Scritto il 30/06/2026
da MARIKA SM


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Mad Dog – Di male in peggio

 

Se avessi saputo che questa era la giornata che mi aspettava sarei rimasto dentro al letto, merda. Meglio un letto mezzo sfondato che ritrovarmi davanti una delle ultime persone che avrei voluto rivedere nella mia vita. Anzi, proprio l’ultima: Samanta Bonetti.

Perché è qui? Perché nessuno mi ha avvertito e perché, porca puttana, il Capo l’ha messa a lavorare con Alessandro? Sa benissimo chi è lei, allora cos’è, uno scherzo? Una tortura, cosa? Sicuramente i suoi occhi lo sono per me. Non uno scherzo, purtroppo, ma il mio tormento. Gli occhi sono l’unica cosa in una persona che non cambia con il tempo. Restano gli stessi dalla nascita alla morte e, cazzo! Quando su quel pianerottolo mi sono specchiato nelle sue iridi verde-azzurro, ho fatto un tuffo indietro di dieci anni. Ho visto la determinazione, la tenacia, la rabbia di quel giorno in questo stesso Commissariato e l’ho riconosciuta all’istante. Per fortuna lei non ha riconosciuto me e posso capirlo. Ero un altro uomo, così come lei era solo una ragazzina. Ora invece è una donna adulta, bella, intelligente e sicura di sé. Troppo sicura e, se è per questo, anche troppo in mezzo ai piedi. Ai miei piedi.

Fanculo! Proprio ora che le acque si stavano smuovendo. Proprio ora che dopo tanta fatica forse avevo trovato qualcosa.

Sbatto il pugno sul muro, incazzato con il mondo intero, ma forse ho usato più forza di quanta volessi. Un quadro appeso alla parete crolla di schianto e colpisce lo scaffale su cui prima di uscire dall’ufficio, richiamato da Alessandro per avere la bellissima notizia – Fanculo! – avevo appoggiato il caffè. Caffè con il quale, tra l’altro, stavo tentando di togliermi dalla testa l’incontro sul pianerottolo.

La tazzina esplode, letteralmente e gli schizzi mi arrivano fino alla faccia e, cosa ancora peggiore, sulla maglietta. Nel giro di un istante il tessuto s’impregna e mi ritrovo con una gigantesca chiazza di caffè in mezzo al petto, nera come il mio umore.

Fanculo al cubo!

Mi tolgo via la maglietta con un gesto nervoso tanto che quasi la strappo e con la stessa mi pulisco il viso dagli schizzi. Sto ancora con la faccia premuta contro il cotone quando la porta del mio ufficio si apre di schianto.

Sbatte contro il muro con un rumore assordante ma non è nulla rispetto al ringhio che mi sale dal petto. Non so chi abbia osato irrompere così in tal modo e non mi importa. Se ne pentirà amaramente.

«Non è il momento!», latro, voltandomi di scatto eppure sono io a pentirmi appena scorgo l’identità del visitatore.

Anzi della visitatrice perché ovviamente si tratta di Samanta. È pallida e ,poiché dubito la causa sia la conversazione di poco fa – una persona spaventata non si catapulta con tale veemenza in una stanza – posso immaginare che cosa le abbia appena rubato il colorito.

Recupero in fretta la maglietta di ricambio dal cassetto della scrivania quindi me la infilo con ancora maggiore velocità. Solo a questo punto, dopo aver ricoperto ogni centimetro del mio corpo, mi rivolgo all’intrusa. E non lo faccio con gentilezza.

Non sono mai gentile con nessuno quindi perché fare un’eccezione proprio con lei? Anzi, a maggior ragione con lei che deve andarsene da qui. E non intendo dal mio ufficio o dal Commissariato ma dalla città. La voglio dall’altra parte del Paese il più in fretta possibile e farò di tutto perché ciò accada. Ma prima togliamole quell’espressione compassionevole dalla faccia. Non me ne faccio nulla della sua stupida pietà.

«Si bussa per entrare nel mio ufficio», comincio, lasciando uscire tutto il mio fastidio.

