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«Ce l’hai quasi fatta. Resisti…» mi incoraggia Elliot aprendomi la porta della mia camera.
«Ti ringrazio, ma non serve che mi accompagni anche dentro. Ce la posso fare!» provo a protestare, ma lui non vuole sentire ragioni, guidandomi e sorreggendomi attraverso la stanza aiutandomi a sedermi sul grande letto perfettamente rifatto.
«Coraggio, passami il giacchetto e la sciarpa che te li sistemo sulla sedia.»
«Davvero, non occorre!» tento ancora, ma lui per tutta risposta mi slaccia il giacchetto, mi sfila la sciarpa e li appoggia entrambi sopra la scrivania accanto al letto.
Ma è quando lo vedo inginocchiarsi davanti a me, che scatto nervosa sul posto e striscio all’indietro sul comodo materasso.
«Che… che fai?» squillo allarmata.
«Ti aiuto con gli anfibi!» Il tono dell’ovvio è appena decorato da una risatina, mentre, tutto tranquillo, inizia a slacciarmi la scarpa destra, ma io scivolo bruscamente all’indietro, procurandomi una piccola fitta al ginocchio malandato, ma cerco di far finta di niente.
«Non serve, davvero, hai già fatto molto facendoti usare come stampella per tutto il viaggio di ritorno», cerco di mitigare il mio nervosismo con un piccolo sorriso, ma non credo abbia funzionato un granché, perché ora mi sta fissando con l’aria di chi proprio non se la beve, così sbuffando lo ammetto.
«Uff! Ho camminato tutto il giorno e non vorrei ucciderti come mi togli le scarpe!» confesso percependo le orecchie sfrigolare come pancetta dentro una padella, e la cosa peggiora nel momento in cui lui scoppia a ridere divertito, cadendo addirittura all’indietro sul sedere sopra alla moquette grigia super morbida.
Dopo ben cinque minuti è ancora lì che se la ride di gran gusto. Con tanto di lacrimoni!
«No, ma prego! Fa’ pure!» Incrocio le braccia al petto, assottigliando lo sguardo con fare irritato e minaccioso.
«Scusa, scusa! È che…» proprio non riesce a frenarsi! «Sei stata troppo mitica!» la sua voce è ansimante e rotta dalle fragorose risate che proprio non la vogliono smettere di finire.
Roba da matti!
«Okay! Ora smetto…» si asciuga gli occhi con i palmi delle mani, cercando di ricomporsi un minimo. «Vado a prendere la cena, che ne dici?» propone all’improvviso. Le spalle che ancora sussultano.
«La cena?»
«Sì! Sono le sette e io muoio di fame. Non molto lontano da qui c’è un centro commerciale, faccio razzia di sushi e torno. Ti va un po’ di sushi?»
«Sì, ma…»
«Perfetto! A dopo, Ady» e così dicendo, se ne esce dalla mia stanza, senza darmi la possibilità di ribattere alcunché.
Passeremo la serata in camera?
Insieme?
Da soli?
Con il letto come unico posto per sedersi?
Chikishō[12]!
Lancio un’occhiata severa e ammonitrice al mio ginocchio destro. È colpa sua se ora mi trovo in questa situazione! All’improvviso ha iniziato a farmi un male cane e non c’è stato verso di proseguire con i nostri giri, così Elliot mi ha dato una mano a camminare fino alla strada principale, ha chiamato un taxi e mi ha aiutata fino a qui.
E ora?
Ora mi ritrovo nel panico alla sola idea di passare la serata in camera con lui.
Da soli.
Lontani da occhi indiscreti.
Mi alzo lesta e saltellando su una gamba sola mi dirigo al bagno, mi spoglio e faccio una doccia lampo senza lavarmi i capelli. Cosa non propriamente facile senza appoggiare quasi mai una gamba.
Infilo una canotta bianca, una felpa rosa con la zip aperta, applico la pomata sopra al ginocchio, infilo i pantaloni della tuta, deodorante, crema al viso, alle mani e poi… e poi ho bisogno di un po’ d’aria perché sto per esplodere.
Okay, Adaline.
Ora calmati e respira.
Non succederà nulla.
Avete stabilito delle regole e le rispetterete.
Sei una ragazza giudiziosa, capace di tenere i pantaloni al loro posto senza l’aiuto di nessuno!
Eppure una grande parte di me vorrebbe saltargli addosso, ma so che non posso. È un limite che non mi devo permettere di valicare se voglio sopravvivere a questa settimana.
Passa un’oretta e finalmente sento bussare.
Zoppicando arrivo alla porta, preparandomi mentalmente alla serata, inalando più aria possibile tentando di sembrare rilassata.
«Iniziavo a pensare che mi avessi lasciata a morire di fame!» esordisco, fingendomi del tutto padrona della situazione.
