Scritto il 03/07/2026
da MIRIAM FORMENTI


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Al Castello

Rigidamente seduta su una sedia dal largo schienale, Regina avrebbe voluto che il barone non la guardasse in quel modo. Si vergognava di aver cercato rifugio fra le sue braccia e non capiva quale demone lo avesse permesso.

Lui l’aveva offesa, umiliata, e lei… lei lo aveva accolto come il suo salvatore.

Inquieta, si passò una mano fra i capelli, arruffandoli sempre di più, e chinò il capo sentendosi brutta.

Stephan si avvicinò e, senza parlare, le prese fra le dita una corta ciocca e se l’arrotolò intorno all’indice. Era buffa, eppure desiderava baciarla. La prese per le spalle, la fece alzare lentamente e le sfiorò il mento perché sollevasse il viso. Aveva labbra rosse e invitanti, che profumavano di menta.

Disarmata, spinta da una forza che non conosceva, e che sembrava contraria alla sua volontà,

Regina sollevò lo sguardo, seguendo docile il silenzioso invito dell’uomo. Socchiuse le labbra e non si sottrasse alla bocca che si unì alla sua in un bacio lieve e privo di passione, quasi fraterno, che tuttavia riuscì a scuoterla fino nel profondo del suo essere.

È mai possibile? Si chiese tenendo gli occhi chiusi, le mani strette a pugno per non intrecciargliele dietro la nuca. Cosa le stava accadendo? Come poteva sentirsi attratta da quello svevo? Da un uomo che l’aveva accettata come un regalo e che si era dichiarato insoddisfatto di lei come di una meretrice pagata con un misero soldo. Da un uomo che l’aveva umiliata in tutti i modi.

― Lasciatemi ― mormorò, senza riuscire a fare il più piccolo gesto per liberarsi.

Lui rise piano. ― Non ti sto tenendo così stretta, dopotutto. Anche un passerotto come te può liberarsi.

Regina si fece di porpora. Era vero. Era una stretta leggera, la sua, come il bacio che le aveva dato.

Un bacio di compassione, decise con una punta di dispetto e, curiosamente, si chiese come quell’imperiale dispotico e arrogante potesse essere capace di simili sentimenti. Infastidita da quei pensieri, con improvvisa stizza cercò di sfuggirgli, ma ormai il braccio dell’uomo la imprigionava con forza.

― Troppo tardi, ragazza.

Stephan le passò la mano libera fra i capelli, in una lenta, sensuale carezza fino alla nuca. ― Erano bellissimi… ― bisbigliò con una punta di rimpianto. ― Avrei voluto essere avvolto nel loro morbido abbraccio quando avremmo fatto l’amore ―. La guardò intensamente e poi la baciò ancora, esplorandole la bocca con arroganza, quasi fosse pentito di quel momento di tenerezza.

Quando lui la lasciò, Regina era sconvolta. Lo odiava, ne era certa, ma i suoi baci, teneri o prepotenti, avevano il potere di accendere il suo corpo di una strana fiamma. Incolpando lui di quelle emozioni, gridò: ― Siete un mostro, e vi detesto profondamente!

― È possibile ― rispose Stephan senza scomporsi. ― Ma esiste qualcosa fra noi. Sono convinto che ora potremmo soddisfarci a vicenda.

― Non… non illudetevi!

― E neanche tu ― replicò il barone guardandola a lungo, facendola arrossire e poi impallidire.

― Che faresti a quelle due donne? ― aggiunse poi dopo una pausa, cambiando bruscamente argomento.

― Quello che hanno fatto a me!

Stephan scoppiò a ridere e, nonostante tutto, Regina si scoprì a pensare che era giovane, non doveva avere più di ventisei, ventisette anni, e che i suoi occhi brillavano spesso di una luce allegra.

Se non ci fosse stata la guerra, se non fosse stato uno svevo… forse le sarebbe piaciuto. Anche a lei piaceva ridere, quando poteva.

― Vi diverto? ― lo accusò.

― Sì. Mi chiedo se lo faresti tu stessa, se te lo permettessi.

