Scritto il 23/07/2026
da MARIKA SM


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Samanta – Il mio compagno

 

Mad è dentro da quindici minuti e da cinque circa è arrivato Dicenta. Non sento urla, minacce, spari e già mi sembra un bel risultato. Sì, perché decidere di entrare da solo non mi è parsa per nulla una buona idea soprattutto perché non sappiamo cosa sta per accadere.

Io meno di tutti. Fino a qualche minuto fa non conoscevo nemmeno il nome del nostro sospettato e per quanto riguarda la sua faccia… Appena ho visto scendere quell’uomo serio e impettito, con un codazzo di scagnozzi, ho immaginato subito chi fosse ma mi è servita una ricerca su internet per averne conferma. Internet, cazzo! Sono una poliziotta e sono dovuta ricorrere a Internet perché il mio partner, o quel che diavolo è Mad, non mi ha informata di nulla, ma solo intimato di restare qui. E come dovrei aiutarlo se le cose andassero storte?

Ah, giusto. Secondo lui il mio aiuto non serve e non lo vuole nemmeno. Peccato che questo sia il mio lavoro, quello per cui sono stata addestrata quindi con cavolo che resto qui senza fare niente.

Prendo al volo il mio telefono e chiamo in Commissariato.

«Agente scelto Bonetti», mi qualifico alla centralinista. «Dovrei parlare con Gardini».

Attendo qualche secondo poi la voce di Milo mi risuona nelle orecchie. È allarmata e anche bassa, molto bassa. Ma si può sapere perché quando parla con me deve sempre sussurrare?

«Samanta, che succede?»

«Nulla di tragico», lo rassicuro prima che chiami ambulanza, vigili del fuoco e i colleghi come rinforzi. «Ho solo bisogno di un favore».

Che poi non è proprio un favore in realtà, ma non so a chi chiedere e lui è il mio unico amico lì.

«Avrei bisogno di esaminare un fascicolo su un sospettato. Hai modo di mandarmelo sul cellulare?»

«E Mad Dog? Dove sta?»

Cosa importa a lui dove sta?

«Ti serve che sia lui a chiedertelo? Io non basto?», m’informo piccata.

Milo si schiarisce la voce, probabilmente accorgendosi della gaffe e si affretta a correggersi.

«Intendevo perché non te lo mostra lui. Immagino sia il caso su cui ti ha portato a lavorare stamattina».

Immagina bene così come io immagino che lui sia preoccupato per me e voglia capire che sta succedendo, ma di nuovo non sono affari suoi.

«Milo, sono una poliziotta e sto indagando su un sospettato. Ho bisogno del fascicolo e non posso tornare in Commissariato a prendermelo visto che sto facendo un appostamento insieme a Mad. Ti è possibile mandarmelo? O se preferisci, indicami a chi chiedere e smetterò di romperti le scatole».

«No, no, te lo mando», replica in fretta. «Dimmi il nome».

«Cristiano Dicenta. È…»

«Lo so chi è», mi anticipa lui, sbuffando mentre in sottofondo sento le sue dita ticchettare sulla tastiera. «E spero tu stia attenta».

«Attentissima. Sono chiusa in macchina», grugnisco.

Non ho fatto nulla per celare il mio dissenso e Milo comprende ben più di quanto vorrei.

«Ti ci ha lasciata lui, vero? Forse allora è meno pericoloso di quanto credessi».

E il mio giovane collega è più irritante di quanto credessi io. Da quando sono qui non ha fatto che mettermi in guardia su Mad e ora ne approva le decisioni?

«Il fascicolo?», taglio corto prima che mi sfugga qualcosa che mi porti ancora a discutere con lui.

Non ho davvero voglia di litigare con l’unico che non solo mi è amico, ma che mi sta anche aiutando.

«Tre secondi e arriva».

Sento una battuta sulla tastiera più forte delle precedenti e dopo qualche istante il mio cellulare trilla.

«Arrivato!», esulto, cominciando subito a scorrere con gli occhi il contenuto del file.