Elliot fa per ribattere, ma lo vedo impuntarsi su di me, con gli occhi all’improvviso scuri e profondi, mentre li lascia scivolare languidi lungo il mio corpo, simili a morbide carezze. «Ti sei cambiata?» la sua voce ha un’inclinazione roca e vellutata e sento molto più marcato il suo accento spagnolo.
«Ehm… sì. Ho fatto una doccia veloce per ovviare al problema anfibi», tento una risata chiudendo la porta mentre lui entra in camera.
«Gentile da parte tua non volermi asfissiare!» lo sento ridere, ma ha ancora quel tono di voce sensuale.
«Spiritosone!» cantileno dandogli uno schiaffetto sulla nuca, prima di sedermi sul letto, sospirando nell’attimo in cui distendo la gamba.
«Tanto male?» indaga preoccupato, estraendo quattro confezioni di sushi, più due bottiglie di tè verde freddo, sistemando sul letto anche il suo portatile.
«Non preoccuparti. Passerà a breve. Ho già messo la pomata e se proprio non va, ho l’ibuprofene. Cosa hai preso?» Sbircio curiosa i bento in plastica neri.
«Sushi di vario tipo, giusto per assaggiare un po’ di tutto e del tè. Sono passato a recuperare anche il mio computer. Ho pensato che potevamo guardarci un film, che ne pensi?» propone accendendolo.
«Mi sembra un’ottima idea! Cos’hai?» Afferro le bacchette e inizio ad aprire la prima confezione.
«Non ho molta scelta o rischiavo di impallare il computer… c’è Ave Cesare, The Danish Girl, DeadPool 1 e 2, Jurassic World, The Hateful Eight e Logan. Cosa ti va di vedere o rivedere?» Si siede accanto a me entrando nella cartella dedicata ai film.
«Nell’ultimo anno mi sono fatta una gran mangiata di film e serie tivù, però DeadPool mi manca!» Sprimaccio meglio il cuscino dietro la mia schiena.
«E DeadPool sia! Vedrai, fa morire dal ridere.» Preme play prima di accomodarsi meglio e mentre i titoli di testa iniziano a scorrere sul piccolo schermo, noi iniziamo a gustarci la nostra cena.
«In onore del nostro patto di dirci costantemente la verità, posso rivelarti una cosa?» domanda all’improvviso, inghiottendo un nigiri al salmone piccante.
Mi volto verso di lui, con un rotolo all’anguilla mezzo dentro, mezzo fuori dalla bocca. «Cioè?», bofonchio a bocca piena.
Un sorriso divertito gli solleva un angolo delle belle labbra lucide di salsa di soia. «Ti prego, non metterti mai più quella canottierina in mia presenza! È troppo attillata, troppo scollata, troppo sexy… insomma! È troppo di troppe cose!» sospira sofferente, appoggiando la testa alla testiera del letto in legno, senza smettere di incendiarmi con il suo sguardo.
«A-addirittura?» balbetto agitata.
Elliot annuisce mordendosi un labbro, facendo scivolare le iridi luminose lungo il mio volto, fino a farle posare proprio sopra al seno, tramutandosi in due pozzi senza fondo, di un nero intenso, mentre il sorriso lascia il posto a un’espressione più famelica da predatore che a me fa sbandare il battito cardiaco.
Vorrei togliermi la felpa poiché mi sto squagliando, ma forse lo prenderebbe come un tacito invito, quindi senza ribattere alcunché, chiudo la zip fino al collo, infilandomi un enorme pezzo di sushi in bocca.
Percepisco gli occhi del mio commensale su di me ancora per alcuni istanti, ma io tengo i miei fermamente incollati allo schermo del portatile. Lo sento sospirare e poi con la coda dell’occhio lo vedo afferrare un altro rotolo al salmone piccante.
Non parliamo più per tutto il resto del film, il quale trovo davvero divertente, anche se per tutto il tempo l’atmosfera attorno a noi rimane tesa.
Sessualmente tesa intendo.
Si può quasi percepire l’odore galleggiare nell’aria!
Lo sapevo che era una pessima idea starcene tutti e due sul medesimo letto.
«Bel film e ottimo sushi!» esclamo sbadigliando.
«Concordo in pieno» replica stiracchiandosi le gambe e le braccia.
All’improvviso si alza, butta i bento vuoti dentro al bidone in bagno e infine spegne anche il computer.
Io nel frattempo piego e distendo la gamba. Finalmente non mi fa più male.
«Va meglio il ginocchio?» si informa rimettendo il pc dentro la sua tracolla.
«Sì, grazie. Mi dispiace averti scombussolato i piani stasera!» Scivolo verso il bordo del letto per provare a mettermi in piedi.
Elliot mi rifila un’occhiata confusa. «Quali piani, scusa?»
