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Va bene.
Non è vero che non lo rivedrò proprio più, più.
Anche mister sorriso è sceso con me a Kyoto Station, come la gran maggioranza dei turisti presenti sul treno.
Ma la città è enorme, di conseguenza è praticamente impossibile per me rivederlo.
Così cerco di frenare l’impulso di sbirciare da che parte se ne va e mi dirigo fuori dalla stazione super affollata.
Cielo! Ma quanta gente c’è qui dentro?
Cos’è, una città dentro la città?
Evitando un’orda infinita di turisti e pendolari, mi appoggio un momento a una colonna in cemento accanto a uno stand che vende dolcetti mochi al tè verde ed estraggo la mia cartellina dove tengo i fogli con la prenotazione dell’albergo completa di indirizzo e poi mi sbrigo a cercare un taxi libero che mi porti fino all’hotel Sunline.
A causa dell’ingente traffico del centro città, ci metto più del previsto per arrivare, ma dopo quasi mezz’ora finalmente scendo di fronte al palazzo di circa sei piani color nocciola, dalle grandi vetrate che girano tutt’intorno al piano terra e sulle quali si riflette la luce del sole.
Da fuori sembra una struttura piuttosto semplice, ma è solo un’impressione. Come varco la soglia mi trovo davanti a una bellissima hall, dai caldi colori dell’ocra delle pareti e del rosso della moquette.
Dietro al bancone nero e oro, liscio e super lucido, trovo due impiegati molto sorridenti, che gentilmente mi danno il benvenuto con un piccolo inchino.
Dopo aver fatto il check-in e chiacchierato con il ragazzo che sta seguendo le mie pratiche... sono sempre tutti curiosi di sapere se sono o meno giapponese... recupero la chiave della stanza, il mio incudine da due tonnellate, -meglio conosciuto come il mio zaino- e poi mi dirigo agli ascensori, destinazione quinto piano.
Apro la porta marrone scuro della stanza 511 ed entro in quella che sarà la mia casa per i prossimi giorni sospirando estasiata come varco la soglia.
La camera è davvero enorme.
Moquette marrone che ha l’aria di essere incredibilmente soffice, perfetta per camminarci a piedi nudi. Mura bianche, con un bel letto ricoperto dal solito piumone bianco al centro di tutto.
Abbandono lo zaino sul pavimento dentro la cabina armadio accanto all’ingresso, la borsa sopra la scrivania nera lucida vicino al letto, scalcio via le scarpe emettendo un profondo gemito di piacere e mi getto a quattro di spade sul morbido materasso, sentendo tutta la stanchezza del viaggio farmi formicolare ogni estremità.
Sono esausta. Mi sento come uno spaghetto stracotto, molliccio e sfatto.
Mi sono svegliata alle sei e mezza del mattino per riuscire ad arrivare in tempo in stazione a prendere il treno e in cinque e passa ore di viaggio non ho chiuso occhio per via della strana agitazione che mi si è smossa fin nelle viscere a causa del mio vicino di posto.
Purtroppo non posso fare a meno di chiedermi in quale parte di Kyoto alloggia e che cosa farà stasera.
E domani.
E dopodomani.
E...
«Basta, Adaline!» mi urlo da sola dandomi una schicchera sulla fronte per tentare di riprendermi.
Dopo un paio di respiri profondi sono certa di aver riacquistato il pieno controllo delle mie facoltà. Okay, almeno ci sto provando. Così opto per una bella doccia ad azione sbollente… speriamo abbiano un ottimo sifone… prima di dirigermi in un primo giro esplorativo della città.
Sto passeggiando da una mezz’oretta.
Sono arrivata nella zona centrale della città, con ai due lati della strada moltissimi ristoranti, negozi di souvenir, abbigliamento e bar.
Sono le sette di sera e qui c’è moltissimo passeggio.