― Forse. Ma sarebbe sciocco: dopo resterei fra loro a subirne la vendetta. Voi non sapete ― sussurrò. Poi tacque, pentita di aver parlato.

― Lamentele, Regina? Ricordo che qualche ora fa non ne avevi ― disse lui divertito. ― Ti piacerebbe non tornare più nelle cucine?

Regina spalancò gli occhi piena di speranza. Fu un attimo, dopo lo sguardo si oscurò. ― E cosa mi chiederete in cambio?

― Chiedere, Regina? ― replicò lui improvvisamente rude. ― Io sono nella condizione di esigere.

Tu sei cosa mia ―. L’attirò ancora fra le braccia e con voce mutata le bisbigliò in un orecchio: ― Vuoi essere mia?

Di nuovo sensazioni che non avrebbe voluto provare le strinsero il cuore: tenerezza che velava l’odio, desiderio di abbandonarsi a un uomo rude che aveva rivelato la sua vulnerabilità…

Ma forse era solo un’illusione, poiché lo sguardo del barone era ironico mentre la lasciava.

― Se è il mio corpo che volete… sono qui ― rispose decisa.

Lui sedette sul bordo del tavolo e la fissò ruvido. ― Credi voglia tenere fra le braccia un pezzo di legno? E se poi dovessi lasciarti libera, qualcuno potrebbe riscattarti?

Regina chinò il capo, delusa. L’avrebbe usata pretendendo partecipazione, per poi, una volta stanco di lei, venderla al miglior offerente. Oro. Solo questo contava per lui. Come del resto per tutti quei baroni poveri in canna al seguito dell’imperatore, che calavano come locuste dalle Alpi cercando ricchezza e potere in terra straniera. Si morse il labbro inferiore ed emise un sospiro. ― Mi lascereste davvero libera se così fosse? ― chiese sollevando di nuovo la testa.

― Un parente… un innamorato? ― continuò lui, implacabile.

Regina pensò a Guido. All’uomo che amava e che aveva tradito scoprendo piacevoli i baci di un…

soldataccio nemico. ― Sì ― sussurrò infine, fissando, senza in realtà vedere, la fiamma che danzava nel camino. ― Sì ― ripeté. ― Qualcuno vorrebbe, se potesse farlo. Ero promessa a lui e sarei già la sua sposa, ora, se… ― Un singhiozzo la scosse, e due lacrime scesero lente lungo le guance vellutate, suscitando la rabbia impotente dell’uomo.

― O la sua vedova ― corresse lui, feroce. ― Come si chiama il tuo insostituibile cavaliere?

Regina esitò. Sarebbe servito dirgli il nome? Si sentiva come un povero topolino preso in trappola, mentre Stephan rideva di lei.

― Paura, Regina?

La fanciulla alzò la testa di scatto. ― Di cosa?

― Potrebbe sposare una donna già appartenuta a un altro?

Gli occhi violetti di Regina brillarono di una luce selvaggia. ― Forse io stessa non gli chiederei di mantenere l’impegno, ma non rifiuterei mai il suo aiuto, se mi dovesse portare fuori da qui. Se non mi ha cercata, è perché non può. Forse Guido è morto al guado di Cornegliano. Voi stranieri avete ucciso tutti quelli che amavo e che mi amavano. Forse non ho più nessuno, barone! ― gridò con collera crescente. ― Né un parente, né un innamorato!

― È guerra, Regina.

La voce della ragazza divenne un sussurro. ― Sì, lo so.

La guerra feriva, uccideva, distruggeva. Tradiva le certezze. Ed era guerra da tanto tempo.

Stephan la guardò a lungo. Occhi di ghiaccio che, per un attimo, rivelarono pena e tenerezza.

Avrebbe potuto ridarle la speranza lasciandola libera. L’avrebbe resa felice, poiché immaginava il suo promesso milanese dietro Ulrico Bossi. Ma la pietà era meno forte del desiderio che aveva di lei.

