Scritto il 05/08/2026
da MIRIAM FORMENTI


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Lungo la strada per Pavia

Il colore rosso del tramonto sembrava incendiare ogni cosa, anche i capelli bruni della giovane donna che, immobile davanti alla finestra, attendeva che il cielo si spegnesse per lasciar posto all’imbrunire.

Mancavano ancora molte ore al momento della partenza, ma sapeva che non sarebbe riuscita a chiudere occhio. Non era preparata a una fuga, non l’aveva mai prevista; un passo falso, anche il più piccolo, avrebbe significato la morte per Stephan e la povera Freda, e la rovina per lei e Rosa.

Aveva mangiato appena un boccone quella sera, rimandando però in cucina il vassoio vuoto per non destare sospetti. Pensando alla lunga giornata che le attendeva, aveva riposto pane e formaggio in un sacchetto di lino e versato del latte in un otricello di cuoio, acquistato al mercato, sperando desse sollievo al suo sposo. Non sapeva come curare un uomo in quelle condizioni, ma aveva preparato bende di lino e un unguento – che Rosa aveva sottratto dalla dispensa – per detergere le ferite.

Il tutto era già sistemato in una scarsella capiente che avrebbe legato alla cintura, celata sotto l'ampio mantello. Aveva poi cucito una tasca alla camicia, in corrispondenza delle fessure laterali della tunica, nella quale più tardi avrebbe riposto il sacchetto di velluto pesante con i gioielli destinati all’orbo: una collana d’oro, un anello e un bracciale con zaffiri, sperando che a quell’uomo bastassero. Il resto dei suoi beni era già al sicuro tra le vesti di Rosa; ricchezze sufficienti per saldare il debito con Bertuccio e garantire il cammino verso Pavia.

Tre donne sole e un ferito su una strada insidiosa: una pazzia, forse, ma non restava altra scelta.

Rosa le aveva riferito che Bertuccio le avrebbe attese nei pressi del cimitero. Per convincerlo, si era tolta gli orecchini d'argento e glieli aveva consegnati come anticipo, giurando che non poteva più restare dai Bossi. Aveva sostenuto di volersi rifugiare da una vecchia amica di sua madre fuori dalla Porta Ticinese, e l’uomo non aveva chiesto spiegazioni sulla fretta di lasciare una casa tanto onorata. Non aveva preteso altro se non il valore del carro e dell’animale, accettando di ricevere il resto del compenso una volta a destinazione.

Il vecchio Bossi era rientrato senza Guido. Grazie al cielo non aveva cercato la loro compagnia e, quando giunse l’ora, le donne scivolarono fuori, attraverso una porticina del giardino.


* * *

Era una notte senza luna, buia come il terrore che stringeva loro il cuore. Freda camminava aggrappata a Rosa e Regina, le labbra strette per non gridare, tremante come una foglia tormentata dal vento. Raggiunto il vicolo dietro la prigione, si appiattirono contro il muro di pietra. Il tempo parve dilatarsi in un’attesa eterna. Quando sarebbe arrivato il carro che raccoglieva i poveri resti dei prigionieri? Stephan era ancora vivo? Il carceriere le avrebbe tradite? Infine, un cigolio di ruote sul fango: il carro si fermò davanti alla porta e uno dei becchini scese, bussando con il segnale convenuto.

La guardia aprì quasi subito e Regina riconobbe l’orbo alla luce della torcia. I due uomini sparirono all'interno, per poi riemergere portando un corpo avvolto in un sudario, che gettarono senza troppi riguardi sul fondo del carro.

Regina sussultò. Era Stephan? Bestie! Passò poco tempo prima che portassero fuori il secondo corpo, trattato con la stessa brutale noncuranza; poi i becchini salirono di nuovo a cassetta, mentre l’orbo si sedeva dietro, fra i due corpi. La porta della prigione fu richiusa con un tonfo sordo e il carro riprese la sua marcia lenta.

Con Freda sempre stretta fra loro, che piangeva per la paura, le giovani donne iniziarono a seguire il carro, tenendosi a pochi passi di distanza, come ombre nelle ombre.

