LINDA LERCARI


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Entrarono dal cancello laterale, che cedette con un lamento metallico. Nel cortile l’erba arrivava alle ginocchia e le pietre del vecchio camminamento erano quasi scomparse. Andrea tirò fuori il taccuino, ma prima di scrivere si fermò a guardare il Corbezzolo. Appoggiò una mano sul tronco nodoso, con un gesto lento, quasi rispettoso.

«Non lo abbatto.» disse.

Lei lo guardò sorpresa.

«Non gliel’ho chiesto.»

«Stava per farlo.»

«Presuntuoso.»

«Osservatore.»

Per un momento si sorrisero. Fu una cosa piccola, ma fondamentale. Poi entrarono in casa, e il passato li accolse con odore di polvere, legno umido e finestre chiuse da troppi anni.

La prima stanza era quasi vuota. Una sedia zoppa, un tavolo spinto contro il muro, due mensole piegate dal tempo. Andrea si muoveva con cautela, controllando travi, crepe e pavimenti. Lei a lo seguiva, fingendo di sorvegliare il nemico, ma in realtà cercava tracce di suo nonno. Non sapeva cosa sperasse di trovare. Forse niente. Forse una conferma. Forse una smentita. Le storie di famiglia sono più comode quando restano chiuse; appena le si apre, cominciano a respirare e a pretendere spazio.

«Qui il tetto ha ceduto tempo fa.» disse lui.

«Molto tecnico.»

«Vuole la versione poetica?»

«Sempre.»

«La casa ha preso acqua dove non avrebbe dovuto.»

«Deludente. Resti sulla tecnica.»

L'uomo rise piano. Il suono riempì la stanza più di quanto la ragazza avrebbe voluto. Passarono nella cucina. C’era ancora un vecchio lavello di pietra, macchiato di ruggine. Una finestra senza vetri guardava il mare. Lorenza immaginò Teresa lì, giovane, prima della fuga, prima della vergogna, prima delle parole sussurrate dall’isola. Si domandò se fosse stata felice almeno un giorno in quella casa. La domanda le diede fastidio, perché fino ad allora Teresa era stata per lei una figura semplice: colei che era partita. Ma le persone semplici esistono solo nelle favolette raccontate male.

«Sta pensando a lei?»

«A chi?»

«A Teresa.»

«Non le conviene attribuirmi pensieri. Potrebbero essere peggiori.»

«Non ne dubito.»

Nel piccolo vano accanto alla cucina trovarono il baule. Era coperto da un telo e mezzo nascosto dietro alcune assi. Lui spostò il telo, la giovane trattenne il respiro. Il lucchetto era arrugginito, ma non robusto. Cedere fu quasi un sollievo. Dentro c’erano lenzuola ingiallite, due libri gonfi d’umidità, una scatola di latta e un mazzo di lettere legate con un nastro scolorito.

«Non tocchi.»

Andrea si fermò subito. «Va bene.»

La prontezza con cui obbedì le fece male in un punto impreciso. Si inginocchiò accanto al baule e prese il mazzo di lettere. Riconobbe la grafia di Giuliano prima ancora di leggere il nome. Suo nonno faceva le G come piccoli ami, e quella G era lì, chiara, viva, quasi offensiva nella sua familiarità.

«Sono di mio nonno.»

L'uomo si sedette a terra, non troppo vicino. «Vuole leggerle da sola?»

«No.»

La risposta uscì secca. Troppo secca. Lorenza inspirò. «No. Sono anche parte della sua storia.»

Sciolse il nastro. Lessero la prima lettera sulla soglia, dove c’era più luce. Giuliano scriveva a Teresa con una dolcezza che Lorenza non aveva mai associato al vecchio uomo burbero che le insegnava a piantare chiodi e distinguere i venti. Le parlava del letto che avrebbe costruito, della cucina che voleva dipingere di azzurro, del Corbezzolo sotto cui avrebbero messo una panca. La seconda lettera era più impaziente, la terza più tenera. Poi, lentamente, qualcosa cambiava. Le frasi diventavano più tese. Le domande comparivano tra le righe.

«Dimmi la verità, qualunque essa sia.» lesse Andrea piano.

Lei prese la lettera successiva. Era di Teresa. Le mani non le tremavano, ma solo perché aveva deciso che non lo avrebbero fatto. La voce, però, le uscì più bassa.

«Giuliano mio, non posso tornare da te come avevo promesso. Non posso diventare tua moglie portando con me una colpa che ti coprirebbe di vergogna. Ti amo più di quanto tu possa credere, e forse proprio per questo devo sparire dalla tua vita.»

Si fermò. Il vento attraversò la finestra senza vetri. Lui non disse nulla. Lorenza continuò a leggere fino alla fine. Teresa chiedeva di essere dimenticata. Diceva che partire era l’unico atto d’amore che le restasse. Non spiegava. Non confessava. Lasciava solo un vuoto.

«Vigliacca.» disse Lorenza.

Andrea voltò lentamente il viso verso di lei.

«Forse.»

«Forse?»

«Non sappiamo cosa fosse quella colpa.»

«Sappiamo che se n’è andata.»

«Sì.»

«E lui è rimasto.»

«Sì.»

«Allora cosa c’è da aggiungere?»

Andrea raccolse con cura le lettere, come se temesse di ferirle. «Tutto quello che non sappiamo.»

La giovane si alzò di scatto. «È molto comodo difendere chi non c’è più.»

«È molto comodo anche condannare chi non può spiegarsi.»

La frase cadde tra loro come una pietra. Sentì salire il calore al viso. Non era abituata a essere colpita con precisione. Era lei, di solito, a usare le parole come strumenti chirurgici.

«Lei non sa nulla di mio nonno.»

«No. Ma sto cercando di sapere qualcosa di mia nonna.»

«Forse non le piacerà quello che troverà.»

«Forse no. Ma preferisco una verità scomoda a una storia comoda.»

Lorenza avrebbe voluto rispondere. Aveva sempre una risposta. Questa volta ne aveva troppe, e nessuna giusta. Uscì sulla terrazza, lasciandolo solo con le lettere. Il mare era agitato, il vento più forte. Appoggiò le mani al muretto e strizzò gli occhi. La rabbia che sentiva non era tutta per Teresa. Una parte era per Andrea, perché rifiutava di stare nel ruolo che lei gli aveva assegnato. Una parte era per Giuliano, perché forse non le aveva raccontato abbastanza. Una parte, la peggiore, era per sé stessa, perché la storia non era più semplice e lei odiava le storie che sfuggivano alla sua intelligenza.

La raggiunse dopo qualche minuto. Non si avvicinò troppo.

«Mi dispiace.»

«Per cosa?»

«Per aver detto una cosa vera nel modo sbagliato.»

Aprì gli occhi. «Questa è quasi una scusa decente.»

«La migliori lei, se vuole.»

«Non lavoro gratis.»

Lui sorrise appena. E, contro ogni prudenza lei si accorse che quel sorriso le importava.

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