Sentiva che sarebbe entrato in una città assediata per salvarla, se fosse stato necessario. Se quella donna fosse stata sua, non si sarebbe limitato a mandare un messaggero per riaverla. Osservò i capelli corvini, che si arricciavano dolcemente intorno alle orecchie e sulla nuca, i grandi occhi, che in quel momento parevano quasi neri, e le labbra che aveva appena assaporato. Non era sua quella donna, ma lo sarebbe diventata! Scosse appena la testa e strinse le labbra. No, Regina Celeste Balestrieri non poteva più essere riscattata.

― Nessuno ti ha cercato ― disse infine.

― Quindi non avete motivo di lasciarmi libera… dopo.

― No ― ammise Stephan. ― Ti voglio, e non essere certa di non arrivare mai a desiderarmi. Hai sangue caldo nelle vene ed io ti metterò nella condizione di non sentirti in colpa.

― Non vi capisco.

― Farò di te la mia sposa.

Regina si fece pallidissima. Lo guardava smarrita, senza riuscire a pronunciare parola.

― Ti stupisce? Sorprende anche me. L’ho deciso solo ora.

― Vi prego…

Lui le tornò vicino e la imprigionò fra le braccia. ― Niente di ciò che dirai cambierà la mia decisione ― affermò. E aggiunse qualcosa nella sua lingua che lei non riuscì ad afferrare, ma che aveva un suono stranamente dolce, così come dolce era il contatto delle labbra maschili che le sfioravano il viso in quel sussurro e le acceleravano i battiti del cuore.

Ribellandosi a quel suo sciocco languore, Regina volse la testa e cercò di sfuggirgli. ― Non posso… non potete.

Stephan rise. ― Certo che possiamo, e io devo. Sei in mani nemiche da settimane, nessuno crederebbe più alla tua innocenza.

― Non voglio!

Il viso del barone si fece di pietra. ― Questo è molto diverso, Regina, ma non conta. Tu diventerai la mia sposa questa sera stessa. Dovresti esserne contenta ― continuò, con una punta d’ironia ―

non farò di te la mia schiava.

― Dovrei gioirne, dite? ― ribatté rabbiosamente lei. ― Allora sappiate che per me essere la vostra sposa sarà anche peggio che essere la vostra schiava. Ma non capite? ― aggiunse in tono meno aggressivo. ― Siete un estraneo, un nemico per me, e io sono già promessa a un altro.

― Quella promessa verrà annullata nel momento stesso in cui sarà sancita la nostra. In quanto all’essermi nemica… le donne non hanno mai fatto la guerra.

― Ma vengono fatte prigioniere.

― Per parecchi motivi, ragazza ― replicò lui gelido. ― Io ho bisogno di una moglie, e tu sei adatta. Sei bella e nobile di nascita. E sei di costituzione forte, proprio come il passerotto che supera l’inverno. Stremato, ma vivo. Sono certo che riuscirai a darmi cinque o sei figli ―. E dopo una pausa, durante la quale Regina si era limitata a guardarlo, sopraffatta da quella fredda dichiarazione, continuò con voce più dolce: ― E ti farò scordare quel tuo innamorato.

― Non potrete ― sibilò Regina, sconvolta dalla durezza di quelle parole. E, non ancora vinta, lo sfidò: ― Ebbene, sposatemi se credete possa… tornarvi utile, ma io non vi amerò mai, e di me non avrete nient’altro che un corpo.

Stephan le voltò le spalle e fissò il fuoco che ardeva nel camino. Forse lei lo avrebbe odiato sempre, e lui, col tempo, l’avrebbe distrutta. Sposare una milanese… non aveva mai pensato a nulla di simile.

Nemmeno per un momento, fino a quando, un attimo prima, aveva preso consapevolezza di volerla ad ogni costo. ― Dannazione! ― ruggì, girandosi di scatto. ― Che tu lo voglia o no, che pronunci o no quel maledetto giuramento, questa sera tu sarai la mia sposa! E ti assicuro che il nostro legame sarà indissolubile! ― E improvvisamente calmo, con sarcasmo, concluse: ― Ma puoi sempre sperare di restare vedova.

