Scritto il 17/07/2026
da MIRIAM FORMENTI


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PARTE SECONDA

La morte recise il legame che il cuore non osava ammettere

 

1159 Avvenimenti della primavera

Milano, Sestiere Porta Nuova

Palazzo Bossi

Ulrico Bossi voltò lo sguardo verso la porta, che era stata spalancata, e malinconico guardò il giovane alto e snello avanzare sicuro nella stanza.

Quello era suo figlio, un figlio che non riconosceva più.

Il viso, dalle guance scavate, aveva preso un’aria dura e scontenta e gli occhi scuri avevano perduto la loro allegria, lasciando il posto a uno strano, febbrile luccichio. Continuò a osservarlo mentre il ragazzo si toglieva il mantello scagliandolo su una sedia, si sedeva sul bordo del tavolo e, confidenzialmente, si versava del vino nella coppa da cui egli stesso aveva bevuto. In quel momento pareva soddisfatto, ma le labbra erano tese in una dannata piega cinica, che si apriva come una ferita sui denti forti e sani.

― Che si è detto durante l’incontro? ― chiese il vecchio in tono stanco, conoscendo già la risposta.

― Si è parlato di guerra.

― E tu, naturalmente, sei d’accordo, ragazzo.

― Voi no? Ribelli, facinorosi, disertori dell’Impero… così ci definisce il grande Imperatore. Il Barbarossa ordina il sequestro dei nostri beni, e noi dovremmo consegnargli tutto su un piatto d’argento?

Se li vuole, che venga a prenderseli. I milanesi sono stanchi di essere dissanguati!

Quella era stata la risposta del Barbarossa ai tumulti di Sant’Ambrogio, dopo che i legati imperiali avevano preteso di nominare un podestà tradendo i patti di resa. La città era stata messa al bando e si sapeva che presto i fedeli baroni dell’imperatore sarebbero calati da ogni passo delle Alpi, attratti dal bottino che credevano facile, per metterla a ferro e fuoco.

Ulrico annuì. Suo figlio aveva ragione, ma forse lui cominciava a diventare vecchio, ed era stanco di faide, stanco di battaglie vinte e perse, perché, ogni volta, troppi giovani non rivedevano più le loro case e le loro famiglie, per finire sepolti sotto cumuli di terra.

― Attaccheremo presto, padre, prima che arrivino i suoi rinforzi dal nord, e dimostreremo a quel bastardo assetato di sangue che non sappiamo solo difenderci. Ci riprenderemo, una dopo l’altra, le terre che ci sono state sottratte lo scorso anno.

― San Martino?

― E il Seprio e la Martesana. Ma prima attaccheremo la roccaforte di Trezzo. Da lì avremo di nuovo il controllo dell’Adda.

Ulrico non poté che approvare. Non soltanto Trezzo era presidiato da un germano che si abbandonava a soprusi e rapine; riconquistare il castello sarebbe servito a fermare i nemici provenienti da est. Quello era davvero il primo posto in cui dare prova di forza.

― Lo sapevo che il mio momento sarebbe venuto! ― esclamò Guido con lo sguardo acceso. Non si diceva che sarebbe potuto morire nella presa di Trezzo, prima di realizzare il suo sogno di liberare

Regina dallo svevo, quasi fosse certo che il diavolo sarebbe stato dalla sua parte. ― Lo ammazzerò quel cane ― sibilò all’improvviso, dopo una lunga pausa.

― Parli del conte germano che presidia il castello di Trezzo? ― chiese il vecchio Bossi con una punta di sarcasmo. La stanza gli era parsa improvvisamente piccola e ostile, offuscata dalle ombre dei pensieri di vendetta di Guido. Sì… senza dubbio stava invecchiando.

― Sai bene di chi sto parlando.

― Lo ammazzerai e porterai qui Regina?

― È quello che farò.

― Forse questa volta ti sarà facile, e sarà meno insensato che entrare in un feudo presidiato da nemici soltanto per far avere un messaggio alla donna di un altro.

Guido si sollevò e batté con violenza un pugno sul tavolo. ― Dannazione! So di aver fatto una pazzia, padre! Se potessi, tornerei indietro. Sono consapevole di aver provocato la nuova prigionia di Regina e ogni giorno ringrazio Dio che quell’imperiale non l’abbia uccisa!