Dati personali, lavoro, famiglia, rapporti di precedenti appostamenti, foto, persino trascrizioni di audio… Che risalgono a mesi fa. In effetti è parecchio che gli stiamo addosso, o meglio, che Mad e Bonfigli gli stanno addosso – i rapporti hanno tutti le firme dell’ispettore – ma senza aver trovato nulla di rilevante. Ma proprio niente di niente come se quello che avessi appena visto entrare nel B&B fosse un uomo d’affari qualsiasi, onesto e pulito.

I miei sensi entrano in allerta più di quanto non sia stato finora.

Mad ha definito Dicenta un capetto. Come è possibile che finora sia sfuggito a ogni sorta di nostro controllo? Porca miseria, non ha nemmeno una contravvenzione, eppure davanti agli occhi ho la sua bella auto lussuosa parcheggiata in divieto di sosta.

«Serve altro?», domanda Milo e la sua voce non solo mi riporta alla realtà, ma stuzzica anche la mia curiosità.

«Sì, forse sì», mugugno. «Che altro abbiamo su Dicenta?», chiedo di getto seguendo il mio istinto.

«Come che altro? È tutto lì».

Impossibile.

«Secondo i nostri sospetti Dicenta è uno dei capetti nel traffico di droga della regione», comincio a spiegare. «Uno. Non Il. Gli altri? Chi sono, che fanno? Cosa abbiamo su di loro?»

«Aspetta», mormora Milo e io lo faccio mentre i miei neuroni non smettono di lavorare, correre, impattare l’uno sull’altro intrecciando idee e informazioni.

Quanti sono? Due, tre, quattro o persino più? E ce n’è uno sopra di loro a cui rispondono? Sono le persone che si incontreranno qui? Voglio nomi e foto così saprò riconoscerli appena arrivano. O almeno lo spero».

«In consegna!», esclama Milo.

Un secondo trillo e stavolta i fascicoli sono due. Li apro con ancora più curiosità e attenzione, ma Milo comincia un breve riassunto.

«I rivali di Dicenta, o colleghi, non si sa bene cosa siano di preciso, probabilmente entrambe le cose, sono due: Manuel Cattaneo e Domenico Furlan. Il primo è un agente immobiliare, ricco di famiglia, con agenzie sparse su tutto il territorio e, inutile dire, gli piace vivere nel lusso. La sua villa è grande quanto un campo da calcio. Il secondo invece è un ingegnere con origine venete. La sua famiglia si trasferì qui quando lui era solo un bambino. Consigliere dell’Ordine degli Ingegneri, professore all’Università… Il suo nome è piuttosto conosciuto. Non conduce una vita chissà quanto lussuosa ma i soldi non gli mancano».

Quindi, visto che Dicenta è un costruttore, sono tutti più o meno impegnati nel settore immobiliare… Oltre che in quello degli stupefacenti.

«Altro?», chiedo distrattamente.

In realtà sto cercando da sola nei dossier i vari elementi che ritengo utili. Ad esempio ho appena notato qualcosa.

«Furlan ha una scorta», noto in un sussulto.

«Tutti la hanno, Sam. Non hai visto con quali gorilla girano?».

No, non ha capito.

«Non sto parlando di guardie del corpo o scagnozzi con fedine penali più o meno pulite. Furlan ha una scorta pagata dallo Stato».

Perché? Come è possibile?

Leggo velocemente le informazioni e la risposta è ovvia, per quanto incredibile.

«Minacce mafiose?», sussulto. «Furlan, l’uomo accusato di controllare parte del traffico di droga nella nostra regione, è sotto scorta per aver ricevuto minacce di stampo malavitoso?»

Sento Milo grugnire tutta la sua disapprovazione.

«Già, ridicolo tanto quanto un ex poliziotto in libertà vigilata che lavora assieme a una poliziotta appena arrivata in città».

Santo cielo, proprio non gli va giù, eh?

«Milo!», lo richiamo secca.

«Ok, ok. Anni fa Furlan si scagliò contro la corruzione e l’infiltrazione di gruppi di stampo malavitoso negli appalti edili. Denunciò alcuni impresari nonché il Presidente dell’Ordine degli Ingegneri e anche uno o due colleghi che avevano ricevuto tangenti per firmare progetti fasulli su grandi opere pubbliche nella Regione. Le sue accuse e testimonianze scatenarono un pandemonio che portò all’arresto di molti personaggi influenti, compresi due o tre politici. Da lì le minacce e la scorta. Scorta che tuttavia gli fu tolta due anni fa».

