Scritto il 26/08/2026
da EMMA MEI


Oggi è un mese che non sento la tua voce.

Un mese che non incontro il tuo sguardo.

Un mese che non posso rifugiarmi fra le tue braccia.

Un mese che cerco il tuo profumo sui tuoi abiti.

Oggi è trascorso esattamente un mese da quando tu non sei più qui.

Con me.

Se fosse possibile, vorrei riunire tutti i silenzi per mettere a tacere questo boato che mi sta annientando l’anima.

L'ennesima interminabile notte non si è ancora conclusa e quei pochi minuti di sonno sono stati agitati e pieni di tormento. Inspiegabile il desiderio di voler dormire per spegnere la mente, subito sostituito dall'esigenza di restare sveglia per cercare una spiegazione logica a quello che è accaduto.

Per riempire il vuoto che ho davanti agli occhi, guardo le foto sul cellulare e sostituisco il silenzio ascoltando l'ultimo vocale che mi ha lasciato in chat. Se fosse stato un nastro audio, l'avrei già consumato.

«Scusa se non ti ho risposto al telefono, ma ero occupato. Ultimamente non facciamo altro che rincorrerci a

vicenda. Logan mi ha inviato una foto che ti ha scattato l’altro giorno nella quale sorridi. Sei bellissima! Non hai idea di quanto sia felice per voi due, anche se potresti smetterla di rinfacciarmi il tranello di New York. Ricordati che se non fosse stato per me, e il bicchierino di troppo, saresti ancora lady iceberg e non la ragazza di Logan. Sai, il mio maestro sosteneva che una relazione sentimentale non debba basarsi su un rapporto cieco e folle bensì su un’approfondita conoscenza. Tu e Logan avete avuto ben quindici anni di tempo per conoscervi ed è giunto il momento di costruire il vostro futuro. Non dimenticatevi che dovrò essere l’unico testimone di nozze. Uff! Mi stanno chiamando, ti devo lasciare… è arrivato il mio allievo. La preparazione degli atleti per i campionati di karate non mi lascia un solo giorno libero. Ci vediamo domani da mamma, magari facciamo un selfie dove sorridi al fianco dell’uomo più bello del mondo, che poi sarei io, non il tizio dalla mascella squadrata con cui ti baci ogni sera. Ciao, mia piccola kreisel, ti voglio bene.»

Quante volte l'ho ascoltato stanotte? Ho perso il conto, ma ho bisogno di imprimere nella mente la sua voce per evitare che il tempo la cancelli trasformandola in un flebile ricordo.

Infilo una mano dentro la tasca della felpa e sfioro il foglietto che ho scritto a Mikael. Ogni giorno ne scrivo uno ed è diventata l'unica forma di comunicazione che posso avere con lui. Trovo un leggero conforto nel farlo ed è come averlo ancora accanto a me. Mi aiuta a superare il devastante dolore che mi sta uccidendo da quando mi ha lasciata. Non mi sono mai sentita più vuota di così.

Continuo a vivere, ma sono morta dentro.

Perché quella mattina sono morta anch'io. Non solo lui.

Dicono che, se si compie un'azione per più di ventun volte, diventa un'abitudine. Non so se sia vero, di certo oggi è la ventinovesima volta che indosso una tuta da ginnastica e le scarpe da corsa, infilo gli auricolari ed esco di prima mattina per camminare fino al dojo. Di solito impiego un'ora e cerco di arrivare prima che i raggi del sole appaiano all'orizzonte.

Fisso il cielo con la testa rivolta all'insù, senza vederlo veramente. La luna spende e le stelle brillano, l'aria profuma di freddo e di muschio, mentre l'umidità avvolge ogni cosa.

Inspiro ed espiro facendo fuoriuscire lievi nuvolette dalle mie labbra, una lacrima scende lenta sullo zigomo, seguita da altre che aumentano il senso di nodo alla gola che costantemente mi tiene compagnia.