Superare la porta, il ponte sul fossato che scricchiolava a ogni passo, e passare infine fra i terraggi fu un incubo. Quel corridoio scavato tra gli imponenti terrapieni difensivi sembrava un tunnel senza fine; le pareti di terra battuta si alzavano ripide ai loro lati per tre o quattro braccia, sormontate da palizzate che tagliavano il cielo nero. Regina sentiva il peso dell’otricello battere contro il fianco, un rintocco sordo nel silenzio innaturale di quel passaggio, rotto dal cigolio delle ruote e, ogni tanto, dalla voce di uno dei becchini che annunciava il carro dei morti.

Sopra di loro, sui camminamenti, le sagome dei soldati di guardia si stagliavano contro il chiarore dei bracieri accesi. Si poteva sentire il fruscio metallico delle cotte di maglia e l'odore del fumo. Grazie a Dio Freda, ormai pietrificata dal terrore, non emetteva alcun suono. Camminarono col fiato sospeso; un paio di guardie si fecero il segno della croce, ma non si avvicinavano a quel macabro corteo e, finalmente, l'aria aperta le accolse, carica di nuove e terribili incertezze.

Presto furono al cimitero, ed entrarono in un piccolo campo con tombe desolate, con poche croci:

l’ultimo riposo dei ladri, degli assassini e dei nemici.

Quando il carro si fermò, in un punto in cui era già stata scavata una fossa, Regina corse avanti per vedere, per avere la certezza che Stephan fosse ancora vivo. Ma la mano decisa di uno dei becchini la fermò.

― Che cosa volete, donna?

Regina gli mise fra le mani un paio di monete. ― Vederlo un’ultima volta, vi prego.

L’uomo si strinse nelle spalle, lanciando un’occhiata al compagno e all’orbo, che rimase in silenzio. ― Come desiderate.

Lei gli passò a fianco, portandosi su un lato del carro per sollevare il sudario che avvolgeva il primo dei due uomini. Era lui, ma sembrava che la vita lo avesse abbandonato. Con un’espressione disperata si voltò verso la guardia. Glielo aveva ridato già morto? Eppure, anche nella cella il suo respiro era lento, quasi inavvertibile. Gli posò una mano sul cuore: batteva ancora.

― Vi scongiuro ― bisbigliò passando uno sguardo implorante dall’orbo ai due becchini. ― Lasciatemelo. Permettetemi di dargli una sepoltura cristiana.

Erano preghiere che quegli uomini dovevano aver sentito spesso. Regina lo comprese dai volti condiscendenti. Altro olio ai cardini! Ma lei era preparata. Altre monete scivolarono nelle mani avide di quella gente, in quelle stesse della guardia – che presto sarebbero state colme di gioielli – affinché nessuno sospettasse di nulla.

Senza una parola, i becchini sollevarono Stephan dal carro; e, forse per rispetto a lei, lo posarono con una certa delicatezza a terra. Poi presero l’altro corpo e lo gettarono nella fossa, senza preoccuparsi di ricoprirla. Compito che, presumibilmente, sarebbe spettato ad altri il mattino seguente.

Scambiarono poche parole con l’orbo e se ne andarono.

Regina aprì il sudario, liberando il corpo di Stephan, poi chinò il viso su quello di lui. ― Sì, sì ―

bisbigliò felice, abbracciandolo piano, attenta a non fargli male. ― Sei vivo, vivo! E io ti aiuterò a guarire! Grazie… ― sussurrò alzando gli occhi verso la guardia che, in piedi, lì a fianco, torreggiava su di loro.

― È un altro ringraziamento che voglio da voi. Molto più concreto, signora.

Regina si alzò, il respiro ancora corto. Aprì il mantello e, con un movimento rapido, fece scivolare la mano attraverso la fenditura della tunica, fino a raggiungere la scarsella nascosta sulla camicia.

Ne estrasse il sacchetto di velluto, il cui contenuto non emetteva alcun tintinnio, e gli offrì quel tesoro senza esitazione. Una piccola fortuna che sperava avrebbe saziato l’avidità di quell’uomo.

L’orbo si impossessò in un baleno del sacchetto. Lo aprì e ne esaminò il contenuto. Sorrise compiaciuto: quello era davvero il più bel colpo della sua miserabile vita. Troppo bello per correre rischi.

― Ne sono soddisfatto, sì ― disse sollevando lo sguardo dai gioielli e fissandolo, maligno, su di lei. ― Ma temo che non lo sarete voi.

