Un saluto appropriato
Era stata una serata fantastica, la più bella di tutta la sua vita, pensò Valéry, rientrata nella sua stanza. La cameriera l’aveva aiutata a prepararsi per la notte e ora si stava spazzolando i capelli, seduta davanti allo specchio.
Era sinceramente felice per Amanda: Tristan aveva parlato con Mr Quinlan e questi aveva dato il suo assenso alle nozze. I due giovani avrebbero dovuto attendere qualche tempo e poi avrebbero potuto sposarsi.
Sussultò quando udì bussare al vetro del balconcino. Riconobbe David immediatamente e andò ad aprire.
«Tu ci provi gusto a spaventarmi», disse mentre spalancava la portafinestra.
«L’ultima cosa che voglio è farti paura, amore», le sussurrò, prendendola tra le braccia.
«Se qualcuno ti scoprisse qui, si griderebbe allo scandalo», fece Valéry ridendo.
«Sarei costretto a riparare». Aveva scostato i suoi folti capelli per sfiorarle il collo con le labbra. «Volevo salutarti come si deve. Domattina devo partire, starò via qualche giorno: ho degli affari urgenti da sbrigare», le annunciò dopo averla baciata.
«Oh no», mormorò lei, delusa. «Perché non me lo hai detto prima?»
«Non volevo rovinarti la serata. È stata una festa memorabile, vero?»
«Sì, bellissima. Sono così felice per Amanda. Ma tu, quando tornerai?»
«In tempo per il matrimonio, stai tranquilla. Niente potrebbe tenermi lontano: non ti sbarazzerai di me così facilmente». Riprese a baciarla, tenendola stretta tra le braccia. «Anzi, non ti libererai mai di me, tesoro».
«Devi proprio andare?»
«Sì. È di vitale importanza. Credimi, ne farei volentieri a meno di starti lontano». La sciolse dal suo abbraccio per guardarla in viso. «Valéry, vorrei chiederti di restare a casa, nei prossimi giorni. Si tratta di poco tempo, neppure una settimana. Lascia che siano gli altri a sbrigare le ultime faccende. Ci penserà Seymour. So che è una strana richiesta ma ti pregherei di non uscire, neppure la sera. Mi farai questo regalo?»
«David, ci sono ancora molte cose da fare».
«Ci penserà qualcun altro».
«Ma… La festa di fidanzamento di Louise… Ho promesso a lei e a Lady Anne che sarei andata».
«Il ricevimento si terrà proprio la sera prima del matrimonio, vedrai che la baronessa Emery-Boyd capirà perfettamente».
«Non so… Va bene, farò come vuoi», si arrese, accigliata.
«Brava bambina». Le sorrise.
«Non sono una bambina!», scattò risentita. «Smetti di trattarmi come una mocciosa».
«È soltanto un vezzeggiativo, non penso affatto che tu sia una bambina». Le indirizzò un’occhiata maliziosa. «Non voglio andarmene dopo aver litigato. Ho smesso da tempo di trovare divertente discutere con te, preferisco fare altro», le bisbigliò sulle labbra. Restarono un po’ così, poi David si staccò da lei sospirando. «Sarà meglio che vada, ora».
«Davvero vuoi andare?». Lo guardò imbronciata.
«Sì, è meglio». Lui le indirizzò un mezzo sorriso.
Valéry saltò sul letto e scostò le coperte. Si accomodò sul lato più lontano del materasso e gli tese le braccia, muovendo le dita in un muto richiamo, meravigliata della propria audacia.
David scrollò il capo. «È proprio meglio che vada». Le sorrise, fermo in piedi, le braccia lungo i fianchi.
In quel momento, rivide se stesso bambino, o poco più, fermo in piedi davanti a suo padre e ne riudì la voce: “Devi dominarti, David. Devi avere la meglio sui tuoi desideri, sulle tue emozioni, sul tuo corpo. Ti servirà quando sarai costretto a sfidare la vita, che non sai cosa ti riserva: impara oggi ad affrontarla. Sii stoico: tu sei forte. Se saprai domare i tuoi istinti, nulla potrà turbarti e troverai la chiave per affrontare ogni situazione. Guarda fuori”. Lui si era voltato verso la finestra. “No, non in giardino, ragazzo. Guarda fuori di te. Cerca un pensiero felice. Ecco bravo! Però non sorridere, tienilo per te, non mostrarlo agli altri. Così, imperturbabile. Ora pensa che tutto ciò passerà, prima o poi, e tu potrai raggiungere il tuo luogo felice, non appena avrai affrontato la prova. Resta così finché non te lo dirò io”. Era rimasto in quella posizione per un’eternità, solo, nella biblioteca dello zio George, al freddo, ma con la mente era uscito, aveva sellato il cavallo che lo zio – suo padre – gli aveva regalato appena era divenuto abbastanza grande da cavalcare e si era lanciato al galoppo fino al confine est della tenuta. Suo padre lo sapeva, sapeva delle prove che sarebbe stato costretto ad affrontare e lo aveva preparato. Ora il suo pensiero perfetto era un altro, era cambiato da quando aveva incontrato lei. Adesso erano lui e lei soli, sull’uscio del suo rifugio sulla scogliera, e lui la stava abbracciando stretta, da dietro, mentre la brezza le scompigliava i capelli sciolti.
«Scusa, non capisco». La voce mielata di Valéry lo riportò alla realtà. Stava sbattendo le lunghe ciglia, maliziosa. «Se sei venuto per annunciarmi il tuo viaggio, perché non hai semplicemente bussato alla porta? Non c’è nulla di male a scambiare due parole sulla soglia. Invece hai preferito sfidare la sorte passando dal cornicione. Lo so che ami l’azzardo, però…». Batté la mano sul materasso, indirizzandogli uno sguardo invitante.
David si guardò i piedi nudi. Aveva tolto scarpe e calze per non scivolare durante quella passeggiata notturna. Era senza giacca per avere una più ampia libertà di movimento. Di sicuro non era l’abbigliamento più adatto per far visita a una signora, rifletté e sorrise.
«Vuoi giocare, David?», gli sussurrò lei, stuzzicante, gli occhi ridenti e le braccia tese.
“Ogni donna, anche la più ingenua e inesperta, sa come attrarre il proprio uomo”, rifletté David, eccitato. “È davvero qualcosa d’innato”, pensò e il suo corpo si stava impercettibilmente muovendo verso di lei, attirato da un magnetismo oscuro e potente. A nulla stavano servendo anni di controllo e dominio di sé, quella forza misteriosa era troppo forte e lui non aveva alcuna voglia di opporvisi. Sì, era vero, aveva ragione Valéry, era andato lì solo per quello e poi il suo pensiero perfetto era lì, a un passo da lui. In quel momento stava combattendo per non cederle e proprio lei era il premio per non aver ceduto: una vera contraddizione, rifletté esasperato.
«No, Valéry, non voglio giocare». Si avvicinò al letto, si sedette sull’alto materasso, sempre guardandola fisso, con quei suoi occhi ardenti. «Non voglio più giocare».
Valéry indietreggiò un poco, colpita dal suo sguardo cupo, quello sguardo che aveva ancora il potere d’intimorirla e farla fremere. Deglutì.
Lui le sorrise, sornione. «È meglio che vada». Le posò un bacio sulla fronte. «Tu mi offri un dono prezioso, il mio dono per te è rifiutare». Fece per alzarsi. Valéry lo trattenne per un braccio.
«Io non ho altro da darti», disse turbata.
«Non è vero. Tu hai moltissimo, anzi, solo tu hai tutto ciò che io desidero. E fra qualche giorno me lo prenderò, sta pur certa».
Valéry stava tremando. Che cos’era? Angoscia? Desiderio? Paura che lui se ne andasse? No, non voleva che lui andasse via. “Lo voglio! Lo voglio! Lo voglio!”, gridava una voce dentro di lei. Così, tremante, gli domandò: «Però, quella notte nella stalla tu mi avresti presa».
«Sì», ammise riluttante. «Era il modo più veloce per legarti a me. Ti avrei condotto in Scozia, subito dopo. A quel punto non avresti osato dirmi di no», le spiegò, aggrottando le sopracciglia.
«Avrei osato, eccome!», scattò Valéry, risentita.
