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Milano, Feudo di San Martino
Al castello
Dall’alto della torre merlata, Regina vide un drappello di cavalieri giungere al galoppo. Riconobbe i colori dei Deinburg e provò un istintivo senso di rifiuto. Il suo amato sposo era tornato! Non aveva avuto motivo di sperare il contrario, naturalmente. Quando era partito, quasi tre settimane prima, insieme ad altri cavalieri doveva raggiungere il Barbarossa a Roncaglia, dove, senza dubbio, l’imperatore aveva emesso nuovi decreti per potersi riempire i forzieri e piegare tutte le città lombarde che gli erano ostili.
Giunto in prossimità del ponte, Stephan alzò lo sguardo e la vide, ritta come una statua sullo sfondo del cielo grigio, stretta in un mantello rosso rubino bordato di pelliccia. Lo stava forse aspettando? Il viso aspro gli si addolcì in un sorriso, e sollevò una mano in un cenno di saluto.
Regina arrossì violentemente, rallegrandosi che lui fosse troppo lontano per vederlo, e turbata si ritirò di scatto, senza rispondere al saluto.
Farsi sorprendere in attesa come una sposa innamorata! Era sulla torre per caso, nonostante l’aria pungente di quel mattino. Dopo giorni di tenebre e pioggia in un novembre uggioso, si era aperta una schiarita improvvisa; lasciare l’atmosfera opprimente della sua stanza per correre incontro a quella luce insperata era stata, per lei, una vera gioia.
No, non lo aspettava, anche se sapeva vicino il suo ritorno, e lo odiava, pensò mentre scendeva di corsa la scala della torre per rifugiarsi nella sua camera. Odiava la sua arroganza, la sua sicurezza, la prepotenza che lo aveva spinto a farle tanto male.
Soltanto da un giorno sapeva della visita di Ulrico Bossi; se l’era lasciato sfuggire una delle domestiche che lo aveva riconosciuto quando lui aveva percorso la strada del villaggio. E da un giorno sentiva in cuore una rabbia così violenta che avrebbe voluto poter sfogare su oggetti e persone. Su
Stephan, soprattutto.
Avere la certezza che Guido era vivo – poiché sapeva che suo padre si sarebbe mosso soltanto in seguito a una sua richiesta – era una gioia insperata; ma scoprire che aveva quasi sfiorato la felicità e che questa le era sfuggita di mano per il capriccio e le bugie di un imperiale, le toglieva la ragione.
Perché solo per uno sfizio Stephan poteva aver agito così. Per un capriccio e il desiderio di piegarla ai suoi voleri come sposa e amante. Nient’altro.
Raggiunta la sua stanza si avvicinò al camino e si inginocchiò davanti al fuoco, allungando le mani tremanti verso le fiamme per scaldarsi.
Maledetto svevo!
Detestava quel suo viso spigoloso, così insopportabilmente attraente, e quel corpo forte e asciutto che poteva prenderla ogni volta che voleva. Detestava quelle mani salde e quelle labbra ferme che potevano farsi tenere e delicate, riuscendo con la passione a trasformarla in una statua di cera, morbida e plasmabile fra le sue braccia. Ma sentiva di biasimare ancora di più se stessa perché, a volte, in quelle notti solitarie e piovose, si era sorpresa a dimenticare il passato, le umiliazioni, la violenza, e si era scoperta soltanto donna: una donna tormentata da un’inspiegabile nostalgia per quel nemico che l’aveva fatta sua sposa.
Mai, mai più gli avrebbe permesso di insinuarsi nei suoi pensieri e avrebbe cercato di fuggire da lui, a costo di farsi uccidere.
Un colpo leggero alla porta interruppe quelle riflessioni cariche di vergogna, di rabbia e di vendetta; e, quando le concesse il permesso, Hilda entrò rivolgendole il consueto sorriso.
― Il barone è tornato, mia signora. Ha chiesto di voi.
Senza una parola, Regina si alzò. Non desiderava incontrarlo, ma sapeva che non sarebbe servito a nulla rifiutare.
― Non volete mutarvi d’abito, prima? Il barone ha ospiti con sé.
La giovane baronessa le lanciò un’occhiata raggelante, ma la brava donna non si lasciò impressionare.
― Oh… non solo cavalieri, signora. C’è anche vostra cognata in compagnia del suo sposo. È sempre tanto bella. Vive a corte, sapete.