Lei sbatte gli occhi quindi pone esattamente la domanda che mi aspettavo. No, in realtà pensavo avesse un minimo di pudore o di soggezione ma a quanto pare è una donna senza peli sulla lingua.

«Perché quelle cicatrici? Che hai fatto?»

«I poliziotti non sono amati in prigione», taglio corto.

«Ma sono tante», quasi balbetta.

Sempre meno di quelle dei miei avversari.

«Cinque anni sono lunghi. Non sempre sono riuscito a difendermi. Allora, che vuoi?», vado dritto al sodo. «Non ho altro da dirti e se il soprannome che ti ho dato non ti sta bene… Me ne fotto. Ma se lo ritieni opportuno, puoi andare a piangere dal Capo».

Ritengo di essere stato abbastanza duro se non a parole sicuramente nel tono e con lo sguardo, in cui ho messo tutta la mia collera, ma Samanta non fa nemmeno cenno di avermi udito.

Si avvicina fino a venirmi davanti poi fa qualcosa che mai, e intendo proprio mai, nonostante la mia esperienza, il mio addestramento e il mio intuito, avrei potuto prevedere. Allunga una mano e mi dà una carezza sul viso.

Lo ripeto, tante volte non sono stato chiaro: una carezza sul viso.

Ancora una volta!

Una carezza sul viso.

Non ne riceve una credo da… Da mai e mi meraviglio anche di conoscere le parole giuste per esprimere il concetto. Ecco perché resto così spiazzato che non faccio in tempo a impedirle di toccarmi una seconda volta.

La sua mano mi sfiora dolcemente mentre sul suo viso si apre un meraviglioso sorriso. E forse è proprio questo a riportarmi alla realtà. Una carezza, un sorriso…

Le blocco il polso e le sputo contro tutto il mio disprezzo.

«Mi chiamano Mad Dog, ma non sono un cane bastonato da coccolare. Se ne cerchi uno posso indicarti un canile».

Le lascio andare il polso ma più che altro lo spingo via così forte che lei quasi si sbilancia. Quasi, in realtà resta ben piantata al suo posto e ancora con quell’espressione gentile.

«Una carezza è solo un gesto di solidarietà. Ho provato il desiderio di fartela e l’ho seguito. Non credevo ti desse fastidio».

Certo. Non credeva mi desse fastidio. Come non sapessi con sicurezza che almeno due persone da questa mattina l’hanno avvertita, anzi, le hanno ordinato, di starmi lontana. Per lei questo è starmi lontano? Ma perché dovrebbe? Voleva toccarmi e l’ha fatto. Semplice. Vediamo se trova il suo ragionamento logico anche adesso.

Allungo di scatto una mano e le palpeggio il culo. Lo strizzo con forza saggiandone la rotondità quindi mi ritiro.

«Che male c’è? Volevo toccarti e l’ho fatto», gli rifaccio il verso.

Mi aspetto che lei si incazzi, che provi a darmi uno schiaffo o, meglio ancora, che scappi via imbarazzata invece la sua unica reazione è un sorriso sardonico sulle labbra.

Non capisco. Io le tocco il culo e lei sorride?

«Hai appena paragonato la tua faccia a un culo, te ne sei reso conto?»

L’unica cosa di cui mi sono appena reso conto è che il mio gesto mi si è ritorto contro. E non per la battuta di Samanta che, devo ammettere, se non fosse una presa in giro nei miei confronti, la definirei geniale, ma perché per la prima volta da questa mattina i miei occhi vedono in lei, non solo una figura emersa come un fantasma dal mio passato ma, porca puttana, una donna. Una donna molto attraente, con un seno che riempie perfettamente la maglietta, tirando leggermente i bottoni in cima, e dei fianchi che rendono sexy perfino i pantaloni della divisa. Da quello che ho appena toccato poi, deduco che il culo è sodo e rotondo, tutto da leccare e mordere e scommetto che anche quello che ha tra le gambe darebbe ampiamente soddisfazione a quello che ho io tra le gambe. Sì, scommetto che ha una bella fica calda e bagnata dentro cui il mio uccello sguazzerebbe alla grande.

