Il Bureau mi aveva concesso quel mese di vacanza con la clausola che avessi con me un computer portatile, fax, e cellulare per essere rintracciata ovunque in caso di necessità.
Ma al contrario di quello che si poteva credere, l’esame al carbonio 14 e i test su campioni di colore non erano esami che potevo effettuare a casa di mia nonna con quella semplice attrezzatura.
Nei laboratori del Bureau al n.2 di Harcourt Street a Dublino avevo il supporto di un’equipe di professionisti che mi assisteva nella procedura di analisi dei dipinti, e avevo i risultati dei reperti nell’arco di un mese.
A Grosseto non esisteva nulla di tutto questo. Il laboratorio meglio attrezzato per questo tipo di analisi era alla Facoltà di Archeologia dell’Università di Firenze.
Sapevo che Carini avrebbe smosso le montagne per procurarsi un G.P.R., ma avrei dovuto attendere molti giorni per il risultato delle analisi sui colori e sull’intonaco, perché la Facoltà di Archeologia aveva poco personale esperto e molto, troppo lavoro.
Carini mi chiamò al cellulare verso le 14.00 per confermarmi che il giorno dopo avrei avuto a disposizione l’attrezzatura per il rilevamento nel terreno, e che stava facendo installare lampade al neon lungo il perimetro del pavimento della stanza. Se volevo iniziare a raccogliere i campioni, mi aveva preparato i contenitori sterili e ogni sorta di attrezzo manuale che poteva essere utile. L’autorizzazione ministeriale era arrivata d’urgenza via fax, mentre pranzavo con Sean, appena prima della telefonata di Carini.
Confermai all’ispettore che sarei tornata nei sotterranei verso le 17.30, perché nel pomeriggio dovevo incontrarmi con il notaio per sbrigare le pratiche sulla successione della casa di mia nonna.
Arrivammo al museo in ritardo di un’ora, un po’ per la lunga discussione nell’ufficio del notaio, un po’ grazie al traffico intenso sulle provinciali a causa dell’esodo estivo dei turisti.
Il progetto di vendere la casa della nonna era stato nelle mie intenzioni, ma il notaio me lo aveva sconsigliato perché non avevo altro domicilio o residenza in Italia, e questo poteva causarmi problemi con la cittadinanza.
Il mio appartamento a Milano, amichevolmente soprannominato ‘La Stamberga’, dove avevo vissuto i tre anni del liceo con Elena e Sonja, lo avevo reso al proprietario chiudendo l’affitto. Tutta la mia roba era stata impacchettata, comprese l’Harley Davidson e la Stratocaster, e spedita a Fairy Manor, dove vivevo da un anno e mezzo, e non avevo intenzione di ritornare in Italia, se non per fugaci contatti con l’Istituto d’Arte e Restauro di Milano, dove mi ero diplomata, e solo perché avevo bisogno della consulenza di alcuni esperti restauratori di arazzi fiamminghi.
Mantenere la proprietà di mia nonna, una casa colonica immersa in un oliveto di ventimila metri quadri, era superiore alla mia disponibilità economica. Sean si era offerto di rilevare la proprietà per permettermi di mantenere le mie radici famigliari, ma quella casa non rappresentava nulla per me, se non i brutti ricordi della mia dolorosa infanzia.
Dal canto suo, il notaio mi aveva suggerito di ragionarci su con calma prima di decidere.
Perciò entrammo nelle sale espositive del museo con tutt’altro per la testa, tranne che la consulenza sugli affreschi.
Trovammo il museo deserto, perché di sabato pomeriggio le ragazze dell’Università non lavoravano, e gli assistenti che smontavano le bacheche nemmeno. Per non parlare dell’impresa edile, che raramente di quella stagione faceva straordinari.
Carini non aveva steso il tappeto rosso, ma aveva sigillato l’accesso al tunnel sotterraneo che portava alla stanza delle ‘grottesche’ con un sistema di cellophane a chiusura ermetica, di quelli usati dall’unità di contenimento per le epidemie infettive.
Aveva fatto installare un paio di deumidificatori lungo il tunnel, e un sistema elettronico di controllo atmosferico del tipo utilizzato nelle pinacoteche.
Un altro sistema di ventilazione equilibrava la temperatura all’interno dell’area di contenimento.
Congratulandomi con lui per l’efficienza, quando oltrepassammo le barriere di cellophane sentimmo immediatamente la differenza tra il deposito degli scheletri e il tunnel.
L’aria più fine, l’umidità regolata e una temperatura costante di 18 gradi mi evitò il senso di claustrofobia della prima discesa.
L’equipe di assistenti archeologi prima di lasciare il museo mi aveva preparato il kit per rilevare i campioni di colore e intonaco, una serie di contenitori e sacchetti di cellophane sterili a chiusura ermetica, che avrei riconsegnato loro per la catalogazione e l’analisi.
Mentre attraversavamo il tunnel con cautela, per non battere la testa contro il soffitto, chiesi a Carini dov’era la dottoressa Orsini.
«A Grosseto. La discussione che avete avuto stamattina deve averla interessata più di quanto ammettesse. È andata in archivio notarile per cercare le planimetrie catastali dell’area della cittadella. Siamo più o meno all’altezza delle cantine degli altri palazzi, se esistono altre stanze oltre a questa potrebbero effettivamente essere collegate tra loro. Ma non lo potremmo scoprire bussando porta per porta ai vicini. Alcuni potrebbero negare di avere una cantina, o addirittura ignorarne l’esistenza, se gli accessi sono stati murati.»
Gongolai dentro di me per quella vittoria, ma mi costò una testata contro il soffitto. Massaggiandomi il bozzo che mi bruciava sotto il cuoio capelluto, evitai di commentare il sorrisetto ironico che si era dipinto sul viso di Sean, mentre mi raccomandava di fare attenzione.
Anche l’accesso alla stanza era stato protetto da una chiusura ermetica, meno sofisticata di quell’ingresso del tunnel, mentre un semplice telo di cellophane era stato applicato alla parete del tunnel per isolarlo dal proseguimento, un budello buio e inospitale.
Carini sollevò la leva della centralina elettrica appesa al muro provvisoriamente, e una serie di luci al neon rosate si accese lampeggiando dietro la plastica, illuminando la stanza.
Scivolammo attraverso i due lembi aperti dalla cerniera, ed entrammo in fila indiana attraverso il foro, prima Carini, poi io, e dietro a me Sean. Una zaffata pestilenziale mi tolse il respiro.
«Cos’è questa puzza tremenda?»
«Cristo Santo!»
Sbattei contro la schiena dell’ispettore, bloccato dallo spettacolo alla sua sinistra.
Mi bastò un’occhiata veloce, il tempo di realizzare quello che i miei occhi stavano guardando, per poi voltarmi e rimettere il pranzo.
Due braccia mi afferrarono prima che cadessi in avanti e mi trascinarono fuori.
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