Regina sussultò. ― Che cosa volete dire?

― Che ho riflettuto, signora. Per la mia sicurezza, lo svevo deve essere morto sul serio. Oh… non dubito che lo sarà presto, ma un piccolo aiuto, capite…

Regina tornò a inginocchiarsi accanto a Stephan, facendogli scudo col proprio corpo. ― Non lo farete! Griderò del vostro tradimento. Dirò tutto!

― No, non direte niente ― la derise l’uomo. ― So chi siete. Potreste perdere la vostra bella testa.

E con voi anche la vostra amica, che ha favorito la fuga di un nemico ― aggiunse indicando Rosa, ferma a pochi passi; spaventata, ma, in realtà, non stupita di quel voltafaccia.

― Vigliacco! ― sibilò Regina ― Non lo ucciderete! Non ve lo permetterò!

― Voi? Vorrei proprio vederlo ―. L'uomo la sollevò con un braccio e, dopo averla colpita con forza al volto, la scaraventò a terra.

Senza curarsi più di quelle che considerava solo inutili donnette, e convinto di aver messo a tacere l'unica che avrebbe potuto ostacolarlo, rivolse tutta la sua furia verso lo svevo, stringendogli le mani intorno alla gola. Morto il bastardo straniero, nessuno avrebbe avuto nulla da dire e, se mai il suo nemico avesse voluto vedere il cadavere, lo avrebbe trovato in quel cimitero. Lui sarebbe stato al sicuro dai sospetti. Al sicuro e ricco.

Nell’urto contro un sasso, Regina aveva quasi perso i sensi. A terra, mentre Rosa le correva accanto e Freda restava immobile come una statua di sale, vide l’orbo chinarsi su Stephan. Raccogliendo le forze si alzò in piedi; con il cuore che le scoppiava in petto afferrò il sasso che l’aveva ferita e, senza che quel traditore se ne accorgesse, lo raggiunse alle spalle e lo colpì alla nuca.

Un colpo solo, violento, che gli mozzò il respiro. L'uomo ebbe un sussulto, le mani lasciarono la presa, ma Regina colpì ancora e ancora, con rabbia cieca, e continuò a infierire con la forza della disperazione, finché quel peso morto non scivolò in avanti, afflosciandosi senza vita su Stephan.

La giovane donna osservò inebetita l’uomo ormai esanime; lasciò cadere il sasso, fece rotolare a terra il corpo e si lasciò scivolare accanto al suo sposo, sfiorandogli la gola con le dita.

Stephan emise un gemito e mosse appena la testa. Lei sospirò e sprofondò nel vuoto.


* * *

― Regina… Regina! Oh, Dio…

La giovane donna riaprì gli occhi. Per un istante le parve che il cielo le precipitasse addosso.

― Regina ― ripeté la voce ― riuscite a sentirmi?

Strinse le palpebre e guardò di nuovo la volta celeste. Era sempre lì, immobile. ― Sì… ora credo di sì. Stephan… ― bisbigliò, cercando subito con lo sguardo il corpo inerte del marito.

― È come prima, non gli è accaduto nulla.

― Oh, Rosa, quel vigliacco…Bertuccio è arrivato? ― chiese ansiosa.

― Sì ― disse una voce profonda ― In tempo per vedere quel figuro aggredirvi. Siete stata più veloce di me a ucciderlo, e molto coraggiosa.

Regina sollevò lo sguardo e fu colpita da quell’uomo, già aveva visto alla bottega, che in quel momento pareva diverso: con la tunica dei crociati addosso e la spada in pugno. Non più il maniscalco, ma un soldato avvolto nell’orgoglio del proprio passato.

― Avete portato il carretto?

― È nascosto poco lontano.

― Vi ringrazio ― disse piano, ancora scossa. Ora siete libero. Avrete il vostro compenso e…

― Certo ― la interruppe lui ― ma sono anche curioso. Il carro vi serve per portare via un morto…

straniero?

Ancora una volta, Regina tentò di proteggere il suo sposo. Bertuccio non aveva minacciato Stephan, non ancora. Ma temeva quella spada, proprio come aveva temuto le mani dell’orbo.