È pieno di ragazzi in giro con gli amici per passare la serata. Uomini d’affari che camminano spediti con il cellulare saldo sotto gli occhi e la ventiquattrore stretta in mano, ragazzine che sorridono allegre mentre si mangiano una crepes, o uno spiedino di calamari e una fiumana di turisti come me, che guardano estasiati ogni più piccolo dettaglio di questi palazzi altissimi mischiati abilmente con strutture vecchie di secoli.
Dopo l’ennesima persona che mi passa accanto con qualcosa di davvero delizioso sotto i denti, il mio stomaco inizia a brontolare feroce di riflesso, così decido che è arrivato il momento perfetto per cercarmi un ristorante di sushi, entrando nel primo in cui mi imbatto.
Ovviamente, anche qui è pieno zeppo di gente, sia seduta a mangiare che a fare la fila. Ma in Giappone è quasi ovunque così. Pertanto detto il mio nome alla ragazza all’ingresso e lei in un inglese stentato mi avverte che dovrò aspettare all’incirca venti minuti.
«Arigatou gozaimasu[2]!» le sorrido abbozzando un piccolo inchino che lei contraccambia, prima di tornare al lavoro.
Sola, scruto un po’ l’ambiente.
Ci sono moltissimi tavolini in legno scuro, alcuni nascosti da separé in legno, mentre molte persone sono sedute di fronte al lungo bancone in legno dove i Sushiman realizzano le loro creazioni.
Spero mi facciano accomodare lì. Adoro guardarli lavorare, sono fantastici! L’agilità con cui muovono le dita mentre preparano innumerevoli involtini di pesce e riso è davvero strabiliante e ipnotica.
Notando che dietro di me sono sistemate alcune sedie vuote, mi accomodo, estraggo il cellulare e inganno il tempo.
Come lo sblocco ci scopro almeno venti messaggi nella chat della mia famiglia. E sono praticamente tutti di mia madre. Solo uno è di papà. E sono tutti uguali…
Papà: Come stai, Ady? Arrivata a Kyoto?
Mamma: Ehi, tutto bene?
Mamma: Perché non mi rispondi?
Mamma: Adaline, rispondimi che inizio a preoccuparmi!
Che stress! Sono tutti a distanza di tre minuto l’uno dall’altro. Ma perché deve andare in ansia se non le rispondo entro mezzo secondo?
Replico con un tutto bene e racconto loro come è andato il viaggio e che ora sono in fila in attesa di cenare.
Mentre invio, ho come la sensazione di essere osservata. Ma questa volta percepisco qualcosa di differente da questo sguardo. Non è pieno di curiosità. È più simile a un’ondata di calore ed elettricità che mi avvolge da capo a piedi facendomi drizzare ogni singolo pelo che ho in corpo. Che cosa bizzarra!
Sollevo l’attenzione agganciandomi una ciocca castana dietro un orecchio e prendo a guardarmi in giro confusa, almeno fino a quando i miei occhi non vengono intercettati da due profondi e caldi simili a del cacao al latte fuso, i quali mi ricambiano a dir poco stupiti e pieni di una luce rovente.
Oh. Santa. Miseria!
È lui!
Il bel cu… ahm… il bel ragazzo del treno!
Tra tutti i ristoranti presenti in città, come è possibile che siamo incappati proprio nello stesso?
Sbatto più volte le ciglia, e proprio come questa mattina, mi è del tutto impossibile sciogliere questo legame visivo, facendomi sciogliere il sangue nelle vene e contorcere il basso ventre.
Ha uno sguardo di un’intensità magnetica quasi eccessiva!
Come è possibile che un tizio che non conosco, incrociato solo due volte, sia in grado di farmi sentire come se avessi le vene invase da una colonia di formiche?
Non è possibile!
Sto forse impazzendo?
Sarà un problema di jet lag?
Sul volto segnato dalla stanchezza del mio bruno misterioso si apre un bellissimo e coinvolgente sorriso, mentre lascia vagabondare quelle iridi scure attraverso tutta la mia figura, in una vera e propria lastra, puntandoli poi sulle mie gambe lasciate scoperte dalla minigonna di jeans, facendomi sentire quasi nuda per il modo in cui gli si incupisce ora l’espressione.
