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Pavia, casa Deinburg
Il caldo era stato insopportabile, ma il sole era ormai tramontato accompagnato da una lieve brezza che veniva da est e rendeva fresca e piacevole la sera.
Regina aveva spento le candele e si era seduta sul davanzale della finestra, godendo di quell’aria dolce e degli sprazzi di vento che, di tanto in tanto, la raggiungevano, portandole i profumi estivi del giardino.
Non poteva dormire, poiché le novità che l’avevano raggiunta di prima mattina erano gravi, sebbene Lieselotte, che gliele aveva recate, le giudicasse di buon auspicio per il suo futuro.
L’imperatore, che aveva saputo della fuga di Stephan da Milano, l’aveva invitato a raggiungerlo a palazzo e aveva espresso il desiderio di conoscere, infine, la sua sposa.
Lieselotte era stata costretta ad ammettere che il cognato era furioso, ma non vedeva come avrebbe potuto rifiutare. Un invito di Federico era un ordine, e Stephan aveva già mancato sposando una milanese, ben sapendo che il sovrano avrebbe visto di buon occhio un’altra unione. Qualsiasi decisione avesse inteso prendere, era ormai costretto a fingere che il matrimonio fosse ancora di suo gradimento, sempre che non avesse… E Lieselotte si era fermata, lasciando Regina nell’ignoranza e nell’incertezza.
Ora si volse di scatto quando sentì aprirsi la porta, e i suoi occhi frugarono ansiosi nell’oscurità.
Il cuore le saltò in gola quando riconobbe Stephan, e non osò muoversi mentre lui avanzava nella stanza ed entrava nel raggio di luce del quarto di luna che brillava nel cielo. Era guarito, ormai, era di nuovo forte e bello come prima, forse di più, perché lei lo vedeva senza il velo del sospetto, con gli occhi dell’amore.
― Sono felice che tu abbia deciso di vedermi ― sussurrò dopo un lungo silenzio.
― Ne eri ansiosa?
― Sì… ero ansiosa.
― E immagini perché sono qui?
Regina trattenne il respiro. Le visite notturne di uno sposo non avevano forse sempre uno stesso significato? Se fosse stato vero… All’improvviso un brivido le salì lento lungo la spina dorsale. Se l’avesse cercata di nuovo, forse avrebbe potuto riconquistarlo; avrebbe saputo dimostrargli tutto il suo amore, e lui avrebbe compreso che non poteva esserci stato nessun altro. Nessun altro, mai!
Stephan le si avvicinò tanto da sfiorarla. Lei tremò, e sospirò appena. Affrontò il suo sguardo che le carezzava il viso, soffermandosi sulla linea morbida delle labbra prima di scivolare lungo la gola e accendersi alla vista dei seni, nascosti appena dalla tunica di lino sottile.
― Sei sempre bellissima ― le sussurrò abbassando piano la stoffa su una spalla, lasciandola nuda e irresistibile alla luce bianca della luna. Aveva superato la prova: il suo ventre era vuoto del figlio di quel cane milanese, e lui la voleva.
Regina resistette all’impulso di tendere la mano e carezzarlo a sua volta. Comprendeva che lui non voleva tenerezza, soltanto possedere il suo corpo. Si mosse appena, lasciò che le denudasse
l’altra spalla e che accompagnasse con un gesto lento la discesa della tunica lungo le braccia e lungo i fianchi, fino a che non cadde con un fruscio leggero ai suoi piedi.
Stephan la guardò a lungo. Era sempre desiderabile; troppo. Ma quel corpo dalla pelle di seta era appartenuto a un altro. Con un gesto violento se l’attirò contro; le cercò le labbra e le forzò, quasi, in un bacio rabbioso e carico di passione. Lunghissimo, perché fortemente desiderato.
Lei sentì la lingua cercare la sua, la bocca ferita, le mani forti premerle sulla schiena. Era tanto, troppo tempo… Alzò le braccia e gli cinse la nuca, afferrandosi a lui, rispondendo a quel bacio brutale con tutto l’amore e tutto il desiderio che sentiva per lui.
Stephan si staccò per un attimo, con il respiro mozzo. Era andato da lei per possederla, per dimostrare che era niente, soltanto una cosa che lui avrebbe potuto usare a suo piacere. Ma ora si sentiva preso, come se Regina avesse posseduto un laccio invisibile fatto di emozioni e di irresistibili promesse. Tornò a baciarla, questa volta in una lenta ricerca del piacere. Le sue braccia la strinsero e la sollevarono per portarla sul letto; e lì dimenticò il risentimento, la rabbia, la vendetta.