― Bertuccio… vi scongiuro, ascoltatemi ― sussurrò Rosa ― non vi ho detto tutta la verità. Dobbiamo lasciare Milano, è vero, ma non c’è alcuna amica di mia madre, lungo la strada. Dobbiamo raggiungere Pavia e portare là quest'uomo che… per fortuna è ancora vivo.

Lo sguardo di Bertuccio si fece ancora più duro. Certo che era vivo: quella donna bruna sembrava volergli fare da corazza. Nascosto tra gli alberi, aveva visto quella macabra processione uscire dai terraggi e seguire il carro dei morti; poi aveva aspettato che i becchini si allontanassero prima di entrare nel cimitero. Solo allora, le grida lo avevano spinto a correre, arrivando appena in tempo per vedere tutto quanto.

― Chi era? ― chiese, accennando al cadavere.

― Doveva aiutarci, ma ci ha tradito.

― Chi era? ― ripeté Bertuccio in tono freddo, che non ammetteva scuse.

Con un sospiro Rosa gli rivelò tutto: la scoperta che lo sposo di Regina era ancora vivo, la visita alle prigioni sotto falso nome, l’accordo con la guardia…

Lui scosse ripetutamente la testa, incredulo.

― Da sole fino a Pavia? Sulla strada ci sono disertori, ladri e assassini! Senza contare le pattuglie milanesi e, più avanti, verso il territorio pavese, quelle sveve.

― Non c’è più nulla a Milano per noi ― intervenne Regina, stringendo a sé Stephan. ― Io ero malvista ancor prima di pagare per la liberazione di mio marito, lei è una schiava sveva ― aggiunse volgendo lo sguardo verso Freda ― e a Rosa… a lei resterebbe solo il convento di clausura. Vi scongiuro, portate qui il carro, prendete i gioielli che avevo dato a quell'uomo e lasciateci andare.

Ormai dovevano essere le due. L’alba estiva sarebbe giunta in meno di quattro ore. Dovevano essere lontane prima che a Palazzo Bossi si accorgessero della loro scomparsa e che Guido si lanciasse all'inseguimento. Sapeva che a lui sarebbe bastata una parola dalla prigione per capire tutto.

― Il convento di clausura? ― sibilò Bertuccio. ― Credete davvero che potreste pagare una pena così tenue? Se vi fermasse una pattuglia milanese e vi trovasse con un ferito svevo, sareste subito accusate di tradimento. Vi assicuro che nemmeno il nome dei Bossi potrebbe salvarvi. Damigella

Bonfanti… ― aggiunse, sperando di convincere almeno lei ― lasciate che la vostra amica affronti da sola quest’avventura e tornate con me a Milano. I soldati alla porta non sospetteranno; sanno che delle donne sono uscite seguendo il carro dei becchini. Sarete nel vostro letto prima dell’alba e nessuno saprà mai nulla.

― Non posso.

Lui scosse ancora la testa. ― Se vi trovassero non vi aspetterebbe il convento, credetemi! Sareste considerata una spia, e non c’è nulla di peggio. Non avete idea di quello che fanno ai traditori.

Rosa tremò. Per un momento fu tentata dall'idea di tornare al sicuro, lontano da ciò che aveva visto in un solo giorno. Ma l'immagine di sé che rientrava di soppiatto, col favore del buio, nella casa di chi l’aveva protetta fino a quel momento, la faceva star male. Il suo futuro sarebbe stato solo un cumulo di bugie a cui non avrebbe saputo reggere.

― Ho fatto una scelta e, credetemi, è troppo tardi per tornare indietro. Vi prego, lasciateci andare.

― Maledizione! ― Bertuccio pensò che senza un carretto, quelle giovani donne non avrebbero avuto altra scelta che rientrare in città, abbandonando lo svevo al suo destino. Ma aveva fatto una promessa a Rosa, e non era affatto sicuro che, rientrando a Milano, per lei tutto sarebbe tornato a posto. Si era già compromessa andando alla prigione in compagnia di una donna invisa a molti.

Fece una smorfia. Sciocche creature, più coraggiose di certi uomini! E anche lui era coinvolto, ormai.

I Bossi forse no, ma Tullia sapeva del suo rapporto con i Bonfanti. A pensarci bene, nemmeno la sua vita sarebbe più stata al sicuro a Milano.

― Va bene, vado a prendere il carro.