Mi sento arrossire fino alla punta dei piedi, ma per fortuna arriva la ragazza di prima a informarmi che si è liberato un posto, così riesco finalmente a interrompere questo strano contatto che è quasi un cortocircuito dei sensi, sbrigandomi a seguirla nella grande sala, prima di commettere una sciocchezza, tipo sedermi sulle sue ginocchia e prendere a divorargli quella bocca che immagino essere capace di meraviglie.
Per la mia gioia immensa mi fanno sedere al bancone e io elettrizzata mi incanto a guardarli all’opera, invece di scegliere cosa mangiare, per non so quanto tempo.
«Sono davvero bravi!» esclama una voce calda con un curioso accento, causandomi dei piccoli brividi di piacere lungo la spina dorsale.
Mi volto di scatto scorgendo subito il ragazzo del mistero sedersi accanto a me.
Di nuovo.
È proprio destino allora?
«Sì, molto. Mi affascina sempre guardarli» replico, ricambiando il sorriso cordiale.
Lui si morsica il labbro inferiore con gli occhi scintillanti che seguitano a immergersi nei miei. «Comunque io sono Elliot» si presenta allungando la mano grande dalle bellissime dita lunghe, un po’ callose, verso di me.
«Adaline» ricambio il gesto, preparandomi mentalmente alle classiche domande che accompagnano la scoperta del mio nome, poiché è molto inusuale e il novantanove percento delle volte tutti sbagliano la pronuncia, nonostante io gliel’abbia appena detto.
Tutti dicono: “Adelin”, quando io gli ho specificatamente pronunciato “Adelain”, ma va beh! Ormai ci sono abituata.
«Adaline! Bel nome, davvero. Non lo avevo mai sentito.»
Sono sorpresa. L’ha pronunciato correttamente!
Questo gli regala altri punti. Molti se penso al suo accento particolare.
Mannaggia!
«Grazie. Anche per averlo pronunciato correttamente.»
Sul rullo davanti a noi passano un’infinità di piatti pieni di particolari pezzi di sushi, sashimi, nigiri... molti fatti con tipi di pesci che non ho mai visto.
Afferro al volo tre piattini di colori diversi senza dare troppo peso a come sono fatti, metto la polverina di tè matcha nel bicchiere, lo riempio con l’acqua bollente disponibile al piccolo rubinetto che spunta tra il mio posto e quello del mio vicino, e mi appresto a mangiare.
Con la coda dell’occhio noto che anche il mio vicino ha a sua volta scelto i suoi primi tre piatti e sta per mangiare, così mi volto verso di lui, con il boccone di sushi al... non ne ho idea, ma spero sia buono... bloccato a metà strada dalla mia bocca con le bacchette.
«Itadakimasu[3]!»
«Grazie, anche a te», replica con sempre il sorriso sulle labbra e una scintilla nello sguardo.
Assaggio il primo involtino e… Santa Miseria! Le mie papille gustative stanno già cantando.
«Dunque, cosa ti porta nel paese del Sollevante?» indaga Elliot fra un boccone e l’altro.
«Era da tanto che volevo venirci. Mi ha sempre affascinata la sua cultura, i suoi usi e poi volevo conoscere l’altra metà delle mie radici» sorrido prendendo un sorso di tè. «E tu?»
«Io volevo approfondire la lingua. Ho seguito un corso di giapponese e mi è parsa una buona idea intraprendere questo viaggio per perfezionarmi.»
«Bello! Pertanto lo sai anche leggere?» Appoggio le bacchette in legno nere sopra al loro appoggia bacchette in ceramica del medesimo colore per afferrare un altro piattino.
Elliot annuisce piano inghiottendo il suo boccone. «Sì, anche se ancora molte volte mi confondo e sbaglio. Tu no?» Inarca un sopracciglio castano e io diniego con la testa.