“Lo amo… lo amo tanto!” pensò Regina mentre gli si stringeva contro, rispondeva ai suoi baci, restituiva le sue carezze. “Lo amo davvero…” Poi ogni suo pensiero si perse nel piacere che le davano le mani esperte sui suoi fianchi, le labbra instancabili sui suoi seni, sul suo ventre, fra le pieghe più segrete della sua pelle. Quando lui la penetrò, non desiderava altro, perché nient’altro importava.
Quando il mondo intorno a lei riprese vita, sentì il respiro ancora affannoso di Stephan sulla sua gola, il suo peso su di lei, la sua stretta ancora possessiva. Emise un lungo respiro di gioia sentendolo ancora nel suo ventre e ricordò momenti simili in passato, quando continuava a tenerla stretta a sé dopo l’amore. L’avrebbe fatto ancora? D’istinto si strinse di più a lui, con la paura di perderlo.
Anche Stephan ricordava quei momenti, intimi e dolcissimi. Momenti in cui aveva goduto del calore di quel corpo caldo e appagato fra le sue braccia. Un corpo che aveva creduto suo. Una collera improvvisa lo invase. Avrebbe voluto soltanto usarla, ma ormai sapeva che non era possibile. Ogni volta che l’avesse toccata, si sarebbe sentito felice, forte, unico, straordinario, prigioniero di un sortilegio. Non poteva tollerarlo. Doveva liberarsi di lei!
La respinse e rotolò dall’altra parte del letto. Un corpo caldo da soddisfare lo avrebbe trovato ovunque. Si alzò dal letto e cominciò a rivestirsi. Lei non parlava, non pregava, non accusava.
― Lieselotte ti avrà senza dubbio detto che sei stata invitata a corte ― disse all’improvviso, senza voltarsi.
Regina trattenne un singhiozzo. Neppure la guardava! L’aveva presa e subito abbandonata. Non l’avrebbe amata mai più e, forse, col tempo avrebbe cessato di desiderarla. Non sarebbe mai riuscita a riconquistarlo.
― Sì ― rispose distratta.
― Non hai mai desiderato conoscere l’imperatore sanguinario, come lo chiamavi tu ― continuò lui, volgendosi di scatto per leggere la verità sul suo viso. Sembrava candida come un giglio. ― Che farai ora?
― Quando sono venuta a Pavia ero consapevole di quello che facevo. Intendo essere una buona moglie. Verrò.
― È per giovedì. Cerca di trovare un abito degno della corte imperiale. Non voglio si possa pensare che trascuro l’aspetto di… della donna che ho sposato. Dirò a Lieselotte di provvedere a far venire un mercante, così potrai scegliere i gioielli da indossare.
Regina chinò il capo, ricordando la notte in cui le aveva messo al collo la catena col rubino.
― Non sarà necessario, Stephan. Posseggo ancora alcuni di quelli che mi hai regalato.
― Credevo avessi pagato la mia libertà con i gioielli ―. Si chinò in avanti e le strinse brutalmente il polso. ― Con che cosa l’avresti pagata, dunque?
― Con gli unici che portavo nel momento in cui misi piede nella prigione.
― In quel momento? Non ti eri preparata?
Regina sentì il sospetto nella sua voce, e una punta di curiosità. ― Non mi vuoi credere, lo so, ma io non sapevo che fossi ancora vivo. Quando lo scoprii corsi alla prigione per averne la certezza; pagai le guardie per vederti, e il tuo carceriere per convincerlo a farti fuggire. Era avido, e Rosa, che era con me, fu costretta a offrirgli anche un suo gioiello.
― Era avido, ma si accontentò di poco. Rischiava la vita, dopotutto.
― Avrebbe avuto molto di più, in seguito. Rosa trattò molto meglio di me la tua liberazione; era sicura che quell’uomo ti avrebbe portato fuori morto dalla prigione, perché per lui sarebbe stato più facile. Gli assicurò, quindi, che in quel caso l’accordo sarebbe stato annullato e non avrebbe avuto nulla.
― Se è così, era uno sciocco, o voi eravate molto ingenue. Che cosa gli impediva di ammazzarmi dopo aver preso i gioielli?