Ecco di cosa mi sono reso conto e sono un emerito coglione perché ora ce l’ho duro come un sasso mentre lei mi sta troppo vicina. Dovrei recuperare distanza, quietare i miei pensieri e il formicolio delle mani che vogliono toccarla ancora, ma non sarò certo io a indietreggiare per primo.

Serro i pugni per contenere la tentazione e i denti per placare l’eccitazione quindi aspetto. Aspetto che lei dica ciò per cui era venuta qui, sbattendo la porta come durante un’irruzione – perché doveva dirmi qualcosa se non sbaglio – oppure che fugga via, poco mi importa. Ciò che conta è che si decida e se ne vada in fretta. Più stiamo l’uno davanti all’altra, con i corpi quasi a contatto, più il cazzo mi si gonfia. Il suo profumo, che ricorda quello delle violette primaverili, mi entra nel naso e mi fa venire l’acquolina in bocca, la sua bocca, con le labbra leggermente aperte, suscita immagini peccaminose.

Il problema però è che i secondi passano forse anche un minuto o due senza che lei emetta fiato. Resta a guardarmi con gli occhi sgranati, quasi imbambolata e non capisco se sia vittima di un’amnesia fulminante oppure stia facendo apposta e sinceramente sono al limite. Di pazienza come di autocontrollo.

«Sbaglio o hai fatto irruzione qui per dirmi qualcosa?», le ricordo, terminando questo stupido giochetto del silenzio.

Lei sussulta e sbatte le palpebre, segno che forse si era davvero dimenticata il motivo della sua presenza qui, quindi bofonchia qualcosa. Il volume tuttavia è troppo basso perché io comprenda e non intendo piegarmi verso di lei per udire meglio, andando solo a peggiorare la mia condizione di maschio arrapato.

«Devo ripeterti che non sono un cane e non sento gli ultrasuoni?», sbuffo irritato.

Lei scuote la testa e finalmente emette suoni udibili da orecchio umano.

«Il soprannome», mugugna lei. «Non avevi alcun diritto di sminuirmi davanti ai miei superiori».

Sminuirla? Credo ci sia un disguido.

«Non ho fatto nulla di tutto ciò».

«Ah no? Ti chiamerò Tati e quando parlerò eseguirai i miei ordini se vuoi sopravvivere», afferma imitando la mia voce.

Se non fossi nervoso, sarebbe quasi buffa con la voce bassa, le guance gonfie, le spalle larghe e addirittura in piedi sulle punte nel tentativo di imitare la mia stazza. Ma sono nervoso e anche concentrato a non pensare di scoparmela quindi non la trovo affatto buffa, solo molto irritante ed è arrivato il momento di cacciarla via.

«Se avessi voluto umiliarti o denigrarti avrei detto che sei una sciocca ragazzina inetta che si crede chissà chi solo per aver passato qualche anno in polizia a fare da portacarte e che per tale motivo è ancora più sciocca. Oppure che sei troppo esile e piccola per avere a che fare con dei criminali che ti faranno a pezzi, o ancora che le tipe come te, tutte sorrisi e moine, dovrebbero stare dietro a una scrivania ad accogliere il pubblico. Ecco cosa avrei detto, se avessi voluto sminuirti».

Lei socchiude gli occhi con sfida.

«Ma non lo hai fatto».

«Non ce n’era bisogno», preciso prima che arrivi a chissà quale conclusione. «Tutti qui lo pensano e chi non lo pensa, lo farà presto. Un giorno lì fuori sulla strada e ti passerà ogni entusiasmo».

Lei spalanca la bocca e sono quasi pronto a esultare per la mia piccola vittoria quando quella maledetta ma allettante bocca che, nonostante tutti i miei sforzi continuo a immaginare intorno al mio cazzo in erezione, si piega da entrambe le parti in un nuovo sorriso.

Perché ride sempre? Che cacchio ha da essere felice?

Samanta compie una specie di saltello poi, allegra come una bambina al luna park, si avvia alla porta. Lì si ferma e prima di uscire mi lancia un’occhiata letale. Non per la cattiveria o freddezza che contiene, di cui non scorgo alcuna traccia, ma per la forza di volontà che vi leggo dentro. Una forza di volontà rimasta immutata in dieci anni.