Lei scosse la testa. Stephan la stava condannando a tradire i suoi ideali e la sua gente; la costringeva a spegnere le speranze e a dare un calcio ai suoi sogni. Dopo aver sposato uno svevo, se anche poi fosse rimasta vedova, non sarebbe mai più potuta tornare a Milano, poiché lì avrebbe trovato solo l’ostracismo della sua gente. Nessuno avrebbe capito, neppure Guido.

― Ebbene, Regina?

La fanciulla gli si inginocchiò davanti, aggrappandosi alla tunica. ― Sarò la vostra amante e farò tutto ciò che vorrete fino a quando non sarete stanco di me, ma…

Lui scosse la testa in segno di diniego. Gli occhi sembravano fredde pietre di diamante.

Sconfitta, Regina si alzò. ― Sia come volete, signore! Sarò vostra moglie, ma non sarò una sposa docile e il mio cuore non vi apparterrà mai.

Lui la degnò di un sorrisetto gelido, dimostrando di non dare peso a quelle brucianti affermazioni. ― Come ti pare, futura baronessa di Hezen, a me non interessa il tuo cuore.


* * *

Irrequieta, Regina si allontanò dal camino e si avvicinò alla finestra. Si strinse le braccia sotto il seno e fissò il cielo privo di stelle. La luna era offuscata e alcune nubi si muovevano l’una verso l’altra, per stringersi in un abbraccio inscindibile.

Forse sarebbe piovuto ma, ormai, lei aveva vestiti e coperte calde per sopportare la pioggia e il freddo che sarebbe venuto. Soffocò un singhiozzo e si coprì il viso con le mani. A quale prezzo!

Pensò all’uomo che le si era imposto e che presto sarebbe entrato in quella stanza per fare di lei una donna. Non aveva voluto essere attraente per lui, eppure Hilda aveva fatto di tutto perché lo fosse, nonostante quegli orribili capelli corti che la domestica si era sforzata di rendere belli, aggiustandone il taglio.

Non avrebbe voluto pronunciare il giuramento, sicura di commettere spergiuro, ma durante la confessione aveva compreso che padre Tommaso non ne avrebbe tenuto conto.

Il vecchio prete aveva cercato di farle comprendere che quello era un matrimonio riparatore, anche se fra lei e Stephan non era accaduto nulla. Con tono gentile le aveva detto che la politica non era per le donne, e aveva aggiunto che se il barone voleva riparare a un torto, per quello avrebbe dovuto baciargli la tunica. Le aveva tolto ogni illusione quando le aveva chiesto di immaginare cosa sarebbe stato di lei se mai, un giorno, avesse osato tornare a Milano dopo essere stata la concubina di uno svevo. L’aveva quindi esortata a rassegnarsi, guardandola poi severo e facendola sentire quasi un’adultera, quando lo aveva implorato di mandare qualcuno a Milano per avere notizie di

Guido.

Si guardò il vestito, di un pallido celeste, che Hilda le aveva preparato per il matrimonio, e giocò nervosa con la maglia dorata della cintura, che morbida le avvolgeva i fianchi. Aveva mandato via la brava donna dicendo che avrebbe fatto da sola, ma non si decideva a spogliarsi.

Credeva di mostrarsi troppo condiscendente, quasi ansiosa, facendosi trovare nuda a letto; allo stesso tempo temeva che se Stephan l’avesse vista ancora vestita, quando si fosse degnato di farle visita, l’avrebbe umiliata costringendola a denudarsi davanti ai suoi occhi.

Immaginando la scena, fu presa all’improvviso dalla smania di nascondersi, e liberatasi in fretta della veste si infilò sotto le coperte, intrecciando le mani in una muta preghiera. Non voleva appartenergli, ma se avesse rifiutato lui si sarebbe infuriato e l’avrebbe presa con la forza, come voleva fare Ulthdrich. Considerò anche che, probabilmente, sarebbe stato ubriaco e lei sarebbe stata costretta a sopportare l’odore forte del vino.