Ulrico gli lanciò uno sguardo gelido. Batté ripetutamente un dito alla tempia e sbottò: ― Sei talmente preso dalla smania di riavere quella donna che non pensi più nemmeno alle conseguenze.

Credevi che quell’uomo non avrebbe fatto tenere d’occhio sua moglie?

Gli occhi scuri del giovane scintillarono di una luce furiosa. Moglie… provava rabbia soltanto a sentire quella parola. ― Vorrei poterlo sfidare e appellarmi al Giudizio di Dio.

― Per prenderti la donna di un altro? Credi che Dio sceglierebbe te? Lei è dello svevo, ormai!

― È una prigioniera dello svevo! ― replicò Guido con rabbia. ― E per mia colpa ― aggiunse poi in tono disperato. ― Nessuno può vederla, se non una serva sordomuta. Vi rendete conto, padre?

Lui può averla torturata. Può averle fatto tutto quanto di peggio è immaginabile e… io non posso fare nulla. Nulla.

Ulrico sospirò. Aveva pietà della sofferenza di suo figlio, provocata anche dal rimorso, e avrebbe voluto potergli dare conforto. Avrebbe voluto dirgli che sarebbe stato dalla sua parte e che avrebbe fatto di tutto per aiutarlo, ma non poteva.

― Quello che è stato è stato. Devi dimenticare quella donna e pensare soltanto a Rosa.

Per un attimo, lo sguardo del giovane si addolcì, ricordando fugacemente al vecchio quello che era stato un tempo suo figlio. Dopo divenne freddo come la neve.

― Rosa… come sapete?

L’uomo anziano sentì la collera montargli dentro e cancellare i suoi buoni propositi. Era mai possibile che quel giovane – che aveva creduto sensibile – non provasse neppure l’ombra del rimorso?

Aveva deciso di parlare al figlio con serenità e di suggerirgli il matrimonio con la ragazza; questo non solo per riparare al male fatto, ma perché era una buona soluzione per entrambi. Ma ora gli si rivolse con asprezza.

― Lo so da oggi, ragazzo, altrimenti avrei già messo fine a questa ignobile tresca. Abbiamo parlato di guerra, di vendetta, di sogni impossibili e dei torti che tu hai subìto. È ora di parlare di quelli che hai inflitto. È ora di parlare di matrimonio riparatore!

― Mi ordinate di sposarla? ― chiese Guido con lo sguardo più tagliente della lama di un pugnale.

Ulrico sorrise amaro. ― Che altro potrei fare, se in tanti mesi non sei riuscito a comprendere che non potevi servirti di lei come di una sgualdrina. Neppure per un attimo hai pensato di fare il tuo dovere? L’hai rovinata. Se fosse ancora vivo, suo padre ti ucciderebbe.

Frustrato da quelle parole, il giovane chinò il capo, lo sguardo perso in una pena infinita. Povera piccola meravigliosa Rosa. Con la sua generosità, con il suo amore, era riuscita a ridestare in lui qualcosa che credeva potesse esistere solo grazie a Regina. Oh… non lo stesso sentimento, carico dei più caldi toni della passione, ma una sensazione di quiete, di dolcezza, che gli scorreva lentamente nel cuore. Era bello stare con lei e tenerla fra le braccia anche quando i sensi erano stati placati; ma non gli bastava, non gli sarebbe mai bastato perché era Regina a dominare il suo cuore e la sua mente.

Aveva un dovere nei confronti di Rosa, ma non voleva, non poteva rassegnarsi a compierlo.

― Padre… non intendo cercare giustificazioni che vi offenderebbero ― disse con voce roca. ―

Forse non ne ho nessuna, ma non potrò sposarla fino a quando non avrò l’assoluta certezza che

Regina è perduta. Allora accetterò tutto quello che deciderete per il mio futuro.

― Perduta? ― ripeté Bossi incredulo. ― Per te Regina è già persa! È la sposa di uno svevo, non è più la donna per te.

― Solo perché è stata per mesi fra le mani di quel bastardo? Credete che il mio sentimento per lei sia così meschino da non considerare che non è stata colpa sua? Quando ha letto il messaggio racchiuso nello scrigno, lei ha annuito. Era disposta a fare quanto le chiedevo.