«Allora è una fortuna che me ne sono sempre sbattuta il cazzo di cosa pensa la gente di me», afferma fiera. «Non devo dimostrare niente a nessuno, so da sola quanto valgo».

Cristo! Questa donna è di acciaio. Nemmeno le mie cattiverie l’hanno fatta tentennare.

«E per quanto riguarda la palpata sul culo…», aggiunge prima di andarsene e senza più alcuna traccia di ilarità. «Non mi scandalizzo per una cosa simile quindi non ti aspettare scenate, ma sia chiaro, fallo ancora e ti taglio le dita».

«Toccami ancora il viso e ti spezzo il polso», è la mia risposta istintiva e ancora più seria.

Lei si morde il labbro poi piega il capo in segno di assenso.

«Siamo d’accordo allora».

D’accordo? Non era un accordo che cercavo con lei, ma almeno mi sta liberando della sua presenza.

La sua mano afferra la porta e veloce come era entrata sparisce. La stanza cala immediatamente nel silenzio e purtroppo non posso dire lo stesso dei miei pensieri. Appena mi ritrovo solo, nella testa mi esplode il caos.

Chi è quella donna? Samanta Bonetti, sì lo so, ma chi è come persona?

Cosa è? Un terremoto, un uragano, una pazza furiosa, cosa?

Da dove è spuntata fuori? Da Trieste ok, ma cosa ha fatto in questi anni?

Come è riuscita a tenermi testa? Come ha fatto a ribattere tono su tono alle mie offese senza alcuna difficoltà?

E perché? Perché, porca puttana, non ha timore di me? Tutti qui dentro evitano persino il mio sguardo e lei non solo non ha paura di tuffarcisi dentro, ma mi sfida anche, continuamente. Con gli sguardi, il tono di voce, le parole, i gesti e i sorrisi. Quei dannati sorrisi che sembrano piacerle così tanto.

Ma la domanda che mi fa più paura di tutte è: quando? Quando sono diventato così debole da non riuscire a tenere lontano qualcuno? Nemmeno dal mio ufficio!

Non va bene. Cristo, questo non va proprio bene. L’ho giurato e se non riuscirò a mantenere il mio giuramento, allora nulla avrà avuto senso. La morte di Diana, la fuga del mio collega, la prigione, la libertà vigilata… Abbasso il capo verso la cavigliera che da anni rappresenta questa pseudo libertà che mi è stata concessa e anche se non posso vederla, nascosta sotto il pantalone, ne sento il peso addosso. A volte è più grave, come in questo momento, a volte meno, ma non smette mai di essere il segno tangibile della mia vita distrutta. Loro me l’hanno distrutta. A causa loro ho perso la carriera, la credibilità e il mio futuro. In un solo colpo mi sono stati portati via con violenza inaudita.

“Hai te stesso, ragazzo”, risento nella testa dalla voce di Aron. “Colpiranno te”.

Aveva ragione, fottuti bastardi! Mi hanno non solo colpito ma massacrato e sono sempre là fuori a godersi la loro vittoria, magari compiendo altri crimini. Anche non lo avessi giurato a me stesso, anche non volessi riabilitare la mia vita, è mio dovere trovarli e non posso riuscirci se mi lascio distrarre.

No, non posso permetterlo. Anzi, devo proprio impedirlo.

Mi volto verso la porta pronto a correre dal Capo e protestare per una scelta del tutto illogica quando me lo ritrovo lì, fermo sulla soglia a braccia incrociate – non ho nemmeno sentito la porta aprirsi. Mi scruta sornione e qualcosa mi dice che è qui perché ha previsto la mia mossa.

Sospira poi con passo lento e cadenzato viene a sedersi davanti a me, nell’unica sedia disponibile in questo ufficio.

«No», è tutto ciò che dice senza nemmeno guardarmi negli occhi.

«No, cosa?», domando anche se ho capito benissimo.

Voglio tuttavia sentirglielo dire e magari anche giustificare.

