Scritto il 07/07/2026
da MARIKA SM


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Mad Dog – Senza via d’uscita

 

Santorini è furibondo. Ci ha lasciato il tempo di andare in ospedale ed essere visitati, ma appena rientrati, mi ha chiamato a rapporto e saranno più di dieci minuti che mi sta costringendo ad assistere a una sceneggiata degna di un film drammatico. Percorre il pavimento del suo ufficio in lungo e in largo, camminando e sbuffando con le mani dietro la schiena, alzando gli occhi al cielo, passandosi le mani tra i capelli, borbottando, inveendo anche, ma con chi la vuole? Questa è la prevedibile conseguenza della sua cazzata.

E forse dovrei mostrarmi dispiaciuto e sottomesso, così da cercare di placarlo, ma me ne sbatto del suo malcontento perché io sono ancora più incazzato di lui.

Ripeto, con chi la vuole?

«Non dire che non ti avevo avvertito».

La sua testa scatta verso di me, i suoi occhi sono di fuoco, ma non mi impressiona.

«Una sparatoria, Mad. Una sparatoria del cazzo appena venti minuti dopo aver lasciato il Commissariato. Un ispettore è stato ferito, un’agente scelto è viva per miracolo».

«Grazie a me», gli ricordo.

«Sì, appunto, grazie a te e ciò significa che un criminale in libertà vigilata sotto la mia supervisione ha preso un’arma e sparato. Hai sparato, Mad!», urla, infrangendo la barriera del suono. «E conosci le regole».

Non c’è due senza tre: e con chi la vuole?

«Preferivi che la lasciassi morire?», grugnisco. «Perché la ramanzina non la fai a lei invece che a me?»

«Perché ti avevo chiesto di tenerla d’occhio».

La sua mano sbatte sul tavolo e se il ripiano non si rompe è solo perché il legno è abbastanza robusto da resistere a ben altro. Eppure sono sicuro che se sbattessi io ora il pugno con tutta la rabbia che mi scorre in corpo lo spaccherei in due.

«Non hai chiesto, hai minacciato», affermo, mostrando i denti. «E comunque lei è viva e vegeta perché ho impugnato un’arma, appunto. O preferivi il suo cadavere su quell’asfalto?»

«Preferivo nessun cadavere».

Troppo semplice.

«Allora, caro mio, prenditela con lei, perché oggi l’unica che ha sbagliato su quella dannata strada è stata la tua protetta».

Santorini si morde il labbro poi inspira pronto a dire qualcosa, quando qualcuno bussa alla porta. Le sue pupille si dilatano riempiendosi di incredulità, ma io non mi stupisco affatto del tentativo di intervento, al contrario, me lo aspettavo. C’è solo una persona che può voler entrare nell’ufficio del Capo in questo momento in cui le sue urla si odono fin dalla strada e solo una persona che è talmente pazza da provarci davvero.

«Parli del diavolo…», borbotto.

Santorini gonfia il petto così tanto che temo possa esplodere da un momento all’altro, ma invece che dare fiato alla sua collera, va alla porta e la apre di persona. E Samanta è proprio lì, non in ginocchio ma quasi, ingobbita, con le mani che stropicciano il tessuto dei pantaloni e gli occhi così bassi che pare stia cercando il petrolio. Praticamente è l’immagine del penitente pronto a strapparsi i capelli. Spero solo non le venga in mente di mettersi a piangere.

«Entra, Bonetti!», le ordina.

Lei supera la soglia con passo strascicato e solo quando il Capo si siede alla scrivania con una faccia foriera di tempesta, si decide a sollevare lo sguardo. No, non sta piangendo per fortuna, ma nei suoi occhi leggo una pena infinita.

«Mi dispiace», balbetta. «Commissario, io…»

«Lei non ha alcuna colpa», intervengo prima che si renda del tutto ridicola.

E non so perché lo faccio, a malapena me ne rendo conto, ma, Cristo santo! Come immagine è tanto pietosa che non la sopporto.

«Era il suo primo giorno, la sua prima ora, anzi. La colpa è mia. Me ne assumo ogni responsabilità anche del fatto che, poco prima che la macchina del delinquente ci venisse addosso, l’agente Bonetti era esasperata dal mio comportamento volto, per tutta la mattina, a tormentarla».

Non so se le mie parole sorprendano più Samanta oppure Santorini, comunque non ho finito. Perché quella che può sembrare un’ammissione di colpa in realtà non lo è. Non mi pento di come ho agito e non intendo chiedere scusa.

«Volevo metterla sotto pressione per abituarla a lavorare sulle strade», spiego. «Non potevo prevedere ciò che sarebbe accaduto».

«No, in effetti non era prevedibile», ammette il Capo che pare placarsi.

Prende delle carte dalla scrivania e comincia a sfogliarle.

«L’uomo era un pregiudicato, sotto effetto di alcool e droga. Aveva appena compiuto una rapina a mano armata. Scappando, ha perso il controllo dell’auto e vi è venuto addosso. Le immagini delle telecamere sono chiare. Quando si è reso conto che eravate poliziotti per paura ha cominciato a sparare».