«Beh, ti ho costretto a passare la serata in albergo, quando invece si poteva andare in qualche ristorante tipico o fare altro… che ne so… tipo il karaoke!» Mi sento davvero in colpa. In fondo gli sono rimasti pochi giorni da passare in Giappone.
Pochi giorni.
«Ma cosa vai blaterando?» esclama con un largo sorriso tutto calore e luce. «È stata una serata davvero piacevole! Ottima compagnia, ottimo sushi e ottimo film. Cosa chiedere di più?» Si blocca per un istante. «Cioè, io saprei cos’altro chiedere…» continua con voce bassa e carezzevole. «Ma la serata è stata davvero piacevole. Quindi non preoccuparti, Adaline, okay?»
«Okay, ma domani ti offro un gigantesco okonomiyaki! Cosa ne dici?»
«Mi sembra una favolosa idea!» conviene mettendosi la borsa a tracolla. «Prima che me ne vada, però…» Fruga in una tasca interna della borsa. «C’è… c’è una cosa che… ecco…»
Cavoli! Elliot imbarazzato? Perciò è anche lui in grado di imbarazzarsi?
Estrae un piccolo sacchettino verde scuro, porgendomelo.
Guardo perplessa lui e il sacchettino. «Cos’è?»
«Aprilo.» Sì. È decisamente nervoso. Lo si intuisce da come ondeggia sui talloni.
Faccio come mi chiede e quando ne estraggo la catenina con il ciondolo a forma di goccia di giada, che stava ammirando oggi quando ha paragonato i miei occhi a questa bellissima pietra, resto incantata a guardarlo.
«Elliot…»
«Mi piaceva e poi l’ho trovato davvero perfetto per te. Ti… ti piace?» balbetta mordicchiandosi l’interno di una guancia.
Annuisco deglutendo l’enorme groppo che tenta di formarmisi in gola. «Molto! Grazie, ma non dovevi, davvero!»
«È che mi sono preso un braccialetto, così già che c’ero…» si stringe nelle spalle tentando di sdrammatizzare, avvicinandosi a me, sfiorando la catenina in acciaio. «Posso allacciartela?»
Annuisco senza dire nulla, voltandomi per dargli le spalle.
Elliot afferra il suo regalo, io sollevo i capelli e lui l’allaccia con estrema delicatezza, soffermandosi per un po’ con le dita sul mio collo.
Trattengo il respiro per tutto il tempo, tentando di frenare le innumerevoli scariche elettriche che mi travolgono come un uragano, sperando che lui non noti la pelle d’oca che mi ricopre la schiena e le braccia in seguito al suo tocco disinteressato.
«Fatti ammirare.»
Deglutisco fingendo di non percepire questa strana atmosfera. «C-come mi sta?» Tiro un sorriso, ma in realtà sono tesa.
«È davvero perfetta per te, watashi no chisana hana no hisui[13]!» sussurra prima di chinarsi e donarmi un bacio sulla fronte, indugiando con le labbra sulla mia pelle per alcuni secondi, mandandomi di conseguenza il sangue in circolo a mille chilometri all’ora, risvegliando completamente il mio corpo. «Mmm… il tuo profumo mi fa davvero impazzire», mormora fissandomi da sotto le lunghe ciglia che gli decorano lo sguardo.
Io non so proprio come replicare.
Sono completamente fusa e temo di saltargli addosso, avvinghiandomi al suo corpo con gambe e braccia per scoprire finalmente cosa si prova ad avere quelle labbra premute saldamente contro le mie, ma prima di poterci anche solo provare, mandando al diavolo le mie stupide regole, lui mi lascia un piccolo buffetto sul naso tornando a sorridere tranquillo, come al suo solito.
«Alle nove domattina nella hall?» Si avvia alla porta.
«Ahm…» andiamo, cervello, collabora! «Certo. Così poi andiamo a visitare il tempio dorato e il castello.» Provo a fingermi naturale e sciolta, ma la verità è che mi sento ancora tutta scombussolata.
«Ottimo! A domani, Adaline. Sogni d’oro.»
«Buonanotte» ricambio il suo sorriso.
Sorriso che mi muore non appena quella porta si chiude alle sue spalle.
Merda!
Sprofondo a sedere sul letto e mi fisso sul pavimento rivestito dalla moquette. Le dita che non smettono di sfiorare il piccolo ciondolo di giada che mi ha regalato Elliot.
Le sue parole che mi vorticano in testa. Seducenti. Spiazzanti.
È inutile dirmi di non lasciarmi baciare, di non andare oltre e di non superare quella maledetta linea di confine, perché qui è già troppo tardi.
Io sono già terribilmente coinvolta ed è a dir poco assurdo che siano bastati soli tre giorni.
NOTE TRADUZIONE
12- Maledizione!
13- Il mio piccolo fiore di giada
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