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Mad Dog – L’uomo giusto
Cazzo, non doveva seguirmi. Merda, non doveva seguirmi. Porca puttana, non doveva seguirmi.
Fanculo! Fanculo, fanculo, fanculo. E fanculo di nuovo!
Mi sbatto la porta dell’ufficio alle mie spalle così forte che faccio tremare le pareti poi colpisco le stesse con un pugno. Non solo per la collera che provo ma per eliminare la sensazione della sua morbidezza dalle dita.
Mi sento come le avessi ancora su di lei e non lo sopporto. Non sopporto questa fame che mi attorciglia le viscere e mi appanna il raziocinio. Non sopporto di perdere il controllo quando mi sta vicina.
Che cazzo stavo facendo? L’idea era dimostrarle quanto fosse inadatta, ingenua, debole e invece ho cominciato a toccarla e più la toccavo più la volevo e per poco non la scopavo sul Tatami, mentre lei stessa mi stava chiedendo di farlo con le pupille dilatate che erano pozzi di inchiostro, il corpo quasi nudo e arrendevole alle mie costrizioni, la pelle calda sotto i polpastrelli.
Polpastrelli che guardo stralunato mentre continuano impietosi a tentarmi con le sensazioni provate.
Cristo! C’è mancato davvero poco. Nemmeno io so come sono riuscito a trattenermi e ad andarmene da lì senza saggiarla con le dita. Ho il sangue ancora bollente, il respiro pesante e il cazzo che reclama la sua preda.
Ma non c’è proprio nulla da reclamare, né una preda né altro. Solo una donna che mi sta creando più guai della grandine e che ora che ho visto nuda. Fanculo! Come farò a togliermi la sua immagine dalla testa? E anche vi riuscissi come diavolo eviterò che vi entri ancora visto che dovrò lavorarci insieme? Cosa penso di fare, sbatterla in terra, spogliarla e divertirmi con lei ogni volta che saremo soli?
L’idea è così allettante che mi si riempie la bocca di saliva e la mano corre veloce ai miei pantaloni per liberare un cazzo sempre più duro e che richiede soddisfazione, ma proprio per questo è il caso che io me ne vada. Via da qui, lontano da questo edificio, lontano più possibile da lei e devo farlo prima di cedere alla tentazione di masturbarmi fantasticando su quali e quanti modi impiegherei per scoparla o, peggio ancora, di tornare a cercarla e finire ciò che ho cominciato.
Mi alzo in piedi di scatto e mi giro afferrando la maniglia quando la porta vibra sotto dei timidi colpi. Uno, due, tre, a cui segue una squillante voce di donna.
«Mad, sono io».
Sbatto gli occhi incredulo, mentre trattengo il fiato.
È uno scherzo, vero? È un fottutissimo scherzo del cazzo, vero? No, non è vero, perché la voce di Tati torna a riempirmi le orecchie da dietro la porta.
«Mad Dog, ho bisogno di parlarti. Adesso!»
E io ho bisogno di scoparla, quindi? Non si può avere sempre tutto nella vita. E che lei sia venuta a cercarmi dopo quanto appena accaduto, che lei abbia deciso di sfidare così la sua buona stella e me, non è fuori luogo, è del tutto inaccettabile. E non mi importa se vuole spiegazioni, se è imbarazzata, a disagio, spaventata o indignata. Non mi importa un emerito cazzo!
Spalanco la porta con tutta la forza e il desiderio represso che sto covando da ore – è un miracolo non mi rimanga in mano – e aggredisco Tati prima che lei possa proferire qualche stronzata. O almeno è ciò che vorrei perché appena focalizzo la sua figura dritta oltre la soglia, con una luce nello sguardo intensa e brillante che quasi ferisce i miei, mi ritrovo con la bocca spalancata e tutta la mia determinazione sparita chissà dove.
Quella luce… È fiera e battagliera e io l’ho già vista, dieci anni fa. Si spande sul suo viso come un alone mistico e avvolge tutta la sua figura.
Per la sorpresa il respiro mi si strozza in gola e Tati approfitta della mia esitazione. Svicola sotto il mio braccio e si infila nel mio ufficio. Perché? Non poteva restare fuori?
«Insegnami!», esclama piantando quello sguardo su di me «Insegnami a non essere la mia peggior nemica».
Insegnarle? Che sta dicendo? La poca saliva che mi è rimasta quasi mi va di traverso.
«Insegnami a cavarmela in ogni situazione».
«Non esiste “ogni situazione”», rispondo ritrovando la voce tutta insieme. «C’è sempre un imprevisto, c’è sempre uno più forte, più veloce, più intelligente, più in gamba o più fortunato di te».
È questa la fregatura.
«Non per te. Tu sei il migliore, giusto?»
«Il migliore?», rispondo ancora di getto, poi scopro la caviglia destra e le mostro la mia personale catena di ferro. «Sono stato fottuto, ricordi?»
E se lei sapesse come e perché mi starebbe lontano un miglio. Peccato io non posso rivelarle la verità.