― Tentò, infatti, di farlo. Io lo colpii.
Stephan rimase silenzioso per un attimo. Forse era vero, lui dopotutto era vivo; ma non riusciva a dare al gesto il significato che lei avrebbe voluto. ― Col suo stesso pugnale, come facesti con Ulthdrich?
Regina avvertì l’incredulità, il sarcasmo nelle sue parole. Una vampata di sdegno l’accese, per spegnersi subito dopo. Doveva essere paziente; forse un giorno le ferite del cuore avrebbero bruciato di meno, e lui avrebbe compreso.
― Lo colpii alla nuca con una pietra, mentre cercava di strangolarti ― rispose con voce atona.
Lui parve non ascoltarla. Si avvicinò alla porta, ma prima di aprirla si voltò. ― Domani farò venire un mercante di gioielli. Se il tuo drudo milanese non è stato tanto generoso da farti dei doni, temo che tu non possieda nulla che ti consenta di presentarti a corte. Voglio anche che tu scelga qualcosa per ripagare di quello che ha perduto a causa mia la ragazza che ti ha accompagnato.
* * *
Alla Reggia di Pavia
Regina era abituata alla bellezza e al lusso, ma il palazzo dell’imperatore la lasciò senza fiato mentre percorrevano i lunghi corridoi che portavano alla sala delle udienze.
Per la prima volta si chiese se fosse davvero vestita con il fasto adatto a quella circostanza. L’abito, di un blu intenso, era forse un po’ scuro, ma contrastava magnificamente con la sua pelle d’avorio; e i ricami d’argento, sul corpetto e sullo strascico, lo illuminavano come stelle nella notte. Né mancavano i gioielli. Stephan non aveva posto limite alle sue spese e lei, forte di un’antica arroganza difficile da seppellire, si era un poco vendicata, acquistando pezzi di grande valore. Fra i capelli aveva un cerchio di filigrana d’argento con incastonati piccoli zaffiri e sul seno riposava una superba collana di diamanti e zaffiri.
Stephan l’aveva guardata in modo strano quando l’aveva veduta, ma non aveva detto una parola; non un solo complimento, mentre la guidava verso le portantine, né ora, mentre le camminava a fianco e varcava con lei la soglia della sala delle udienze.
C’erano molti cortigiani all’interno, ma sul fondo erano ben visibili i troni dell’Imperatore Federico e della sua sposa.
Regina vide che molti sguardi erano posati su di lei, alcuni ammirati, altri curiosi. Certo molti conoscevano il barone di Hezen e sapevano della sua sposa milanese, ma sapevano tutto? Intimidita, posò una mano sul braccio di Stephan e gli lanciò un’occhiata ansiosa.
― Cosa c’è?
― Sono intimorita ―. Sorrise appena, per creare tra loro un legame che lui non sembrava cercare.
― Credi sia adatto il mio vestito per questa occasione? Vedo dame così sfarzosamente vestite.
Lui le sfiorò il viso e il corpo con un breve sguardo intenso. Era così attraente! Fingeva di non esserne consapevole, o davvero si sentiva a disagio? Era perfetta in quella veste, come lo era nuda nella notte stellata. Il desiderio di lei lo colpiva sempre a tradimento, ed era vivo e prepotente anche in quell’istante; proprio per quello, per quel dominio che Regina sembrava avere su di lui, la sua decisione si fece più forte e ostinata. Quel che intendeva fare era umiliante per una sposa, ma lei non avrebbe potuto né voluto opporsi; aveva troppa fierezza.
Regina fermò a mezzo un sospiro. Desiderio, determinazione, rimpianto: le era parso di leggere tutto questo negli occhi chiarissimi di Stephan. Provava un senso di disagio, e insieme di dolorosa attesa, come se un pericolo incombesse su di lei. Che cosa poteva fare, lei, a corte, se il suo sposo non voleva neppure parlarle?
― Ti stanno ammirando tutti ― rispose infine lui, fermandosi a fianco di una colonna.
Regina sperò che l’imperatore li facesse chiamare presto. Lieselotte le aveva detto che se l’imperatrice non avesse deciso di trattenerla, dopo avrebbero potuto prendere congedo.
Da quella posizione poteva vedere bene l’imperatrice Beatrice di Borgogna, giovanissima e graziosa, seduta altera sul suo trono. Lui, il Barbarossa, lo vedeva di profilo, mentre parlava con un suddito e sorrideva. Quello era l’uomo sanguinario che voleva mettere in ginocchio Milano, eppure, guardandolo, non pareva l’orco che aveva immaginato; al contrario, non era privo di attrattiva.
