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Al castello
Non appena ebbe messo piede in cortile, Regina esitò e socchiuse gli occhi, colpita dalla luce vivida del sole di mezzogiorno. Un attimo solo, poi il soldato che la scortava le diede una lieve spinta per invitarla a proseguire, conducendola fino alla porta che dava sulle cucine.
Senza entrare, il soldato chiamò una donna sveva dal corpo magrissimo e dalla faccia cadaverica, e, dopo aver scambiato alcune parole con lei, spinse avanti Regina con un gesto quasi gentile della mano.
Con un sorriso che poteva essere di compassione, la donna la invitò a sedere su uno sgabello e le fece segno di attendere.
Quando si fu allontanata, le altre due donne presenti nella stanza, che fino a quel momento avevano finto disinteresse, si voltarono di scatto tralasciando il lavoro che stavano facendo. Mentre la più giovane, una ragazza bruna e formosa dal viso da Madonna fissava Regina senza una parola, l'altra, una donna anziana dallo sguardo gentile, corse da lei e le prese il viso fra le mani.
― Damigella... Gesù, cosa vi hanno fatto?
La fanciulla tentò un sorriso che avrebbe voluto essere rassicurante, ma che apparve solo triste.
― Niente… ancora.
― Dicevano che eravate morta, e l’ho creduto. C'era tanto sangue nella stanza il mattino che voi e Nerina siete scomparse ―. All’improvviso si portò la mano alla bocca. ― Nerina... ― bisbigliò.
Regina annuì. ― Le hanno tagliato la gola e l’hanno lasciata nella mia cella per tutti questi giorni.
― Sono delle bestie! ― sibilò la donna scuotendo la testa grigia coperta dalla cuffia. ― Sono senza cuore! ― Poi, dopo quel breve, inutile sfogo, tornò a guardarla, dolente. ― In che stato siete… Matilde! ― chiamò, voltandosi appena. ― Dammi un pezzo di pane, damigella Balestrieri avrà fame.
― No ― rispose la ragazza dal viso da Madonna, con uno sguardo che non aveva nulla di angelico. ― Se vorranno che mangi, ci penseranno gli svevi a darle del cibo. Vuoi crepare anche tu come la povera Nerina?
Ferita, Regina la guardò. Non ricordava di aver mai trattato male quella ragazza e non comprendeva il motivo di tanta acredine; ma quando la donna anziana fece per protestare, la fermò con un tocco leggero della mano.
― Non importa, Orsina, Matilde ha ragione ―. Poi non ci fu più tempo per discutere, poiché entrò una donna alta e imponente, con i capelli chiari striati di grigio. Era palesemente più importante di quella che l'aveva preceduta – più ordinata e pulita, dai modi bruschi, ma non scortesi – e si sforzò di farsi capire in un lombardo duro ma comprensibile, che doveva aver imparato a fatica.
― Sono Hilda ― si presentò dopo averle lanciato un’occhiata penetrante e aver accennato un breve inchino. ― Venite con me, prego ―. Tornò verso la porta, ma prima di varcarne la soglia si fermò e voltò la testa verso la figuretta stracciata che si era alzata prontamente. ― Avrete desiderio di mangiare, immagino ―. E senza attendere risposta si rivolse a Orsina, che aveva finto di riprendere il suo lavoro, e le ordinò di preparare in fretta un vassoio con del cibo abbondante. Poi scambiò
poche parole con la donna che era andata a chiamarla, e fece un sorriso a Regina per invitarla di nuovo a seguirla.
Lasciarono la cucina e salirono le scale che dal vestibolo portavano al piano superiore; e dopo aver percorso un lungo corridoio aperto da molte finestre, che davano su un giardino interno, si fermarono davanti alla stanza che era stata di Regina per tanto tempo e che non era stata teatro degli ultimi orrori che aveva vissuto.