Forse… ma non voleva più pensare. Si raggomitolò su se stessa, quindi, e attese.

Non passò molto tempo prima che il suo sposo la raggiungesse per rivendicare ciò che era suo diritto, e quando, con un lieve tonfo, lui si chiuse la porta alle spalle, Regina si seppellì sotto le coperte, nascondendo anche il mento. Da quella posizione seguì ogni suo movimento e constatò che, grazie a Dio, non era ubriaco.

Senza una parola, Stephan si avvicinò al camino; con un calcio fece rotolare un ceppo accanto alla fiamma morente poi, dopo averla osservata distratto per qualche secondo, si voltò a guardare Regina, provando un’immediata tenerezza per quella giovane donna che lo fissava con occhi smarriti.

― Non ti farò del male ― disse piano, senza sperare, tuttavia, di riuscire a rassicurarla. Lui era il nemico, non glielo aveva forse detto anche quel pomeriggio? Si avvicinò al letto e, sempre guardandola, con gesti lenti cominciò a togliersi i vestiti, rimanendo poi completamente nudo.

Regina era paralizzata, ma non spaventata come lui immaginava. Senza nessuna ragione le sue parole l’avevano davvero rassicurata. Improvvisamente si era sentita certa che lui non l’avrebbe presa con la forza soltanto per dimostrarle che uno sposo aveva il diritto di esercitare ogni potere sulla propria donna, ed era vergognosamente affascinata da ciò che vedeva. Aveva le guance in fiamme e il cuore batteva con violenza: quanto era diverso dai bimbetti che le era capitato di vedere senza tunica. Lui era un uomo. Un uomo di ventisette anni, tanti ne aveva il barone; un uomo forte e vigoroso, così come l’aveva descritto Matilde.

Stephan sedette sul letto e spinse di lato la coperta, per ammirare a suo piacimento la sua sposa.

― Sei bella ― disse soltanto, ma la sua mente andava molto più in là. Era stupenda: così snella e morbida, col ventre piatto e le gambe lunghe e ben tornite. Il suo corpo si accendeva al riverbero della fiamma nel camino, facendosi di un rosa irresistibile, e lui le sfiorò la gola con le dita, scendendo lentamente verso i seni, indugiando sui capezzoli, che s’inturgidirono.

Regina emise un gemito che avrebbe voluto essere un rifiuto, ma che, tuttavia, rivelò all’uomo il suo stupito piacere.

Stephan sorrise, ma volle rassicurarla di nuovo. ― Non sarò brutale, te lo prometto. Ti piacerà.

― Non… non voglio ― mormorò la giovane donna, allontanandogli quasi incerta la mano, che lentamente, e in modo molto sensuale, stava scendendo a esplorarle il ventre. ― Non voglio! ―

ripeté con più forza. Se doveva appartenergli, e sapeva che così sarebbe stato, non voleva provare piacere. Rifiutava di provare le stesse sensazioni che aveva assaporato soltanto un attimo prima o di sentirsi come quel pomeriggio, quando lui l’aveva baciata. ― Mi avete costretta a diventare la vostra sposa, e quindi trattatemi come tale. Non sono una cortigiana.

― Qualcuno ti ha detto che nel ventre di una moglie un uomo entra ed esce in silenzio, senza guardare e senza toccare, come in un santuario? ― replicò lui divertito. ― Io voglio che tu mi soddisfi e trovo naturale metterti nelle condizioni di farlo ― aggiunse allungando di nuovo la mano verso il ventre, per poi affondare le dita nella peluria scura, fino a raggiungere la carne delicata fra le cosce.

Regina emise un altro gemito di piacere ma, nonostante il cuore in tumulto, la gola arida e il corpo bruciante per quella nuova esperienza, ostinata scosse ancora la testa. ― Dovevate scegliere una donna che vi amasse. Una donna come voi. Vi sarebbe stato facile.

― Come me… ― ripeté lui divertito. Allontanò la mano, ma soltanto per sdraiarsi al suo fianco.