Sospiro, notando il dettaglio che mi era sfuggito. È vero, non possiede più la nostra protezione e secondo quanto riportato qui, per sua stessa richiesta. Sorrido con amarezza.

Be’, ovvio. Come essere un trafficante sotto gli occhi attenti di un gruppo di poliziotti? Dubito tuttavia che Furlan abbia cominciato a maneggiare droga solo da un paio di anni e l’idea che dei colleghi abbiano rischiato la vita per un criminale… Mi si contorce lo stomaco dalla nausea. E anche la bocca mi si piega in una smorfia schifata mentre dalla gola mi esce un verso simile a un rigurgito.

«Tutto ok?», domanda Milo.

Più o meno. In realtà, al di là del disgusto per individui come Furlan, ora mi chiedo perché mai Mad Dog mi abbia tenuta all’oscuro di tutti questi dettagli. Non ha avuto tempo oppure la motivazione era un’altra? Forse ha solo cercato di tenermi al sicuro? No, non ha senso. Mi ha portata qui, a sorvegliare i tipi, perché farlo se non voleva rendermi partecipe?

Sto ancora rimuginando sulla situazione quando Milo attira nuovamente la mia attenzione.

«Sam, dove sta Mad Dog?», domanda all’improvviso.

Ancora? Ma ne è ossessionato!

«Milo, non credo…»

«No, aspetta», mi blocca deciso. «Non è per dirti di stare attenta a lui».

Allora per cosa?

«Dimmi dove sta», insiste senza spiegare e comincio a innervosirmi.

«Sta svolgendo il suo lavoro», rispondo vaga.

«Con Dicenta, per caso? O Cattaneo o Furlan?».

«Si può sapere che succede?», chiedo spazientita.

«Succede che ho appena ricevuto un alert da uno dei semafori in via dei Gigli».

Ma di che sta parlando?

«Un alert?»

Milo sbuffa e io con lui mentre il cuore comincia a battere veloce, le mani a sudare e il sangue a scaldarsi. Non so bene quale sia il problema ma è chiaro vi sia perché Milo è parecchio agitato.

«Non sai che lavoro svolgo al Commissariato, vero?»

La sua non è un’accusa ma per me è come lo fosse. No, non lo so perché non mi è importato di chiederglielo e sono stata davvero pessima.

«No», ammetto riluttante.

«Controllo delle infrazioni semaforiche. Non solo questo ovviamente», precisa con una punta di orgoglio. «Ma è uno dei miei incarichi. Comunque da qualche mese abbiamo istallato apparecchi che a ogni infrazione inviano immediatamente un alert al Commissariato».

«Vuoi dire che vedi le macchine passare con il rosso in tempo reale?»

«Con uno scarto di qualche secondo, sì e non in tutta la città ovviamente, ma in alcuni punti strategici».

Sono sorpresa, lo ammetto, ma ovviamente ciò che mi interessa adesso è il collegamento della sua mansione con Mad.

«E quindi?»

«Quindi una macchina è appena passata con il rosso all’incrocio tra via del Glicine e via dei Gigli. Una macchina la cui targa corrisponde a una Mercedes classe A nera, di proprietà di Nico Cattaneo».

«Cattaneo come…»

«Come Manuel Cattaneo. Nico è il figlio», m’informa Milo.

Il figlio di Cattaneo?

«Sam», mi richiama Milo. «Ora non so se è una coincidenza il fatto che tu mi abbia chiesto proprio di quei tre oggi e non so se Nico è con suo padre, ma ciò che è importante è che sei mesi fa Nico è stato arrestato per possesso di stupefacenti. A beccarlo fu l’ispettore Bonfigli».

Il fiato mi si spezza a metà gola e ora capisco perché Milo si sta preoccupando tanto. Se è stato Bonfigli, significa che Mad era presente e se c’era Mad significa che il figlio di Cattaneo sa chi è lui. Altro che cavigliera, altro che anonimato. Sapranno esattamente con chi collabora. Devo avvertirlo e farlo uscire da lì solo che…

«Dove sei, Sam? E dove sta Mad?», chiede Milo. «Siete vicini a via dei Gigli?»

