Dovevo ammettere che tornare al pianterreno del museo era una necessità quasi fisica. Forse per abitudine, non avevo più ispezionato sotterranei senza la presenza costante di Sean.
Non perché il suo parere fosse vitale per le mie analisi, ma a causa della mia claustrofobia che si scatenava in attacchi di panico vero e proprio.
Un tragico destino ci aveva fatto incontrare tre anni prima grazie alla mia amicizia epistolare con sua cugina Alexandra. La tragicità di quell’evento stava nel fatto che Alexandra era morta, vittima di un omicidio. Se tutto ciò non fosse accaduto, probabilmente Sean e io saremmo stati due perfetti estranei.
Non potevo ringraziare Dio per la morte della nostra amata Ally. Nonostante ciò, se il pazzo criminale Luis Montego non avesse sequestrato Ally e me sottoponendoci a una overdose di psicofarmaci e stupefacenti per realizzare un esoterico rituale di Necromanzia, Sean non sarebbe mai intervenuto in quella sfortunata notte.
Ally aveva subito danni celebrali, la mente ottenebrata in modo irreversibile. Io mi ero salvata.
A scegliere per noi era stato Sean, che aveva soccorso me per prima, poiché mi ero tagliata le vene e rischiavo il dissanguamento.
Si era poi preso una pallottola al mio posto, durante il funerale di Ally, l’anno successivo.
Gli dovevo la vita più che a mia madre, tuttavia non ero libera durante quel periodo.
Avevo un fidanzato che col tempo si era rivelato il più pericoloso dei miei nemici, il più grosso manipolatore e il più bastardo figlio di puttana in cui mi ero imbattuta.
La mia storia con Luca Toscani era finita nel momento stesso in cui aveva puntato una pistola alla testa di Sean, in un sotterraneo buio e umido.
E io, che per tutta la vita ero stata un’indecisa, in quel preciso istante avevo scelto drasticamente quale futuro volevo avere davanti a me. Soprattutto, con quale dei due uomini intendevo trascorrerlo.
Luca Toscani era uscito dalla mia vita, chiudendo per sempre un periodo nero fatto di alcol e droga che mi avevano spinto al delirio e al tentato suicidio.
Dal momento in cui avevo scelto Sean la mia vita si era incanalata su binari normali.
Il mio lavoro di restauratrice di opere pittoriche su qualunque tipo di antico supporto era stato notato dal museo del Trinity College, e Sean che lavorava per la Procura di Dublino mi aveva proposto come consulente esterna alla N.B.C.I. .
Il suo unico scopo era stato quello di trattenermi il più possibile in Irlanda, e lo aveva pienamente raggiunto.
Eravamo tornati in Italia solo per un mese, e solo perché era morta l’ultima delle mie zie, lasciandomi la casa della nonna Netta a Castiglione della Pescaia, dove avevo trascorso un anno da bambina.
Era tutto ciò che possedevo, in fondo.
L’unica altra mia parente ancora in vita era mia madre, che non vedevo da quando avevo dodici anni.
Internata in un istituto per malattie mentali, la schizofrenia l’aveva completamente dissociata da questo mondo.
Per lei, io non esistevo.
Per me, lei era una rata mensile di retta ospedaliera che veniva detratta dal mio conto corrente.
Su di lei non c’era altro da dire.
Presi un respiro profondo appena sbucammo nella sala espositiva al pianterreno, lasciandoci alle spalle l’umidità pesante dei sotterranei che mi aveva gelato le articolazioni. Dovevo ricordarmi di indossare un impermeabile nella prossima discesa.
E chiedere di installare nella sala delle ‘grottesche’ un impianto provvisorio di deumidificazione, prima di danneggiare irreversibilmente gli affreschi. Il rosso pompeiano sarebbe stato il primo a subite l’effetto dell’umidità, seguito a ruota dal blu estratto dalla polvere di lapislazzuli.
Il dottor Carini mi precedette per cercare la dottoressa Orsini, chiedendoci di aspettarlo li.
Tornò un istante dopo con una donna sulla cinquantina, capelli biondo-platino ribelli trattenuti ad arte da un nodo posticcio fermato con una matita, il camice bianco aperto su un completo di Prada azzurro, tacchi vertiginosi sui quali ancheggiava come una modella con una sicurezza invidiabile.
Tenendo conto che il museo era velato da una coltre di polvere rossa a causa dei restauri in corso, e che l’intero borgo medievale era selciato di pietra locale, mi chiesi come potesse presentarsi in quella tenuta e mantenere un aspetto perfetto fino a sera, senza sporcarsi o rovinare i tacchi.
Carini ci presentò, ma lei tenne le mani chiuse in pugni nelle tasche del camice, senza tenderne una per stringere la mia.
Mi squadrò da capo a piedi, probabilmente oltraggiata dalla mia t-shirt rosa confetto da mercatino e dai miei jeans che avevano avuto tempi migliori. Sapendo che scendevo in un sotterraneo non mi ero messa certo in tiro. Ma probabilmente a scandalizzarla dovevano essere i miei capelli arruffati, che avevano visto la parrucchiera quattro mesi prima... forse, non ricordavo.
Del resto, se avessi saputo di dover sottopormi a un esame fisico, avrei evitato di incontrarla.