«Non importa. Qui ti temono oppure ti ammirano e vorrà dire qualcosa, no? Non ho mai visto nessuno come te. Stamattina, quando ci siamo incontrati, mi hai lasciata vincere, vero?»
Certo che l’ho lasciata vincere. Volevo solo metterla alla prova e capire se era come tutti gli altri giovani agenti, deboli e spaventati dalla propria ombra. Non lo è, ovviamente. Tati ha dimostrato di sapermi tenere testa, ma questo non cambia le cose.
«Non è attinente», le faccio notare.
«E invece sì. Oggi in strada mi hai salvata e poco fa mi hai distrutta».
Poco fa lei ha distrutto me, ma andiamo oltre. Di che sta farneticando?
«Tre su tre», insiste alzando pollice, indice e medio davanti alla mia faccia. «Quindi è attinente eccome. Hai ragione, non sono pronta. Preparami tu! Insegnami ad affrontare gli imprevisti. Devi farlo».
Devo? Io non devo proprio nulla e soprattutto non a lei.
«Non si insegna a restare in vita. È questione d’istinto. Credi che io abbia imparato certe cose nella polizia?»
Oddio, se sapesse.
«Ero ingenuo esattamente come te. Un sognatore», ricordo e nel farlo, nel rammentare Diana, il mio collega di allora e quel ragazzo che ancora non sapeva quale merda gli stesse per cadere addosso, mi ritrovo a piegare le labbra in un mezzo sorriso nostalgico.
Dura solo alcuni secondi, il tempo di rammentare anche il seguito e provare un rancore senza fine. Che fine ha fatto quel sognatore? Spazzato via nel giro di pochissimo da persone di cui ancora non conosco il nome né l’identità. Eppure ci sono quasi. Mi basta un altro po’, qualche altro mese al massimo, e avrò le mie risposte… E la mia giustizia. Oppure la mia vendetta. Poco importa quale delle due otterrò, basta che quei figli di puttana finiscano sotto terra. Ecco perché sono disposto a tutto per restare fuori. Ecco perché sono disposto a ingoiare rospi per colazione, pranzo e cena. Ecco perché ho accettato gli ordini del Capo e di lavorare con Samanta, ma no, io non posso insegnarle un bel niente e per il semplice motivo che lei non dovrebbe essere qui.
«La prigione è stata la mia palestra», rivelo. «Lo schifo, il marciume, l’orrore, la lotta per la sopravvivenza in un ambiente dove giorno dopo giorno per cinque anni hanno provato a farmi a pezzi».
Samanta stringe gli occhi e indica la mia schiena.
«Le cicatrici. Te le hanno fatte lì?»
«Sì», ammetto.
«Allora è un tuo dovere davvero», insiste. «Ethan! Se quelli che ti hanno ridotto in quel modo sono gli stessi che io dovrò affrontare nel mio lavoro, ho bisogno che tu sia il mio maestro».
Samanta ha appena pronunciato il mio nome. Un nome che non sento più da tanto tempo ormai e che mi coglie di sorpresa, ma mai come l’ultima parola da lei pronunciata.
Maestro?
«Stai farneticando!», esclamo sprezzante e questa conversazione è durata anche troppo.
Perché c’è un solo motivo per cui lei è tanto decisa a imparare, ora mi è molto chiaro. Ora decifro chiaramente la specie di alone mistico che sempre più intensamente la avvolge. Il Commissario Capo ha ragione: lei vuole trovare gli assassini di suo padre e che io sia maledetto se la aiuterò.
Devo sopportarla fino al ritorno di Bonfigli? Va bene, lo farò. Devo trovare un modo per non metterle le mani addosso e portarmela a letto? Va bene, riuscirò anche in questo. Devo evitare che muoia? Accordato, signor giudice, ma no, non la aiuterò a gettarsi nelle fiamme dell’Inferno. E deve esserlo chiaro una volta per tutte.
La afferro per le spalle e la sollevo in modo che i suoi occhi siano al pari dei miei mentre lei non batte ciglio né di paura né di sorpresa – e nemmeno me lo aspettavo – e scandisco le sillabe una a una con voce sepolcrale.
«Chiedi a qualcun altro».
«No», afferma tra i denti. «Solo tu puoi. Tu sei quello giusto».
«Cazzate!»
«Forse, ma non è una cazzata il patto che ti propongo».
Cristo santo, ma proprio non vuole arrendersi? Addirittura un accordo? Non mi interessa, non lo voglio. Non voglio niente di lei.
La lascio andare per poi voltarle le spalle e andarmene ma forse mi muovo troppo bruscamente. Con la coda dell’occhio vedo i suoi piedi toccare il suolo poi inciampare l’uno sull’altro. Mi giro velocemente e la afferro di nuovo per non farla cadere, ma lei approfitta della mia distrazione.
Mi salta sulle spalle, letteralmente e mi preme un braccio sulla gola, tenendosi il polso con l’altra mano. L’intento è quello di strozzarmi o per lo meno immobilizzarmi, ma dovrà impegnarsi di più per riuscirci.
Volto la testa quel tanto che riesco quindi le lancio un’occhiataccia di sbieco.
«Che stai facendo?»