― Aveva paura, stupido ragazzo! Che altro poteva fare? Voleva mandarti via per salvarti e salvare se stessa.

Guido strinse rabbiosamente i pugni. ― No, non è così, dannazione! Ma se anche fosse, la considererò mia fino a quando non sarà lei stessa a dirmi che non mi ama più. Soltanto in quel caso, sarò disposto a rinunciare a lei. La terrò con me a qualsiasi condizione, purché mi voglia ancora.

Ulrico Bossi scosse piano la testa. Suo figlio era dunque pazzo? Viveva aspettando che un’illusione si tramutasse in realtà. Aveva rischiato la sua vita e quella di Regina soltanto per recarle un messaggio. E lei? Era possibile che non fosse consapevole dei suoi doveri? Era possibile che avesse acconsentito al piano di suo figlio e non soltanto finto di accontentarlo per evitare il peggio? Le era grato che avesse cercato di salvare Guido, ma non l’avrebbe voluta a Milano. Non era più la donna che era stato felice di accogliere come una figlia soltanto pochi mesi prima. Non era più la donna per

Guido. Non importava il motivo per cui era diventata la compagna di un imperiale; ormai per i milanesi Regina era una rinnegata.

― E allora non dovevi prendere Rosa. Tuttavia lo hai fatto, e non ti permetterò di usarla soltanto per soddisfare i tuoi più bassi istinti.

Guido scosse la testa. Non era così. Non era così, dannazione. Ma come spiegare a suo padre che con Rosa non placava soltanto i suoi sensi, dal momento che neppure lui comprendeva quello che gli vibrava nel cuore. Regina l’aveva nel sangue, e gli bruciava dentro come un fuoco ardente. Rosa era come l’acqua di un ruscello che scorre fresca e porta con sé i profumi dei fiori che crescono sulle rive. Forse le amava entrambe, seppure di un amore diverso.

― Se non la sposerai tu ― minacciò Bossi ― troverò un altro che accetti di farlo. Ha quasi diciotto anni, non voglio che resti sola.

Guido lo fissò a lungo, stupito. Sapeva che suo padre aveva ragione, eppure quel pensiero gli procurava un dolore intenso. Rosa era sua, non poteva darla a un altro!

― Non lo farete! ― gridò con voce soffocata. ― Non potete farlo!

― Credi davvero di potermelo impedire? Ho già pensato a qualcuno. Dovanti, forse, oppure il giovane Monti.

― Dovanti, Monti? Non potete parlare sul serio. Il primo è un vecchio e l’altro… maledizione, padre, Monti è idiota!

― Dopo quello che tu le hai fatto, Rosa non è più di prima scelta ― rispose brutalmente Ulrico, forse per scuoterlo e richiamarlo alla realtà, ai suoi doveri, insensibile al dolore che gli leggeva nello sguardo. ― Rosa non è una sgualdrina, non può restare a disposizione del tuo piacere. Per questo devi sposarla. Senza dubbio lo capisci.


* * *

Fuori dalla porta, una figuretta fasciata in un vestito di lana verde scuro, i capelli castani raccolti in una treccia e gli occhi nocciola lucidi di lacrime represse, attese di udire la risposta.

Se n’era stata chiusa in camera fino a che non aveva saputo da una domestica che Guido era rientrato. Allora era scesa per conoscere le decisioni prese dai milanesi più influenti riguardo alle pretese dell’imperatore, anche se non si illudeva. Sapeva che ci sarebbe stata di nuovo guerra; sapeva che ancora una volta avrebbe dovuto aspettare col cuore in gola l’esito della battaglia, per poi cercare

disperata, fra gli uomini stanchi e laceri che alla fine avrebbero passato le mura, lo sguardo del suo uomo.

Si era avvicinata alla porta dello studio, che era socchiusa, e già con il braccio alzato, pronta a bussare, era rimasta paralizzata dalla sorpresa e dalla vergogna nel sentirsi oggetto della discussione tra padre e figlio. Com’era accaduto che il suo benefattore fosse venuto a conoscenza della sua relazione con Guido? Uno dei servi li aveva visti? E la balia ne era al corrente, anche se non si era tradita?