David rise. «So essere convincente, tesoro. Difficilmente non ottengo ciò che voglio». Si era fatto più vicino, seduto di fronte a lei, le mani appoggiate a lato dei suoi fianchi. «Valéry, non si può prendere una vergine e poi non tenerla sempre con sé: è un abominio inammissibile. Sentii mio nonno gridare queste parole a Edmund quando lo obbligò a sposarsi. Ero fuori, in giardino, la finestra era aperta. Ero piccolo, ma non le ho mai dimenticate». Le annusò il volto. «Ti voglio. Ti voglio. Non puoi immaginare quanto», fece poi, con la voce roca, gli occhi chiusi, sfiorandole la guancia con la propria. «Però posso aspettare», sussurrò.
«Ma io non posso. Non posso più!». Valéry udì quelle parole uscire dalle proprie labbra e ne fu sorpresa. Era il corpo a parlare, indipendente dalla sua volontà. Prese a sciogliergli il nodo della cravatta.
David le bloccò la mano e se la passò su una guancia. «Aspetta». Chiuse gli occhi e le baciò i polpastrelli. “Al diavolo!”, urlò una voce dentro di lui. “Io non voglio domarmi, non con lei. Io voglio essere libero! Libero!”, e il suo pensiero perfetto si fuse con la realtà. «Valéry, questa volta non mi fermerò, non ne sono più capace… Non sono un gentiluomo». Gli uscì dalla gola una specie di rantolo.
«Oh, David, tu sei il migliore dei gentiluomini!».
«No. Sono solo un uomo. Un uomo che ti ama». Afferrò stretto il suo viso con entrambe le mani e affondò la lingua tra le sue labbra, con voracità, impossessandosi della sua bocca.
“Oh, mamma mia!”, pensò Valéry, aggrappandosi a lui, trasportata dallo stesso desiderio. Sentì un brivido che dall’inguine si propagò veloce fino a esaurirsi in alto, nella sua testa, oscurandole la vista. “È vero. Finora ha solo giocato, con me”. Le sensazioni che lui le aveva fatto provare le altre volte adesso le apparivano mille volte amplificate da un solo, potente, languido bacio. Era entrata in una spirale da cui non voleva uscire mai più.
Le sue dita tremanti gli sbottonarono i bottoni del gilè, mentre lui si sfilava veloce la sciarpa, girandola intorno al collo e accompagnandosi con movimenti rapidi del capo, per liberarsi più in fretta.
Valéry gli fece scivolare dalle spalle il panciotto di seta bianca damascata e cercò di ripiegarlo. David glielo strappò dalle mani gettandolo lontano.
«Era… Eri molto elegante», farfugliò la ragazza.
«Non me ne importa niente», ruggì e si tolse con foga i pantaloni, dopo essersi sfilato le bretelle.
«È… È un peccato», balbettò agitata vedendo i calzoni fare la stessa fine.
«Weston se ne farà una ragione». Lui la afferrò per le guance con una mano e la ribaciò con foga, come prima, con la lingua. Valéry sentì un’altra di quelle scariche che le partivano da sotto l’inguine, chiuse gli occhi e attese che le arrivasse in alto, in testa. Inspirò, sbatté le palpebre. «Chi è Weston?», chiese ansando.
«Il mio sarto». Si sbottonò la camicia e la sfilò dalla testa. Era rimasto nudo.
Valéry restò affascinata dalla vista del suo corpo, le spalle larghe e squadrate, le braccia forti, i muscoli ben definiti: non era così magro come aveva sospettato. Seguì la sottile linea dei peli che dal petto scendeva giù, lungo l’addome e più giù… Spiò in basso e arrossì, vedendo la sua nudità.
“Così è fatto un uomo!”, constatò con un’occhiata. Lo aveva toccato, nel suo studio, però non aveva osato abbassare lo sguardo. Aveva osservato i disegni, da Lady Venom, e ne aveva un’idea ma trovarselo davanti la sconvolse e iniziò a tremare, eccitata.
David se ne accorse, rise e si fece più vicino. “Prima fa la sbruffona, poi si agita”, pensò e le sorrise, il respiro corto.
Le fece scivolare dalle spalle la vestaglia, strattonò il nastro che allacciava la camicia da notte, allentandolo, e le tirò giù le spalline, per scoprirle il seno. Chinò il capo e accostò le labbra alla morbida corona, tormentandola appena con i denti.
«Ah!». Valéry emise un gridolino e ansò di piacere. David succhiò anche l’altra, quindi la spinse sui cuscini con il palmo della mano e, senza delicatezza, le tolse tutto, lasciandola nuda e tremante.
«Dio, come sei bella», ansimò. «Metti questa», le impose brusco, porgendole la vestaglia. «Non voglio che tu prenda freddo, potresti ammalarti ancora. Dovrai sempre indossarne una, quando faremo l’amore», ordinò. Valéry annuì, sconvolta ed eccitata. «Ne hai qualcuna, nel tuo corredo?»
«Sì», rispose irritata, mentre lui la stava aiutando a infilarsi l’indumento. «Non credere nemmeno per un momento che ti lascerò avere voce in capitolo sul mio guardaroba», protestò risentita.
«Lungi da me intromettermi. È che non posso sopportare neppure l’idea che tu ti ammali». Si fece più vicino, senza toccarla, seduto accanto a lei. «Tu non sai che paura ho avuto quando mi hanno detto che stavi male». Aveva gli occhi spalancati. «E poi ti ho sentita tossire… Ho pensato, ho pensato… Sai… Sai cos’ho pensato».
«Polmonite? Tisi?». Valéry sorrise della sua preoccupazione e scosse la testa. «No, non stavo tossendo, stavo ridendo con Margareth che, come al solito, aveva fatto una battutaccia sulla musicista. Siamo scappate per non peggiorare la situazione», confessò Valéry, ridendo di gusto.
«Ah sì?! E così mi stavi prendendo in giro?». La spinse sul cuscino, le afferrò i polsi e le bloccò le mani sopra la testa, posizionandosi sopra di lei.
«Non era mia intenzione». Valéry non aveva smesso di ridere.
«Tu e la tua perfida amica…». Sfoderò un sorriso prepotente e si strusciò sopra di lei. Al solo contatto dei loro corpi nudi Valéry smise di ridere e cominciò ad ansare sempre più forte. Chiuse gli occhi, incapace di domare l’emozione.
«No. Apri gli occhi!», le intimò. «Non osare negarmi quegli splendidi occhi». Le aveva lasciato i polsi, le aveva fatto divaricare le gambe e con un movimento fluido si era posizionato tra le sue cosce, sollevato sui gomiti. «Guardami!».
Valéry non poté far altro che obbedire e batté più volte le palpebre per mettere a fuoco il suo viso, troppo vicino. La stava sfiorando appena e lei, già scossa da quel breve contatto, sentì colare qualcosa tra le gambe aperte, proprio lì. “Oh no! Che imbarazzo! Non è possibile che sia ancora indisposta, ero sicura che fosse finito ieri. Non mi è mai successo che ricominciassero”, pensò sconvolta, fraintendendo la reazione naturale del proprio corpo.
David le baciò delicatamente il collo.
«Uhm…». Mormorii uscivano dalle labbra della ragazza, inconsapevoli e involontari, una reazione spontanea alle dita leggere che le stavano sfioravano la bocca, ai piccoli morsi che le torturavano il lobo vellutato. «Uhm…», continuava a gemere anche perché la mano di David era scesa in basso a guidare la propria virilità per carezzarle il punto più intimo. “Come la prima notte”, ricordò Valéry e la vista si offuscò, tormentata dal piacere.
David si lasciò andare sopra di lei delicatamente, facendo sentire la pressione del proprio corpo. «Oh, Val…», gemette vicino al suo orecchio.
La sua voce così bassa e roca era la cosa che più la eccitava, più ancora dei suoi baci, più ancora del contatto con la sua pelle fresca. Adesso poteva ammetterlo almeno a se stessa: la voce di David la conturbava.