«Mio padre non me l’ha mai insegnato. So il parlato piuttosto bene, e lo capisco anche con facilità, ma non proprio tutto. E gli ideogrammi mi sembrano tutti uguali!»
«E non ti ha mai portato qui prima d’ora?»
Abbozzo un timido sorriso. «No. Diciamo che lui e i suoi genitori non andavano d’accordo, in più lavora molto e raramente ha delle ferie», spiego un po’ evasiva versandomi dell’altra soia nella ciotolina.
«Ma davvero? Come mai? Se posso chiederlo.»
Mi volto ancora a guardarlo e, incredibile ma vero, le parole mi fluiscono fuori con estrema facilità.
Come se ci conoscessimo da una vita.
Come se fosse un vecchio e caro amico.
Così mi ritrovo a parlargli dei miei genitori, della pesante lite fra papà e i nonni per aver sposato un inglese e del silenzio perdurato per oltre venti anni, fino alla loro morte.
Elliot mi ascolta attento, senza dare l’impressione di essere infastidito dalle mie chiacchiere, anzi! Né sembra particolarmente preso. Poi mi racconta che anche lui è per metà inglese e sempre da parte di madre, però a differenza mia, lui è cresciuto in Spagna, a Valencia, la città del padre.
Ci avevo indovinato sul suo accento, il quale fra parentesi è davvero sexy! Il modo in cui ogni tanto arrota la esse con la lingua mi fa decisamente correre un potente fremito in tutto il corpo.
Soprattutto localizzato a sud del mio equatore.
Non avevo idea di possedere questo tipo di feticismo!
Strizzo una gamba contro l’altra e prendo una profonda boccata carica di mille profumi diversi, mentre non smettiamo per un singolo attimo di condividere chiacchiere del nostro viaggio fino a qui.
Io gli parlo delle Hawaii e di cosa ho visto a Tokyo e lui dell’Hokkaido e di tutte le città e piccoli paesi che ha visitato prima di spostarsi anche lui a Tokyo e passarci un paio di giorni, per poi concludere il suo viaggio proprio qui a Kyoto.
«Volevo vedere anche Osaka, Hiroshima, Okinawa, ma diciamo che così ho la scusa per poterci ritornare.»
«È la stessa cosa che ho pensato io!» ridacchio intingendo un sushi di salmone in abbondante salsa di soia.
Elliot mi lancia una curiosa occhiata di tralice, mordicchiandosi il labbro inferiore, mentre sistema dello zenzero sopra il suo nigiri di gamberetto.
«Ottimo allora!» la bocca gli si atteggia in un ghignetto misterioso, mentre la pelle tra le mie sopracciglia si increspa appena.
Ottimo?
Cosa vuol dire con quell’ottimo?
Cerco di ignorarlo e provo a concentrarmi sulla conversazione, la quale non conosce tempi morti. Giusto il tempo di ingerire il cibo. Nemmeno con le mie vecchie amiche della scuola di ballo, ho mai avuto un feeling simile e loro le conosco da sempre, in pratica!
Come mi accorgo di essere piena come un uovo, faccio un veloce calcolo dei piatti che giacciono vuoti davanti a me. Nove. Mi sono spazzolata ben nove piatti colmi di sushi di ogni tipo.
Cielo, sono un pozzo senza fondo!
Per anni mi sono trattenuta nel mangiare, non potevo per via del ballo, e ora che ho chiuso con quella vita sembra proprio che mi stia sfogando!
Getto un occhio curioso alla sua postazione, ritrovandomi a sbarrare gli occhi nel momento in cui finisco la mia conta.
Diciotto?
«Beh! Mi fa piacere non essere l’unica ingorda qui!» sghignazzo stiracchiando le braccia verso l’alto.
Elliot scoppia a ridere, massaggiandosi lo stomaco favolosamente piatto attraverso la maglia in cotone a maniche lunghe marrone, con fare soddisfatto.