«No, non va da nessuna parte. Ho preso la mia decisione».

«E te ne vergogni tanto che non riesci nemmeno a guardarmi negli occhi?», lo provoco, tuttavia è la verità.

Il Capo si fissa le scarpe come se avesse paura di incrociare il mio sguardo, solo che, quando finalmente lo punta su di me, non è paura ciò che leggo, quanto preoccupazione.

«Sai chi è Samanta, vero?», m’interroga in un sospiro ansioso.

Mi crede stupido?

«Molto meglio di te», gli ricordo.

«Quindi sai cosa è venuta a fare qui».

No e non mi importa.

«La poliziotta», taglio corto.

Santorini grugnisce infastidito e lo conosco abbastanza da capire che non mi conviene farlo irritare. È comunque il Commissario Capo.

«È tornata a casa», sbuffo sconsolato. «Qui lei è nata e cresciuta fino ai diciotto anni. Fin quando suo padre non è stato ucciso».

No, non è questa la risposta giusta o almeno è ciò che mi suggerisce la faccia sorpresa di Santorini.

«Avanti, Mad. Non puoi essere così ingenuo», sbotta con un pugno sulla scrivania. «Anzi so che non lo sei quindi ti do un’altra possibilità. Secondo te cosa è venuta a fare qui una giovane donna agente scelto a cui è morto il padre in una sparatoria durante una rapina in un piccolo bar di periferia?»

Ma che cazzo ne devo sapere io cosa…

Il pensiero si frantuma contro la consapevolezza e il fiato mi si spezza in gola. Sbatto gli occhi incredulo, mentre persino il cuore perde un battito.

«No, non può essere qui per quello», balbetto, sentendo improvvisamente il bisogno di un supporto per non cadere per terra.

Mi appoggio alla scrivania e vi crollo sopra come se le gambe non mi reggessero più e forse è proprio così. Era già tremendo il fatto che fosse qui, che poi il motivo sia…

No, merda, no!

«Quella morte è stata dichiarata un incidente. La morte di Bonetti fu accidentale», ricordo tentando di convincermi che Santorini sbaglia. «Un disgraziato cercava cibo in un piccolo supermercato armato di pistola, Bonetti ha cercato di farlo ragionare ed è partito un colpo. Niente di più e niente di meno».

Non ha alcun senso che lei voglia indagare. Il caso è chiuso, da tanto ormai.

«Versione a cui sua figlia non ha mai creduto», precisa il Capo. «Non ti ricordi la ragazza incazzata che venne qui a urlare contro il Commissario Capo di allora?»

Ricordarmelo? Fu quel giorno a cambiare tutta la mia vita. Fu proprio quella la volta in cui incrociai per la prima e, fino a stamattina ultima volta, i suoi occhi. La volta in cui la conobbi con quel fuoco dentro e una determinazione degna di un generale dell’esercito mentre sfidava uomini e donne in divisa e armati e pensai: cazzo, la ragazza ha le palle quadrate.

E non posso dire sia cambiata negli anni, anzi, forse è persino peggiorata, come ho avuto modo di appurare, tuttavia ciò che sta insinuando il Capo… No, non posso crederci. O meglio, non voglio.

«Sono passati dieci anni. Dieci, porca puttana! È cresciuta, è poliziotta lei stessa e non può ancora credere…»

«Di poter trovare il vero assassino di suo padre?», mi anticipa Santorini. «Di porre fine a un’ingiustizia?»

Cristo! Questa giornata può andare peggio di così? Mi viene quasi da vomitare. Ho lo stomaco strizzato e sono costretto a ingurgitare un conato di nausea.

«Dopo tutto questo tempo?», sussurro senza fiato.

«Fosti tu a suggerirglielo no? Tu e le tue minchiate sul trovare un altro modo per arrivare alla verità».

Cosa? Oh, no, no.

«No!», sbotto rifiutandomi di accettare una cosa simile. «Non sono stato io a…»

«A convincerla a entrare in polizia?», finisce Santorini per me. «Forse no o forse sì. Io ne sono convinto come sono convinto di ciò che ti ho detto. Lei vuole la verità».