Lei sorride. Sorride, porca miseria e a pochi centimetri da me. Come se non fossi già abbastanza provato da questa giornata infernale e dalla sua totale mancanza di ragionevolezza, lei s’illumina d’immenso.
«Ti ho appena dimostrato che hai tanto da insegnarmi. Inoltre che sono abbastanza fastidiosa che ti conviene accettare il mio patto».
E quest’ultima direi che è l’unica cosa giusta che è uscita dalla sua bocca.
«Fastidiosa è un eufemismo. Sei insopportabile».
Così tanto che se voglio liberarmene so bene cosa devo fare.
«E va bene, quale patto?», cedo.
Il suo sorriso si allarga ancora di più e finalmente si decide a staccarsi da me. Mi sguscia davanti e mi affronta con la sua solita spavalderia.
«Quanto ci metterà Bonfigli a tornare? Dieci, quindici giorni?»
«Più o meno», sbuffo. «E spero meno che più».
Dove vuole arrivare?
«E in questi giorni tu sei legato a me e io a te».
Stavolta grugnisco e basta come risposta.
«Allora ecco l’accordo. Tu mi insegni qualche trucco. Mi alleni, mi istruisci e io prometto che al termine della nostra prigionia non sarò per te più di alcun fastidio. Farò in modo di cambiare collega. Non lavoreremo più insieme».
Sarebbe troppo bello per essere vero. E lo è. Perché Santorini è stato chiaro. Devo tenerla d’occhio, quindi qualsiasi cosa lei abbia in mente per convincerlo non funzionerà.
«E come pensi di convincere il Commissario?», le faccio presente.
«Quando voglio ottenere qualcosa la ottengo sempre. Lascia fare a me».
Sì, in parte credo sia vero, ma dall’altra parte è fin troppo vaga come spiegazione e io non sono uno sprovveduto. Mi sa di fregatura. Incrocio le braccia al petto e la inchiodo con il mio peggior sguardo.
«I dettagli», ordino, ma lei non tira fuori alcun dettaglio.
Il suo sorriso si trasforma in un ghigno e, nonostante ben poche cose mi facciano paura, l’espressione di Samanta in questo momento è una di quelle.
«Dovrai fidarti. Così come io mi fiderò del fatto che ti impegnerai davvero per trasmettermi i tuoi trucchi e che non farai solo finta».
Fidarmi di lei?
«È un ottimo patto. Soddisferà entrambi», insiste.
Sì, forse ha ragione. Sicuramente è il migliore che ho a disposizione in questo momento. Perché la mia idea di cacciarla trattandola male non ha sortito alcun effetto, anzi ha solo peggiorato le cose per cui…
Sospiro e mi arrendo.
«Ok, affare fatto».
Samanta allunga la mano ma io mi limito a squadrarla a debita distanza.
«Devi stringerla, Mad», protesta lei. «Così si fanno i patti».
No, non è vero. Ci sono stati fin troppi contatti tra noi, non ultimo quel suo sorriso luminoso a pochi centimetri dalla mia faccia quindi per oggi non intendo più toccarla.
«Hai la mia parola. Fattela bastare».
Samanta ritira la mano lentamente e mi scruta sospettosa.
«Non stai pensando a qualche altro tiro mancino, vero?»
«Sto pensando solo a tornarmene a casa. Ne ho davvero abbastanza per oggi».
E dubito per lei sia diverso.
«Dovresti andare anche tu. O ti sei dimenticata che stavi per morire?»
Lei sussulta, visibilmente sorpresa.
«Ti stai preoccupando per me?»
Non direi. Era solo un modo per ricordarle la stronzata commessa oggi, ma ci rinuncio con lei.
«Buona serata, Tati», le sputo quasi in faccia poi le do le spalle.
Non prima però di un’ultima raccomandazione.
«Non azzardarti a frugare nel mio ufficio. Prima di tutto non troveresti nulla e seconda cosa… Me ne accorgerei e non ne sarei felice».
Mi aspetto si offenda per l’accusa, che poi è il vero motivo del mio avvertimento, invece lei saltella al mio fianco e si richiude la porta alle spalle. Serena, allegra, del tutto indifferente alla mia provocazione.
Bah, ci rinuncio davvero.
Le lancio un gesto con la mano e mi allontano velocemente. Non voglio mi stia a fianco né che si metta in testa di seguirmi fino alla macchina o, peggio ancora, mi chieda di uscire insieme come due colleghi che vanno d’amore e d’accordo, tuttavia non pare intenzionata a farlo. Mentre macino ad ampie falcate il corridoio che mi separa dalla porta che dà sul pianerottolo, sento il suo sguardo addosso, sempre più lontano, finché non raggiungo il sospirato pianerottolo. E sospiro davvero di sollievo per poi quasi strozzarmi con l’aria che torna a riempire i miei polmoni.
Cristo Santo, addirittura? Stavo addirittura trattenendo il fiato per causa sua?
Sono ridotto male e forse più che andare a casa ho bisogno di distrarmi. Parlare con qualcuno, staccare dal pensiero di lei. Un’idea mi balza nella testa, ma non sono sicuro sia fattibile.
