, come se ci fosse qualcosa che lo teneva imprigionato al sedile. Rami invisibili di una pianta secolare lo tenevano avvinghiato in una morsa rigogliosa.

«Allora, Rafe, hai preso una decisione?»

«Penso di sì, amico, e non è stato neanche tanto difficile farlo.»

Il silenzio dall’altro capo del telefono divenne assordante fintantoché Connor lo tranciò come fosse stata una fune.

«Capisco esattamente quello che stai provando.»

«Non voglio dare niente per scontato, sto ancora aspettando un paio di risposte, tuttavia penso proprio che quello a cui andrò incontro sia la cosa più giusta da fare.»

Il baseball era stato da sempre il suo mondo, però ora il suo stesso asse si era allineato su un altro parallelo. Il suo cuore, dinanzi a quella consapevolezza, cadde in picchiata, tale e quale a un uccellino senza ali.

Era difficile guardare al futuro senza avere la certezza che tutto sarebbe andato per il meglio, ma finché avesse avuto accanto la sua Crispy tutto sarebbe andato per il verso giusto.

«Amico, ci vediamo tra poco e riprenderemo il discorso davanti a una bella birra ghiacciata.»

Rafe non ricordò ciò che rispose all’amico, tuttavia sul sedile del Silverado lasciò liberi i pensieri.

Li slegò, somiglianti a tanti piccoli palloncini colorati che con un taglio di forbice stavano volteggiando in cielo, sciolti e liberi di vagare lontano.

Ma non sarebbero mai andati al di là delle nuvole perché sapeva che, nonostante tutto, la donna che era divenuta il suo gioco perfetto li avrebbe riuniti uno a uno e con un semplice soffio glieli avrebbe imbrigliati e racchiusi nel cuore, legati assieme al pari di tanti piccoli soldatini di piombo uniti tra loro dal filo sottile di una ragnatela.

 





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