No, aspetta. Che significa che lui è convinto?

Mi rialzo di scatto, improvvisamente rianimato.

«Non ne sei sicuro? Non hai prove? È solo una tua idea?», chiedo con il tono di voce che si innalza sempre più.

«Sì esatto ed è il motivo per cui voglio che lavori con lei, Mad. Tu puoi tenerla d’occhio e impedirle di commettere qualche cazzata, proprio come quel giorno quando le parlasti e la convincesti ad andarsene. Insomma, tu sei l’uomo giusto. Sei bravo in queste cose».

Mi prende per il culo? Ha idea di cosa mi stia chiedendo? No, ovviamente no. Nessuno la ha.

«Non intendo fare da babysitter a una novellina», ringhio. «Io…»

«Tu lo farai, Mad e per il semplice motivo che te lo sto ordinando».

Il Commissario si alza in piedi, minaccioso e io sono costretto a mordermi la lingua per non ribattere.

«O forse ti sei dimenticato grazie a chi e sotto la responsabilità di chi sei qui invece che ammuffire in una lurida cella?»

Ora la devo mordere parecchio forte, fino a sentire il sapore del sangue mentre stringo i pugni e con le unghie mi incido i palmi.

«Sono stato chiaro?»

Chiarissimo. Non posso permettermi di tornare in prigione, né di contraddire Santorini per cui non ho molta scelta.

Chino il capo in segno di assenso – se parlassi mi sfuggirebbe qualcosa di cui mi pentirei sicuramente – mentre trattenendo un ruggito che sento salire dallo stomaco alla gola e attendo che il Capo se ne vada. Ma lui ha ancora qualcosa da dire prima di lasciarmi libero di dar sfogo a tutta la rabbia che mi è montata dentro.

Si ferma sulla soglia e mi punta il dito contro.

«E magari prendi esempio da Bonfigli. Cerca di non esagerare e di non farle troppo male».

Io fare male a lei? Se questa merda di giornata continua così sarà lei a fare male me. Perché magari sono di costituzione robusta e non rischio un infarto, ma di questo passo troverò presto una lapide con inciso il mio nome. O peggio: la troverà lei e non certo per causa mia.

È entrata in polizia per scovare il vero assassino di suo padre… Fanculo! Se è vero, se queste sono le sue intenzioni, devo impedirglielo.

Ma come? Come posso tenerla d’occhio, proteggerle il culo e nel contempo pensare alla mia promessa, l’unica mia ragione di vita da un decennio?

Forse facendo esattamente ciò che mi ero ripromesso: cacciandola via dalla città. E non sarò io a rispedirla al mittente ma lei a volerci tornare.

La tratterò talmente male che sarà lei stessa a correre da Santorini e chiedere il trasferimento immediato. Quanto mi ci vorrà? Una settimana, dieci giorni? Forse anche meno se mi ci metto d’impegno e non importa se lei è una tosta, con il trattamento che ho in mente crollerà. Non può evitarlo.

Mi sfrego le mani improvvisamente più ottimista e guardo l’orologio.

Le dieci. Direi che è arrivato il momento di uscire sulla strada e mettere alla prova le capacità di Samanta. Anzi, di Tati. Il nomignolo le ha dato parecchio fastidio motivo per cui ora la chiamerò solo così.

Mi aiuterà anche a ridimensionare l’attrazione che ho provato vicino a lei.

La sensazione del suo culo strizzato nel mio palmo mi torna istantaneamente alla mente e non solo la bocca mi si riempie di saliva per la voglia di morderlo, ma il cazzo torna a riempire i miei boxer di desiderio. Parte della mia soddisfazione svanisce miseramente mentre dalla bocca mi sfugge una sonora imprecazione.

Fanculo! Ho paura che non basti uno stupido nomignolo per scacciare questa stupida attrazione che si è scatenata.

Fosse stata un’altra me la sarei portata a letto placando le mie voglie nel giro di una notte, ma con Saman… Tati! Con Tati no. Con lei dovrò inventarmi altro.

Magari ricordarmi che è proprio quella donna il motivo per cui sono finito in prigione.

 

 





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