Si sollevò su un gomito e la guardò in viso per scoprire le sue emozioni. Poi, dopo aver disegnato un ampio cerchio a spirale sui suoi seni, le titillò un capezzolo. ― Intendi una sveva, una bavarese, o una bellezza della Boemia? Al di là delle Alpi, certo… ma a me piace raccogliere le sfide e tu, sfuggente bellezza dagli occhi viola, sei una sfida irresistibile.

Con un vago senso di delusione, Regina fissò uno sguardo quasi nero in quello chiarissimo del suo sposo. ― Anche per questo mi avete sposata? Se mai doveste riuscire a conquistare il mio cuore, non provereste più interesse per me?

Stephan si scoprì a pensare, con un certo stupore, che se fosse riuscito a conquistarla sarebbe stato un uomo felice, come mai aveva sperato di essere. ― Ha importanza? ― rispose con ben simulata indifferenza. Sarebbe stato un pazzo a mettersi nelle sue mani, confessandole un sentimento che ancora non capiva e che forse si sarebbe esaurito dopo averla avuta. Poi sorrise. Un sorriso che si velò lentamente di desiderio, mentre il suo sguardo le sfiorava il corpo in una lunga, languida carezza.

La strinse fra le braccia, sollevandola appena, e unì le labbra alle sue, prima penetrandole con forza, costringendola a sottostare, e poi lentamente, con struggente desiderio, tanto che la giovane donna, come già era accaduto, sentì svanire la volontà di respingerlo.

Persa in una nuvola di piacere, Regina lasciò che le labbra maschili le sfiorassero la gola, i seni, mentre la lingua giocava con i capezzoli, facendola fremere di desiderio. Instancabili, quelle labbra accarezzarono la sua pelle, scendendo sensuali a sfiorarle l’interno delle cosce e facendo nascere in lei un desiderio quasi insopportabile, facendole persino dimenticare che l’uomo che stava annullando ogni sua volontà era il nemico che odiava. Non aveva mai provato niente di simile; neppure aveva mai immaginato che la bocca di un uomo potesse giungere così a fondo nel corpo di una donna, offrendo sensazioni così stupende e sconvolgenti.

E Stephan non le permise di recuperare il raziocinio, poiché con incalzante dolcezza, con esperta sensualità, annullò ogni riserva e anche il dolore che inevitabile seguì, quando la fece finalmente sua.

Regina gridò, ma ormai non desiderava altro che quel tormento continuasse, mentre l’uomo si muoveva ritmicamente dentro di lei. Di più, sempre di più, fino a quando provò un piacere intenso che non era in grado di spiegarsi, ma che la lasciò languida, stranamente felice nell’abbraccio possessivo del suo sposo, dopo il divampare della passione.

Quando cominciò a ritrovare se stessa, Regina arrossì di vergogna. Il suo corpo aveva reagito come mai aveva creduto potesse accadere. Solo le sgualdrine rispondevano a quel modo al tocco di un uomo che non amavano.

Stephan sentì la sua tensione e la serrò più forte fra le braccia. Le sfiorò la fronte con le labbra e le accarezzò con calma la nuca, nuda dei suoi magnifici capelli.

Per un momento lei si rilassò contro il petto del marito, provando l’istintivo desiderio di averlo di nuovo dentro di sé, per riprovare quell’intenso godimento. E si odiò per quello.

― Vi ho soddisfatto, mio signore? ― disse seppellendo desiderio e vergogna sotto il rancore, liberandosi dal suo abbraccio.

Ecco, tornava a emergere la ribelle che lo combatteva e che sarebbe stata felice di vederlo morto.

Infuriato per essere stato respinto mentre tentava di darle conforto, Stephan le artigliò le spalle e la schiacciò sul letto, prigioniera sotto il suo corpo. ― Regina Balestrieri, no ― disse freddo ― ma la baronessa di Hezen sa essere molto eccitante fra le coltri ―. Dopo la baciò con insolente possesso.

Le avrebbe dimostrato che non poteva vincere i sensi e che il desiderio, per una creatura come lei, poteva anche trasformarsi in amore.

 

 





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