Sì, era la parola giusta, lui la conturbava, l’aveva sempre conturbata, fin dalla prima volta, quando il disprezzo oscurava ogni altro sentimento e la paura della sua reputazione le impediva di vederlo come in realtà era: l’uomo più attraente e sensuale che le fosse mai capitato d’incontrare. Come aveva potuto anche solo pensare di essere innamorata di Charles? Aveva ragione David: era stato unicamente il dolce ricordo del primo batticuore. Ora era sul punto di donargli la sua verginità, anzi, stava smaniando nell’attesa e lui se la stava prendendo comoda, torturandola. Così infilò le dita fra i suoi capelli carezzandogli la nuca e gli diede il bacio più impudico e appassionato di cui fu capace. Lo udì gemere nella sua bocca e si strinse di più a lui, attirandolo a sé, facendo in modo di sentire il peso del suo corpo su di sé.
Voleva essere penetrata. Tutto il suo essere ne aveva bisogno, ne era consapevole, ma le venne in mente un pensiero: «Farà male?», gli domandò, intimorita. La voce le tremava per il turbamento.
«Non lo so, amore. Te l’ho detto, non mi è mai successo», le sussurrò tra le labbra, accarezzandole il viso. «Penso di sì», disse ansante, scostandosi di lato. «Un po’, almeno», le bisbigliò all’orecchio, dopo averla stretta a sé. Cercava di tranquillizzarla e continuò a parlare, per allentare la tensione. «Non credo che sia qualcosa d’insopportabile altrimenti voi donne avreste trovato il modo di sbarazzarvi di noi, nel corso dei secoli, come le amazzoni». Rise.
«Stai dicendo delle assurdità», lo guardò accigliata.
«E cosa vuoi che ti dica…», le sorrise e la accarezzò, poi le afferrò la guancia, la attirò a sé e affondò la lingua tra le sue labbra. «Proviamo». La strinse forte. La fece aderire a sé e le posò le mani sulle natiche premendola contro la propria erezione.
Tutta quell’eccitazione stava togliendo il respiro a Valéry e il suo ventre era scosso da una miriade di scosse elettriche. Le altre volte era stato dolce e sensuale, ora invece era… era esigente.
“È più rude, carnale… conturbante e… sì, esigente. È esigente”, si disse. “È la sua reazione al fatto che l’ho provocato? No. È già capitato che lo provocassi. Però non è come le altre volte, proprio adesso che avrei preferito che fosse un po’ più delicato”, rifletté, avvinghiata a lui così stretta che sembravano una cosa sola. David si staccò da lei e afferrò la propria camicia, buttata tra i cuscini.
«Tirati su». Le sollevò i fianchi e vi distese sotto la stoffa candida. «Così non macchieremo il lenzuolo», spiegò, scostando al contempo la sua vestaglia.
La fece distendere e si posizionò in ginocchio fra le sue gambe. Le carezzò i fianchi. Fece scivolare le mani più su, fino ai seni, e le strinse i capezzoli tra le dita fino a farla gemere.
Esitò. Non sapeva esattamente come comportarsi: doveva entrare lentamente o affondare dentro di lei con una mossa secca? Voleva farle provare meno dolore possibile e tutto il piacere, anche se era la prima volta. Continuò a tormentarle i capezzoli, esortato dalla reazione estasiata di lei.
Valéry non era timida, pensò, e avrebbe accettato il suo gioco: era meglio un affondo deciso.
La ragazza si sollevò sui gomiti per osservarlo ma David la premette di nuovo sui cuscini, afferrandole il mento con una mano. A quel punto si spinse dentro di lei, con forza. Crollò sul suo corpo mentre la penetrava.
Valéry spalancò gli occhi e aprì la bocca per lanciare un urlo ma non udì la propria voce. David le aveva tappato la bocca con la propria, soffocando il grido, che si perse in gola. Valéry fu attraversata da un pensiero, l’immagine vivida del suo bastone da passeggio: il pomolo era scattato fra le sue gambe e aveva liberato la spada dentro di lei, trafiggendola. Cercò di sollevarsi e provò ad arretrare, trascinandosi indietro con le gambe e i gomiti ma lui la teneva ferma, stretta sotto di sé.
“È terribile! È terribile! Fa malissimo!”. Una lacrima di dolore le brillò tra le palpebre. “Ora capisco perché c’insegnano a evitare gli uomini”, si disse, mentre cercava di scappare dalla sua stretta.
«Ferma, sta ferma!», tuonò. “Mi sono fatto male anch’io! Dannazione, mi sto smorzando! Accidenti! Oh no, non mi è mai successo! Proprio questa volta, no! No, non con lei”, si disse atterrito e si tirò indietro. Si sollevò in ginocchio e afferrò la propria cravatta, abbandonata sul materasso.
«Fa vedere», disse brusco. Le aprì le cosce e la tamponò con la sciarpa ancora inamidata.
Valéry ora era paralizzata, forse per la paura, forse per il dolore, di certo per l’imbarazzo. Aveva gli occhi sbarrati. “Cosa sta facendo? Mi sta guardando!”.
Lui si chinò, la testa fra le sue gambe, e iniziò a baciarla, propri lì.
“Che cosa sta facendo?!”. Valéry scattò, cercando di spingerlo via, le mani sulle sue spalle. Si agitò e scalciò mentre lui le bloccava i fianchi con le mani. «Basta! Basta! Smettetela! Dovete smetterla!». Senza neppure accorgersene aveva usato un tono formale, doveva ristabilire le distanze.
«Zitta! Sta’ ferma!». David era irritato per parole di lei ed eccitato come mai prima di allora. Il vago sapore metallico della verginità, mescolato al gusto salato della sua eccitazione erano il più potente degli afrodisiaci. Non si sarebbe fermato neppure se fosse intervenuto l’esercito.
«È sporco. Basta!», strillò Valéry. Per tutta risposta David allungò il braccio e le mise una mano sulla bocca per farla tacere. Valéry cercò di spostarsi e provò a percuoterlo ma il suo corpo cominciava a rispondere a quello stimolo intenso e dolce e lentamente si abbandonò al piacere.
“Che cosa mi sta facendo? Non c’era niente di simile nel libro di Lady Venom – il contrario, forse – ma quello proprio non c’era!”. Gli afferrò i capelli con entrambe le mani, in un ultimo tentativo di tirarlo via, poi si arrese, le dita affondate nelle sue ciocche.
«Oh sì!», singhiozzò, abbandonandosi sui cuscini. Era di nuovo persa tra le braccia di quell’uomo, agognando ciò che lui poteva darle.
David, esaltato dalla sua istintiva risposta, era sul punto di esplodere e si adagiò su di lei, bramoso. «Non voglio farti ancora male», le sussurrò mentre le entrava dentro, piano.
“Sì, sì, sì”, pensò Valéry, accogliendolo. Il dolore era passato. «Non mi state facendo male».
«Allora guidami», mormorò e prese a muoversi con un movimento lento, cadenzato.
«Uhm», gemette la ragazza, stretta fra le sue braccia. Era esattamente quello che si aspettava da lui. Chiuse gli occhi e si sentì afferrare il labbro, risucchiato dentro la sua bocca. Di nuovo il loro bacio divenne potente, un bacio lento, magnifico. Sentì un formicolio intenso dipanarsi tra le gambe, nel ventre e, istintivamente, iniziò a muoversi sotto di lui per accelerare il ritmo. «Più veloce, più veloce». Valéry riconobbe la propria voce pronunciare quella supplica. “Oh, ma perché l’ho detto? Perché?”.
«Val, così finisce», le rispose David ansimando.
«E allora?»
«Valéry, io non l’ho mai fatto», le sussurrò sulle labbra.
«Bugiardo», gorgogliò, gettando la testa all’indietro, un accenno di sorriso.
«No, è che… Uhm…». S’interruppe un istante per assaporare il piacere. «Non mi sono mai lasciato andare…».
«Come?». Valéry non capiva.
«Dannazione, Val, non mi sono mai lasciato andare dentro una donna», ammise.
«Che… Che cosa vuol dire?», balbettò.
«Vuoi dei figli? Questo vuol dire! Maledizione, Val, vuoi un figlio da me?»
“Ah, ecco che significa”, pensò eccitata. “Sì, sì! Lo voglio!”.
«Sì. Sì, sì. Lo voglio, lo voglio», ansimò con gli occhi sbarrati.
«Sei sicura?», le chiese ancora, gli occhi erano due tizzoni ardenti.