Apro la porta secondaria del cancello e l'ormai familiare scricchiolio dei sassolini che calpesto mi accompagna lungo il sentiero che porta al giardino zen al centro della struttura. Faccio due passi, ma le gambe diventano di piombo e una nauseante sensazione di stanchezza si espande dal centro dello stomaco fino a tutto il resto. Incrocio le braccia mettendo le mani sotto le ascelle nell'inutile tentativo di fermare il tremolio, il sudore mi ricopre tutto il corpo e la sensazione di vertigine è inequivocabile.

Sto avendo un attacco di panico. Di nuovo.

Forza, Viktoria, mancano pochi passi e sei arrivata…

Il dolore al petto e la sensazione di non riuscire a respirare mi obbligano a piegarmi in avanti, perdo l'equilibrio e cado per terra. Mi reggo sulle mani, ma il corpo è pesante e mi sento così sfinita.

Non respiro… non respiro… non respiro…

Che strana che è la sofferenza, ti colpisce senza preavviso togliendoti l'ossigeno, non solo dai polmoni, ma anche dalle particelle che scorrono attraverso le arterie. Ti anestetizza, ti porta lontano, immergendoti in un silenzio dove fa eco solo il tuo respiro spezzato.

Non respiro… non respiro… non respiro…

Devo trovare l'uscita da questo labirinto emotivo, dove l'assenza, il dolore e la perdita si rincorrono, si accavallano e si uniscono senza interruzione, impedendo di farmi riprendere fiato.

Non respiro… non respiro… non respiro…

Il cervello è in tilt, ma avverto due braccia che si infilano sotto le mie ascelle e dietro alle ginocchia e che mi sollevano da terra. Trovo conforto dal freddo che mi pervade appoggiandomi al petto caldo di chi mi sta sorreggendo. Sono così intorpidita che percepisco ogni gesto compiuto come uno slow motion alterato.

Non respiro… non… respiro… respiro…

Vengo tenuta stretta e sento una mano muoversi con cautela sulla mia schiena. Logan appoggia la testa sulla mia e rimane in silenzio.

Stringo gli occhi per cercare di impedire alle lacrime di uscire. Un verso strozzato sale dalla gola e dà inizio a un pianto disperato e inconsolabile. Afferro con le mani il bavero del kendogi nascondendo il volto contro il suo petto. Il suo odore è l'àncora che mi impedisce di disperdermi emotivamente.

Perdo la cognizione del tempo, unicamente scandito dai nostri respiri sincronizzati. Il silenzio è confortante, come i suoi lievi baci sul capo e il modo in cui mi contiene fra le braccia.

Allento la presa e alzo il volto fino a incontrare i suoi occhi. Logan continua a restare in silenzio, non muove un muscolo, neanche quelli del viso, è in attesa di un mio gesto.

Ci troviamo sullo scuro masso centrale del giardino zen, tutt'attorno le piante e le siepi sono ben potate, la ghiaia chiara è rastrellata con forma ondosa e l'acqua sgorga dalla fontana nel laghetto producendo un suono rilassante. Quante volte sono venuta qui per rilassare la mente e per trovare nuove ispirazioni creative per i disegni dei tessuti… Spesso ho riportato i colori della stagione sui bozzetti e li ho utilizzati per le tinture dei filati. Per quanto le arti marziali e le filosofie orientali mi siano ostiche, la quiete di questo posto compete egregiamente con il giardino della casa di nonna Anja ad Amburgo. Competeva… Adesso non esiste più un luogo in cui possa sentirmi davvero al sicuro, davvero in pace.

Logan ha ancora lo sguardo fisso nei miei occhi, sposta le mani sul mio viso e asciuga le lacrime che non hanno smesso di scendere. Mi sorride con tenerezza, ma non è più il sorriso luminoso che aveva prima di quella maledetta notte. È un sorriso triste.

«Se sei pronta, ci alziamo e andiamo ad attaccare il foglietto al fūrin. Quello di ieri l'ho già bruciato.»

Allenta la presa su di me, ma non interrompe il contatto fisico. Tenendomi ancora in braccio, si alza dal masso su cui eravamo seduti per dirigersi verso l'acero rosso, dove mi deposita, e si allontana di un solo passo.