Esitante, la fanciulla rimase sulla soglia, guardando con affetto ogni oggetto che le era appartenuto: il comodo letto di legno intarsiato, l’inginocchiatoio, la cassapanca ai piedi del letto e i pettini d’argento, riposti ordinatamente sul tavolino, che erano appartenuti a sua madre e che – miracolosamente – non erano stati razziati insieme all’oro e ai gioielli preziosi.
All’apparenza niente era cambiato lì dentro, e, se chiudeva gli occhi, poteva tornare indietro nel tempo, a quando era ancora felice.
― Mi hanno detto che questa era la vostra stanza.
Quell'accento così diverso dal suo la fece tornare alla realtà: non era più rinchiusa in una cella buia, ma era pur sempre prigioniera.
― Sì. Vi ringrazio per avermi condotta qui.
Hilda arrossì, piacevolmente colpita dalla gentilezza della giovane signora lombarda. ― Entrate, allora. Forse non la troverete come prima, ma...
― Niente può più essere come prima ― la interruppe Regina in tono mutato.
La sveva comprese. Annuì e fece un sorriso triste. ― Dobbiamo rassegnarci.
Regina intuì che anche lei doveva aver perso qualcuno. Il suo sposo, forse, o un figlio; era in età per averne di adulti. Tuttavia non disse nulla, e continuò a guardarla senza quasi vederla, senza provare pietà. Che morissero tutti, quei bastardi! Che ardessero nell'inferno che meritavano!
― Sono arrivata poche ore fa al seguito del barone Stephan ― spiegò la donna, ignorando i pensieri vendicativi della giovane milanese. ― Sono qui per occuparmi di voi, perché conosco un po’ la vostra lingua.
― Oh... si è premurato di portarmi una domestica! ― esclamò Regina aspra. “O una spia”, pensò.
Senza cogliere la sfumatura sarcastica, Hilda sorrise. ― Sì, damigella ―. Osservò con un po’ di pena i capelli arruffati, il viso nero di sporco, l’abito stracciato… ― Dopo che avrete mangiato, vi aiuterò a fare il bagno.
Un bagno... Regina prese fra le mani un piccolo specchio ovale, posato sul tavolino, e si guardò.
Ne aveva un bisogno disperato e lo desiderava tanto. Aveva sognato spesso l'acqua, le poche volte in cui era riuscita a dormire in quell’orribile cella. Distese infinite come il mare di cui aveva solo sentito parlare; fiumi impetuosi e limpidi ruscelli. Desiderava sentire l'acqua scorrerle sulla pelle, togliere il lerciume dai capelli col sapone e sentirli nuovamente morbidi e setosi ricadere sulla schiena. Un bagno, finalmente, per cancellare l'odore sgradevole che da giorni la sua persona emanava. Acqua e olio profumato di rosa sul corpo, per dimenticare l'odore di morte che sentiva ancora nelle narici.
― Oh… ecco Gretchen con il vostro pranzo ― disse Hilda interrompendo il filo dei suoi pensieri, andando incontro all'altra serva sveva, che, timidamente, aveva messo piede nella stanza. La mandò via con un cenno imperioso della testa dopo averle preso il vassoio dalle mani, e lo posò su un tavolino al centro della stanza. Sistemò una sedia dall’alto schienale lì accanto e con un sorriso invitò
Regina a sedersi.
La giovane mangiò lentamente carne fredda e formaggio, e bevve qualche sorso di vino, sentendo le guance imporporarsi per il calore che dava al suo corpo. Prese poi una mela, godendo del suo sapore, e, dopo aver posato il torsolo sul piatto, si lasciò andare contro lo schienale, sentendo le palpebre farsi pesanti.
― Potreste riposare un po’ mentre prepariamo il vostro bagno ― le suggerì Hilda.
― Sì... solo un poco ―. Si alzò languidamente, in preda al torpore, si diresse verso il letto e vi si lasciò cadere sopra. ― È caldo… ― sussurrò sentendo il materasso di piume d’oca avvilupparla ―
e morbido… ― aggiunse piano, prima di addormentarsi all’improvviso, come non le era mai accaduto prima.