Quante volte le aveva detto che la verginità, per una giovinetta, era cosa sacra, e che gli uomini, bugiardi e opportunisti, senza quel fiore l’avrebbero considerata merce di scarto? Ammonimenti di una brava nutrice affezionata, certo, ma lei aveva ascoltato soltanto il suo cuore e, dietro a quella porta a origliare, aveva compreso, infine, di essere davvero merce di scarto. Merce che sarebbe forse stata presa in considerazione solo da un vecchio o da un’infelice. Ma non era davvero di questo, che le importava.

Inconsapevole della sua presenza, dopo un lungo silenzio Guido disse infine: ― Datemi… datemi ancora un po’ di tempo, vi prego, padre. ― Datemi il tempo di accertarmi che i sentimenti di Regina nei miei confronti non sono cambiati.

Rosa sentì un dolore improvviso lacerarla. Si portò le mani al petto e con un lieve gemito si appoggiò allo stipite della porta. Stupida! Stupida e illusa a credere che lui avesse cominciato ad amarla almeno un po’. Pazza a sperare che lui potesse scordare Regina! Come aveva potuto credere che la consolazione della carne e il suo amore potessero fargli dimenticare una donna che aveva sempre amato?

Aveva sentito i servi bisbigliare che Guido si era recato a San Martino, ora lo sapeva di sicuro.

Aveva rischiato la vita soltanto per vedere una donna che ormai era legata a un altro. Regina, Regina, sempre Regina! Perché lui l’amava tanto? Per un attimo, un breve istante, credette di odiarli entrambi, per poi rendersi conto che potevano solo suscitare pietà. Si erano amati ed erano stati divisi.

Lui ferito e disperato, lei prigioniera di un nemico.

Si riprese lentamente e respirò a fondo prima di alzare nuovamente il braccio per bussare. Doveva affrontarli subito, padre e figlio: con la vergogna che provava davanti al primo e con l’amore che, nonostante tutto, sentiva per il secondo.

Un silenzio incerto dall’altra parte, poi la voce pacata di Ulrico Bossi: ― Entrate pure.

Guido si volse a guardarla. Non aveva mai visto quella strana luce negli occhi di Rosa, né quell’espressione risoluta. Era possibile che avesse udito tutto? Si fece avanti per toccarla, per rassicurarla, o, forse, soltanto per placare se stesso; per sentirsi certo che, malgrado tutto, non l’avrebbe perduta. Ma lo sguardo nocciola, improvvisamente ostile, lo gelò. Certo che aveva udito il suo rifiuto a sposarla! Peggio, aveva sentito che era rassegnato a farlo a una sola condizione.

― Padrino, vi chiedo perdono per il disturbo. Sono venuta per sapere se ci sarà battaglia. Sono molto in ansia ― sussurrò la ragazza, trovando il coraggio che le dava la dignità.

Il vecchio Bossi le andò vicino e le circondò le spalle con un braccio. ― Solo schermaglie, mia cara. Vieni a sedere.

Lei rifiutò. ― Schermaglie… ― ripeté. ― Non significano comunque morte e distruzione?

Ulrico emise un sospiro. ― Speriamo che tutto si risolva in fretta, bambina. Tuttavia ora ho altre cose in mente ― aggiunse lanciando al figlio un’occhiata dura, che il giovane prese come un monito.

La fanciulla arrossì, improvvisamente consapevole che le avrebbe parlato al posto di Guido, ignorando le ultime parole del figlio e mettendolo, così, in condizione di non poter rifiutare.

Il pensiero che avrebbe potuto fingere e accettare la colpì sfavorevolmente. Lei non era così.

Amava Guido così tanto da non sopportare di perderlo, ma, proprio per lo stesso motivo, non poteva forzarlo a stare con lei. Certo, se Regina avesse infine scelto suo marito, lui avrebbe finito per farsene una ragione; ma se, invece, fosse tornata a Milano, magari libera dai vincoli matrimoniali,

quante volte Guido avrebbe maledetto i propri obblighi nei suoi confronti. Come l’avrebbe guardata sapendola l’ennesimo impedimento al coronamento dei suoi sogni?