«Sono stato in giro tutto il giorno e morivo di fame!»
«Sì, anche io.» Cerco di attirare l’attenzione della ragazza che mi ha fatta accomodare per chiedere il conto. È ora di andare a nanna, domani giornata piena.
«Già te ne vai?» Da come mi guarda sembra realmente dispiaciuto.
Mi piacerebbe prolungare questa serata, ma c’è troppa chimica tra noi.
È palpabile.
Credo che anche il tizio seduto in fondo la sala, se ne sia reso conto.
E io mi conosco.
Non sarei in grado di passare questi otto giorni insieme a lui senza affezionarmi troppo e finirci a letto. Perché so che se trascorriamo ancora un po’ di tempo insieme, mi ritroverò a breve nuda avvinghiata alla sua pelle dorata, mentre lo imploro di sussurrarmi sconcezze in spagnolo, e non posso.
Soffrirei e basta.
Lui Spagna, io Inghilterra.
Non c’è futuro.
Afferro il mio portafogli soffocando un sospiro. «Sì. Domani mi aspetta una lunghissima giornata», faccio per prendere la carta di credito, quando lui afferra il mio foglietto del conto e lo unisce al suo.
«E va bene, ma permettimi almeno di offrirti la cena per ringraziarti.»
Sollevo un sopracciglio perplessa. «Ringraziarmi per cosa?»
Elliot si stringe nelle spalle. «Per la piacevole serata. Per la tua favolosa compagnia. Per aver parlato con me. Per avermi sorriso. Cose così!» conclude tranquillo e sorridente, mentre io mi sento arrossire e scottare come se avessi appena ingerito un’ingente quantità di wasabi per quanto mi bruciano faccia, orecchie e collo, solo che questa sensazione è assai più piacevole.
«Oh... ahm... o-okay... è stato un piacere anche per me», mi ritrovo a balbettare come una scema, mentre prendo a giocare in continuazione con i miei capelli.
Lo faccio ogni volta che mi innervosisco.
Li arriccio attorno al dito. Li liscio. Avanti e indietro le orecchie.
Elliot esplode in un sorriso davvero distruttivo. Uno di quelli che gli fanno assottigliare anche gli occhi, i quali ora sembrano sorridere più della bocca, con le iridi marroni che brillano di luce propria.
Afferro lesta le mie cose, prima di cambiare scioccamente idea e rimanere ancora qui con lui. Infilo il giacchetto di pelle nero, la pashmina rosa e mi alzo dallo sgabello. «Ahm...» tentenno un po’ spostando continuamente il peso da un piede all’altro, intanto che lui seguita a scrutarmi con fare assorto e… Gesù! Persino famelico?
No. Non posso farcela.
Devo uscire da qui.
Di corsa.
«Grazie per la cena allora e della piacevole chiacchierata. Buon proseguimento della vacanza, se non dovessimo rincontrarci», concludo sistemandomi meglio la borsa sulla spalla.
Nelle sue iridi vedo scivolare come una scintilla, mentre si succhia l’interno di una guancia. «Grazie! Buon proseguimento anche a te, bella Adaline.»
Con le labbra che mi arrivano da una parte all’altra del viso, mi allontano verso l’uscita e solo una volta fuori dal ristorante recupero un profondo respiro.
Calmiamo i bollenti spiriti, Adaline cara!
Ma non è facile, poiché non ho mai provato nulla di simile in vita mia. Mai. Nemmeno con il mio ex e dire che siamo stati insieme due anni e che lo conoscevo da dieci.
Perché proprio con un ragazzo con il quale non c’è nemmeno l’ombra di un futuro doveva accadermi un’esperienza tanto stravolgente?
Scrollo la testa per tentare di ritornare in me, scrocchio il collo e a passo spedito mi immergo nella calca notturna della città.
TRADUZIONE NOTE
2- Grazie!
3- Buon Appetito!
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