Regina lo osservò incerta. Doveva credergli? Strinse le labbra, prese il sacchetto che l’orbo aveva lasciato cadere e si alzò per avvicinarsi all’uomo, decidendo di dargli fiducia. ― Questi sono vostri

― disse piano, aprendolo per mostrargli il contenuto. ― Rosa… ― aggiunse poi: ― dategli anche quello che avevamo già stabilito. Voglio…

Lui alzò una mano per zittirla. Prese il sacchetto e annuì. ― Questi mi basteranno per una vita, che forse, grazie a voi, non sarà ancora tanto lunga. ―. Poi, senza guardarla, come se si vergognasse della decisione presa, aggiunse: ― Vi accompagnerò, so quali strade prendere per nasconderci dalle pattuglie. Quando saremo al confine, non appena vedremo un’avanguardia straniera, vi lascerò. Vi spaventeranno, ma se voi dichiarerete subito che state accompagnando un comandante svevo in città, vi faranno da scorta. Meglio muoverci immediatamente; prima, però, dobbiamo sistemare questo…

Prese l’orbo per le braccia e lo gettò nella fossa.


* * *

Bosco di Bianasco
 

La nebbia che saliva dai canali della bassa lambiva le ruote del carro, nascondendo le insidie del terreno e rallentando la loro marcia. Regina scrutava l'orizzonte, dove il grigio del cielo si confondeva con quello della terra, finché il battito ritmato di molti zoccoli e il riflesso metallico delle armature non squarciarono quel velo.

Non erano i colori del comune milanese; erano le aquile imperiali che brillavano sulle insegne degli svevi.

Erano in terra pavese.

Regina strinse le labbra e prese la mano di Freda. Avevano temuto di non farcela dopo ore passate nel buio del bosco per evitare la strada maestra; all’alba e nella prima ora di luce, quelle stesse nebbie li avevano protetti. E ora…

Davanti a loro, le sagome dei cavalieri svevi iniziarono a prendere forma. Bertuccio tirò le redini, arrestando il ronzino con un sussulto. Guardò Rosa, che sedeva accanto a lui, e le passò le briglie.

― Qui le nostre strade si dividono ― disse l'uomo, la voce tesa. ― Se mi trovano, per me è la fine.

Senza attendere risposta, scese dal carro con un balzo agile e, prima che il grido di "Halt!" risuonasse nell'aria umida, si era già dileguato nel nulla, scomparendo tra i fitti pioppi che costeggiavano la strada fangosa.

Regina scese a sua volta e si fece avanti da sola, i capelli e il mantello sporchi di sangue e di fango.

Era impaurita, con il peso dell'otricello sul fianco e la vita delle sue compagne e di Stephan fra le mani, mentre un cavaliere le puntava la lancia al petto.

“Wer seid ihr? Identificatevi!” tuonò una voce da dietro un elmo chiuso. Fu una sferzata nel silenzio della bassa, sottolineata dal rumore secco dei loncini che scattavano in avanti, abbassandosi di colpo su Regina.

Lei conosceva quella lingua; al castello, grazie a Lieselotte, era riuscita a migliorarla, e fu in grado di parlare in modo chiaro, attenta che la voce non tremasse troppo. Non era solo per lo spavento, ma anche per il sollievo: quegli uomini sarebbero stati la loro salvezza. Indicò con un gesto solenne il corpo ferito sul carro.

― Sono la baronessa Regina Deinburg di Hezen. Su questo carro trasporto un comandante del…

nostro Imperatore. È ferito e ha bisogno di un medico. Aiutateci, e portateci immediatamente a Pavia!

Ci fu un momento di silenzio, rotto solo dallo sbuffare dei cavalli. Poi, uno dei cavalieri si sporse e osservò il ferito. Era indubbiamente uno di loro, così come la ragazza bionda che lo accompagnava – pensò guardando Freda – era chiaramente della loro stirpe. Il soldato fece un cenno d’assenso al suo superiore e il tono dell'uomo cambiò istantaneamente.

― Binasco è a meno di un miglio. Gli daremo lì le prime cure, poi una scorta vi accompagnerà a

Pavia.

Gli ordini secchi in tedesco volarono nell'aria mattutina: non erano più guardiani sospettosi, ma una scorta d'onore.

 

 





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