Aveva lineamenti fini e la barba e i capelli non possedevano quell’orribile tonalità di rosso che aveva visto di frequente nelle genti del nord.
― È diverso… ― mormorò quasi a se stessa.
― Davvero? ― ribatté Stephan, senza chiederle di chi parlasse: aveva seguito il suo sguardo spiando le sue reazioni.
― Ed è giovane.
― Credo abbia solo qualche anno più di me.
― L’imperatrice è sempre così rigida?
― Lieselotte potrà soddisfare ogni tua curiosità questa sera.
Regina arrossì, e tacque. Lasciò vagare lo sguardo, mascherando una curiosità tutta femminile, su quanti le stavano attorno. C’erano molti germani, naturalmente, e parecchi nobili lombardi. Colse le occhiate curiose di due donne anziane e si chiese se stessero parlando di lei o del suo vestito. Poi avvertì uno scambio di sguardi fra Stephan e una giovane donna di grande bellezza, in abito rosso rubino, poco lontano da loro. Immediata, sentì una fitta di gelosia. Aveva fianchi rotondi e seno fiorente, messo bene in vista dalla generosa scollatura. Il viso era perfetto, e la bocca, grande e carnosa, rossa e provocante sui denti bianchi. Era stata una delle sue amanti? Lo sarebbe stata di nuovo ora che lui era tornato a Pavia?
Un giovane paggio distrasse i suoi pensieri. Portava l’invito dei sovrani, e Stephan le offrì la mano. Lei si volse appena per guardare ancora la donna in rosso: questa sorrideva soddisfatta, come fosse certa di aver ottenuto quello che voleva.
Se aveva temuto di non piacere al sovrano soltanto perché era milanese, dovette ricredersi presto.
Federico aveva poco più di trent’anni ed era sensibile al fascino femminile.
― Mi avevano detto, signora, che eravate di rara bellezza ― disse l’imperatore parlandole in latino come segno di cortesia. ― E non mentivano. Non è così, mia cara? ― aggiunse lanciando una breve occhiata d’intesa alla giovane imperatrice, che, sorprendentemente, sorrise. ― Vi accolgo con molto piacere alla mia corte.
Regina si inchinò di nuovo. ― Vi ringrazio.
― Che avevate buon gusto, Deinburg, lo sapevamo, tanto da prevenire un nostro… invito ―
continuò l’imperatore ― Tuttavia, come uomo, se non come sovrano, posso comprendervi.
Parve a Regina che Federico volgesse appena lo sguardo verso il gruppo delle dame dell’imperatrice, tra le quali si scorgeva una giovane donna snella, che guardava verso di loro con aria offesa.
La Wielber, senza dubbio, e si stupì di ricordarne il nome.
― Sono felice che siate guarito. Presto avrò ancora bisogno dei miei uomini migliori.
― Sono ai vostri ordini, sire.
― Lo siete sempre, mio caro amico, ma fate anche sempre quello che volete.
Regina si sorprese a guardare l’imperatore con grande attenzione. Stephan era in disgrazia? Ma l’espressione era serena, quasi divertita. Probabilmente a un fedele guerriero, con un feudo ricco d’oro e di uomini, potevano essere perdonate scelte troppo personali.
― Ho appreso, anche, che lo dovete alla vostra sposa se ora siete qui.
― Così sembra ― si limitò a rispondere Stephan.
― Come avete fatto, signora?
― Ho pagato uno dei carcerieri ― rispose con grande semplicità Regina.
― È stato facile?
Facile! Regina ricordò il momento terribile in cui l’orbo stava per strangolare Stephan. Esitò, cercando le parole che non la rendessero né sgradita né sospettabile: ― Non molto facile, sire.
― Comprendo. Avete fortuna, Hezen. Avete una moglie invidiabile, siete vivo grazie a lei, e, quando riconquisteremo Milano avrete ancora il feudo che vi è stato sottratto con la forza. Ci sarà utile, un giorno.
Regina chinò il capo e strinse appena le labbra. Il feudo era stato riconquistato. Non era mai appartenuto agli svevi.
― La mia sposa tornerà là, non appena sarà possibile.