Quindi questo è ciò che è accaduto. Al di là del comportamento sbagliato o meno di Samanta, davvero abbiamo avuto una buona dose di sfortuna.

«Il problema adesso è come nascondere il fatto che hai sparato, Mad. Porca puttana! Se la stampa lo venisse a sapere…»

Il Commissario si passa le mani sui capelli e un brivido mi scende lungo la schiena. Sarebbe la mia fine. Mia e della promessa fatta a me stesso.

«Ma Mad Dog non ha sparato, Commissario», interviene Samanta e stavolta sono io a restare sorpreso.

Mi volto verso di lei e mi accorgo che non c’è più alcuna traccia di esitazione o dispiacere. La sua voce è squillante e sicura.

Che vuole fare, coprirmi?

«È stato Bonfigli. L’ho visto con i miei occhi», continua, nascondendo le menzogne dietro la sua spavalderia.

Le spalle sono belle dritte, il petto in fuori, gli occhi fissi in quelli di Santorini.

«Poco prima di svenire e sono sicura che quando si riprenderà confermerà tutto. Gli esami balistici confermeranno che la pistola che ha ucciso l’uomo era la sua e così anche la traiettoria del colpo… È partito dal punto in cui si trovava Bonfigli».

Non posso crederci. Mi sta coprendo davvero. Peccato io conosca la verità e anche il Capo.

«Anche se confermassero sai benissimo che c’è un’altra spiegazione», le ricorda. «E dubito che qualcuno non la tiri fuori».

«Tipo?», domanda Samanta con espressione ingenua.

«Che quando Mad ti ha visto correre incontro alla morte si è precipitato a recuperare la pistola che l’ispettore aveva ancora nella fondina. Il tutto appena in tempo per regalarci quel bel cadavere che tutti abbiamo visto».

Che è esattamente quanto accaduto. Tuttavia Samanta solleva le spalle tranquilla come un monaco tibetano in meditazione.

«Va bene tirarla fuori, ma perché darle credito se un’agente scelto e un ispettore dicono il contrario?»

Porca puttana è proprio brava! È così convincente che persino io comincio a dubitare delle mie azioni. E persino il Commissario si lascia convincere.

«E va bene», sbuffa tra l’indispettito e il sollevato. «Sosterremo tale versione sperando che nessuno la contesti».

Un sospiro mi sfugge dalle labbra sebbene non mi fossi nemmeno accorto di aver trattenuto il fiato.

«Ma sia chiaro», ci blocca Santorini. «Un’altra di queste cazzate e saranno casini grossi. Soprattutto per te, Mad. E continuate a coprirvi a vicenda e guardarvi le spalle. Forse così non succederà il finimondo».

Il Capo fa un gesto secco con la mano e torna a guardare i suoi fogli sulla scrivania, di fatto congedandoci, ma le sue ultime parole mi bloccano sul posto. Forse non ho capito bene.

«Continuate a coprirvi e guardarvi le spalle?», ripeto quasi in trance.

Samanta si ferma con la mano sulla maniglia, Santorini invece mi lancia un’occhiata indifferente.

«È quello che ho appena detto».

«Perché?»

«Perché mi auguro che non cercherete di pugnalarvi l’un l’altra facendoci scappare un altro morto».

No, non ha capito o forse sono appena diventato scemo io.

«Perché io e lei? Non possiamo stare insieme. Lei è appena arrivata e ha bisogno di supervisione».

Ora finalmente Santorini posa i suoi fogli e mi presta tutta la sua attenzione. Un’attenzione che però non mi piace. Incrocia le mani sul ripiano e piega la testa leggermente di lato, del tutto a proprio agio.

«Non ero stato chiaro sul fatto che lei è compito tuo?», domanda.

Ciò che è chiaro è che lui ha perso il lume della ragione.

«Ho una cavigliera, cazzo! Non sono un poliziotto, non più», sbotto. «Cosa dovrei supervisionare se non ho nemmeno il permesso di tenere un’arma?».

«La mancanza di permesso non ti ha impedito oggi di fare il tuo dovere».

«E per poco non mi rispedivi in prigione», gli ricordo con un mezzo ringhio.

Insomma, mi prende per il culo? Ah, no, forse ci sono.

«È una punizione!»

«Per cosa», sussulta lui sinceramente sorpreso. «Per aver protetto due poliziotti? Avanti, Mad, non è una punizione ma un grande atto di fiducia».

Fiducia? Sì, ammetto che Santorini ha sempre avuto fiducia in me ma mai da spingersi così oltre nel violare le regole. Se qualcosa andasse storto sarebbe il primo a essere lapidato. E allora ci deve essere altro sotto.

Mi sporgo in avanti torreggiando sopra di lui con tutta la mia stazza e punto gli occhi nei suoi come due pugnali verso il bersaglio.

«Cosa mi nascondi? Cosa non mi stai dicendo?»

Il suo sguardo vira di lato. È solo un attimo ma tanto mi basta per sapere che ho centrato il punto. C’è qualcosa sotto.