Quelle parole ebbero l’effetto voluto. Regina non si sarebbe mai mostrata a un’altra donna – una sveva, per giunta – con la semplice veste di lana pesante che indossava.
― Allora preparami la veste di velluto giallo e il velo per coprire questi orribili capelli ― disse, tirando con gesto rabbioso una ciocca vicino all’orecchio.
― State molto bene, mia signora ― bisbigliò la domestica dopo averla aiutata a vestirsi e ad acconciarsi. La fronte completamente libera rivelava in tutta la sua purezza il profilo delicato, mentre il velo, fermato alla sommità della fronte con un cerchio d’oro, scendeva morbido sul velluto della veste, appena scoperta sul seno. ― Il barone sarà orgoglioso di voi.
Di questo, Regina non si curava, naturalmente; né la cosa le dava piacere. Voleva soltanto mortificare sua cognata, che doveva essere, senza dubbio, degna di quel bastardo che aveva reso schiava lei. E con questo spirito si diresse verso il salone, dove l’attendevano i suoi nuovi parenti.
* * *
Stephan era rimasto deluso quando Regina non aveva risposto al suo saluto; più che mai quando aveva visto che non gli era andata incontro per accoglierlo. E ora, dal momento che si faceva attendere, era anche irritato al pensiero che lei potesse rifiutare di raggiungerli, mettendolo a disagio davanti a suo fratello e a sua cognata.
Quando aveva detto a Hans di aver sposato la milanese, questi lo aveva guardato perplesso, limitandosi soltanto a chiedergli perché. Già, perché sposare una nemica che non lo voleva e che sembrava cedere soltanto sollecitata dalla passione? Perché era bella come poche? Si chiese quando finalmente la vide entrare nel salone e fermarsi incerta oltre la soglia. Perché era una sfida? Perché voleva piegarla e, magari, farla innamorare? Dannazione! Quanto gli era mancata in quelle settimane. Quanto aveva sognato di riaverla fra le braccia!
Tuttavia nulla nel suo viso rivelò quei pensieri e, senza alzarsi per andarle incontro, disse con pesante sarcasmo: ― Vieni avanti, moglie. Sai, sono impressionato dalla tua accoglienza. Sembri davvero entusiasta di rivedermi ―. Si rivolse, poi, alla giovane donna che gli stava a fianco: ― Questa, mia cara Lieselotte, è Regina, la mia dolcissima sposa.
Mentre avanzava, Regina osservò sua cognata con uno sguardo impenetrabile. La sveva doveva avere diciotto o diciannove anni. Aveva un corpo florido ed era alta almeno mezzo palmo più di lei, tuttavia pareva fragile, grazie alla carnagione chiarissima e quel viso tondo da bambina, con le guance accese e gli occhi innocenti, frangiati da lunghe ciglia quasi bianche. I capelli parevano fili d’oro, e cadevano come un manto di seta lungo le spalle, fino ai fianchi pieni.
Lieselotte, invece, spalancò gli occhi e socchiuse le labbra, rivelando il suo stupore.
― Mi era stato detto che eri bella, ma non credevo così tanto ― osservò nella sua lingua, con una voce limpida e gentile. ― Benvenuta fra i Deinburg, Regina… oh… ma… ― Si voltò appena verso
Stephan e mormorò incerta: ― Ma come potremo capirci?
― Puoi parlare la nostra lingua. Regina la comprende, anche se, forse, rifiuterà di insudiciarsi la bocca pronunciandola ― ribatté Stephan con una nota di aspra ironia nella voce, senza togliere lo sguardo di dosso a sua moglie.
La giovane baronessa si morse nervosamente il labbro inferiore, ma si studiò di sorridere. ― Parlerò nella vostra lingua, se avrai la pazienza di sopportare noiose interruzioni. Ma in latino sarebbe più facile ― aggiunse, e subito se ne pentì, notando il viso dispiaciuto di Lieselotte.
― Hai sposato una donna colta, fratello, forse te ne pentirai.
Regina sussultò al suono di quella voce, che allontanò dal suo cuore ogni rimorso. Lo aveva visto, naturalmente, ma, chissà perché, aveva sperato di poterlo ignorare.
Hans Deinburg, suo cognato, il primo responsabile della sua sorte.
― Mio padre era fiero della mia cultura ― ribatté in tono pungente, sollevando lo sguardo su di lui. ― E mio zio ha sempre approvato, permettendomi di partecipare alle lezioni che padre Tommaso dava ai miei cugini. Ho letto tutto quello che loro leggevano ― aggiunse con orgoglio ― e forse di più.