Regina sentì un nodo stringerle la gola. Quando fosse tornato svevo, lei avrebbe abitato ancora il castello di San Martino? Perché? Da tempo Stephan diceva che il suo feudo, in Svevia, aveva bisogno della sua presenza. Dopo la morte del padre, era curato da un amministratore designato dall’imperatore, ma non poteva essere così per sempre.
― Che intendete dire, amico mio? ― chiese l’imperatore.
― Devo molto alla mia sposa. Proprio per questo, quando voi vi degnerete di concedermi il ritorno in Svevia, io le permetterò di restare in Lombardia.
Regina sentì il sangue defluirle dal viso.
La stava ripudiando, la stava respingendo davanti al suo sovrano! Un dolore intenso le strinse il cuore. Né rabbia né mortificazione. Soltanto dolore. Non avrebbe mai più potuto riconquistare il suo sposo perché lui non glielo avrebbe mai consentito. L’allontanava nel modo più offensivo e doloroso.
Se l’avesse uccisa, forse sarebbe stato meglio.
― E non pensate a un erede per Hezen?
― La moglie di mio fratello Hans è gravida. La successione è assicurata.
L’imperatore rispose con voce grave: ― Non vedo come potrei oppormi alla vostra decisione, sempre che non voglia farlo la baronessa. Ditemi, signora, siete consenziente? Non dovete temere:
dite quel che pensate, siete di fronte al vostro Imperatore.
― Accetto ogni decisione del mio sposo ― rispose lei riuscendo a mantenere la voce ferma. Sperava soltanto che fossero congedati molto presto, per lasciare quel luogo prima di tradirsi con una parola, o con una lacrima.
― Ebbene sia ― concesse Federico. ― Vi ordino, Stephan Deinburg di Hezen, di provvedere alla vostra sposa in modo adeguato. E voi, baronessa, non esitate a chiedere la nostra protezione, se mai vi fosse necessaria.
Regina si inchinò. La sovrana le sorrise e per la prima volta le rivolse la parola.
― Sarò molto felice di rivedervi a corte, baronessa.
Regina chinò il capo in segno di ringraziamento. Naturalmente non sarebbe mai tornata a palazzo, nemmeno se avesse continuato a vivere a Pavia. Lei, ormai, era la sposa ripudiata di Stephan
Deinburg.
In breve furono fuori dalla sala delle udienze. Stephan camminava piano, con calma, e lei fu costretta a stare al suo passo; anche se avrebbe voluto avere le ali ai piedi per allontanarsi prima.
― Era la soluzione migliore ― disse lui all’improvviso, quasi a scusarsi per l’umiliazione che le aveva fatto subire. Era stata forte; poche donne sarebbero rimaste così fiere e composte davanti a una simile prova. Ricordò quando lei, nella cella fetida dove era stata rinchiusa, gli aveva detto:
“Sono Regina Celeste Balestrieri!” e poi quando aveva osato pretendere che uscisse dalla sua camera.
Sì, aveva coraggio. Anche quando gli aveva gettato in faccia quello che pensava di lui, ne aveva avuto. Sempre!
― Ne sono certa ―. Non alzò la testa per guardarlo, le faceva troppo male, ma non esitò a sferrare un’accusa: ― Ora sarai libero, e l’imperatore non potrà costringerti a sposare donne che non ti interessano.
Stephan corrugò la fronte: Regina sapeva della contessina Wielber? Certo era stata Lieselotte a parlargliene.
― Infatti ― rispose secco.
Regina continuò a guardare davanti a sé, mentre camminava rigida al suo fianco. ― La donna in rosso che ti lanciava sguardi così invitanti non era pronta a salvarti, allora?
Che senso poteva avere spiegarle, ora, che quando l’aveva sposata non aveva pensato né alla
Wielber né a Candida? Che aveva voluto soltanto lei, col corpo e con l’anima? Che, nonostante i desideri dell’imperatore, lui era sempre stato in condizione di poter scegliere?
― Lo ignoro ― disse. ― Non era vedova a quel tempo.
Regina alzò la testa di scatto e si fermò per affrontarlo. ― Hai distrutto, per il tuo piacere, la vita che io volevo vivere. Credo che tu sia stato offeso ben più che ferito da quanto è accaduto fra noi in passato.
― Credi quel che più ti piace.
― Poiché non ha alcuna importanza, vero? Sì, marito mio, penso che sia stata la soluzione migliore!
Gli voltò le spalle e riprese a camminare a testa alta, precedendolo.
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