Vicini?

Guardo con crescente ansia l’ingresso del b&b, poi le strade che conducono a esso. Quella di destra, quella di sinistra e… Via dei Gigli, ovvero quella in cui abbiamo parcheggiato.

Ecco il guaio. Non posso far uscire Mad perché praticamente i Cattaneo sono già qui.

Deglutisco le poche gocce di saliva nella bocca riarsa poi deglutisco ancora, ma non ottengo altro che restare con la lingua appiccicata al palato quando vedo avverarsi il mio peggior presentimento. Una Mercedes nera classe A mi sfreccia davanti, inchioda a pochi metri dall’ingresso del b&b poi i quattro sportelli si aprono in contemporanea. Scende prima un uomo sui cinquantacinque anni, fisico allenato, barbetta incolta, capelli pettinati all’indietro. È tale e quale alla foto che ho appena visto nel suo fascicolo per cui il nome mi sale automaticamente alle labbra.

«Manuel Cattaneo», sussurro.

Il secondo e il terzo sono alti, grossi, robusti… Devono essere le guardie del corpo. E il quarto… Il quarto, quello alla guida, ha sui trent’anni, occhiali con montatura d’acciaio, vestito elegante blu scuro, e gemelli d’oro ai polsi, così luccicanti che li scorgo anche da qui. Non riconosco il suo viso, non conosco il suo nome ma, diavolo, non ci vuole un genio a capirlo. Occhiali a parte è identico al padre.

«Nico Cattaneo», mormoro e ora la bocca è un vero deserto.

Non c’è nulla da provare a inghiottire, solo un groppo grande come un melone che mi chiude la gola.

E ora? C’è una qualche speranza che non entrino nel B&B anche se vi hanno parcheggiato praticamente dentro? O che non siano qui per vedere Dicenta?

No, a nessuna delle due, per il semplice motivo che passano pochi secondi e una seconda auto di lusso, un Audi bianca, si arresta al loro fianco. Ne scendono tre uomini, di cui uno, nemmeno a dirlo, è l’unico del trio che manca ancora all’appello.

«Ed ecco Furlan», biascico sempre più angosciata.

Non manca proprio nessuno, nemmeno il mio partner che fra poco si ritroverà smascherato in mezzo a tre criminali e ai loro scagnozzi. Quanti sono? Quasi una dozzina di persone. Lo faranno a pezzi.

«È lì? Sam! Mad è lì con loro? E tu? Tu sei al sicuro?»

Le urla di Milo mi risvegliano dal mio stato di trance misto a panico e sbattendo gli occhi torno al presente.

Mad lì con loro? No, non ancora in realtà. È nell’edificio, da qualche parte, probabilmente sotto copertura e se riuscissi a raggiungerlo prima che Cattaneo lo veda, se riuscissi ad avvertirlo e portarlo in salvo…

Digrigno i denti mentre focalizzo il primo impedimento. Ho una divisa da poliziotto. Come cazzo penso di portarlo in salvo senza attirare l’attenzione?

«Sam! Sam, rispondi», continua a chiamare Milo, ma io poco più che lo ascolto.

Sto mettendo a punto il mio piano. Mi servono dei vestiti innanzitutto dopo di che farò esattamente come Mad. Entro, vado alla reception e mi invento qualcosa. Posso essere, non so, un tecnico venuto a riparare un guasto. No, non ha senso. Tecnico Usl per ispezione? Men che meno. Una cliente in cerca di una camera capitata per caso in città? Come minimo ha usato la stessa scusa Mad e sarebbe una pessima coincidenza. O forse…

Forse l’idea migliore è esattamente quella che avevo avuta fin dall’inizio. Quella che Mad mi ha molto poco gentilmente scartato ma che adesso sarebbe perfetta per raggiungerlo. L’idea che in un sol colpo risolve tutti i nostri problemi.

Sorrido, fiera di me e forse è questo attimo di sicurezza che mi permette di udire le grida di Milo e le sue colorite imprecazioni.

«Sam! Ma porca di quella cacca! Rispondimi oppure manderò tutto il Commissariato a cercarti».

Porca di quella cacca?