Guardo l’orologio. No, invece è perfetto. Benché a me, da questa mattina, pare passato un anno intero, sono solo le otto di sera.
Sì, ho proprio bisogno di sfogarmi.
Raggiungo la mia macchina poi sfreccio veloce verso il mio obiettivo. Non ci metto molto a raggiungerlo, ci metto invece molto più tempo a trovare un parcheggio. Alla fine sono quasi le 20:45 quando faccio il mio ingresso nella camera di ospedale dove hanno ricoverato Alessandro Bonfigli. Appena l’ispettore mi vede entrare la sua espressione annoiata si trasforma in un bel sorriso accogliente.
Ecco, i suoi sorrisi non mi disturbano, perché quelli di Samanta invece non li sopporto.
«Brutto figlio di puttana!», mi accoglie allargando le braccia. «Ce ne hai messo per venirmi a trovare».
Credo che anche per lui le ultime ore siano state molto lunghe.
«Ho dovuto prima affrontare il Capo, sai com’è», mi giustifico.
Mi sposto verso il suo letto tuttavia Alessandro continua a guardare la porta. Che sta cercando?
«Sei solo?», mi chiede dopo qualche istante.
«E con chi cazzo dovrei essere?»
«Non so, magari con Samanta. Ho visto che andate parecchio d’accordo».
Lo sta facendo apposta oppure i medici non si sono accorti di un gigantesco trauma cranico che gli ottenebra il cervello?
Direi apposta visto come ridacchia sotto i baffi.
Sbuffo, poi prendo la sedia e la posiziono vicino a lui, sbattendola così forte per terra che forse avrò svegliato qualcuno al piano di sotto.
«Possiamo evitare di parlare di lei?», grugnisco.
Insomma, sono venuto qui per togliermela dalla testa.
«Vuoi evitare di parlare di una donna appena arrivata al Commissariato, dolce, in gamba, intelligente, coraggiosa, abile, sexy da fare schifo…»
«E che per poco ci rimaneva secca», concludo al posto suo. «Sì, grazie».
Non mi pare di aver detto nulla di strano eppure Alessandro scoppia a ridere. Di gusto anche, tenendosi teatralmente la pancia con il braccio sano.
«Sai», riprende quando smette di fare il coglione. «Ti ho visto trattare di merda tante persone. Criminali, colleghi, superiori anche. Ti ho visto anche ignorarli oppure guardarli talmente storto da farli fuggire a gambe levate. Eppure non ti ho mai visto reagire come con lei. Ti manda proprio in bestia, eh?»
Non è questione di mandarmi in bestia è che… Che… Che non ce la voglio qui. L’ho già detto per caso? Non dipende da lei, da com’è e come si comporta, o meglio, solo indirettamente, quanto dal suo nome. Quel maledetto nome che la collega al mio passato. Ma Alessandro sa poco e niente di tutto questo e forse è il caso che venga messo al corrente. Non era questo lo scopo della mia visita, anzi, tutto il contrario eppure adesso che l’argomento è saltato fuori, è come se io stesso sentissi il bisogno di parlarne dopo tanto tempo in cui ho celato il segreto. Un segreto che mi ha rovinato la vita e che giorno dopo giorno diventa sempre più gravoso.
Ma da dove comincio? Forse proprio da Samanta.
«Sai chi è lei?», gli domando diretto e dal mio tono Alessandro intuisce.
Il suo sorriso muore all’istante mentre il suo sguardo corre nuovamente alla porta. È chiusa eppure è come se lui si aspettasse di vederla aprirsi da un momento all’altro.
«Sei solo?», gli rigiro la domanda che mi ha posto poco fa.
«Sì, ma aspetto visite».
«Quando?», mi informo.
«Hai circa venti minuti».
Bastano e avanzano. Non ci metterò molto a fargli capire le mie ragioni.
«Sai della morte del padre di Samanta, vero?»
«Certo che lo so. Mi ha avvisato il Commissario, circa cinque minuti prima di dirmi che sarebbe stata la mia collega».
C’è da riconoscere che il Capo ha sempre un ottimo tempismo.
«Ucciso in una rapina finita male in un piccolo supermercato di periferia. Il rapinatore ha perso il controllo e ha sparato, uccidendo il padre di Samanta. Ricordavo vagamente quel caso, allora ero stato trasferito da poco qui da voi».
Ok, quindi conosce il minimo indispensabile, ma come raccontargli il resto? Forse andando dritto al punto.
Inspiro a fondo e lo tiro fuori tutto d’un fiato.
«Io, anzi, io e Aron abbiamo avuto a che fare con il padre di Samanta».
Ecco l’ho detto e la reazione è esattamente quella che mi aspettavo.
Alessandro salta letteralmente sul letto. Sgrana gli occhi e mi fissa come avesse appena visto un fantasma.
«Tu? Vuoi dire che tu ti sei occupato della morte del padre di quella ragazza? Ma… Ma…», comincia a balbettare e comprendo la sua perplessità.
«Ma il dossier del caso non riporta i nostri due nomi, sì, lo so e questo perché non era ufficialmente un caso assegnato a me e Aron, solo che quel giorno fummo i primi ad arrivare sul posto».