“Oh, accidenti! Si è ricordato di quello che gli dissi quando lo scoprii con Cassandra, nella stanza qui accanto… Oh no! No!”, rammentò allarmata. «Sì! Per favore, per favore sì!», lo supplicò.
«Te lo richiedo». Le piantò gli occhi negli occhi. «Vuoi essere la madre dei miei figli?»
«Sì. Tutti quelli che vorrete. Tutti quelli che vorrete».
«Bene!», ringhiò e riprese a muoversi dentro di lei, sempre più veloce, sempre più forte, sempre più su, trascinandola con sé nel vortice del piacere.
Valéry venne, in silenzio, tremando tra le sue braccia e rilasciò il capo di lato proprio mentre David si abbandonava dentro quella femmina meravigliosa.
“La mia femmina meravigliosa, mia, mia, mia!”, pensò, soffocando il suo urlo nel cuscino. Impiegò un po’ a regolare il respiro, con la faccia immersa nei capelli di lei. “È stato difficile entrare, ora è quasi impossibile uscire. Voglio restare così, immobile dentro la mia donna, per sempre”, si disse mentre ancora ansimava.
L’aveva spaventata, considerò. Era stato osceno. Aveva perso il controllo. Tutta la vita spesa a ricacciare indietro le emozioni, dolore, paura, rabbia, umiliazioni… e poi proprio con lei, anzi solo con lei, non era riuscito a dominarsi. Il fatto era che quella ragazza lo faceva sentire libero. Libero! Che sensazione magnifica! Eppure lui era il suo schiavo. Avrebbe potuto fare ogni cosa per lei. Se Valéry gli avesse chiesto di mettersi a quattro zampe e abbaiare come un cane e lui l’avrebbe fatto senza esitare, felice di accontentarla. Era lì, sopra di lei, incapace di affrontarla, intimorito dalla sua reazione. Doveva muoversi, dirle qualcosa. Chissà se era spaventata. Arrabbiata? Delusa? Forse non lo voleva già più. Non l’avrebbe mai saputo se non le avesse parlato. Doveva solo rilassarsi e attendere di ritornare in sé. Solo che, maledizione, l’erezione non accennava a svanire.
Stava ancora rimuginando, quando sentì una carezza lieve sulla nuca. Era quello che stava aspettando. La afferrò stretta tra le braccia e la fece rotolare sopra di sé, sempre restando dentro di lei, poi cercò la sua bocca con un bacio velato.
«Ti fa ancora male?», le domandò sulle labbra, trattenendola per la nuca.
«No», sussurrò lei. Aveva provato un piacere molto intenso, molto più intenso della prima volta e le era sembrato che anche lui avesse… be’, che avesse finito. Avrebbe tanto voluto chiederglielo, ma era troppo imbarazzata. «No», bisbigliò ancora. «Non mi state facendo male».
Le candele sul comodino si erano consumate fino al punto in cui la fiamma si allunga, rischiarando un po’ di più, così David poté notare il suo rossore. La staccò da sé, la fece distendere su un fianco in modo che appoggiasse il capo sul suo petto. «Mi dispiace se ti ho messo a disagio, perdonami. No, Val, non parlarmi così. Non ti allontanare. Non tenermi a distanza. Ti amo tanto», le mormorò mortificato, sfiorandole il viso.
Valéry abbassò lo sguardo. “È colpa mia, non si comporta così una signora perbene. Il suo contegno è il riflesso della mia sfacciataggine”. Aveva il magone.
«Ti prego, dimmi qualcosa». David le aveva sollevato il mento con un dito e l’aveva baciata.
Valéry deglutì. “Com’è possibile sentirsi così piena di vergogna e di rimorsi, subito dopo? Lo voglio così tanto, poi, dopo che mi ha esaudito, mi sento malissimo. Sono stata un disastro, che vergogna!”. La ragazza non riusciva a parlare né a guardarlo negli occhi, ficcò il viso nel suo collo e cominciò a piangere, in silenzio.
«Oh no, no, non farmi questo. Non piangere, Valéry, mi dispiace se ho ecceduto. Sono una stupida bestia! Se ti è stato tanto sgradito, non lo faremo mai più, non piangere ora, mi strazi l’anima», esclamò lui contrito.
«Sono una sgualdrina», sussurrò lei con voce così flebile che David temette di non aver capito.
«Che cos’hai detto?». Non riuscì nascondere la collera che gli vibrò nella voce. «Ho capito bene?». Era furioso. Le afferrò il viso con una mano e la costrinse a guardarlo negli occhi sbarrati per la rabbia. «Che non ti senta mai più dire una cosa del genere! Vediamo di chiarirci, una volta per tutte». Aveva gli occhi fuori dalle orbite. «Desideri fare l’amore con me e poi pensi di essere una poco di buono? È così che ti faccio sentire?»
«Mi… mi piace tutto quello che mi fate…».
«E allora?»
«È male», rispose in un sospiro.
«Male?! Ti hanno fatto studiare a memoria i sermoni di Fordyce? Cos’è, una materia obbligatoria?». La stava trattenendo per il mento, non voleva che lei distogliesse lo sguardo. Aveva bisogno di guardarla in faccia. «È questo che insegni in quella scuola?»
«No. Non sono la persona più adatta». Abbassò lo sguardo.
«Ma li conosci bene», fece alterato.
«Mi sono concessa a voi senza ritegno».
«Smetti di usare questo tono con me!». Le aveva afferrato i capelli dietro alla nuca. «Io sono il tuo uomo!», sbraitò fra i denti. «E tu sei mia! Vedi di farti passare l’imbarazzo, se è questo che ti blocca», la apostrofò scortese.
«Non capisco come sia possibile avere ancora rispetto per me dopo che mi sono comportata così», mormorò.
«Così, come?! Ho passato la vita a offrire rispetto a donne che non ne meritavano un’oncia, e non parlo delle prostitute». La stava guardando furioso. «Io non voglio rispettare te! Il rispetto è vuoto, sterile. Si può rispettare anche chi si odia, sai? Non voglio fingere con te, trattenermi: io voglio essere libero. Tu mi fai sentire libero. Libero. Vivo e libero!». Stava parlando come posseduto da una furia. «Io non voglio darti il mio rispetto: voglio darti il mio amore», continuò con gli occhi sbarrati. «Non è che con te non riesco a dominarmi, è che non voglio! Non voglio, non devo e so che tu non ne hai paura». Si era calmato un poco. «Ti offro la mia lealtà, Valéry. La lealtà porta con sé la fedeltà, la stima e l’onore e vale più di tutto il rispetto e di tutta la sincerità del mondo».
«Più della sincerità? Non credo», fece lei, cercando di ricacciare in gola i singhiozzi.
«La sincerità è la falce della morte. È la lealtà il vero rispetto. Chi è leale non tradisce, chi è leale non mente, chi è leale non insegue la sincerità anche a costo del dolore. Spesso la verità fa male e la lealtà la aggira».
«Sono solo bugie pietose». Deglutì.
«No. Sto parlando delle verità inutili. Comunque hai detto una cosa orribile, non voglio mai più sentire una cosa del genere», fece irritato.
«Non capisco come tu voglia ancora… adesso che…». La voce le tremava e faticò a tirar fuori ciò che la angustiava. «Che bisogno hai di sposarmi, ora che mi sono data a te?»
«Sposarti?». I suoi occhi neri la guardavano fiammeggianti. «Tu e io ci siamo già sposati, qualche minuto fa, quando il tuo sangue e il mio seme si sono mescolati!», sbraitò. «È una promessa! È un giuramento! Tu sei già mia moglie. Sono stato chiaro? Non l’avevo mai fatto prima, con nessun’altra». Si posizionò sopra di lei, tenendola ferma con una mano e usando l’altra per aprirle le gambe e guidare la sua erezione. Entrò con un movimento rapido, inchiodandola al materasso. «Non ti libererai di me, mai. Mai!», le disse roco. La bocca cercò avida le labbra di Valéry a suggellare quel patto antico, mentre le lacrime di lei bagnavano le loro gote.
«Oh, David, David!», singhiozzò, abbracciandolo stretto.