«Ci sono, eccomi», lo rassicuro. «Non serve che mandi nessuno. È tutto ok».

Lo sento sospirare di sollievo.

«Mi hai fatto venire un mezzo infarto».

«Mezzo è meglio di tutto», scherzo per tentare di farmi perdonare.

Non funziona molto, ma io adesso non ho più tempo per stare qui a rassicurarlo, perché in realtà non è proprio tutto ok. Furlan e i Cattaneo sono appena entrati nell’edificio ed è il momento che anche io mi metta in azione.

«Milo, devo andare», taglio corto.

«Cosa?», sussulta lui. «Ma sei sicura…»

«Sì, sono sicura», è tutto ciò che dico poi gli sbatto praticamente il telefono in faccia.

Sto correndo un rischio, me ne rendo conto e cioè che Milo, preoccupato, avverta Santorini, ma sono sicura che non dirà niente a nessuno. Milo è insicuro, ma intelligente e soprattutto corretto.

No, lui non è un problema. I tre che invece Mad sta per affrontare… Loro sì e devo sbrigarmi, per prima cosa a procurarmi dei vestiti.

Mi guardo intorno alla ricerca di un’idea e d’un tratto adocchio ciò che fa al caso mio: un negozio di abbigliamento.

Scendo velocemente dalla macchina, raggiungendolo e circa quindici minuti dopo ne esco perfettamente equipaggiata: abito bianco, corto, attillato e molto elegante, borsetta in pelle nera, tacchi a spillo vertiginosi e una valigia rigida di media grandezza. Una valigia praticamente vuota per la verità, come più o meno è il mio conto corrente dopo questi acquisti, ma questo, della valigia intendo, lo so soltanto io. Agli occhi degli altri, sembro solo una ricca ragazza appena arrivata in città in cerca di un po’ di relax, magari con il proprio compagno.

Sì, esatto. Spacciarsi per amanti è e resta l’idea migliore e anche Mad se ne renderà conto. Anzi, dovrà pure ringraziarmi per essere andata ad aiutarlo.

La consapevolezza mi fa spuntare un sorriso ed è armata di esso e di tutta la mia baldanza che varco la soglia del B&B.

L’uomo alla reception, una specie di pinguino spiumato o forse più un magro avvoltoio in cerca di una preda, mi squadra dal basso all’alto dopodiché con un sorrisetto sarcastico a piegargli le labbra mi rivolge la parola prima ancora che io dica “buongiorno”.

«Mi faccia indovinare. Sta cercando una specie di pachiderma. Un uomo molto alto, molto robusto e con molti soldi a cui fare compagnia. Un uomo a cui è impossibile dire di no».

Le cose sono due: o l’uomo sa chi sono o sono molto fortunata. Scommetto cento a uno che si sta riferendo proprio a Mad e che invece di dovermi inventare chissà quale scusa per entrare, lui me la sta fornendo su un piatto d’argento. Devo solo giocarmela al meglio.

Raddrizzo il busto in modo da mettere in risalto il seno e catturare la sua attenzione, anche se devo ammettere che ho già tutta la sua attenzione e proprio dritta sulle mie forme, poi comincio a giocare con i miei capelli. Me li sposto su una spalla quindi li attorciglio sulle dita.

«Occhi azzurri, capelli biondi, spalle larghe e forti… Sguardo un po’ truce, ma sì, la descrizione è quella», pigolo maliziosa.

L’uomo china il capo in segno di assenso e la sua occhiata diventa ancora più insistente… E lasciva.

«Camera trecentodue», mi informa, allungando l’indice a indicare l’ascensore in fondo al salone. «Sarà sicuramente lieto di vederla».

E io di aver fregato questo cretino così facilmente. Se avessi saputo che era sufficiente mettermi un po’ in mostra, avrei risparmiato un bel po’ di soldi del travestimento.

Ringrazio con un cenno del capo e mi avvio all’ascensore. Ovviamente non manca lo sculettamento di copertura e ovviamente l’uomo non manca di fissarmi il culo. Tutti uguali, eh?

Mi infilo indisturbata nell’ascensore e ancora più indisturbata arrivo alla camera di Mad. Nel corridoio non incontro anima viva e sul piano ci sono due porte in tutto. Da nessuna delle due sento arrivare rumori.