«Cosa?», ribadisco, abbassando pericolosamente il tono.

Santorini lancia un’occhiata alla porta, credo per assicurarsi che sia chiusa, quindi si decide a sputare il rospo.

«Nessuno vuole lavorare con te, Mad, lo sai. Alessandro era l’unico. E se non hai un partner…»

Sospiro, capendo finalmente il problema.

«Torno in prigione», finisco per lui.

Il suo capo si piega in un cenno di assenso.

«Ora… Bonetti è giovane, è vero, ma è un’agente scelto quindi formalmente ha tutte le carte in regola per farti da supervisore e pare non avere problemi a lavorare per te».

Non posso crederci.

«Quindi ufficialmente lei supervisiona me, ma in realtà io supervisiono lei?»

La risposta del Commissario è un altro cenno del capo e fa bene a non emettere suono perché altrimenti sarebbe la più grande stronzata ipocrita che io abbia mai udito. Dovrei esserci abituato ormai eppure… Eppure no, fa sempre male. Dipendere da una ragazzina che potrei mangiarmi in un solo boccone. Come sono caduto in basso!

«Non ho alternative, Mad, almeno finché Bonfigli non si sarà rimesso», aggiunge dispiaciuto anche se probabilmente ciò che gli dispiace è il rischio che corre la sua poltrona se qualcosa andasse storto. «Cercate di non combinare casini».

Fanculo! Io volevo cacciare la sexy e invadente agente Bonetti e invece mi ritrovo a dovermela tenere buona fino al ritorno di Alessandro. E ciò significa almeno qualche giorno. La sua ferita non è grave ma tra il riposo e la riabilitazione... Ci vorranno minimo due settimane.

Può andare peggio di così?

Sì decisamente sì perché d’un tratto Samanta mi si avvicina e mi appoggia una mano sulla spalla. Il suo tocco fermo, ma delicato, mi provoca un brivido che si propaga dal braccio al petto e poi giù, nel basso ventre e mi ritrovo a deglutire tanta di quella saliva che potrei usarla per farle un bel vestito di saliva con tanto di biancheria intima. Sì, un bel perizoma che le si infila in mezzo al culo e nella morbidezza delle grandi labbra. Ma anche un reggiseno pizzato che le racchiude le curve dei seni e le solletica i capezzoli delicati.

Altro che saliva. Qui mi sto bagnando le mutande. Non avevamo stabilito che non doveva toccarmi?

Mi scosto bruscamente per eliminare quel contatto, ma ormai il danno è fatto. Sono eccitato e non mi aiutano le parole che lei pronuncia subito dopo.

«Non si preoccupi, Commissario. Ci incastreremo perfettamente».

Incastrarci, sì. Il mio uccello nella sua fica.

«Ne sono sicuro», replica Santorini, ma io a questo punto non ascolto più.

Apro la porta di scatto e fuggo via. Senza una parola, senza un saluto, incazzato, amareggiato e arrapato.

Ho bisogno di uscire da qui e soprattutto di stare lontano da lei. Purtroppo per me, avrò ben poche occasioni da qui in avanti e già so che sarà una tortura. Perché non bastava che lei comparisse nella mia vita a intralciare i miei piani, oh, no. Doveva pure scatenarmi questa specie di fame insaziabile che mi fonde il sangue.

Cammino più veloce che posso senza nemmeno rendermi conto della direzione e solo quando arresto i miei passi qualche minuto dopo, mi accorgo di essere arrivato nella palestra del Commissariato.

Deve essere stato il mio inconscio a portarmi qui perché non c’è luogo migliore per sfogare tutte queste emozioni che provo: lussuria, collera, amarezza, angoscia. Qui posso dare loro sfogo senza che alcuno abbia da ridire. Anche perché appena faccio il mio ingresso si crea il fuggi fuggi generale. Persone che si ricordano di un impegno improvviso, altri a cui squilla il telefono e vengono richiamati in servizio, altri ancora a cui si brucia il pollo arrosto nel forno o la cui moglie, che fino a cinque minuti fa nemmeno esisteva, sta per partorire. E la cosa ancora più divertente di tutte queste scuse che da anni sento uscire dalle loro bocche, è che non servono. Non c’è alcun motivo per inventarsi una cazzata perché io sono stra felice che se ne vadano. Ma che dico felice, al settimo cielo. Potrei quasi definire questa palestra la mia palestra, il mio piccolo rifugio, una delle poche cose che mi sono rimaste, ecco perché quando salgo sul Tatami, carico di tanta energia esplosiva che potrei far saltare in aria tutto il quartiere, rimango pietrificato dal suono di passi che mi si avvicinano da dietro.

Chi non è fuggito in mia presenza? Chi è addirittura venuto a cercarmi? Chi è così folle da non capire che è meglio starmi alla larga in questo momento?

Semplice. Chi se non proprio la persona che più di ogni altra dovrebbe evitarmi in questo momento?

Perché? Perché proprio non vuole capire?

 

 

 





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