«Stai tranquilla, amore». Lui la cullò con le sue parole, mentre le carezzava il viso e si muoveva dolcemente. «Ho sbagliato. Se avessimo aspettato tu ora non staresti così. Perdonami, ma ho creduto che tu fossi pronta, invece era troppo presto».
«Oh, David, io sono pronta».
«No, amore, solo il tuo corpo lo è».
«Anche il mio cuore».
«Lo so, tesoro».
«Baciami, David. E dimmi che ami».
«Obbedisco, mia signora: ti amo», la rassicurò sorridente con un bacio lieve. «Tu sei la mia signora e padrona e io sono il tuo schiavo fedele: quando lo capirai?».
Le accarezzava il viso con entrambe le mani, le baciava le guance e le palpebre e nel frattempo si muoveva dolcemente dentro di lei, appoggiato sui gomiti.
«Che cosa stai facendo?», domandò Valéry. David, infatti si era sollevato, si era staccato da lei e aveva raggiunto il comodino.
«Le candele si stanno spegnendo». Aveva afferrato una bugia spenta e si era spostato verso il comodino opposto per accendere la candela sui mozziconi quasi esauriti dell’altro candelabro. «Voglio guardarti», le sussurrò.
Nel passare da un lato all’altro del letto si era mosso su di lei, strofinando il suo corpo contro quello di Valéry. “È bellissimo, una sensazione magnifica”, pensò la ragazza, stregata da quel semplice gesto.
Si risistemò accanto a lei e, abbracciandola da dietro, le posò le labbra sul collo, facendola fremere.
«Va meglio?», domandò tenero, sfregandole il naso sul collo.
«Va benissimo».
«Allora spostiamo questi». Aveva tolto la sua camicia macchiata di sangue e le aveva scostato la vestaglia, posizionandola di lato. Si era appoggiato a lei, assaporando il contatto con i suoi glutei. “Chissà se è bello come tutto il resto”, si domandò eccitato mentre sfiorava le sue natiche sode. Prima o poi avrebbe dato un’occhiata, ma in quel momento sarebbe stato meglio soprassedere. Sorrise e passò le mani sopra i suoi seni, stringendoli forte. Gemette, continuando a strofinarsi contro di lei. Non resistette a lungo, le fece discostare le cosce ed entrò, lentamente, gustando l’attimo in cui lei si schiudeva e lo lasciava passare. «Uhm!», grugnì. Le afferrò la guancia e la costrinse a girare il viso quel tanto che bastò a baciarla, insinuando la lingua fra sue labbra.
«Uhm…uhm…». Anche Valéry mugolava, stordita dal piacere, completamente persa nelle mani di quell’uomo. David la stava stringendo, baciando, titillandole i seni e torturando il punto magico tra le sue gambe mentre si muoveva dolcemente dentro di lei. Lei continuava a gemere, la vista si stava oscurando e il piacere era così intenso che si sentiva svenire. Aveva solo voglia di gorgogliare e avrebbe tanto voluto che non finisse mai.
«Ti piace?», le domandò lui con la sua voce bassa e sensuale, soffiandole quelle due parole nell’orecchio, leccandolo e trasportandola pericolosamente vicino all’abbandono.
Non aveva la forza di rispondere: annuì.
«Stai per venire?».
“Che cosa significa?”, si chiese. “Vorrà sapere se sto per esplodere? Sì, sto per esplodere”. «Sì», biascicò.
«Anch’io. Di nuovo».
A Valéry sembrò che lui stesse ridendo ma non se curò molto visto che era bastata la sua voce a farla volare sulla luna. Gridò il suo nome, gettando il capo all’indietro.
«Bello, eh?». Erano sdraiati uno accanto all’altra, i respiri erano tornati regolari e lui le aveva preso la mano intrecciando le loro dita.
Valéry annuì, la testa appoggiata alla sua.
David si portò le sue dita alle labbra. «Sei più tranquilla ora?».
Lei annuì con decisione. «È stato perfetto», ammise, mentre David tirava su le coltri per coprire entrambi.
«Bene». Si portò le dita intrecciate alle labbra. «Tu sei già mia moglie», disse convinto. «Manca solo la benedizione davanti a un altare. Se vuoi ci vestiamo, andiamo a tirar giù dal letto il vescovo Constable e vediamo se ci sposa subito».
Valéry rise. «Immagino la sua gioia». Divenne seria. «E tua madre? Si è prodigata tanto per organizzare le nozze. Gli invitati? Bisognerà avvisare tutti».
«Preferisci una bella cerimonia con parenti, amici e tutto il resto?»
«Forse».
«Dammi un bacio». Valéry obbedì. «Si va avanti come da programma, signorina». Sorrise.
“Come mi piace quando sorride e mi guarda così. Se mai troverò il coraggio, glielo dirò che mi piace tanto”. Valéry era arrossita e aveva abbassato lo sguardo.
«Valéry, io voglio che tu sia la madre dei miei figli», ricominciò a parlarle serio, dopo averla attirata a sé facendole poggiare la testa sulla sua spalla. «Lo voglio da quando ti ho visto tenere tra le braccia la bimba di Adam. Mi sono detto: “Questa è mia moglie. A questa donna posso affidare i miei figli e verranno su come voglio io, forti, indipendenti, pronti ad affrontare le sfide della vita”. I nostri figli non si perderanno negli ozi e nella stupidità di cose futili perché ci sarai tu a guidarli. Non ho incontrato nessun’altra donna cui affiderei un compito del genere». David continuava a parlare grave e non si era accorto che Valéry piangeva piano, ascoltando muta quelle parole e il battito regolare del suo cuore.
«Non piangere amore mio, ti prego, così mi tormenti il cuore», le disse quando si accorse che le sue lacrime gli bagnavano il petto. «Avevi detto che era tutto a posto».
«Che sciocco, sto piangendo di gioia», mormorò lei sollevando il viso, e raggiunse la sua bocca con un bacio.
«Allora fa pure, posso sopportarlo», le sorrise dolce, carezzandole il bel volto e asciugandole le lacrime. «Sai, non è per la bellezza, tu stessa non vi hai mai fatto affidamento – non mi fraintendere, sei davvero la donna più bella che io abbia incontrato – è la tua generosità, la tua lealtà verso gli amici. È per il tuo carattere: hai combattuto come una leonessa e io mi sono innamorato come un pazzo. Dico davvero! A chi potrei affidare l’educazione dei miei figli? A Rose Frost?». Aveva alzato gli occhi al cielo, scuotendo il capo. «A Olivia? A Cassandra Rowland o a un’altra delle tue allieve? Avrai sì e no una manciata di mesi in più di quelle mocciose ma le tieni in riga con il polso di ferro e una classe innata. E sei l’unica che sia capace di tenere in riga questa bestia mocciosa», e indicò se stesso. «Ero incantato: sapevo che eri nelle sabbie mobili fino alla gola, costretta a fare due lavori per mantenere la tua famiglia, eppure eri pronta lo stesso di aiutare chi sta peggio di te, mettendo in imbarazzo Carolyn Blackbourn, che è una donna in gamba e si è affrettata a offrirti la sua amicizia. Ho capito com’eri e sapevo che saresti venuta all’appuntamento nelle stalle, se avessi creduto che a mandarti il messaggio fosse stata quella scriteriata della tua allieva».
«Come facevi a sapere che non stava più in collegio?», lo interruppe incuriosita.
«Sei sicura di volerlo sapere? Poi non dire che ne parlo male», sbuffò lui.
«Avanti, dimmi».
«Quella giovane è una viziosa come non ne ho mai incontrate ed è pericolosa. E tu sai benissimo che tipo sia, non m’incanti. Non dovrai aver nulla a che fare con lei», disse autoritario. «Non voglio che la frequenti, neppure se ti chiederà aiuto. Se dovesse capitare, e sospetto che capiterà, dovrai venire subito da me. Risolveremo la faccenda insieme».
«David, stai eludendo la domanda. Come facevi a sapere di lei?»
