Scritto il 11/09/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


Anyone who ever held you

Would tell you the way I’m feeling

Anyone who ever wanted you Would try to tell you what I feel inside

- Simply Red -

 


 

Il grande giorno è arrivato e c’è fermento.

In tutto il teatro si respirano eccitazione e trepidazione. Mancano poche ore al debutto.

Un debutto che, per me, ha il sapore amaro della perdita.

L’ho persa ancor prima di averla avuta davvero. L’ho persa senza mai averle detto ti amo.

L’ho persa… e in quel momento ho perso anche me

stesso.

Un sospiro affranto esce dalla mia gola mentre provo a fare il mio lavoro.

I membri del cast sono chiusi in sala prove a scaldare voce e muscoli. Tra non molto si truccheranno e vestiranno, indossando gli abiti di scena.

Mio padre non ha mai smesso di parlare al telefono, spostandosi da una parte all’altra come una trottola impazzita. Io, al contrario, sono fin troppo calmo.

O forse ho l’umore talmente sotto i piedi da non

riuscire a provare nulla se non rabbia verso me stesso?

Non ho ancora visto Kimberly. So che è qui, è assurdo ma ne avverto la presenza. Quando c’è, l’aria intorno a me si carica di elettricità. È come se fossi una calamita attratta da lei. Ecco quello che ci è capitato: ci siamo avvicinati troppo e non abbiamo fatto in tempo a trattenerci che subito eravamo attaccati l’uno all’altra.

Ma la brusca separazione che c’è stata fa più male di

un colpo di pistola sparato in pieno petto.

«Ehi, sai cos’ho appena scoperto?»

Papà mi raggiunge dietro le quinte dove sto controllando che la scenografia sia perfetta.

«Cosa».

«Teller sarà in prima fila. Ha comprato il biglietto a prezzo pieno. Pensa di godersi il nostro fallimento da una perfetta angolazione. Che idiota, non sa cosa lo aspetta».

«Già…» replico distratto. Ho la mente da un’altra parte e mio padre lo nota. Ci spostiamo nel proscenio e con lo sguardo cerco gli addetti alle luci.

«Lo so che in questi giorni sono stato una spina nel fianco. Ti ho stressato più del dovuto e ti chiedo scusa per questo».

«Va tutto bene. Era arrivato il momento che diventassi il tuo degno erede. E poi so che sei un perfezionista».

«È vero, ma sono anche tuo padre e mi accorgo

quando c’è qualcosa che non va. Vuoi parlarne?»

Scuoto la testa e faccio un cenno veloce ai tecnici che

provano l’occhio di bue puntandolo su di me.

«Non adesso, ma grazie» rispondo veloce. «Perfetto, ragazzi. Ora provate le varie luci colorate» grido e la mia voce rimbomba nel teatro vuoto.

«Okay, come preferisci» ribatte lui, non arrendendosi.

«Segui però il mio consiglio. Ti conviene andare nel camerino delle attrici. Ho appena visto entrare la nostra Roxie. È sola. Qui finisco io».

Mi fa l’occhiolino e io rimango allibito dal suo comportamento. Era da anni che non eravamo così complici. Sorrido e gli do un abbraccio veloce.

Ho finalmente ritrovato mio padre e questo migliora, anche se di poco, il mio umore.

Cammino in fretta, oltrepassando addetti e tecnici indaffarati. I camerini non sono molto distanti e, infatti, due minuti dopo sono di fronte alla porta chiusa dove c’è attaccato l’adesivo con i nomi “Velma Kelly e Roxie Hart”. Inspiro a lungo prima di bussare, così da trovare il coraggio per farlo.

So che non mi vuole qui. So che anche solo vedermi potrebbe innervosirla. Ma mi manca, dannazione! Come manca il respiro quando sei sott’acqua. Come manca la terra quando voli tra le nuvole. Come manca la musica quando sei malinconico.

Colpisco il legno con decisione e lei subito risponde.

«Entra, sono vestita».

Obbedisco e appena spalanco l’uscio, Kimberly alza lo sguardo e mi fissa con sorpresa.

«Pensavo fossi Vivian».

Rimango appoggiato allo stipite, con la mano destra saldamente ancorata alla maniglia. La osservo e m’innamoro ancora di più.

È truccata per lo spettacolo e le sue labbra sono di un rosso rubino. Ha indossato l’abito della prima scena ed è stupenda. È color glicine e di raso, scivola sulle sue curve valorizzandole. Purtroppo, i capelli sono racchiusi in una crocchia fissata con le forcine, poiché per il ruolo indosserà una parrucca bionda. Amo quando le sue onde scure le incorniciano il viso, la fanno sembrare una dea.

Smetto di fissarla come uno stupido. Mi schiarisco la voce e finalmente pronuncio una frase di senso compiuto.

«So di essere l’ultima persona che vuoi vedere in questo momento, ma volevo solo dirti… merda, merda, merda».

L’espressione sul suo volto cambia. Ora non è più

cupo, riesco a vedere anche un accenno di sorriso.

«Grazie».

«I posti per la tua famiglia sono riservati. Mi sono accertato che avessero affisso i cartelli con i loro nomi».

«Perfetto. Dopo mando un messaggio a Zoe per avvisarla. Sei stato gentile».

«L’ho fatto con piacere» confesso. Mi passo una mano tra i capelli e poi la infilo nella tasca anteriore dei pantaloni. Ho indossato uno smoking di lana e seta color blu notte di Versace e sotto ho messo una camicia bianca. Sono già pronto per la serata, mi manca solo la cravatta che metterò dopo.

«Be’… vado, così puoi finire di prepararti».