― Povera bambina… ― bisbigliò Hilda, coprendola col lembo della coperta. Non sapeva cosa le fosse accaduto dopo che Hans Deinburg aveva lasciato il castello, ma senza dubbio nulla che avrebbe potuto ricordare nel tempo senza paura. E c’era un mistero intorno a lei, o un intrigo per il quale qualcuno avrebbe pagato caro, poiché era certa di aver sentito bene quando il soldato l’aveva dichiarata morta.
Più tardi, quando le domestiche ebbero scaldato l’acqua in capaci secchi sul fuoco del camino e l’ebbero versata nella tinozza, non volle svegliarla, e attese.
* * *
― Damigella Balestrieri... il vostro bagno…
Regina aprì gli occhi a fatica e vide un viso pallido e pieno, che non riconobbe subito. ― Chi…
ah, siete voi ― mormorò senza entusiasmo.
― L'acqua è calda al punto giusto.
Regina si alzò e con passo incerto si avvicinò alla tinozza posta davanti al camino. Si strappò di dosso il cencio che la ricopriva e si immerse, felice di quell’ingenuo piacere.
Spinse indietro la testa e sospirò. ― È meraviglioso! Non sapete quanto l’ho desiderato ―. Si bagnò il viso e si lisciò i capelli. ― Strano… mi sento bene, adesso, come se avessi dormito ore e ore.
Hilda sorrise. ― Lo avete fatto. Un giorno intero.
― Ma… è impossibile! ― replicò Regina, fissandola stupita.
― Credetemi. Dovete aver dormito pochissimo durante la vostra prigionia nei sotterranei.
― È vero ― ammise Regina. ― Avevo paura, da sola in quella cella e… oh, basta! ― Si vergognava a rivelare che troppo spesso aveva immaginato di vedere muoversi il corpo ormai esangue della sua domestica. Le era parso persino di vedere il piccolo mento a punta sollevarsi, per mostrarle l’orribile ferita che le squarciava la gola, quasi a volerla accusare.
― Hilda le massaggiò energicamente i capelli col sapone. ― Ma ora è finita.
― Credete? ― chiese Regina.
― Ma certo!
La donna sveva continuò a lavarla, movendo le mani esperte verso la nuca e sulle spalle, dove si notavano numerosi lividi. ― Chi vi ha fatto del male non vi toccherà più. Avete il barone che vi protegge, ora.
― E chi mi proteggerà dal barone?
La sveva non rispose subito. Prese un secchio d’acqua tiepida e lo rovesciò addosso alla ragazza per sciacquarla: poi l’aiutò a sollevarsi e le porse un telo di lino perché vi si avvolgesse. ― Siete al sicuro col barone Stephan ― disse infine, forse in modo troppo brusco.
― Oh... intendete dire che il vostro signore ha interessi di altra... natura? ― replicò Regina divertita, ma anche sollevata.
Hilda le lanciò uno sguardo oltraggiato. ― Vi consiglio, damigella, di non osare mai accennare una cosa simile davanti al barone. Potrebbe non avere nessun desiderio di riderne ―. E prendendo un tono più dolce, continuò: ― Fidatevi di lui. So che non avete motivo di credermi: siete stata umiliata, ferita; ma non tutti gli uomini della mia razza sono come Ulthdrich, ci sono anche quelli degni.
― Gli uomini degni non accettano in regalo esseri umani da poter usare a loro piacimento.
― Siamo in guerra, signora.
― Una guerra di conquista.
Hilda fece un sorriso amaro ―Voi vedete solo il luccichio delle spade, ma non sentite il pianto di chi ha fame. Milano è un lupo che sbrana i suoi fratelli. Sono stati i poveri uomini di Lodi, scalzi, con le croci in mano, a chiedere che l'imperatore li proteggesse ―. Poi avvicinò una sedia al gradino del camino e la invitò a sedere con un cenno della mano. ― Siete affrettata nel giudicare il barone ―
disse infine in tono suadente. ― Non sapete ancora cosa voglia fare di voi, e per ora vi ha tolto dalla prigione.