«Me la sono ritrovata dentro casa, una o due mattine dopo quella serata da dimenticare. È stata molto esplicita. Ha detto che aveva lasciato il collegio perché tu l’avevi privata della possibilità d’incontrarci ancora, così se ne era andata per essere libera di frequentarmi. Si è offerta di diventare la mia amante, dicendomi che il marito non avrebbe costituito un ostacolo. Ho faticato a mandarla via e a convincerla che non avevo nessuna intenzione nei suoi confronti. È stata sgradevole anche le sere successive ma so che si è già consolata con il nipote di Lord Keating. Valéry, il mondo è pieno di donne così e io non ti permetto di paragonarti a loro».
«L’hai detto tu, che ogni donna ha un prezzo», disse sdegnata, rammentando le sue parole nella bisca, la prima sera.
«Sì, è vero. Ci sono donne che si possono comprare con il denaro, altre con il prestigio o con un titolo, ad alcune basta solo la serenità, con altre occorre la lusinga».
«E io, che tipo sono, io? Che moneta hai usato per comprare me?», chiese indignata.
«Tu?». David le aveva afferrato le guance con una mano, parlandole sulla bocca. «Tu vieni via con un tozzo di pane…». Valéry lo guardò accigliata. «Un tozzo di pane imbevuto d’amore». La baciò avido. «Tu sei il tipo più prezioso. Non ti si può comprare, bisogna conquistarti. È un prezzo molto alto, credimi, perché bisogna giocarsi tutto».
Valéry lo guardò cupa, stringendo gli occhi. «Ti hanno mai detto di no?», gli domandò a bruciapelo.
«Eh?». David fece finta di non capire.
«Le donne, ti hanno mai detto di no?», domandò gelosa.
Lui la guardò un attimo. «No», ammise.
Valéry si voltò di scatto, dandogli la schiena.
«Oh, Val, sei gelosa?». Si accostò a lei abbracciandola.
“Oh no, in questa posizione no, sono perduta”, pensò allarmata. «Quante?», gli chiese. «Oh, non me lo dire, non voglio saperlo».
«Non ne avevo nessuna intenzione». Rise.
«Lo sai che sono gelosa. Molto. Non vorrei trovarmele tutte davanti, ecco!».
«Non c’è pericolo». La baciò sul collo.
«Ah, no?». Si era voltata per guardarlo in faccia. «Quattro o cinque le ho già incontrate!».
«Che cosa dici?»
«Pensaci».
«Val, non mi sono mai innamorato prima, mai. Tu, invece, eri innamorata di Charles», fece allusivo.
«Non eri tu che sostenevi che non fossi veramente innamorata? Ammetto che avevi ragione. Mio caro, mi sa che stai rigirando la frittata. Com’è possibile che non ti sia mai legato? Non sei mai stato fidanzato?», chiese, imbronciata.
«Be’, veramente sì», ammise restio.
«Sì?!». Valéry era scioccata, aveva detto così per dire, non si aspettava quella risposta.
«Per più di otto anni».
“Otto anni?”, si domandò sconvolta. “E dice che non è mai stato innamorato. Perché non si è sposato?”.
«Mio nonno combinò il mio matrimonio quando non avevo ancora nove anni. Dopo la faccenda di Edmund e tua madre, non voleva rischiare. Quando divenne duca, mio padre mi domandò molte volte se volessi sciogliere quell’unione, però mi aveva inculcato troppo a fondo il senso del dovere, per cui rifiutai. Il giorno dopo la mia incarcerazione mi fu recapitata una lettera di quella signorina che mi annunciava la rottura del fidanzamento. Non puoi neppure immaginare il tono di quella missiva».
«È stata una gran perdita davvero», commentò Valéry ironica. Non si aspettava una storia del genere, aveva immaginato qualcosa di romantico. Era sbigottita e arrabbiata. «Chi era questo bell’esempio di virtù muliebre?»
«Forse la conosci, la figlia di Lord Endicott. Era un po’ più grande di me, aveva l’età di Elenoire. Riuscirono a darla in moglie a uno dei nipoti del conte di Fremont».
«So chi è. Sua figlia è una mia allieva».
«Era», puntualizzò David.
«Mi ha domandato innumerevoli volte di entrare al suo servizio come istitutrice, ma suppongo fosse per fare un torto alla sua amica, la madre di un’altra alunna, che mi aveva fatto la stessa proposta», spiegò a David, non nascondendo il disappunto.
«Perché biasimarla? In fondo ci saremo incontrati, sì e no, tre volte. Probabilmente fu il padre a imporle di sciogliere il fidanzamento».
«Probabilmente. Poteva aspettare, però. Fu una scelta vile e meschina, anche se era convinta della tua colpevolezza. Io non avrei scritto, nemmeno se mi fosse stato imposto. Una separazione era ovvia, non sarebbe cambiato nulla in ogni caso, è servito esclusivamente a ristabilire le distanze e a fare del male».
«Non tutti sono come te», le disse lui con tenerezza, posandole le labbra sulla fronte. «È stata una vera fortuna. Pensa che condanna sarebbe stata, vivere con quella donna. Una condanna a vita». Sorrise.
«Meno peggio di ciò che ti è accaduto». Lo baciò e gli passò le dita sui fianchi, accarezzandogli le cicatrici. Valéry era di nuovo commossa: l’altalena di emozioni di quella sera l’aveva provata. «Oh, David, vorrei tanto che tutto ciò non fosse mai accaduto».
«Valéry, è passato tanto tempo…».
«Ma sono cicatrici profonde».
«Sono felice di averle».
«Però t’imbarazza mostrarle».
«No, assolutamente. Non è mia abitudine andare in giro a torso nudo». Rise, poi continuò serio: «Non le ho mai mostrate perché non ho mai voluto dare spiegazioni. Solo a te. Val, questi segni sono il marchio della mia fortuna».
«Fortuna?»
«Sì. Sono qui, sono vivo. E sono qui con te. Sono state l’inizio della mia buona sorte. Mi ricordano ogni giorno che ho interrotto quel dannato viaggio e non sono arrivato a destinazione. Amore, tu non sai cosa accade in quelle terre desolate, da cui non c’è ritorno. È solo dolore e stridore di denti, per l’eternità. Ci descrivevano cosa ci aspettasse: erano i racconti della buonanotte. Credi, è stata una gran fortuna avere interrotto quel viaggio».
«Qualcuno, dall’alto, ti ha protetto», fece Valéry sfiorandogli le labbra con un bacio.
«Mi piace pensarlo».
«Ne sono certa. David, quella donna, quella che ti ha salvato… sei tornato da lei?»
«A Zanzibar? No, è un posto terribile, porto dei peggiori traffici. Avrei corso il rischio di essere riconosciuto. Ho sempre evitato di tornarci». Valéry era delusa. «Ho mandato Henry Seymour, il fratello di questo Seymour, che è il mio braccio destro in India. L’ha rintracciata e le ha fatto pervenire mie notizie. Ora possiede una taverna vicino al porto. Credo che se la passi piuttosto bene». Lei sospirò soddisfatta. «Sembri contenta», osservò sorridente. «Val, se tutto ciò non fosse accaduto, non avrei avuto te oggi. Sarei sposato con quella brutta megera, stoicamente infelice, alla perenne ricerca di filosofiche gratificazioni, come mio padre».
«Scusa la sfrontatezza ma, se non sbaglio, tuo padre aveva tua madre», osservò lei, timida.
«E già…», sorrise. «Val, io non ci torno», le aveva sussurrato, improvvisamente serio, con un’ombra di paura nello sguardo. Valéry si fece più vicina e lo abbracciò. Tirò su il viso per ascoltare le sue confidenze. «Non metterò mai più piede su quella nave. Sono tornato in Inghilterra per mia madre e per il senso del dovere nei confronti del mio nome, solo per quello, ma avevo paura. Paura che un evento fortuito mi facesse precipitare ancora una volta nel baratro. Mi sono tenuto alla larga, guardandomi le spalle, temendo non so quale fatalità. Mi sono costruito un rifugio quasi inaccessibile, dove custodisco una fortuna che mi permetterà di ricominciare, se dovesse accadere qualcosa. È in un posto molto bello, sulla costa. C’è una nave pronta a salpare, nella baia lì vicino. È la mia via di fuga, te lo mostrerò. È importante che tu sappia dove sono e come raggiungermi se dovesse accadere qualcosa».
David parlava e Valéry lo ascoltava muta, con gli occhi spalancati che riflettevano la paura che percepiva nelle parole di lui. “Di cosa ha paura?”, si domandò.