― Ecco la mia sposa, Hans ― disse infine Stephan, divertito. ― Come vedi, ti eri ingannato credendola docile e rassegnata.
― Io la credevo anche muta ― replicò Hans. Guardò Regina come avrebbe potuto fare un buon fratello. ― Ora sei mia cognata e giuro di proteggerti se Stephan dovesse morire, così come lui ha promesso di fare con Lieselotte; ma ti consiglio, come già deve aver fatto mio fratello, di tenere la bocca chiusa quando ti troverai davanti all’imperatore.
Regina si avvicinò a una sedia e sedette con grazia.
― Non credo ― ribatté ― che l’imperatore si curi molto di una sconosciuta milanese.
― Ma della sposa di Stephan, sì ― interloquì Lieselotte con orgoglio. ― E Federico non è contrario a unioni come la vostra. Solo pochi giorni fa, ha benedetto il matrimonio di uno dei suoi baroni con una nobile pavese.
Benedetto? Regina si fece di fuoco. Il Barbarossa avrebbe finito per nominarsi papa! Quelle maledette, ingiuste unioni avvenivano poi soltanto per interesse, quasi a legalizzare quello che gli imperiali avevano già preso con la spada. Sapeva che doveva essere cauta con i Deinburg, ma non seppe, né volle trattenersi.
― Erano già stati giustiziati i suoi parenti?
Lieselotte si fece pallidissima e chinò il capo, mentre Stephan e Hans le si stringevano vicino quasi a proteggerla, belli e possenti come dei pagani, facendo sentire Regina estranea e sola.
― Lieselotte è fuori da tutto questo ― sibilò Stephan.
― Lei sì ― ribatté Regina, lanciandogli uno sguardo che lo fece infuriare ancora di più.
― Lasciaci soli ora, dobbiamo discutere questioni di famiglia ― disse Stephan bruscamente, accompagnando le parole con un gesto della mano carico di disprezzo.
Regina sussultò per l’offesa. Lei non faceva parte della famiglia, era soltanto una preda di guerra, una cosa da usare fino a quando il suo padrone lo avesse voluto. Si alzò di scatto e rivolse ai presenti uno sguardo vuoto, prima di uscire dalla sala con grande dignità, con quel suo passo agile ed elegante. Ma appena si fu chiusa la porta alle spalle cominciò a correre su per la scala, desiderando solo di potersi rifugiare nella sua stanza e dar sfogo alla sua rabbia e al suo dolore.
Un’altra umiliazione che i Deinburg le avevano fatto subire, ma non sarebbe stato sempre così.
Un giorno si sarebbe vendicata. Non sapeva quando, né come, ma un giorno avrebbe fatto pagare caro agli stranieri quello che le stavano facendo.
Raggiunta la sua stanza, la sua prigione, vi trovò Hilda china davanti a un rozzo baule che non aveva mai visto. Si morse il labbro inferiore per non gridare il suo scontento e strinse le mani a pugno fino a mostrare le nocche bianche. Perché non poteva stare da sola?
La sveva si voltò sentendola entrare, sul viso un’espressione contenta. Si sollevò e le andò incontro.
― Avete fatto presto, mia signora. Venite, venite a vedere che bei regali vi ha portato il vostro sposo!
La condusse davanti al baule e si chinò di nuovo, prendendo con gioiosa impazienza sete e velluti preziosi per posarli sul letto.
― Guardate questa seta ― sussurrò, svolgendo una pezza di un azzurro intenso.
Regina la guardò senza alcun piacere. Sì, era bella; ma che cosa poteva farsene una prigioniera?
Forse un vestito da sfoggiare davanti a sua cognata nella primavera a venire, andando dalla grande sala alla sua camera da letto! Era da settembre che non usciva più dal castello e, forse, sarebbe diventata pazza.
― Oh… e questo broccato, che meraviglia! ― continuò Hilda con gioia, quasi le stoffe fossero state sue. ― Più tardi farò venire le cucitrici e, se permettete, vi consiglierei di utilizzare questo velluto per primo. È così morbido che sembra di accarezzare la guancia di un neonato.
Regina lo sfiorò con le dita. Era vero, e il colore pareva quello dei suoi occhi. Ma ancora non si entusiasmò.
― Sì, come vuoi, Hilda.