― Lo conoscete così bene? ― ribatté Regina, sedendosi meccanicamente e ravviando con le dita i capelli verso il calore del fuoco, perché asciugassero più in fretta.
― Non come le contadine di Hezen o la sua… ― La sveva s’interruppe e rise maliziosa. ― Gli si agitavano davanti come fiori spinti dal vento, pronte a essere colte. Il barone non vi avrà con la forza, ma forse userà sistemi più convincenti per conquistare i vostri favori. È molto attraente.
Regina si fece di porpora. Lei cedere alle lusinghe di quel dannato svevo? Era ridicolo soltanto pensarci! ― Credete che possa essere attraente per me? Io sono già promessa! ― esclamò. ― Come fiori spinti dal vento… vi esprimete con molta proprietà! ― aggiunse ironica.
― Per quasi un anno, dopo la morte del mio sposo, sono stata al servizio di una dama pavese ―
spiegò la domestica senza cogliere il sarcasmo contenuto nelle parole della damigella lombarda.
― E quando il barone vi ha chiamato, siete subito accorsa?
― Naturalmente ― rispose Hilda, quasi stupita che qualcuno potesse dubitarne. ― È il mio signore. Sono nata a Hezen e il mio sposo era uno dei suoi soldati più validi ― aggiunse senza cercare di dissimulare l’orgoglio. ― Desiderate mangiare, ora? Ne avete bisogno, siete così sottile.
― Mi è già stato detto… ma così mi piaccio! ― commentò Regina pungente. Ma poi, ormai consapevole che Hilda non poteva cogliere le sfumature in una lingua che non fosse la propria, si strinse nelle spalle e annuì.
Alla sveva era parso di sentire una punta di ostilità e considerò opportuno cambiare argomento.
― Bene, ora vi cercherò un abito da farvi indossare. Il mio signore vi ha fatto già cercare due volte, mentre dormivate, tuttavia non vi ha fatto svegliare.
“Quanta delicatezza”, pensò Regina amara, mentre Hilda si chinava sulla cassapanca, sollevava il coperchio e vi frugava dentro. Vide che prendeva fra le mani un abito di velluto rosso rubino, e con nostalgia ricordò di averlo indossato per la prima volta la primavera precedente. La cara zia
Betta aveva considerato che le cucitrici avessero fatto un errore esagerando con uno scollo troppo profondo, ma considerando che lei aveva ormai compiuto i diciotto anni e che era in procinto di diventare una sposa, pur brontolando aveva ricamato i bordi con il filo argentato per farla contenta.
― Deve starvi molto bene, questo ― approvò la brava donna stendendolo sul letto. ― II barone
Stephan vi troverà cambiata.
Il rimpianto venne spazzato via dalla paura e dalla collera. Che Dio la proteggesse da questo! Lei non voleva che lo svevo la trovasse cambiata, che vedesse cosa c’era sotto il lerciume, anche se si rendeva conto che era inevitabile. Ma soprattutto non desiderava la considerasse seducente. Non avrebbe mai indossato quell’abito troppo rivelatore per incontrare un nemico che odiava. Mai!
― No! ― gridò in tono quasi isterico. ― Un altro, vi prego ―. E vedendo che la brava donna lo riponeva senza fiatare e che ne prendeva uno blu, che ricordava castissimo, emise un sospiro di sollievo e si abbandonò contro lo schienale della sedia con un sorriso sulle labbra.
Ora stava bene: aveva dormito e mangiato; il fuoco le scaldava la pelle ormai pulita e profumata ed era al sicuro da Ulthdrich, da tutto.
Così la vide Stephan Deinburg, quando da padrone aprì la porta della stanza. Indugiò sulla soglia – affascinato da quella figuretta avvolta in un telo seduta davanti al camino – piacevolmente contagiato dalla serenità di quel momento. La guerra, la sporcizia, le malattie dell’accampamento e la tensione dell’assedio erano lontane.