Non è proprio così, ma altro non posso dirgli.
«Fui io stesso a premere i palmi sulla ferita al petto di Pietro Bonetti per cercare di bloccare l’emorragia. Io avevo il suo sangue sulle mani, io vidi la vita abbandonare il suo corpo mentre gli occhi diventavano vitrei».
Più o meno come quelli di Alessandro. È sempre più sconvolto.
«E lei lo sa?», sussurra quasi senza fiato. «Samanta sa che sei stato l’ultimo a vedere suo padre vivo?»
Sta scherzando?
«No e non deve saperlo», esplodo in un ringhio.
È una reazione eccessiva anche per me e Alessandro non è uno stupido. I suoi occhi si assottigliano mentre studia ogni ruga del mio viso.
«Perché, Mad? Cosa non deve sapere?»
Qualcosa di cui pochissime persone sono a conoscenza e che forse non dovrei svelare ora a lui, ma… Maledizione! Lui mi ha protetto le spalle molte volte da quando lavoriamo insieme e non vedo il motivo di non metterlo al corrente, almeno dell’essenziale.
Sospiro e sputo il rospo. Quel rospo che proprio non ne vuole più sapere di andare giù.
«Il motivo per cui nonostante tutto mi ritrovai con il mio partner a indagare su quella morte. Perché i nostri nomi non esistono sul rapporto, ma nella realtà esistevano eccome».
Alessandro deglutisce. Vedo il suo pomo di Adamo andare su e giù due o tre volte, come se faticasse a ingoiare una saliva che non c’è o un groppo che gli chiude la gola. Alla fine però ci riesce ed è proprio lui a darsi la risposta che sta aspettando.
«Un altro vostro caso riconduceva al padre di Samanta. Qualcosa di grosso. Qualcosa che vi ha fatto tenere tutto segreto».
«Sì, proprio così», sussurro.
Non perché io abbia paura che qualcuno mi senta, ma perché il ricordo di quei mesi è straziante e non ho più fiato. Troppe persone sono morte, troppe sono state costrette a fuggire e io… Io, merda, forse ho fatto la fine peggiore di tutti… Per ora. Credono di avermi sconfitto e sono contento di farglielo credere, ma sono ancora qui e più combattivo che mai.
«Cristo!», esclama Alessandro, strappandomi dai miei pensieri.
Continua a fissarmi con le pupille dilatate mentre si massaggia le tempie, tuttavia il suo atteggiamento è cambiato. Si è fatto pensieroso. Posso immaginare perché. Sta rimettendo insieme i pezzi, i ricordi, le informazioni appena apprese e sta cercando di tirare le somme. Quali e quante? D’un tratto temo di aver detto troppo, di aver rischiato oltre il dovuto. E se capisse? Se il suo ragionamento lo portasse dove nessuno deve arrivare?
Trattengo il fiato, mentre studio il suo volto dove vedo scorrere come su uno schermo televisivo tutte le fasi di questo processo. I dubbi, le domande, le ipotesi, i ricordi, i collegamenti tra loro… Finché d’un tratto il mio amico torna a parlare e il mio cuore si ferma, in attesa come tutto il resto di me.
«E non lo risolveste, vero?», domanda. «Il vostro caso».
Il sollievo è così grande che per poco non mi sfugge un sospiro. Alessandro non ha capito o forse… Forse ha compreso fin troppo e ha pensato bene di evitare. Qualunque sia la risposta, va bene così.
Scuoto la testa.
«E come avremmo potuto? Diana morì, Aron si ritirò per stare dietro alla figlia e poi… Poi sai cosa è successo a me, no?»
Insomma, lui c’era. Come ha detto si era trasferito da poco, non era ispettore, non aveva i capelli bianchi, ma comunque lui c’era e ricorda cosa mi accadde nei mesi successivi. L’accusa, l’arresto, il processo...
E lo ricordo anche io. Nel petto mi si apre una voragine e sono costretto a scuotere la testa per scacciare quei frammenti di passato che tentano di catturarmi quindi proseguo il racconto.
«Il nostro caso passò ad altri che non arrivarono ad alcuna conclusione».
Di nuovo il mio amico torna a riflettere ma stavolta non gliene do il tempo. Basta giocare con il fuoco. Tutta questa conversazione è cominciata per un motivo, uno solo: spiegare perché sono così duro con Tati. Ed eccolo, il motivo.
«Samanta non ha mai creduto che la morte del padre fosse accidentale. Sta ancora cercando di risolvere il suo assassinio. Ecco perché è tornata», svelo e forse questa è la bomba più grossa di tutte per Alessandro.
Sbianca e le pupille inghiottono tutta l’iride mentre le vene del collo si gonfiano, le mani si chiudono a pugno, il respiro accelera e io mi sento un vero coglione.
Ho forse dimenticato che oggi lui è stato ferito ed è ricoverato in ospedale? Che mi è saltato in mente?
«Non dovevo venire», grugnisco arrabbiato con me stesso. «È meglio che me ne vada».