― E potremmo guarnirlo con pelliccia. Ne verrà un abito bellissimo ― aggiunse la brava donna, dispiaciuta che la baronessa non mostrasse alcun interesse. Tuttavia non si lasciò scoraggiare. ― E avete visto la lavorazione di questo cerchio d’oro? E il bracciale? Oh… il barone è stato molto generoso!
Generoso? Forse era bottino di guerra!
― Rimetti tutto nel baule, ti prego, ne riparleremo più tardi. Ora… ora ho mal di capo.
― Sì, signora ― ubbidì pronta la donna, con voce delusa. ― Volete che vi faccia preparare un infuso di betonica?
Regina si sforzò di sorridere. ― No, grazie. Passerà da solo.
In fretta, la brava donna rimise le stoffe nel baule e, dopo aver ravvivato il fuoco del camino, lasciò la stanza, per ritornare dopo pochi minuti soltanto.
― Signora baronessa, vostra cognata è qui fuori e vorrebbe parlarvi.
Regina esitò. Aveva il volto sconvolto, e non avrebbe voluto che Lieselotte lo vedesse; ma non poteva respingerla, dopotutto era sua cognata. Inoltre riconosceva la dolcezza e, in fondo, anche lei era vittima della guerra: legata a un soldato che combatteva in terra straniera, lontana dalla sua casa e dalla sua famiglia.
― Falla entrare.
― Grazie per avermi accolta, Regina ― mormorò Lieselotte entrando.
Regina si sorprese ad arrossire, confusa dalla sua umiltà. ― Perdona le mie parole di prima: sono stata aspra.
Lieselotte fece un gesto timido con la mano. ― No…no. So bene cosa sei stata costretta a subire
―. Distolse lo sguardo e lo posò sul fuoco, tese le mani verso la fiamma e sorrise. ― Ho freddo ―
mormorò. ― Credevo che in Italia facesse caldo anche d’inverno.
― A sud, forse, ma io non sono mai stata a sud ― rispose Regina.
― Ti sta bene quell’abito ― osservò in tono vivace l’altra, cercando di mitigare l’imbarazzo. ― Il giallo mi piace, ma non posso indossarlo con il mio incarnato e i miei capelli. Quel colore mi fa sembrare già cadavere.
Regina avvicinò due sedie al camino. ― Siedi, ti prego ― la invitò. E con un pallido sorriso, studiandosi di esserle amica, aggiunse: ― Questa tonalità forse no, ma tra le stoffe che ha portato Stephan da Roncaglia, ho visto qualcosa che andrebbe molto bene per te.
― Ti sono piaciute, dunque! ― esclamò felice la giovane sveva. ― Ha saputo descriverti così bene che non ho avuto difficoltà nella scelta.
― Le hai scelte tu?
― Certo, e anche i gioielli. Alla collana, però, ha pensato lui.
Regina arrossì. Hilda non le aveva mostrato nessuna collana e certo Stephan non poteva aver deciso di offrirgliela in un momento di intimità, come uno sposo innamorato. Cercando di non pensare che genere di donna avrebbe indossato quel gioiello, scelse una risposta che non svelasse i suoi pensieri.
― È tutto molto bello ― disse. ― Grazie di essere stata così cortese. Ora avrò molti più abiti di quanti me ne possano servire.
― Ti sbagli. Sono certa che molto presto Stephan ti accompagnerà a Pavia, e alla corte dell’imperatore te ne serviranno anche di più.
Regina non aveva alcun desiderio di conoscere quel sovrano sanguinario; non voleva rendere omaggio al nemico che aveva ordinato il saccheggio della sua terra. Ma guardò il volto dolce di
Lieselotte e sentì che non voleva ferirla ancora. Rispose soltanto con un sorriso, arricciando distrattamente con un dito una ciocca di capelli, sfuggita al velo che li aveva nascosti.
― Ma… hai i capelli corti! ― Lieselotte si sporse leggermente in avanti per vedere meglio. ― Che sciocca, non l’avevo notato prima. ― Ti stanno bene ― aggiunse sincera ma con tono incerto, poiché era molto insolito vedere una donna con capelli più corti di quelli di un uomo. ― Non li avrai tagliati per dispetto, spero? Stephan ha detto che sei ribelle.
Regina rise piano. ― Non avrei mai fatto niente di simile sulla mia persona per una ripicca. Il merito va tutto a una serva che ho fatto scacciare nel momento stesso in cui sono diventata la baronessa di Hezen.
― Spero le avrai fatto usare lo stesso trattamento!
― Tu lo avresti fatto?
― Senza dubbio!