Regina sollevò la testa, e il suo sguardo, oscuratosi, incontrò quello sfrontato dell’imperiale. No, non era al sicuro neppure in quel prezioso momento. Era solo una prigioniera, e i prigionieri non erano mai al sicuro.
― Come osate! Andatevene! ― ordinò, alzandosi di scatto, dimentica della sua condizione, dimentica di essere quasi nuda.
Stephan si chiuse la porta alle spalle e avanzò in mezzo alla stanza. Nello sguardo una luce di apprezzamento per quello che vedeva: aveva gambe lunghe, snelle e ben tornite, la milanese; e spalle delicate e morbide, non ossute come aveva creduto. Il collo era lungo, perfetto, e sorreggeva la più bella testolina scura che avesse mai visto. Dopotutto aveva avuto ragione suo fratello.
― Mio signore… damigella Balestrieri è ancora svestita... ― osò protestare Hilda, correndo davanti a Regina per nasconderla allo sguardo maschile col proprio corpo, rassegnata a prendere sotto la sua ala materna quella giovane troppo impulsiva.
― Questo l’ho visto, vecchia mia, ed è davvero sorprendente. Fuori, donna. Devo fare due chiacchiere con la ragazza.
― Permettetemi almeno di aiutarla a vestirsi ― pregò la sveva.
Deinburg si avvicinò, senza togliere lo sguardo da ciò che poteva ancora vedere della figuretta deliziosa che lo fissava con furia da dietro una spalla della domestica. Aveva occhi stupendi, la ragazza. Mai visti di simili. Si sedette su una sedia e appoggiò una gamba a uno dei braccioli, facendola dondolare con indolenza.
― Fa’ pure.
Regina odiò la prepotenza dell'uomo e maledì la sua impotenza. ― Volete godervi lo spettacolo?
― chiese rigida.
― Sei presuntuosa, ragazza. È uno spettacolo?
Lei arrossì violentemente.
― Va bene, non guarderò, non temere ― la rassicurò divertito.
― Non vi credo!
Come lo ebbe detto, Regina fu consapevole della sua sconsideratezza. Aveva parlato spinta da una collera inutile, dalla paura e da un orgoglio che non poteva più permettersi di possedere. Neppure suo zio, sempre tanto comprensivo, avrebbe perdonato chi avesse osato mettere in dubbio la sua parola; e quell’uomo troppo biondo, dallo sguardo mutevole, era un nemico che apparteneva a una razza notoriamente crudele.
Il barone si alzò di scatto dalla sedia, rovesciandola a terra, e in un balzo le fu di fronte. La strinse alle spalle e la scosse ripetutamente. ― Maledizione, ragazza, credi di essere irresistibile soltanto perché un insaziabile soldato ti ha messo le mani addosso? E tu, Hilda, sei ancora qui? ― sibilò voltandosi a guardare la domestica, negli occhi una luce minacciosa che la fece fuggire spaventata.
― Vi prego… ― balbettò Regina con le lacrime agli occhi.
― Dannata stupida! ― gridò lui rabbioso. ― Credi che un bagno ti abbia trasformato in una donna desiderabile? Ma guardati! ― aggiunse con disprezzo, strappandole il telo da dosso. ― I tuoi attributi sono così scarsi che una ragazzina sarebbe più attraente di te!
Regina non cercò neppure di coprirsi e chiuse gli occhi per non vedere più il viso pallido di collera del barone. Sentì che le gettava qualcosa addosso, e lo prese con mani tremanti.
― Vestiti! Credi che voglia portarmi a letto una ragazza insignificante e insolente? Non mi attrai e mi irriti. Mai un regalo mi è piaciuto così poco!
Regina ubbidì in fretta. Si sentiva stordita e non riusciva a pensare mentre lui continuava con quell'accento duro, che si sposava perfettamente con il tono rabbioso: ― Che io sia dannato se non mi libererò di te! Ci sarà qualcuno che ti voglia.