Faccio per alzarmi in piedi, ma Alessandro uncina le dita alla mia maglietta. Il suo sguardo è spiritato, il volto sempre più pallido.
«E tu sei della stessa convinzione, vero? Tu credi che non sia stato un incidente».
Serro le labbra. Credo di aver già detto troppo e sono più scosso e stanco di quanto avessi valutato se ho commesso tale errore. Non era questa la mia intenzione.
Qual era allora? Non lo so più, ma di certo non raccontare qualcosa che può mettere in pericolo anche lui.
Stringo la mano di Alessandro e stacco la sua presa da me, poi lo spingo per le spalle in modo che torni steso.
«Calmati, Ale. Non c’è nulla di strano nella morte di Bonetti. Sono cose del passato. Il problema è che quella ragazza potrebbe compiere stupidaggini pur di arrivare a un obiettivo che non esiste. Ecco perché la voglio lontano da me».
Lui scuote la testa.
«No, non è questo. Temi che stia correndo dei rischi a indagare. Per questo stai facendo di tutto per allontanare Samanta, vero? Le dici continuamente che non è in grado di fare la poliziotta, la denigri, la umili come non ti ho mai visto fare con nessuno. Speri di farle cambiare idea, magari persino di mandarla via dalla città. La stai proteggendo».
Mi conosce meglio di quanto credessi.
Irrigidisco tutti i muscoli affinché il mio amico non comprenda nulla di ciò che si sta scatenando dentro di me quindi mi impongo una totale indifferenza. Gelida e impenetrabile indifferenza.
«No, è come ti ho detto e in più, se scoprisse che io ho avuto a che fare con suo padre, non avrebbe pace».
«Dillo al capo, allora», insiste. «Spiegagli tutto e digli di tenerla il più lontano possibile da te. Lui capirà, lui…»
Alessandro si blocca forse perché ha compreso da solo.
«Lui già lo sa, vero?», chiede in un mezzo grugnito. «Anzi, l’ha messa apposta con te. Vuole che la tieni d’occhio».
E conosce molto bene anche Santorini.
«Porca puttana, amico», sbotta. «Ora capisco tutto e hai ragione a essere incazzato. Sei nella merda».
Merda è dire poco. La situazione è così difficile e complicata che in alcuni momenti mi sento soffocare. Samanta si sta rivelando ingestibile per me.
«Tuttavia a maggior ragione stai sbagliando», continua lui e io sussulto, sorpreso dal suo voltafaccia.
Cosa? Di che sta parlando? E perché mi fissa con rimprovero? Non capisco a cosa sia dovuto questo improvviso mutamento.
«Non capisci? Lei non si arrenderà mai. Le hanno ucciso il padre quando aveva diciotto anni e se dopo tutto questo tempo sta ancora cercando il colpevole, allora niente le farà cambiare idea, nemmeno la tua stronzaggine. L’hai visto il suo carattere, no? Hai visto la grinta che la anima».
L’ho vista eccome. È un mastino che non molla l’osso.
È testarda, tenace, irremovibile. Non si lascia intimidire né minacciare. Va avanti a testa alta qualsiasi cosa io le dica o faccia, addirittura con il sorriso sulle labbra, come se nulla potesse toccarla. Nulla a parte le mie mani.
Cristo! A incasinare il tutto doveva mettersi pure questa attrazione che mi si scatena dentro ogni volta che mi sta vicina.
«Una donna come lei non si arrenderà mai», tuona Alessandro. «E farà davvero di tutto per trovare qualche traccia. Si metterà nei casini e a quel punto avrà bisogno di aiuto. Se non sarai lì tu, se l’avrai cacciata… Lei farà una brutta fine, Mad».
«Mi sembra di sentire Santorini», mugugno indispettito.
«Perché ha ragione. Non puoi allontanare Sam, al contrario, la devi tenere più possibile vicina a te».
Se sapesse quanto la tenevo vicina poco fa, non sarebbe di tale opinione, ma anche ignorandolo… Non può dire sul serio.
«Perché io? Perché non altri? Insomma, Ale, ti sei dimenticato con chi stai parlando?», borbotto nervoso. «Non mi chiamano Mad Dog per divertimento».
E non capisco che sia preso a tutti quanti oggi. Il Capo vuole che tenga d’occhio la persona che dovrebbe starmi più lontana, Samanta che mi chiede di essere suo maestro – Maestro! Ora che ci ripenso è davvero terrificante – e infine ci si mette pure il mio partner a dirmi, non solo di proteggerla, ma anche di tenerla molto vicina e andarci d’accordo. C’è forse in giro un’epidemia di qualche virus strano che mangia il cervello?
«E tu ti sei dimenticato che ti conosco da prima di questo stupido soprannome? Ethan», mi chiama lui, usando il mio vero nome.
Non mi fa lo stesso effetto di quando lo ha usato Samanta, ma comunque sento un brivido lungo la schiena. Ormai nessuno mi chiama più così come se Ethan Cooper fosse morto dieci anni fa. E forse lo è davvero.
«Lei potrebbe avere grossi guai e tu non sei tipo da lasciare una persona in difficoltà. Anzi, tu sei perfetto per questo incarico. Non a caso oggi l’hai salvata».
