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L’estate si avvicinava e la Casa del Corbezzolo cominciò lentamente a cambiare. Non divenne più bella da un giorno all’altro; le case vere non lo fanno. Prima perse un po’ del suo abbandono, poi recuperò dignità, infine iniziò a somigliare a una promessa prudente. Andrea chiamò due muratori dell’isola, zio Geppe e suo figlio Matteo, e rifiutò il preventivo di una ditta del continente che avrebbe fatto tutto in metà tempo e con il doppio della bruttezza. Questo gesto, più di qualsiasi dichiarazione, convinse San Venanzio che forse il Crimaldi non era del tutto da buttare. Lorenza finse di non essere impressionata.
«Quella finestra è storta.»
Andrea, in piedi su una scala, si voltò. «È la casa a essere storta.»
«Una scusa tipica degli uomini quando sbagliano misura.»
Matteo scoppiò a ridere. Lui scese dalla scala e le porse il metro.
«Prego. Verifichi.»
Lei prese il metro con aria solenne, misurò, aggrottò la fronte e lo richiuse.
«Accettabile.»
«Traduzione?»
«Avevo ragione solo moralmente.»
L'uomo rise. La risata di lui stava diventando una presenza familiare nella casa, insieme al colpo dei martelli e al fruscio del Corbezzolo mosso dal vento. Durante le pause, mangiavano pane, formaggio e pomodori seduti sulla terrazza. Lei raccontava storie dell’isola. Lui parlava poco di Milano, ma quando lo faceva il suo tono cambiava: non disprezzo, non nostalgia, piuttosto fatica. Era un uomo diviso, e lei lo vedeva. Una parte di lui apparteneva ai progetti, agli studi tecnici, alle riunioni, alla città che non chiedeva mai permesso. Un’altra parte, forse più nuova e più fragile, stava mettendo radici tra quelle pietre.
«Non hai paura di stancarti?» chiese Lorenza un pomeriggio, mentre il sole scendeva verso il mare.
«Di cosa?»
«Di tutto questo. La casa. L’isola. Me.»
Andrea rimase con il bicchiere a metà strada. Poi lo posò.
«Tu non sei una stagione,. Non passi con l’estate.»
«Non hai risposto.»
«Sì.»
«No. Hai detto una cosa bella per evitare una cosa vera.»
Sorrise appena. «Imparo dalla migliore.»
«Non cambiare discorso.»
Lui si voltò verso il mare. «Ho paura di molte cose. Di promettere più di quanto posso mantenere. Di sottovalutare la distanza. Di ferirti senza volerlo. Di restare a metà tra due vite e non essere abbastanza presente in nessuna.»
Ascoltò senza interrompere. Era raro che un uomo nominasse le proprie paure senza trasformarle in accuse o alibi.
«E allora?»
«Allora non voglio fingere che sarà facile.»
«Pessima strategia seduttiva.»
«Preferisco sia una buona strategia per restare.»
La parola restare le attraversò il petto come vento attraverso una finestra aperta. Lei guardò le mani di lui, forti, sporche di polvere, appoggiate al tavolo di legno. Pensò che avrebbe potuto prenderle. Non lo fece. Non ancora.
«Io sono complicata.» disse.
«Me ne sono accorto.»
«Incline alla fuga.»
«Anche.»
«Pungente.»
«Molto.»
«Questo sarebbe il momento di negare qualcosa.»
«Preferisco non iniziare una relazione mentendo.»
Rise, e quella risata sciolse qualcosa. Andrea le prese la mano. Non la trattenne. La prese soltanto. Lei guardò le loro dita intrecciate e pensò che l’amore, forse, non cominciava con le promesse. Forse cominciava così: con qualcuno che ti lascia abbastanza spazio da non dover scappare.
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