Ulthdrich… voleva darla a Ulthdrich? ― No ― sussurrò facendo un passo indietro, scuotendo ripetutamente la testa. ― Non potete darmi a quell’uomo!
― Ti riferisci a Ulthdrich? ― chiese lui, duro. ― Se fosse ancora vivo, lo farei. Sto pensando ai miei soldati.
La fanciulla spalancò gli occhi terrorizzata. Voleva darla ai suoi uomini? Sarebbe diventata l’amante di qualsiasi svevo avesse voluto prenderla? Prima uno e poi l’altro e poi un altro ancora?
Scosse ancora la testa, indietreggiando come un animale braccato; ma prima che riuscisse a ritrovare le parole per chiedere pietà, si sentì quasi stritolare il polso mentre lui, rude, la trascinava fuori dalla stanza.
― No… no, no, no! Vi prego, vi scongiuro! Perdonatemi barone, non datemi ai vostri uomini! ―
gridò disperata, senza più una briciola d’orgoglio. D’istinto cercò di opporre resistenza aggrappandosi alla porta, ma lui, incurante dei suoi singhiozzi, continuò a camminare, e quando lei cadde, la trascinò riversa lungo il corridoio.
Regina si sentì certa che il cuore le sarebbe scoppiato. Non le importava più di umiliarsi, tutto era preferibile a quello che lui minacciava. Tutto! Si sarebbe anche venduta l’anima e sarebbe persino diventata la schiava del barone svevo. ― Abbiate pietà! ― singhiozzò. ― Farò qualsiasi cosa. Qualsiasi, purché non mi facciate questo!
Stephan si fermò davanti alla scala. La fissò con occhi stretti di collera e la costrinse a rialzarsi.
Emettendo un gemito di dolore, Regina gli cadde addosso. D’impulso gli afferrò la tunica, nascondendogli il viso contro il petto, e per un attimo, un breve impossibile attimo, le braccia dell’uomo la strinsero come a darle protezione, regalandole un filo di speranza.
Ma subito lui la respinse bruscamente. ― Stai cercando di provocarmi o di intenerirmi? ― Fece una pausa. ― Qualsiasi cosa, dunque?
― Sì… ― mormorò Regina chinando la testa e nascondendosi il volto con le mani. ― Sì, sì!
― Anche morire? ― chiese lui aspro. ― Anche diventare la mia amante e ubbidire a ogni mio piccolo desiderio, senza mai più mettere in dubbio la mia parola?
Regina alzò la testa di scatto; gli occhi parevano neri mentre incontravano quelli chiari dell’imperiale. Avrebbe voluto trovare il coraggio di accettare piuttosto la morte, ma non ne ebbe la forza.
Forse era troppo vile. ― Sì… sì ― balbettò con voce spenta.
L’espressione dell’uomo non cambiò. ― Immagino dovrei sentirmi fiero che tu mi abbia preferito ai miei uomini ― disse con crudele ironia, dopo averla guardata a lungo. ― Bene… vedremo se saprai soddisfarmi.
Regina arrossì, ma non rispose. Era nelle sue mani e lo sapeva. Di sicuro, un giorno si sarebbe stancato di lei e forse, allora, l’avrebbe lasciata libera.
Lui l’afferrò per un braccio e la spinse appena per farla incamminare di nuovo verso la sua stanza, e quando vi giunsero si chiuse con calma la porta alle spalle.
― Eri vicino al fuoco ― disse piano, invitandola con un cenno del capo ad avvicinarsi al camino.
― Ed eri nuda ― continuò strappandole con un gesto secco il casto vestito che indossava, denudandole il seno e il ventre.
Con un gemito, Regina cercò di coprirsi; ma Stephan le allargò le braccia, sfidandola con uno sguardo a sfuggirgli. ― Non mi divertono le donne timide ― l’avvertì. ― Ma certo, se sei ancora vergine…
Regina annuì.
― Ah… dopotutto sei ancora di prima scelta. ― disse lui lasciandola libera.