Busso con delicatezza alla trecentodue quindi inspiro a fondo per chiamarlo. Ma quale nome devo usare? Quello vero o…

Oh, fanculo!

«Mad, sono io», sussurro con le labbra contro il legno.

Trattengo il fiato in attesa, ma i secondi passano, forse anche un minuto, e non ottengo risposta. E ancora nessun rumore, nemmeno appiccicando l’orecchio alla porta. Ciò che sento è solo il mio respiro e uno strano sfrigolare allo stomaco all’idea fastidiosa di aver commesso un errore. Ma no, nessun errore. Se lui non è in camera sarà comunque da qualche parte. Potrei chiamarlo ma se così lo mettessi nei guai? Devo andare a cercarlo. Ma dove?

Fammi pensare… Se ben ricordo qui c’è una sala biliardo, una piscina e una Spa. Magari è proprio lì, a confondersi con gli altri ospiti. Il problema è che di nuovo devo cambiare abbigliamento. Per fortuna, o forse perché ho ricordato la lezione numero uno del mio nuovo maestro, mi sono preparata.

Prendo dalla mia valigia il costume e l’accappatoio che ho acquistati e mi dirigo con passo baldanzoso verso l’ascensore. Prima però studio il piano di evacuazione dell’edificio.

Se non leggo male la Spa è al piano meno tre e la piscina al meno uno. Perfetto. Ora so dove dirigermi.

Sento le labbra tirarsi in un sorriso soddisfatto che si riflette nello specchio della cabina ascensore mentre mi cambio velocemente, protetta dalle quattro e strette pareti, poi premo il pulsante del sotterraneo. Una manciata di secondi, qualche battito di ciglia e l’ascensore si arresta con un sonoro bip.

Ci siamo.

Stringo i pugni per scacciare l’agitazione che mi bagna le mani di sudore e mi fa battere forte il cuore, tuttavia non ho paura. Sono abbastanza certa di aver escogitato un buon piano. Devo solo restare calma e avere fiducia in me. E il sorriso. Non devo dimenticare un bel sorriso. È il mio portafortuna, il mio talismano persino nelle occasioni peggiori. Ciò a cui mi aggrappo per farmi forza e ritrovare sicurezza. Ed è proprio sulla mia sicurezza che mi sto concentrando, quando le porte si aprono con un fruscio metallico, rivelando la sagoma di una persona. È buio in corridoio e non scorgo altro se non i contorni. Si tratta di un uomo alto e dal fisico robusto. Un mezzo pachiderma come lo ha definito il receptionist.

Trovato!

«Ma..», comincio, ma non ho modo di dire altro.

Dieci dita affondano nella pelle delle mie spalle e no, non si tratta di Mad. Il tocco è rude, violento, mi fa male, soprattutto quando lo sconosciuto mi trascina fuori dall’ascensore, accende la luce e mi alza di scatto la testa.

Sento uno strappo sul collo mentre il lampo mi acceca, poi la sua voce mi graffia i timpani.

«E tu chi cazzo sei?», ringhia.

No, decisamente non è Mad. Il suo alito puzza di aglio e mi dà il voltastomaco. Sbatto le palpebre per abituarle alla luce e provo a fissare lo sconosciuto. Provo perché in realtà mi tiene la testa indietro tirandomi per i capelli e tutto ciò che scorgo è il soffitto.

Calma, devo stare calma. Anche se il cuore mi bombarda le tempie e le gambe tremano. Non può sapere chi sono e non ha motivo di farmi del male. Inspiro e rispondo.

«I… Io sono appena arrivata», balbetto un po’ per vera agitazione un po’ per far credere al tipo che non sono nessuno e mi sta terrorizzando. «Cercavo la Spa o la piscina».

«La Spa è privata, non si può entrare e la piscina non è qui».

«Pr… Privata? Non lo sapevo», continuo e stavolta non devo nemmeno fingere. «A… Allora me ne vado subito».

Mi tiro indietro per liberarmi dalla sua presa, ma il tipo non molla. Al contrario, mi strattona ancora di più i capelli e il dolore è così acuto sia al collo che alla testa che devo mordermi il labbro per sopprimere un gemito.