Regina rise di nuovo. ― E anch’io. So di avere abusato della mia nuova posizione, ma dovevi vederla… i suoi capelli erano lunghi quanto un’unghia.
― Mi piaci ― decise Lieselotte. ― Sono contenta che Stephan abbia sposato te, e non quell’orribile
Wielber.
Stephan doveva sposarsi? Per nascondere a Lieselotte la sua sorpresa, Regina prese l’attizzatoio e si chinò per spingere un ceppo verso la fiamma, mentre la cognata dava una risposta alla domanda che lei non avrebbe mai osato rivolgerle.
― Vedi, quella ragazza gli aveva messo gli occhi addosso, e sono certa che se lui fosse stato ancora libero Federico gli avrebbe ordinato di sposarla. È la figlia di uno dei suoi uomini più valorosi, ma seppur graziosa non sa rendersi gradita. Mia madre diceva sempre che la bellezza non conta, perché passa in fretta, ma un cuore generoso è per sempre. E la Wielber non possiede un cuore generoso.
Regina strinse le labbra. Stephan, quindi, non l’aveva pretesa perché la desiderava, per uno sfizio o perché voleva piegarla ai suoi voleri. E, inspiegabilmente, il motivo più logico le parve quello meno giustificabile. Suo marito aveva fatto un falò dei suoi sogni perché aveva bisogno di una sposa presentabile a corte, prima di dover ubbidire all’imperatore e prendere una donna che non gradiva. Lei era una nemica? Che importanza poteva avere. Era la donna di un altro? Contava anche meno. Regina Celeste Balestrieri era stata per lui una buona preda. Non rassegnata, né arrendevole, ma nella sfortunata condizione di poter essere dominata.
Solo se lui l’avesse amata, avrebbe potuto comprendere, se non perdonare, quello che le aveva fatto.
Sentì crescere sempre più forte il rancore nei suoi confronti. Non gli avrebbe mai più permesso di insinuarsi nella sua mente. Non gli avrebbe più concesso il beneficio del dubbio e lo avrebbe combattuto, sempre, fino a che avesse avuto fiato in corpo.
― … ed è tronfia per l’importanza del padre ― stava continuando Lieselotte. ― È convinta che grazie a questo potrà avere tutto. Anche se, ormai, non Stephan ― aggiunse emettendo una risata cristallina. Notando poi lo sguardo cupo di Regina, mentre questa posava l’attizzatoio, fraintendendo aggiunse: ― Non devi essere gelosa.
― Gelosa? ― ribatté Regina, indispettita al pensiero che la cognata, dopo quella confidenza, potesse crederla tale. ― Io non sono gelosa.
Lieselotte fece una simpatica smorfietta. ― Anche se non della Wielber, un po’ forse dovresti esserlo. Il tuo sposo piace moltissimo alle donne ―. Dopo il sorriso si spense e, con voce mutata, aggiunse: ― Perdonalo per quello che ha fatto, e perdona anche Hans, te ne prego. Vedrai, col tempo sarai felice con Stephan. Non è cattivo, e sa ridere.
Regina rimase in silenzio. Sì, sapeva ridere, questo non poteva negarlo. Gli occhi di Stephan si illuminavano spesso di una luce calda e allegra; e la sua natura, forse, non era crudele. Ricordò l’ultima notte prima della sua partenza per Roncaglia. La violenza della sua stretta quando aveva cercato di respingerlo. La foga dei suoi baci e l’improvvisa dolcezza quando aveva compreso che lei stava cedendo. E le sue parole, pronunciate con voce roca: “Regina, non tormentarmi più. Accoglimi fra le tue braccia e dimentica ciò che è stato”.
Lo svevo non l’amava e l’aveva usata per i suoi scopi, ma di certo la desiderava e, all’improvviso, ebbe la consapevolezza che poteva portare a suo vantaggio quel desiderio. Grazie a questo, anche lei avrebbe potuto usare il suo sposo. Invece che acida e disubbidiente poteva mostrarsi gradualmente arrendevole. Comportandosi in quel modo avrebbe forse potuto conquistare la sua fiducia e, magari, a poco a poco, lui avrebbe diminuito la sorveglianza di cui la faceva oggetto. Solo in quel caso sarebbe riuscita a sfuggirgli.
E se doveva giocare d’astuzia, poteva cominciare con sua cognata, la più facile da ingannare.