Che cazzo c’entra?
«Non sono mica un mostro che lascia uccidere una persona senza fare nulla?», obietto.
Alessandro ridacchia e mi scruta di traverso.
«Come se fosse stato l’unico momento in cui l’hai protetta. Sbaglio o hai evitato che la macchina la colpisse?»
Di nuovo, che cazzo c’entra?
«Sì e non ci vedo nulla di strano», ammetto.
«Ma non hai avuto la stessa accortezza con me. Ed eccomi qui».
Cosa sarebbe, un’accusa? No, ovviamente no, solo un patetico tentativo di mettermi alle strette facendomi ammettere chissà cosa. Magari che io tengo a Samanta.
È fuori strada.
«Ho protetto l’anello debole», preciso. «Le tue capacità le conosco».
«Sì e, ribadisco, eccomi qui», sbuffa lui. «Hai valutato i miei riflessi e agilità di quarantanovenne migliori di quelli di una ventisettenne. La verità è che hai sbagliato anello debole, Mad. Non era lei ma io, eppure tu d’istinto hai pensato a lei. Ti sei mosso veloce come un fulmine e l’hai messa al sicuro».
E con questo che vuole dimostrare?
«Quindi?»
«Quindi puoi raccontarmi e raccontarti quello che vuoi, ma tu, il tu che sta qui dentro», afferma picchettandomi con l’indice sul petto, all’altezza del cuore. «Sa bene come comportarsi».
Il mio cuore, eh? Quante stronzate! E più stronzo sono io che sto qui ad ascoltarle.
Mi alzo di scatto, così che stavolta il mio amico non abbia modo di fermarmi quindi mi avvio alla porta.
«Si è fatto tardi. Devi riposare e se non erro aspetti visite», gli ricordo.
«Pensaci!», esclama lui.
Di solito è Alessandro a sparare battute, a essere allegro e divertente ma all’improvviso ho voglia io di un momento di rilassatezza e svago. Io che ero venuto qui per togliermi Samanta dalla testa e invece vi si è fissata più che mai. E così sparo la prima cavolata che mi salta in mente.
«A cosa? All’orario? O alle tue visite? Chi stai aspettando?», lo punzecchio.
Alessandro sbuffa.
«Pensa al fatto di tenerla più vicina possibile, magari smettendo di trattarla tanto male. Sai, potrebbe essere persino piacevole lavorare con lei. Samanta a me ha fatto un’ottima impressione. La ammiro, anche solo per come ti tiene testa».
Lo so io per cosa la ammira.
«Lo sai che, anche se sei divorziato, potrebbe essere tua figlia e che pensare a lei in quel modo non è appropriato, vero?», continuo a sfotterlo.
La faccia di Alessandro muta all’improvviso. I denti sbattono così forte che li sento anche da qui, le guance si gonfiano come un palloncino e la sua mano destra corre al comodino ad afferrare un bicchiere, immagino pensando di tirarmelo contro.
«E lo sai che sei un vero figlio di puttana, vero?»
Ciò che so è che è così buffo che non riesco a trattenermi ed esplodo in una grassa risata. Sincera, che sgorga direttamente dal petto, purificando ogni inquietudine di questa lunga e difficile giornata, e sono ancora perso in tale attimo di allegria quando le mie narici captano un odore. È molto piacevole, ammaliante ma, soprattutto, è un odore familiare.
I singulti della risata si trasformano velocemente in colpi di tosse mentre respiro e saliva mi vanno di traverso e un secondo dopo Samanta fa il suo ingresso nella stanza.
Sì, è suo il profumo e non capisco per quale motivo sia qui. Ma soprattutto, quanto ha sentito dei nostri discorsi?
Un brivido gelido mi scuote fin nel midollo mentre cerco sul suo volto qualche traccia di sgomento, collera o di ogni altra emozione che potrebbe provare se avesse udito parlare del mio coinvolgimento nella morte di suo padre, ma tutto ciò che scorgo è sorpresa. Una piacevole sorpresa che le distende i tratti mentre mi fissa.
Che ha da fissare?
«Sam!», quasi urla Alessandro e per fortuna la sua attenzione viene sviata. «Sei arrivata».
Arrivata? Era lei quindi che aspettava? Non capisco perché non me l’abbia detto così come non capisco come mai sia tanto felice di vederla. Addirittura entusiasta.
Samanta si schiarisce la gola e gli va vicino porgendogli una scatola di biscotti saltata fuori da chissà dove. In realtà credo la avesse in mano e questo mi dà la misura di quanto io sia sconvolto. Non la avevo nemmeno notata.
«Non so se puoi mangiarli, ma non mi piaceva presentarmi a mani vuote», sussurra.
Il volto di Ale si illumina e prende quei biscotti come fossero il suo tesoro più prezioso.
«Posso e lo farò anche. Grazie mille».
Apre la scatola con gesti frenetici quindi addenta al volo il primo biscotto. I suoi occhi diventano velocemente due fari che splendono nella stanza, mentre Samanta, sorridente e felice, si siede dove poco fa mi trovavo io.
