«Sta rinvenendo. Signorina? Mi sente? Mi dice il suo nome?»
Un uomo in camice bianco da infermiere, un volto ignoto, una mano che sventolava davanti agli occhi.
«Mi dice quante dita sono queste?»
La luce di un neon mi abbagliava, ma dovevano essere tre. Tre dita, sì.
«Se la sente di alzarsi? Dobbiamo sigillare l’area e far uscire tutti.»
Afferrai la mano che mi aiutò a rimettermi in piedi. La sala vorticò paurosamente e mi aggrappai allo sconosciuto, il quale mi accompagnò fuori sul selciato.
Non mi ero accorta che fosse già notte. L’aria fredda della sera mi fece rabbrividire nella maglietta bagnata.
«Vuole sedersi un attimo qui?» il tipo mi indicò una panchina di pietra.
Poi sentii una voce che mi chiamava uscendo dal museo. Sean, alla luce dei lampioni, mi raggiunse in due falcate, inginocchiandosi davanti a me.
«Cos’è successo?» mi chiese, levandomi i capelli appiccicati alla fronte.
«Dimmelo tu.»
Lampeggianti delle auto della polizia tingevano di giallo il viso terreo, riflettendosi sugli occhiali. Non mi piaceva la freddezza che leggevo nei suoi occhi grigi, quello sguardo d’acciaio che emergeva quando smetteva di essere il mio Sean e diventava un avvocato della procura.
«Ho parlato con un paio di poliziotti. Sembra che tutto questo non abbia un senso logico.»
«Mi hanno interrogato... siamo indagati?»
«Non ancora, non eravamo qui quando è successo. Non c’era nessuno» Sean si sedette sulla panchina alla mia destra. «Pare che abbiano usato qualche attrezzo elettrico per... Il patologo legale ha portato la donna all’obitorio. Faranno l’autopsia e ci sapranno dire di più.»
«Ma perché?» esalai, prendendomi la testa nelle mani.
«È quello che si stanno domandando tutti» mi accarezzò i capelli, cosa che faceva raramente. «Andiamo a casa.»
Annuii, perché non avevo nemmeno più la forza di pensare.
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