Sollevò lo sguardo e lo fissò in quello di Lieselotte, emettendo un sospiro. ― Stephan è molto bello e io sono molto sciocca. Quando mi ha sposata, ho creduto di odiarlo, non lo nego, ma ormai è mio marito e devo essergli grata che non abbia fatto di me solo la sua concubina. Lui è tutta la mia famiglia. Voi… siete tutta la mia famiglia ―. Tacque, e dopo un lungo calcolato momento, aggiunse: ―
Non so quando riuscirò a guardare Hans senza ricordare quanto è accaduto dopo la presa del castello, ma mi sforzerò di provarci.
― Te ne sono grata. E ho capito che Stephan ti piace tanto, così come tu piaci a lui. Ci sono sguardi che tradiscono, nonostante le parole dure ― sussurrò Lieselotte sorridendole.
Sguardi che tradivano? Come aveva guardato Stephan perché Lieselotte ne avesse un’impressione positiva? E come aveva immaginato l’avesse guardata lui? Lei credeva lo avesse fatto con freddo sarcasmo. ― Tu… tu hai sposato Hans per amore? ― chiese cercando di sfuggire all’argomento che la riguardava.
Lieselotte si strinse nelle spalle. ― No. Non lo conoscevo, e quando lo vidi mi spaventò. Ero terrorizzata e i miei occhi erano gonfi per le lacrime che avevo versato. Vedi, mio padre è soltanto un vassallo, un piccolo feudatario senza importanza, ma è ricco. Il suo oro interessava al vecchio barone di Hezen, che suggerì il mio matrimonio con uno dei suoi figli. Non Stephan che era l’erede, e neppure Hans, per il quale nutriva molte speranze, ma Peter, il più giovane e il più sfortunato ―. Si asciugò una lacrima improvvisa e fissò il fuoco che divampava nel camino. ― Povero Peter… debole e privo della ragione. Balbettava appena e i suoi occhi erano persi nel vuoto della sua mente. Io non volevo sposarlo. Avevo tanti sogni e desideravo un uomo vero al mio fianco. Un uomo forte, che mi proteggesse. Non mi sembrava giusto che mio padre mi cedesse a quello sventurato per accontentare il barone.
― Come accadde che sposasti Hans? ― chiese Regina, curiosa.
― Quel giorno, al castello di Hezen, vidi anche gli altri due fratelli. Erano scontenti. A modo loro amavano Peter e non volevano per lui quella farsa di matrimonio. Forse temevano che lo avrei tradito. Ricordo che Hans mi guardò duramente, quasi fossi io la colpevole di quell’intrigo; poi… non so, comprese e mi sorrise. Rimasi stupefatta quando comunicò a suo padre che mi avrebbe sposata lui al posto del fratello. Ma il barone non acconsentì, non subito, almeno. Era risoluto a darmi a Peter, non a Hans, che era bello e valoroso e avrebbe potuto unirsi a una fanciulla con una dote anche più ricca della mia. Fu Stephan a intercedere per noi. Forse per questo ho tanto affetto per lui.
― E Peter?
― Oh… il povero Peter non comprese. È morto, ora. Cercò di salvare suo padre quando annegò nel fiume, così disse un contadino che vide da lontano ciò che accadde. A noi è capitato di pensare che, forse, semplicemente lo seguì. Non lo sapremo mai. Scomparve in acqua col vecchio barone e il fiume ci restituì i loro corpi due giorni dopo. Vedi… ― aggiunse dopo una lunga pausa ― non ho sposato Hans per amore, ma ora lo amo tanto che darei la vita per lui.
Regina non avrebbe mai detto che l’uomo che aveva fatto impiccare ai rami di un albero la sua famiglia potesse suscitare un sentimento così intenso e quel brillio gioioso negli occhi chiari della cognata. ― Avete già dei figli?
Lieselotte arrossì. Quando era ancora a Pavia aveva scoperto di essere incinta, tuttavia non lo aveva rivelato al suo sposo, poiché stavano preparandosi a partire per Roncaglia e, forse, conoscendo le sue condizioni, lui l’avrebbe costretta a restare in città. Era tuttavia intenzionata a parlarne a Hans quella sera stessa e quindi immaginò di potersi confidare con la cognata, che, sperava, sarebbe diventata una sorella per lei.
― Non ancora ma… in questi giorni sono immensamente felice, poiché ho scoperto che attendo un figlio da lui.