«Aspetta un attimo» mi ferma e il suo tono è deciso.

«Chiudi la porta, Marcanthonee».

Ha usato il mio nome, carezzandolo con il suo timbro.

«Okay» mormoro. Mi trattengo e mantengo le distanze.

«Prima dello spettacolo, c’è una cosa che dobbiamo chiarire».

Annuisco e poi mi fisso le scarpe, non potendo sostenere il suo sguardo. Mi preparo ad assorbire le parole che pronuncerà per provare poi a chiederle scusa per ciò che ho fatto.

«Mi dispiace… scusami».

Sollevo il capo e le nostre iridi entrano in collisione. Ha detto davvero che le dispiace oppure ho capito male?

«Non devi scusarti, e poi per che cosa?»

«Per non averti dato la possibilità di spiegare. Ho reagito male, ho seguito l’impulso dettato dalla sofferenza che stavo provando. Poi mi hanno aiutato a razionalizzare e ho capito che le persone mature non si comportano così».

«Scommetto che è merito di Zoe» asserisco stemperando un po’ la tensione. Kim sorride e conferma le mie parole. «Dovrò ringraziarla come si deve».

«Be’, adora le scarpe».

«Buono a sapersi».

Ridacchiamo come abbiamo sempre fatto e la cosa mi fa sperare. Vorrei che tra noi restassero dei rapporti. In questo momento accetterei anche della semplice amicizia, l’importante è che continui a far parte della mia vita.

«A parte gli scherzi, non devi scusarti. Ho sbagliato tutto con te. Dovevo dirti la verità appena mi sono reso che le mie intenzioni fossero cambiate. Meriti di stare qui, il palcoscenico è il tuo posto e da stasera tutti ti vedranno brillare come una stella».

La canzone “Stars” dei Simply Red fa capolino prima nella mia testa e poi nel mio cuore. È così, vorrei salire

fino al cielo, cadere dalle stelle e atterrare tra le sue braccia per farle capire quanto tengo a lei.

«E tu? Vedi ancora la mia luminosità?»

«Così tanto da rimanerne abbagliato».

Kimberly fa alcuni passi verso di me. I suoi occhi non abbandonano i miei nemmeno per un istante.

«Non ho ancora capito se è meglio amarti o se farei meglio a evitarlo. Quello che so, però, mi disorienta perché ho capito che senza di te tutto sarebbe diverso. Marcanthonee, non smetterei mai di sentire la tua mancanza e so già che la mia punizione sarebbe di pensarti per sempre».

«Kim, io…»

Mi tappa la bocca con la mano e m’impedisce di

parlare.

«Perché non riesci a stare zitto per cinque minuti? È frustrante sai?»

Annuisco e sorrido dietro al suo palmo.

«Ti sto dicendo tutto questo perché ho capito che non posso e non voglio rinunciare a te. Non voglio passare il resto della mia vita a pensare a come stavano bene le tue labbra sulle mie. A come il mio corpo reagisce quando

gli stai accanto. E a come sei riuscito a colmare gli spazi vuoti che avevo nel cuore».

Alcune lacrime scendono sulle sue guance e io non resisto più. La stringo tra le braccia, obbligandola a nascondere il viso contro il mio petto. Non m’importa del suo trucco, non m’importa dell’abito di scena che potrebbe rovinarsi, conta solo questo momento.

Rimane ferma per qualche istante, poi finalmente si abbandona e anche i suoi arti circondano la mia schiena.

«Ora smetti di piangere perché tocca a te stare zitta per cinque minuti».

La lascio andare a malincuore e trattenendo quasi il respiro, mi preparo a buttare fuori quello che mi sto tenendo dentro da troppo tempo.

«Non devi dire niente, io…»

«Aaah, basta! Vuoi capire che io ti amo, o no?» grido esasperato. «Sì, ho detto che ti amo ed è la prima volta in vita mia che lo dico consapevole di quello che significa veramente. Solo che adesso non so come esprimere quello che sento perché non so come si fa. Per la prima volta in assoluto mi sento disorientato. Se avessi il dono che hai tu, se avessi una voce bellissima come la tua, ti

avrei già dedicato decine e decine di canzoni. Purtroppo, però, sono negato. Il sarcasmo è il mio unico dono ma ora non serve a nulla. E mi maledico ogni giorno per questo, perché non riesco a farti capire quanto sei importante per me… no aspetta, forse sì» fermo per un attimo il sermone che ho sparato tutto d’un fiato e prendo aria. Mentre inspiro a fondo, afferro le sue mani e le stringo nelle mie. «Ora che sei qui, di fronte a me, ho capito cosa dirti per farti comprendere cosa provo veramente. Kimberly, tu sei quel qualcuno» enfatizzo l’ultima parte ma lei mi guarda confusa.

«Non capisco…»

«Le parole di tuo padre. “Trova sempre qualcuno per cui cantare e la musica renderà tutto incredibilmente magico”. Tu sei la persona per cui canterei ogni giorno per il resto della mia vita perché rendi tutto davvero magico».

Il sorriso che le spunta sulle labbra appartiene a quei sorrisi che un uomo innamorato non dimenticherà mai più. Con le mani le circondo il viso, i pollici sfiorano la sua bocca.

«Mi sa che ti dovrai rimettere il rossetto».

«Ne varrà la pena se è per colpa di un tuo bacio».

E così la bacio, rendendomi conto di quanto mi fossero mancate le sue labbra. La bacio assaporandola, divorandola così da accertarmi che stia accadendo davvero. La bacio e le nostre lingue si attorcigliano insaziabili mentre desidero vivere per sempre quest’istante, il momento in cui ci siamo ritrovati.

 





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