«No, non posso farti andare via», afferma roco. «Prima devo capire bene chi sei e magari se sotto quel bell’accappatoio nascondi qualcosa di mio interesse».

Cosa… Cosa intende?

La sua mano mi slaccia l’indumento e me lo strappa di dosso, lasciandomi in costume. Nulla di cui vergognarmi tuttavia comincio a tremare come se fossi nuda nelle sue mani. Non per il freddo ma perché ora l’uomo mi sta più vicino e posso scorgere il suo sguardo bramoso. Lo passa sul mio seno, sul ventre, sulle cosce e lì, in mezzo alle gambe, leccandosi lascivamente le labbra.

Il mio tremore aumenta.

Che mi succede? Non è la prima volta che devo affrontare una situazione simile e allora perché non reagisco? Forse perché mi ha colta di sorpresa. Forse perché ero così sicura di me, mentre scendevo tutta tronfia qui sotto, da non essere pronta ad affrontare una cosa simile.

Tuttavia ora la sorpresa è passata quindi basta fare la debole e fragile fanciulla.

Cazzo, Samanta, riprenditi!

Serro i denti per ritrovare il coraggio che ho perso chissà dove poi cerco ancora lo sguardo dell’uomo. Non mi piace scrutare nella sua oscurità, ma non mi sottraggo.

«Non nascondo nulla», affermo secca inquadrandolo con la coda dell’occhio. «Lasciami! Sono un ospite del B&B e non può trattarmi così».

«Un’ospite che è dove non deve essere, con appresso una valigia che non ha senso portarsi dietro e con l’aria di chi sta mentendo».

La… La mia valigia! Maledizione, me ne ero dimenticata. E non sarebbe un gran problema se non per il fatto che all’interno c’è nascosta la mia pistola di ordinanza. Ho preferito portarmela dietro per ogni evenienza piuttosto che lasciarla in macchina ma se ora la trovasse…

«Al mio capo non piacciono i curiosi e nemmeno i bugiardi e io ho il compito di assicurarmi che nessuno lo disturbi. Sono autorizzato a perquisire la tua valigia. Cosa c’è dentro?».

«Ci… Ci sono i miei vestiti. Il mio compagno non era in camera così me la sono portata dietro. Pensavo di trovarlo qui».

Non è una bella mossa svelare la presenza di Mad ma che altra scelta mi resta? Questo qui fa sul serio e magari, sapendomi in compagnia, mi darà un minimo di respiro. Quel tanto che mi serve per liberarmi e scappare. Purtroppo per me però, lo sconosciuto ha altre intenzioni.

Mi si avvicina ancora di più. Posso sentire il suo alito fetido sul collo mentre un conato di nausea mi contorce le viscere quindi mi permette di abbassare il capo ma solo per fissarlo dritto nei suoi occhi. Occhi pieni di quella brama che ora arde senza alcun freno.

«Il tuo compagno non è qui. Però ci sono io e appena avrò finito con la valigia perquisirò anche te. Anzi, preferisco iniziare da te».

«Non toccarmi!», urlo, ma è tutto inutile, come inutili sono i tentativi di liberarmi, agitandomi o scalciando.

Lo stronzo mi tiene bloccata e allunga la mano verso il sopra del mio bikini. Ne afferra i lacci chiusi mentre il mio cuore perde un battito e il dolore al collo è divenuto nulla in confronto all’angoscia che mi chiude lo stomaco poi li tira. Prima uno e poi…

Poi si ferma. Non so perché, non ne ho idea, ma la sua mano di colpo si paralizza con ancora nel palmo il pezzo di stoffa mentre i suoi occhi si spalancano.

Fissano un punto alle mie spalle, verso l’ascensore, in un misto di sorpresa e confusione, e quando anche io cerco di girare la testa e capire che cosa ci sia di tanto importante da provocargli una reazione simile, le sento. Le uniche parole in grado di far tornare il mio cuore a battere normalmente, l’unica voce in grado di superare la nebbia della paura e restituirmi lucidità.

«Il suo compagno è qui e fra poco ti spezzerà le schifose dita con cui hai osato toccarla. Lasciala!»

Mad! Mad è qui.

 

 

 





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