Qualcun altro, quindi, che nel giro di un paio di decenni sarebbe venuto in Lombardia per spogliare le sue città, pensò Regina con una punta di cinismo. Nonostante questo non poteva ignorare la gioia di Lieselotte e, in silenzio, le prese la mano e gliela strinse forte, con partecipazione.
― Anche tu, un giorno, proverai la mia gioia. E sono sicura che allora amerai Stephan come io amo Hans. I Deinburg sono diversi dagli altri cavalieri.
― Migliori, vuoi dire? ― chiese Regina, cercando di modulare la voce perché non risultasse aspra.
Lieselotte arrossì appena. Immaginava cosa stesse pensando la cognata e ammetteva che potesse avere ragione, ma era anche certa che lei non avesse ancora avuto modo di conoscere bene Stephan, né sapesse cosa c’era di buono in lui. Regina era stata sincera ammettendo che, per quanto riguardava Hans, le era ancora difficile guardarlo senza ricordare l’orrore del passato, e quella franchezza le piaceva. ― Sì, nonostante tutto ― affermò sollevando il mento con orgoglio.
Regina strinse le labbra, chiedendosi quale risposta si attendesse Lieselotte. Ma sua cognata non si attendeva altri commenti. Sapeva che ci voleva tempo per perdonare, e il suo istinto le diceva che
Regina lo avrebbe fatto.
* * *
Da ore la pioggia aveva ripreso a cadere, e il cielo si era ormai fatto scuro. Erano le quattro, forse le cinque, e Regina si chiese quando Stephan sarebbe venuto da lei. Che cosa gli avrebbe detto? Sarebbe riuscita a mentire? Sarebbe riuscita a ridere con lui come una sposa soddisfatta, ad accarezzarlo per prima, a stringersi a lui? Doveva riuscirci! E se mai col tempo fosse riuscita a farlo innamorare di sé, la sua vendetta sarebbe stata persino sublime. Con questo pensiero si addormentò, la testa reclinata sulla spalla contro il rigido schienale della sedia, avvolta dal tepore del fuoco che andava via via spegnendosi nel camino. E, come spesso accadeva, sognò Guido.
Si trattava di un sogno ricorrente e molto strano: lui le stava accanto nella solitudine della campagna del feudo, tenero e innamorato, come sempre. Le sue braccia forti la stringevano, le sue labbra
la baciavano, mentre gli uccelli, intorno, cinguettavano e parevano intonare una canzone d’amore.
Ma all’improvviso, quando i baci si facevano più appassionati e le sensazioni più intense, il canto festoso veniva spazzato via dalla violenza del tuono; il cielo diventava nero e le braccia che la cingevano acquistavano una forza inquietante ma, al tempo stesso, ancora piacevole. Il bel viso bruno entrava in ombra e gli occhi che incontrava erano improvvisamente chiari e beffardi.
― Amore mio… ― sussurrò sentendo il calore di quelle braccia intorno a sé, vivo e reale. Dopo aprì gli occhi e fissò uno sguardo ancora appannato sul viso del suo sposo. ― Tu… ― mormorò smarrita.
― E chi altri? ― sbottò Stephan, sollevandola e stringendola ancora più forte a sé.
― Lasciami, mi fai male!
Improvvisamente Stephan rise. Il milanese era lontano e lei era sua moglie. Era lui a essere in vantaggio. ― Davvero? ―. La strinse di nuovo a sé con passione, chinando la testa per baciarle la gola. ― Rassegnata… dimostrami quanto sei rassegnata ― ripeté, sciogliendole i lacci del corpetto e abbassandolo lentamente.
Non si stancava mai di guardarla, e in quelle settimane era quasi impazzito dal desiderio di lei.
Non aveva cercato nessuna delle sgualdrine del campo per lenire il tormento di quelle notti solitarie, perché sapeva che nessuna gli avrebbe fatto provare le stesse sensazioni che gli regalava lei.
L’amava. L’amava a modo suo, ma l’amava. Non si sarebbe mai inginocchiato ai suoi piedi implorando la sua devozione, e l’avrebbe ancora mortificata soltanto per piegarla a sé; ma l’amava, come non aveva mai creduto di poter amare.
Le fece scivolare la veste lungo i fianchi e la lasciò cadere a terra; le sfiorò i seni con dita leggere, indugiando su un capezzolo che si inturgidì e poi la sollevò per portarla sul letto, dove la depose con delicatezza.