La ragazza strinse le labbra. Quel cane svevo voleva provocarla, forse si sarebbe eccitato di più se si fosse ribellata. Non lo avrebbe fatto più. Con un gesto deciso si tolse la veste di dosso, offrendosi nuda allo sguardo maschile, che improvvisamente si accese. ― Se così vi piace… ― ribatté. ― E nel mio cuore lo sarò sempre.
― Vuoi dire che non mi apparterrai mai? ― Stephan l’afferrò alla vita e se l’attirò contro, mentre gli occhi chiari brillavano di una luce pericolosa. ― Attenta, Regina, non sai valutare il pericolo
quando credi di esserne fuori. Hai promesso che avresti fatto tutto quello che avessi voluto, e che non mi avresti contrastato mai.
― E non l’ho fatto, signore. Sono qui per voi; volete, forse, anche la mia anima?
Stephan rise. Sarebbe mai riuscito a piegarla davvero? ― Possiedi anche un’anima, strega? ― E subito si impadronì della sua bocca. Un bacio duro, da padrone: un bacio che, a poco a poco, si fece più sensuale, mentre la lingua cercava la sua, l’accarezzava, la possedeva.
Quando la lasciò, Regina lo fissò stupita. Con un gesto innocente si portò due dita alle labbra e indietreggiò di un passo, consapevole che una strana emozione, molto lontana dalla ripulsa, si era impossessata di lei. Il suo cuore custodiva il ricordo dei baci appassionati di Guido, ma uno strano calore l’aveva avvolta mentre quell’uomo arrogante forzava le sue labbra e ne prendeva possesso come un amante.
Senza immaginare i pensieri che in quel momento passavano nella mente della giovane donna, lui l’afferrò di nuovo. ― Stai tentando di respingermi?
― Io…
― Puoi sempre scegliere fra i miei uomini…
― Vi scongiuro…
― … o la morte.
Regina chinò il capo, vinta ancora una volta.
Dopo una pausa, lui le sollevò il mento con la punta delle dita per poterla guardare in viso. ―
Baciami ― ordinò.
Che altro avrebbe chiesto, poi, per umiliarla. Per un attimo, un lampo di disperazione le solcò lo sguardo. Un attimo solo prima che le lunghe ciglia scure lo velassero, poi si sollevò sulle punte dei piedi e ubbidì.
― Breve e insoddisfacente ― commentò il barone respingendola. Non aveva mai costretto una donna a subirlo, e non avrebbe cominciato con quella creatura delicata. Soltanto la collera, ormai svanita, lo aveva spinto a trattarla in quel modo. Sì, aveva voluto piegarla e vederla comportarsi come una meretrice. Ma lei non era una meretrice, e nemmeno sapeva fingersi tale. ― Rivestiti! ―
ordinò bruscamente.
― Non mi volete? ― bisbigliò Regina impaurita. Aveva fatto tutto quello che lui desiderava, e non una lacrima, che in qualche modo potesse offenderlo, aveva rigato le sue guance. ― Io… imparerò.
― Hai sentito? ― ruggì Stephan. E mentre lei sollevava il vestito strappato e lo guardava sperduta, provò qualcosa che assomigliava al rimorso. ― Prendine un altro, ragazza!
Regina si inginocchiò davanti alla cassapanca e prese la prima veste che le capitò fra le mani:
quella rossa, che non avrebbe mai voluto indossare al cospetto dello svevo. Dopo averla infilata, si sollevò e lo guardò. ― Nessuno dei vostri uomini mi toccherà ― disse con voce atona ― perché mi ucciderò.
― Sì… forse ora lo faresti ― annuì Stephan ― ma non ti darò ai miei uomini. Per il momento andrai a lavorare in cucina. Forse insieme alle sguattere imparerai un po’ di umiltà e, magari, anche a come piacere a un uomo.
Regina non rispose. Le sguattere di cucina erano le più umili nella gerarchia dei servi, ma era il meglio che le potesse capitare in quel momento.
Dopotutto, poteva ancora sperare.
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