Scritto il 24/06/2026
da JULIA LEE


Il dolce profumo dell’iris emanato dai suoi capelli lo inebriò. Le palpebre gli si socchiusero e un caldo languore gli si irradiò nel petto. Era così delizioso, il suo odore, così dannatamente sensuale da confonderlo.

«Voi siete un duca? Non si direbbe dal vostro comportamento immorale e sfacciato» mormorò esalando un sospiro tremulo.

 

 

Quella vicinanza la stava mettendo in confusione. Non aveva mai provato prima una sensazione tanto spiazzante, né mai le era capitato di avvertire quei brividi percorrerle la pelle. E il calore che si sprigionava dalla mano che le stringeva il braccio era così piacevole.

 

 

«Avete ragione, sono sfacciato, fuori dalle regole e non ho remore a prendermi quel che desidero e in questo momento desidero voi…»

E senza darle il tempo di replicare calò su di lei e le catturò le labbra. Quei due petali di carne erano tiepidi, setosi, morbidi e dolci come una pesca matura. Li assaggiò con la punta della lingua, poi afferrò quello inferiore tra i denti e prese a succhiarlo e appena lei cedette e dischiuse le labbra infilò la lingua all’interno e la intrecciò a quella di lei. Una fitta di intenso e bollente desiderio gli infiammò i lombi, la trasse contro di sé con un gesto brusco e un attimo dopo si staccò imprecando.

La lepre, schiacciata tra loro, aveva preso a scalciare e a dimenarsi con furia e le unghie affilate avevano strappato la camicia del duca, graffiandogli la pelle del petto.

Lucien, trafitto da quella specie di demonio travestito da innocua lepre, ebbe un sussulto violento. D’istinto fece un passo indietro e la presa sul braccio della sua giovane preda si allentò.

 

 

Selene, benché frastornata dal bacio, ne approfittò, sgusciò via in un lampo. Prese a correre nel sottobosco senza guardarsi indietro.

«Per tutti i diavoli dell’inferno!» tuonò Lucien chinando lo sguardo sul petto e trovandolo macchiato di rosso.

Lei balzò tra le felci tenendosi la bestiola ben stretta al petto e continuò a correre. Si diresse verso la tenuta degli zii, dove ne riemerse, dopo la forsennata fuga, con il fiato corto e il cuore che batteva come un pendolo impazzito nel petto.

L’eco lontano di una risata la fece rabbrividire. Davanti a lei, a pochi passi, si stendeva il prato curato e la dimora dei suoi zii. Lanciò un’occhiata dietro le spalle e poi si tastò la bocca e un gemito le sfuggì dalle labbra su cui le pareva di risentire ancora quelle bollenti ed esigenti dello sconosciuto.

Chiuse gli occhi e prese un respiro. Ce l’aveva fatta, era sfuggita a quel bruto e aveva portato con sé il leprotto. Uscì dall’ombra e si incamminò sotto il sole e quando fu accanto alla panca di pietra dove la zia stava ancora beatamente dormendo si lasciò cadere sull’erba.

 



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