«David, dove devi andare?», mormorò. L’apprensione cominciò a serpeggiare in lei.
«Ho alcune faccende da sbrigare a Southampton e a Plymouth, domani arriverà un vascello con documenti importanti».
«Si tratta di faccende pericolose?», domandò preoccupata.
«No», rispose, ma la ragazza percepì una nota d’indecisione.
«Cos’è, una bugia pietosa?», fece incalzante. Si era sollevata un po’ e lo guardava in viso per studiarlo.
«Direi più una dimostrazione di che cosa io intenda per verità inutile». Rise per sdrammatizzare. «Nessun pericolo, niente che non affronti tutti i giorni».
«Ma, David…».
«Val, io viaggio sempre con molto denaro, qualcuno lo sa e mi è capitato di essere preso di mira. È normale».
«Normale?»
«Bimba, non è facile cogliermi di sorpresa e avere la meglio su di me, sto sempre molto attento. E poi non viaggio solo. Stai tranquilla».
«È per questo che sei sempre armato, la pistola, il bastone…».
David annuì. «È la prima cosa che t’insegnano in Accademia: “Porta un’arma nascosta di riserva, così avrai sempre un’altra possibilità”. Blackbourn, per esempio, tiene un coltello da lancio nello stivale e potrei scommettere che Simon aveva in tasca, anche stasera, una specie di tirapugni con una lama sul dorso, un’arma micidiale, se la si sa usare. Gliela regalammo io e Adam per il suo quattordicesimo compleanno. Stai tranquilla, bimba».
«Mai stata più serena», fece Valéry, sarcastica.
David le prese il viso e la baciò. «Basta con questi discorsi seri, piuttosto, dove ti piacerebbe andare in luna di miele? Non ne abbiamo mai parlato».
«In effetti mi sembra di non aver parlato di nulla d’importante, fino a questa sera», osservò Valéry. «Avevo bisogno di stare un po’ con te».
«Anch’io», e non si riferivano all’intimità fisica. «Ascolta, io avrei piacere di condurti nel mio posto segreto. Lo vorrei tanto. Ho già predisposto tutto. Due o tre giorni al massimo. Sai, non c’è la servitù. Saremo tu e io soli. Se non ti fa piacere, va bene lo stesso, lo capisco…».
«David, sono una governante. Penso di riuscire a occuparmi di te per qualche giorno», disse con sufficienza.
«Veramente avevo in mente di occuparmi io di te, ma va benissimo». Aveva alzato le mani in segno di accettazione e le aveva sorriso. «Sai, pensavo di completare lì la tua formazione».
«La mia formazione? Che genere di formazione?»
«Quella che abbiamo cominciato questa sera, o forse un po’ prima», fece provocante, stringendola più forte e baciandole il collo, per poi risalire con le labbra e la lingua verso l’orecchio, lentamente. «Allora, dove ti piacerebbe andare dopo? Potremmo andare in Scozia da Eloise e Andrew».
«Oh sì, sì. Mi piacerebbe tanto».
«Conosci il marito di Eloise?». Valéry scosse il capo. «Bene, scriverò loro per avvisarli. Poi potremmo passare qualche giorno a Oakham. So che ci sei già stata».
«È un posto bellissimo. Quella casa è enorme, un vero castello, un po’ inquietante con tutte quelle guglie, ma magnifica».
«Sono contento che ti piaccia, visto che è la mia casa e che è lì che sono cresciuto, anche se è da un po’ che non ci torno».
«Quando sono stata ospite della tua famiglia, c’erano molti altri invitati, e mi hanno destinato una grande stanza – lo ricordo bene – al secondo piano, l’ultima sulla sinistra…».
«Dove?»
«Al secondo piano, nel corridoio di sinistra, l’ultima stanza in fondo», rispiegò la ragazza, scandendo le frasi e gesticolando.
«Disdicevole». David stava ridendo. «Ti hanno assegnato la stanza di uno scapolo, veramente disdicevole. Credo proprio che tu abbia dormito nel mio letto», spiegò allegro.
«Sarà stato un segno del destino», osservò baciandolo.
«Credo davvero che tu sia nata per me», e aveva riposato la bocca su quella di lei. Tenendola stretta fra le braccia la fece rotolare sopra di sé, sprofondando nel loro bacio.
«David?»
«Sì?», mormorò distratto.
«Stiamo rotolando nudi in un letto», constatò Valéry elettrizzata.
«Te l’avevo detto». Le aveva strizzato l’occhio e le aveva rivolto uno sguardo impertinente, mentre le sue mani le carezzavano le natiche. «Io ho sempre ragione».
«Mi hai turbato. Tanto».
«Era quello che volevo: scuoterti, eccitarti».
«Ci sei riuscito… credo», fece imbronciata.
«Anche adesso. Voglio eccitarti», le mormorò, mentre con la bocca cercava i suoi seni. “Che meraviglia”, pensò. “Proprio come piacciono a me: grandi e sodi. Sembrano di pietra”, e continuò a massaggiarli, baciarli, succhiarli. Era di nuovo pronto, un’altra volta. Lei era sdraiata su di lui, così le fece divaricare le gambe e la guidò più in basso, fino a penetrarla, piano. Assolutamente non voleva farle male.
«Ancora?», domandò sorpresa e meravigliata dal fatto di volerlo… ancora.
«Uhm, sì, ancora…», ma con la fantasia era perso in pensieri più arditi, pensieri viziosi e lascivi. La vedeva nuda, in ginocchio davanti a sé, con lo sciabordio delle onde che s’infrangevano sulla scogliera a fare da sottofondo. I suoi meravigliosi capelli sciolti sulle spalle e quegli occhi trasparenti che cercavano il suo sguardo, mentre la sua bocca sbocciava su di lui in un bacio languido, nel suo punto più intimo. “Devo proprio completare la sua educazione. Diventerà un’amante perfetta. È già un’amante perfetta, la più dolce e sensuale che abbia mai incontrato. Lei è perfetta, sì, non c’è altro aggettivo. Ha risposto anche la prima volta, nonostante il dolore, nonostante l’imbarazzo, nonostante io sia stato uno stupido bruto. Sono proprio una bestia: anche se fa la spavalda, è poco più che una ragazzina. Come ho fatto a non capire i suoi timori e tutti quei retaggi di un’educazione ferrea come la mia? Io avrei dovuto capirla meglio di chiunque altro”, rifletté con un po’ di rimorso. Gli passò subito, distratto dai gemiti di piacere che quella bocca meravigliosa gli offriva.
«Ti piace?», le domandò ancora, mentre continuava a muoverla su di sé. David non aveva mai avuto bisogno di rassicurazioni: era stato il miglior amante per tutte le donne che aveva avuto, abituate a mariti e compagni egoisti e sbrigativi, anzi, era stata proprio quella la sua fortuna con l’altro sesso, riempire le lacune lasciate da uomini che pensavano fosse meglio cercare in giro soddisfazioni che avrebbero potuto trovare benissimo nel proprio sacro talamo. Non aveva mai avuto una donna solo per sé. Non era mai arrivato fino in fondo con nessuna, mai, prima di quella sera, ed era stato fantastico. Aveva imparato a trattenersi anche in quello. Eh sì, era un vero mago a domarsi. Era quella la sua forma di rispetto per le donne e per se stesso. Mai avrebbe corso il rischio di mettere al mondo un bastardo ma con lei e solo con lei poteva lasciarsi andare. Ora voleva sapere, per darle di più, sempre di più. E soprattutto, per la prima volta voleva prendere, tutto. Forse era l’amore, però il suo corpo rispondeva a meraviglia agli stimoli che il corpo di lei gli offriva e stava provando un piacere mai raggiunto prima. Aveva bisogno di sapere se per lei era lo stesso. «Allora, ti piace?»
«Se ti dicessi di no, non lo faremmo più?». Non resistette alla tentazione di stuzzicarlo. «Se non sbaglio hai detto così, prima. Era una delle tue verità inutili?»
«No. Era una pietosa bugia», sospirò David.
«Sì, mi piace». Si era chinata per sussurrargli all’orecchio, accarezzandogli con l’indice le lunghe basette e assecondando il suo movimento. «Mi piaci tu», gli confidò, lieve.