«Come stai?», gli chiede lei con voce dolce e premurosa.
Lui emette un lungo sospiro, troppo lungo e troppo… Sospiroso, come quello di un innamorato e, giuro, per un attimo non so se sto sognando oppure sono stato catapultato in una realtà alternativa.
Che diavolo sta succedendo? Perché Alessandro si comporta così? Stai a vedere che quella che ho lanciato come battuta provocatoria sia andata vicino alla realtà.
Mi pare strano eppure ciò che vedo non lascia adito a dubbi. Da quando Tati è arrivata Alessandro non mi ha più guardato come lei fosse l’unica presenza nella stanza. Provo persino a emettere un altro colpo di tosse per attirare la sua attenzione, ma è come non avesse udito nulla.
Nulla a parte la voce di lei.
«Hai bisogno di qualcosa?», gli domanda sempre premurosa, anche troppo.
«No, non mi serve nulla».
Alessandro è così sdilinquito che mi aspetto finisca la frase con il classico “ora che ci sei tu”, ma grazie a Dio non lo fa. Ciò che fa, però, mi lascia ancora più basito.
Allunga una mano e prende la sua in un gesto che potrebbe apparire di semplice amicizia eppure… Eppure io ci leggo altro.
Cristo santo! Ma come, quando? L’ha conosciuta questa mattina.
Una vocina nella testa mi suggerisce che anche io l’ho conosciuta questa mattina tuttavia ho già trovato il modo di andare a fuoco per lei e toccarla, ma lui… Lui…
Fanculo! Potrebbe davvero essere sua figlia oltre al fatto che è un suo superiore. E anche se ciò spiegherebbe tutta la sua preoccupazione nei suoi confronti… Che merda di intenzioni ha? Be’, qualunque siano a lei non pare dare fastidio. Ha il suo solito sorriso stampato in faccia e non vedo perché dovrei intromettermi. Anzi, direi che sono di troppo.
Con gesto brusco abbasso la maniglia, pronto a dileguarmi, quando con la coda dell’occhio noto un altro movimento di Alessandro. Allunga la mano verso il volto di Samanta e le scosta una ciocca dal viso, portandogliela dietro ai capelli. Lei sussulta sorpresa muovendosi a disagio sulla sedia, tuttavia non dice nulla. Educazione, soggezione, o il fatto che lui sia malato? Che cosa la trattiene? Non certo il piacere.
Io ho visto com’è Samanta quando le piace essere avvicinata. Come le si scuriscono gli occhi, o si imporporano le guance, come apre le labbra umettandosele o come si allunga verso le mani da cui desidera essere toccata. Sì, io l’ho vista e non è certo ciò che ho davanti, soprattutto quando la mano di Alessandro si sposta dai suoi capelli per puntare la sua guancia. Negli occhi di lei passano una marea di emozioni. Le vedo una per una e le interpreto anche.
Disagio, imbarazzo e persino fastidio. Un fastidio che tuttavia è nulla rispetto alla collera che mi si scatena dentro. E non mi frega niente se lei non protesta e lui pare diventato un coglione, agisco d’istinto.
Le mie dita sono intorno al polso di Alessandro ben prima che possa sfiorare ancora Samanta e glielo porto indietro così di scatto che lui geme.
Non mi frega un cazzo nemmeno di questo.
«Se non te ne sei accorto, non le piace essere toccata da te», ruggisco, abbassandomi fino al suo orecchio.
Alessandro mi guarda, per nulla intimorito, poi guarda Samanta, poi torna su di me e all’improvviso la sua espressione torna quella di sempre: distesa, scaltra, divertita persino.
M’irrigidisco. Si sta divertendo?
«Se non te ne sei accorto», sussurra anche lui nel mio orecchio e con un lampo vittorioso nelle iridi. «L’hai appena protetta».
Mi tiro indietro di scatto, incredulo.
Era questo quindi? Una trappola per indurmi a scoprirmi?
«Ammettilo!», ribadisce Alessandro.
Che cosa dovrei ammettere che per essere uno che incute tanto timore vengo incastrato troppo facilmente? Difficile non farlo visto che ne giro di dodici ore c’è riuscito il Commissario, poi Tati e ora persino Alessandro.
E comunque questa sua dimostrazione è stata abbastanza inutile. Ormai ho stretto un patto con Samanta.
Quindici giorni e si toglierà dalle palle. Quindici giorni e potrò concentrarmi sui miei affari. Quindici giorni e tornerò a essere solitario, burbero, scontroso e con nessuno da proteggere se non me stesso.
Il pensiero è così soddisfacente che mi ritrovo a sorridere soddisfatto e non solo ad Alessandro ma anche a Samanta che mi scruta confusa, per non dire stordita. Immagino che voglia delle spiegazioni, ma ci penserà il buon Alessandro con tanto di scuse. Per quanto mi riguarda non ho altro da fare qui, anzi sono rimasto anche troppo a lungo.
Sollevo la mano in un gesto di commiato poi volto le spalle a entrambi e con passo leggero me ne vado da quella camera. Molto leggero perché nella testa continuo a ripetermi quelle tre parole come un mantra: solo quindici giorni.
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