Quando lui si scostò all’improvviso per togliersi i vestiti, Regina lo guardò smarrita. Sentiva la gola arsa e le mancava il respiro; le accadeva sempre così quando era a un soffio dall’intimità, e non aveva mentito: non pensava a nulla. Affascinata, fissò quel corpo muscoloso, di cui conosceva ormai ogni particolare: la forza delle braccia, le cicatrici che gli solcavano la spalla destra e il ventre, il sapore della sua pelle e la potenza della sua virilità.
― Sei molto bella ― le bisbigliò sulle labbra quando si sdraiò al suo fianco. Dopo la baciò, sussurrando parole dal suono dolce, che Regina non comprese.
La ragione non voleva, ma il suo corpo cedeva troppo in fretta, mentre le dita che la sfioravano e le labbra che seguivano lo stesso cammino la lasciavano senza fiato, ansiosa di rivivere quegli attimi meravigliosi che solo lui poteva darle. Promesse e doveri del passato, giuramenti rabbiosi e inganni immaginati soltanto poche ore prima, svanirono, cancellati da quei baci esperti e da quelle carezze.
― Stephan… ti voglio ― si trovò a bisbigliare in un soffio, quasi una preghiera, mentre lui baciava ogni parte del suo corpo, anche le più nascoste, impaziente di sentirlo dentro di sé. E quando lui si sollevò per penetrarla, d’istinto inarcò la schiena e allargò le cosce per meglio accoglierlo, scoprendo che il piacere poteva essere ancora più esaltante e completo di come ricordava. Un piacere che la faceva sentire ancora più donna.
Quando giacque esausto accanto a lei, Stephan le sfiorò la gola con le labbra e le posò la testa sul seno. Era soddisfatto, quasi felice: quella sera Regina gli si era concessa completamente. L’aveva sentita sua, e l’aveva sentita felice. Forse stava vincendo una battaglia. Un giorno sarebbe riuscito a farsi amare e anche il ricordo dello sconosciuto milanese sarebbe stato spazzato via.
Si sollevò per guardarla. ― Moglie, mi piace molto la tua rassegnazione.
Lei arrossì, vergognandosi. Non aveva finto come si era prefissa di fare. Aveva goduto fra le sue braccia e ora si sentiva persino serena stretta in quel cerchio caldo, ancora languida per il piacere provato. E la sua voce era stata tenera e scherzosa, non beffarda. Emise un sospiro e gli accarezzò le spalle. ― Credo piaccia anche a me ― mormorò.
Lui rise. La baciò ancora, poi la sciolse dal suo abbraccio e si alzò. ― Certo sarebbe stato diverso se ti avessi portato con me a Roncaglia.
Quelle parole turbarono la dolcezza di quell’intimità. Roncaglia. Senza dubbio, tra le cortigiane al seguito di Federico, doveva essercene stata almeno una pronta a soddisfarlo. Lieselotte le aveva descritto la corte dell’imperatore: raffinata, lussuosa, ma anche corrotta.
― Ho un regalo per te ― disse lui interrompendo quei pensieri.
― Un altro? ― Improvvisamente, anche se non avrebbe voluto, tornò a sentirsi felice. ― Ho già visto il baule.
Stephan le tornò vicino. Si inginocchiò sul letto tenendola prigioniera tra le sue gambe, e le allargò sul seno una pesante catena d’oro.
Regina sfiorò la pietra del pendente con trepida emozione. Era troppo buio per vedere se fosse uno zaffiro, un rubino o uno smeraldo; ma che importanza poteva avere? Il gioiello, che aveva creduto avrebbe ornato il collo di un’altra, era invece per lei.
― Questa volevo essere io stesso a dartela.
― Mi ringrazi come faresti con una meretrice? ― sussurrò Regina. Ma non c’era asprezza nella sua voce.
Stephan rise. ― Ti sbagli. Non è così che si ringrazia una meretrice.
― E di queste cose tu conosci molto?
― Forse, ma non avevo mai incontrato una vergine prima di te.
Lei sussultò appena, ricordando brutalmente quanto fosse stato infame il modo in cui lui l’aveva avuta, e qual era, ora, il suo scopo. Fece per sfuggirgli, ma Stephan la fermò, stringendola tra le gambe.
― Sembri gelosa ― bisbigliò chinandosi per baciarla sul collo ― e invece sei soltanto rassegnata.
Rassegnata, infatti. Questo solo doveva essere. Alzò le braccia e gli circondò la nuca, mentre la collana scivolava lentamente sul lenzuolo.
Era il primo gesto dettato dall’astuzia da quando lui aveva cominciato a spogliarla.
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