Fu una frustata, per David, che gli squassò il corpo facendolo gridare. Valéry fu attraversata dalla stessa scossa, si tirò su e cominciò a oscillare su di lui, avanti e indietro, le mani posate sul suo petto, le dita aggrovigliate tra i suoi peli. I loro corpi, già appagati da quella lunga notte, faticavano a raggiungere l’estasi, condannati a sottostare a un piacere che non finiva mai.
«Io di te voglio tutto, tutto, tutto». David ansimava con la testa all’indietro tra i cuscini. «Sono tuo, Val. Tuo. Sono il tuo schiavo, sono il tuo servo fedele. Fai di me quello che vuoi ma non ti negare mai a me, mai. Ti voglio tutta, tutta. Ti amo, ti amo», invocava e muoveva i fianchi di lei per darsi piacere.
Le sue parole erano davvero una condanna, più potenti di qualsiasi altro stimolo; Valéry cedette al piacere, piantata su di lui e crollò in avanti, sul suo petto, ancora una volta vinta. David afferrò il cuscino per affondarvi il viso e soffocarvi il suo ululato.
“Questo non è un gioco. È vero, ancora una volta ha ragione lui: è molto, molto meglio. Ha sempre ragione lui”, constatò Valéry, mentre stava tentando di far tornare normale il suo respiro.
«Vieni qua. Non osare starmi lontana. Vieni subito qui e ora baciami, bambina».
«Come desiderate, Milord. Sono vostra, fate di me ciò che volete». Gli sorrise, accoccolandosi fra le sue braccia.
David scoppiò a ridere. «Di nuovo! Ti diverti? Ti piace fare la sussiegosa oppure ti diverte burlarti di me?»
«Ho scoperto che mi piace prenderti in giro». Valéry rise.
«Chissà perché, la cosa non mi sorprende. Cos’altro ti piace?»
«Tu».
Di nuovo David si vide carponi, con collare e guinzaglio. Deglutì. «E poi?»
«Perché vuoi saperlo?»
«Così, mi piacerebbe viziarti».
«Lo fai in continuazione. Io non ho bisogno di niente. Tu piuttosto, sei sempre così… sobrio. Non ostenti nessun tipo di ricchezza. Non mi fraintendere, si vede che sei elegante – un po’ funereo, forse – ma, va bene. È solo che…».
«Val, io posso permettermi qualsiasi cosa. Potrei comprare tutto ciò su cui poso gli occhi. I miei sigari costano una fortuna, li faccio produrre apposta per me nei miei possedimenti a Saint Barth con foglie di tabacco che faccio arrivare da Java. Ho brindato a champagne e sorseggiato armagnac per festeggiare la sconfitta di Napoleone. Fiumi di champagne e botti di armagnac, anche dopo anni d’embargo, dazi e mercato nero. E sai perché?». Valéry scosse il capo. «Perché io posso. Valéry, io non desidero. Punto». Le sorrise, ripetendole le parole che lei gli aveva rivolto durante una delle loro liti. «Soltanto te. Io, desidero, soltanto, te, e desidero darti ogni cosa bella. Vuoi carrozze? Abiti, gioielli? Una dimora come quella di Edmund? Ti basta schioccare le dita e l’avrai».
«La trovo soffocante e orribile».
«Anch’io. Voglio sapere cosa ti piace, per farti felice. Che cosa ti piace fare? So che ti piace leggere e suoni molto bene».
«Mi piace suonare».
«Anche a me».
«Sai suonare?»
«Sapevo suonare, ora non riesco più a far scorrere la mano», e mostrò la sinistra con le dita deformate. «Ho anche comprato un pianoforte ma l’ho regalato a Elenoire, per Amanda».
«Oh, sì è bellissimo. Mia madre ne aveva uno simile. È di John Broadwood, vero?»
«Sì», confermò David sorridendo. «Ne troverai uno ad attenderti, quando entrerai a casa tua».
«Non devi», disse scuotendo il capo.
«Hai ragione, non devo. Voglio. E voglio che tu ora dorma».
«Oh, non fa niente, tanto dovrò stare in casa, i prossimi giorni».
«Ma io no. Mi aspetta una lunga cavalcata, devo dormire almeno un po’».
«Eh già, l’età…».
«Te la faccio vedere io, l’età», e prese a solleticarle i fianchi.
«Va bene, va bene. Mi arrendo, dormo», mormorò tra le risa.
«Brava, bambina».
Alle prime luci dell’aurora David aprì gli occhi.
“È ancora piuttosto buio, meno male”.
Valéry dormiva tranquilla sul suo petto, abbracciata a lui. Scostò il suo braccio con delicatezza, si alzò e raccolse i vestiti. Infilò la camicia macchiata di bruno e sorrise. Indossò i calzoni, tirò su le bretelle.
Faticò a imbrigliare l’erezione dentro i pantaloni. “Dannazione, se non passa, montare a cavallo sarà una vera tortura”, si disse abbottonandosi a fatica.
“Svegliala!”, gli consigliò una vocina.
No, mai. Poi, non sarebbe riuscito a lasciarla, ed era già difficile così. Sarebbe stata dura stare lontano da Valéry anche pochi giorni, ma era troppo importante, per lui, per lei. Si abbottonò il panciotto, lentamente, ammaliato dalla visione di lei addormentata.
La notte prima aveva passato i momenti più belli della sua intera esistenza, anche più belli della prima sera con lei.
Le aveva fatto male ed era stato troppo aggressivo. Non avrebbe dovuto cedere alle proprie voglie, aveva corso un rischio inutile. Se non le fosse piaciuto, se l’avesse trovato insopportabile, se l’avesse disgustata per qualsiasi motivo, lei lo avrebbe lasciato. Valéry non era una ragazza comune, non era il tipo da accettare di legarsi a un uomo che le fosse sgradito anche dopo esserglisi concessa. Avrebbe trovato il modo di cavarsela da sola, ed era proprio questo che lo aveva fatto innamorare di lei, perdutamente. David non aveva dubbi che qualsiasi famiglia avrebbe fatto carte false per averla come istitutrice per i propri figli. Chi, meglio di Valéry, avrebbe potuto insegnare alle loro figlie come comportarsi nelle avversità?
E avrebbe avuto la fila di uomini pronti a fare pazzie per lei.
La sera prima si era infuriato: un conoscente l’aveva coinvolto in una conversazione interminabile; quando era riuscito a liberarsi, Valéry stava danzando tra le braccia di un altro. Aveva aspettato più di mezzora un valzer solo per stringerla a sé e quel cascamorto aveva osato prendere il suo posto. Aveva atteso che il ballo finisse e si era avvicinato. Valéry gli aveva presentato il giovanotto, il fratello di una sua allieva, e aveva presentato lui come il suo fidanzato. Aveva avuto la sua piccola rivincita: il cicisbeo era sbiancato sentendo il suo nome e si era dato alla fuga, spaventato dal suo sguardo più truce. Era andato nella sua stanza solo per quello, per ristabilire il suo possesso, per reclamare i propri diritti su di lei.
E ora lei era sua.
Era stato fortunato che Jane Langton l’avesse tenuta al riparo, nella sua scuola, ad aspettar lui. A ben pensarci, le sovvenzioni alla St Andrew, caldeggiate da Elenoire e da sua madre, si erano rivelate un buon affare, probabilmente il migliore. Rinchiusa in quell’eremo si era conservata solo per lui, lontana dagli occhi cupidi di altri uomini.
Sì, sì. Era stato proprio fortunato: Valéry era innamorata e aveva accettato tutto quello che lui le aveva proposto. Adesso era sua, per sempre.
Si avvicinò al letto, afferrò la cravatta adagiata sul copriletto e la mise in tasca. Sorrise, avrebbe conservato per sempre il suo trofeo. Si appoggiò al materasso e si allungò per posarle un bacio sulle labbra. Valéry si rigirò. David non si ritrasse, rimase immobile per non svegliarla. Spostandosi, la vestaglia si era aperta scoprendole il seno. Lui non resistette e appoggiò la bocca sotto il capezzolo, in un soffio.
“La prossima volta che la rivedrò, sarà davanti all’altare”, si disse. Un attimo dopo se ne era andato.
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