― Padrino… ― disse con voce quieta, molto lontana dal tumulto che aveva in cuore. ― Voglio sappiate che ho udito parte della vostra conversazione. So che non avrei dovuto ― continuò con coraggio. ― So che sarei dovuta andarmene, ma non ho saputo resistere e ho continuato ad ascoltare

―. Alzò lo sguardo, che aveva tenuto ostinatamente fisso sulle mani strette in grembo, e incontrò il viso addolorato del padrino. Sentiva su di sé, come fuoco ardente, lo sguardo intenso di Guido e fece violenza a se stessa per non voltarsi a guardarlo. ― Non voglio che forziate Guido a sposarmi, non credo che potrei sopportarlo; ma accetterò chiunque desideriate propormi.

― Rosa...

Nell’invocazione di Guido la fanciulla sentì urgenza e pena, ma continuò a fissare ostinata il viso del vecchio Bossi.

― Rosa…

Si sentì stringere alle spalle e la schiena premere contro il petto dell’uomo che amava. Si morse le labbra e ricacciò indietro le lacrime, mentre la voce di Guido le mormorava all’orecchio parole prive di senso.

― Guido, lasciala immediatamente! ― ordinò Bossi.

Il giovane lo ignorò. Obbligò Rosa a voltarsi e la strinse fra le braccia.

― Rosa… no, perdonami. Non avrei mai voluto ferirti. Non ascoltarlo, non puoi sposare un uomo che non ami, non tu.

La ragazza scosse la testa, disperata. Ma non capiva? Come poteva pensare che avrebbe continuato a vivere nella sua casa se mai, un giorno, vi fosse entrata Regina? Non poteva più farsi illusioni, anche se leggeva la disperazione negli occhi scuri di Guido. Sapeva bene quale delle due avrebbe scelto. Le parole che gli aveva sentito dire avevano aperto ferite profonde nel suo cuore, e bruciavano come il fuoco. Come poteva, lei, combattere contro un sogno? Voltò la testa e lanciò una muta invocazione al padrino.

― Ora basta, Guido. Lasciala, o non risponderò più di me ― sbottò Ulrico. E vedendo che il suo ordine cadeva nel vuoto, gli strappò a forza la ragazza dalle braccia. ― Farò in modo che tu non possa più vederla da solo, sempre che, nonostante il suo ridicolo rifiuto, tu non decida di sposarla.

Rosa cominciò a singhiozzare. Si liberò dalla stretta affettuosa del padrino e gridò: ― Non lo sposerò. A queste condizioni non lo sposerei nemmeno se aspettassi un figlio! E… no, non sarei felice accettando qualcun altro. Meglio il convento. Mandatemi in convento, vi prego ―. E sollevando il breve strascico del vestito fuggì dalla stanza.

Guido fece per inseguirla, ma il padre lo fermò, parandosi davanti alla porta.

― No ― disse.

― Io devo parlarle. Rosa era…

― Sconvolta ― concluse Ulrico in tono freddo. ― E ti stupisce? Non ti basta quello che ha detto?

O tua o in convento, non hai capito? Tuttavia non la manderò in convento, non era desiderio di sua madre. Resterà in questa casa, ma non credere che ti permetterò di toccarla ancora. Tullia dormirà con lei nella sua stanza, d’ora in poi, e non la lascerà un minuto ―. Sapeva di potersi fidare della balia di Rosa; era stata proprio lei a informarlo di quello che accadeva nella sua casa, accusando

Guido, senza nessun rispetto o imbarazzo, di aver deflorato la sua bambina.

Guido si voltò, bianco in viso, schiacciato dal peso dei suoi errori e della sua incertezza. Si riempì di nuovo la coppa e la svuotò d’un fiato. Poi si versò altro vino e non sollevò lo sguardo quando suo padre lasciò la stanza. Avrebbe voluto affogare nel vino, per dimenticare il male che faceva a Rosa, per dimenticare quello che era diventato. Che razza di uomo era, ad approfittare dell’amore di una giovinetta che viveva sotto la protezione di suo padre?

Scaraventò la coppa contro la parete e si nascose il volto fra le mani. Sarebbe dovuto morire a

Lodi. Avrebbe meritato di morire.

 

 





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