Tolgo dalla tasca il foglietto, lo lego alla cordicina rossa che pende dal fūrin, che tintinna piano appena lo tocco. La piccola pergamena ondeggia e su di essa le mie parole.

I primi giorni compivo questo rito in solitudine, finché Logan, una mattina, non mi ha sorpresa a piangere. Credo che da allora dorma qui al dojo per essere sicuro di essere al mio fianco in momenti come questi. Perché sono gli unici che abbiamo da quando Mikael è morto. Evito le sue telefonate, ignoro i messaggi, improvviso riunioni o incontri di lavoro per non vederlo e uso la scusa della stanchezza se la sera viene a trovarmi a casa mia.

Logan è convinto che insieme potremo superare questo dolore. Io credo, anzi sono sicura, che insieme non riusciremo a fare nulla. Perché è ormai un mese che ho le mani nel vento, i piedi nella polvere e le braccia colme di vuoto. Non ho più nulla da potergli donare.

Una leggera folata di vento muove le foglie dell'albero, le canne di bambù e tutte le campanelle che sono appese ai rami. Il suono, formato dai toni secchi del legno, quelli delicati del vetro e quelli decisi del ferro, si diffonde nell'aria.

Unisco le mani all'altezza dello sterno, portandole su mento e fronte, mentre inclino il capo in avanti.

«Ti voglio bene, Mikael» sussurro.

Rilascio le braccia lungo il corpo e, aprendo e chiudendo le mani, controllo che il formicolio sia passato del tutto. Mi volto per entrare al dojo e bere qualcosa di caldo prima di tornare a casa. Il movimento è frenato dall'espressione che scorgo sul volto di Logan.

«Per quanto tempo ancora dovrò restare inerme a vederti soffrire così, senza poter far nulla?»

Vorrei sorridere per il contrasto che mostrano la sua postura e il suo meraviglioso viso. Tiene le gambe divaricate, la schiena eretta e le spalle dritte. Il vento muove l'orlo dell'hakama blu, il kendogi si è aperto e mostra il torace ampio. È forte e resistente fisicamente, debole e fragile emotivamente.

D'istinto, porto la mano al centro del petto e lo massaggio per alleviare la morsa che avverto.

«Non devi farlo.» La voce mi esce con fatica. «Nessuno può aiutarmi, tantomeno tu. Hai già il tuo dolore da metabolizzare. Non puoi farti carico anche del mio.»

«Ma che stai dicendo? Siamo una coppia ed è proprio in momenti come questo che dobbiamo essere uniti, non divisi. Lo so benissimo che non possiamo tornare a un mese fa, ma non dobbiamo perdere quello che c'è fra noi.» Si avvicina a me. «Smettila, ti prego, di tenermi a distanza.»

Il cielo inizia a schiarirsi e timide sfumature rosate lo colorano. In lontananza si odono i rumori della città che si sta svegliando e il cinguettio di un uccellino mi distrae dai miei pensieri.

Controllo l'orologio per valutare se riesco a fare a ritroso il percorso iniziale, oppure se devo chiamare un taxi.

«Devo andare. Stamattina ho un incontro cui non posso mancare.» Mi schiarisco la gola. «Sai… ora più che mai, mio padre ha bisogno della mia presenza.»

Giro su me stessa e vado verso il cancello, sperando di mettere fine al più presto a questa ennesima angosciante giornata.

«E tu? Di chi hai bisogno tu, Viktoria?» domanda.

È alle mie spalle, non mi tocca, ma è come se lo facesse. Il suo dolore mi colpisce e mi annienta.

«Ho bisogno di Mikael.» Non mi azzardo a voltarmi perché, se lo facessi, crollerei definitivamente trascinando anche lui con me. «Come un tramonto se n'è andato il sole e devo affrontare il buio da sola, perché nessuno, ma proprio nessuno, potrà aiutarmi come avrebbe fatto mio fratello ad affrontare tutto questo dolore. Solo di lui e nessun altro.»

Il suono del campanello del dojo ci fa voltare nella stessa direzione, ne approfitto per andarmene da qui.

«Buona giornata, sensei Logan.»

 





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