Passavo le mie giornate tra polverosi e incartapecoriti codici miniati negli archivi del Trinity College in cerca di documentazioni sulla storia irlandese, per verificare l’autenticità di antiche opere d’arte rubate. Il mio ultimo pensiero era per lo stato delle mie unghie, mentre probabilmente per la dottoressa Orsini doveva essere quasi prioritario.
Le sfuggì invece un lampo di genuino interesse femminile negli occhi celesti quando Carini le presentò il mio ragazzo, che sarebbe sembrato perfetto anche con un sacco in testa. Sean era così, impeccabile sotto ogni aspetto in ogni circostanza.
«Sean Ryan, avvocato della Procura di Dublino» si presentò in italiano.
«Dublino. Posto interessante» commentò la signora in perfetto inglese senza ombra d’accento.
Lanciai un’occhiata a Sean, immerso nel suo distaccato a-plomb anglosassone, intento a studiare una tegola funeraria di terracotta appesa al muro.
«Si trova in Toscana in vacanza, immagino. Le piace l’Italia?» continuò la bionda, sfoggiando la sua levatura linguistica.
«Non particolarmente» rispose Sean continuando in italiano, degnandola finalmente d’attenzione. «Ho accompagnato Celine per assisterla nel passaggio di eredità di sua nonna. Ma non intendiamo fermarci a lungo, questo caldo è insopportabile.»
Lavinia Orsini sbiancò, lasciando cadere l’accenno di sorriso che le era apparso per un attimo sulle labbra perfettamente truccate.
Sean non era stato carino, dovevo ammetterlo. Ma in poche parole aveva fatto capire che era in Italia per fare un favore a me, e non per flirtare con un’attempata scava-ossa, quando aveva sottomano una ventottenne con tutte le curve al posto giusto.
«Il Dottor Carini mi ha detto che lei ha preso in consegna gli arredi della stanza delle ‘grottesche’. È possibile esaminarli?» le chiesi, riportando la sua attenzione sulle cose pratiche.
«Lei è qui per i dipinti» si mise subito sulla difensiva, la bionda. «A che le servono gli arredi?»
«Sono le ultime cose lasciate prima che la camera fosse murata. L’esame del trattamento degli arredi è utile per la datazione dell’ultimo periodo di abitazione della stanza.»
Lavinia mi fissò in silenzio, cercando di associare il mio interesse per gli arredi al motivo della mia presenza nel museo.
«Temo sia impossibile metterli a sua disposizione, per il momento. Prima devono essere catalogati. Però può occuparsi degli affreschi e iniziare una datazione al carbonio 14.»
Come dire che non intendeva condividere i suoi nuovi giocattoli.
«Avrò bisogno di un paio di assistenti della sua equipe per cercare la porta d’ingresso, e un’attrezzatura G.P.R. completa di supporto informatico» conclusi.
«Quale porta d’ingresso?»
Scambiai un’occhiata con Carini, ma lui sembrava volersi esimere dalla nostra schermaglia. Chinò la testa, scrutandosi le punte delle scarpe impolverate.
Alla bionda avevo negato il mio uomo, lei mi aveva negato gli arredi della stanza delle ‘grottesche’.
La gara era cominciata e lei giocava in casa.
«Presumo che la stanza faccia parte di un insieme di locali, che hanno un ingresso da qualche parte sulla destra del perimetro dei sotterranei.»
«Su quali basi posa questa sua supposizione?» la donna incrociò le braccia sul petto prosperoso.
«Sul fatto che una stanza di quelle dimensioni e di così accurata decorazione deve avere uno sbocco sulla superficie, oltre al cunicolo che si usa ora per raggiungerla.»
«E pensa di poter trovare questo sbocco con un G.P.R.?»
«Posso provarci. Nel caso esistessero altre stanze, devono essere immediatamente sottoposte a vincolo ministeriale, prima che vengano danneggiate da eventuali scavi nelle cantine dei palazzi limitrofi al museo.»
«Sembra convinta di trovare altro, oltre a quello che già esiste. Se alla fine non vi fosse niente, che figura ci farebbe con il Ministero?»
Il silenzio attorno a noi mi fece notare l’improvvisa immobilità degli assistenti che stavano smontando le bacheche e gli espositori, interessati a seguire il nostro dibattito.
«Farei la figura di chi è abituata a lavorare in modo professionale, e che non da nulla per scontato. Se non troveremo altre stanze collegate a questa, dovremo scoprire perché fu allestita, e con quale scopo, una tale magnificenza. In questo caso, l’analisi degli arredi convaliderebbe un’ipotesi che sto valutando da qualche minuto.»
Carini tentò d’intervenire nella discussione, subito smorzato da un’occhiataccia di Lavinia. Arrossì come un bambino ripreso dalla maestra e tornò a fissare la punta delle proprie scarpe.
«E sarebbe?» insistette lei, caparbia, tornando a me.
«Oh! È lei l’archeologa, sta certamente pensando a ciò che sta passando per la testa a me. Ma è inutile parlarne ora» mi rivolsi a Carini con il tono più cordiale che riuscii a ottenere, soffocando il fastidio. «Mi servono quelle lampade, un deumidificatore, il G.P.R. e l’autorizzazione ministeriale, appena le è possibile. Avrà la sua analisi nel minor tempo utile.»
Il rampante ispettore mi assicurò che avrebbe recuperato il materiale per il giorno dopo, ma aveva un’espressione imbarazzata sul volto abbronzato.
Lavinia se ne rimase muta e incazzata a seguire i nostri salamelecchi di arrivederci a domani.
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