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Samanta – Zombie
L’aspetto più devastante di Mad è proprio questo: ti rende inerme. Non importa se ti guarda solo storto, se ti dà l’impressione di odiarti a morte, oppure se, al contrario, ti eccita fino a scioglierti il cervello. Con lui non hai difese, che tu lo desideri oppure no. Puoi solo accettare di arrenderti. Io posso solo arrendermi e, anche se non è nel mio carattere, anche se nella vita sono abituata a lottare e a non farmi comandare da nessuno, nelle sue mani divento una specie di burattino.
E come potrei diversamente? Come potrei anche solo pensare di non cedere a lui dopo ciò che mi ha detto, dopo quanto appena accaduto, dopo che ho sentito un fremito di felicità battermi nel petto quando mi ha baciata? Dovrei essere una pazza e sono tante cose ma non certo questa, così come nemmeno sono così sciocca da negare l’evidenza. Mad mi è entrato dentro e non solo in senso letterale. Il problema è: che cosa pensa lui? Forse, da come sta reagendo, nulla di buono.
Se ne sta immobile sotto di me, in silenzio, con il petto che s’innalza bruscamente a ogni respiro, facendomi sobbalzare quasi fossi sulle montagne russe e le mani sulle mie spalle. Quando mi ha lasciato le braccia e mi ha afferrato lì, l’ho sentito così rigido che ho pensato volesse allontanarmi. Così non è stato eppure sono convinta ci stia pensando. Non mi abbraccia, non mi accarezza, resta sospeso in uno stato di attesa. Cosa aspetta? Che io dica qualcosa? O forse di prendere una decisione su quanto appena accaduto? O magari non ha alcun dubbio su come comportarsi, ma teme la mia reazione. Be’, se così fosse, posso rendergli le cose più semplici.
Mi sollevo sui gomiti e lo fisso dritto negli occhi. Lo sguardo che mi rimanda è piuttosto freddo.
«Non è successo nulla», lo informo diretta.
I suoi occhi si restringono.
«Nulla? Allora perché siamo nudi e il mio cazzo è tra le tue gambe?».
Mi schiarisco la gola. Non voglio litigare, non voglio nemmeno iniziare una discussione. Voglio conservare dentro di me questa sensazione di benessere quindi non permetterò a lui di distruggerla.
«Hai capito cosa intendo», preciso, usando il mio tono più gentile, al contrario del suo che è scostante e seccato.
«Veramente no. Vuoi far finta che non sia successo? O per te è stato insignificante?»
«Non ho detto questo», ribatto di getto.
Dico solo che non ho idea di cosa gli passi per la testa.
«Forse facciamo prima se mi spieghi che cosa stai pensando», indago, andando dritta al punto.
Lui grugnisce qualcosa tuttavia non decifro le parole. Troppo basse a strascicate.
«Mad? Non ho capito», insisto.
«Ethan», dice lui all’improvviso e con occhi di fuoco. «Mentre godevi mi hai chiamato Ethan».
È questo a infastidirlo?
«È il tuo nome e in quel momento…»
«No, Tati. Non è il mio nome è questo il punto».
Ed ecco che ora mi allontana. Le sue mani mi spostano facendomi rotolare sul letto quindi si alza, posizionandosi davanti a me e squadrandomi dall’alto al basso. È ancora nudo e… Santo cielo! È la seconda volta che posso ammirare il suo corpo ma esattamente come la prima resto senza fiato. Ci credo che non sono riuscita a resistergli. Nessuna donna potrebbe farlo. Il suo fisico scolpito, i suoi muscoli disegnati, le sue proporzioni perfette… Tutto in lui è fatto apposta per essere ammirato, toccato, desiderato e sono quasi tentata di allungare la mano e goderne ancora un po’, se non fosse che siamo nel bel mezzo di una discussione importante e anche complicata. Più complicata di quanto potessi immaginare.
«Io sono Mad Dog», mi ricorda tra i denti. «Un ex poliziotto in libertà vigilata e ora in fuga. Un uomo che non ha diritti se non quello di finire in prigione appena mi beccheranno», sottolinea. «Questa…»
Esita, indicando me.
«Questa è stata solo una parentesi. Avevamo un piano e dobbiamo portarlo a termine».
È davvero difficile stargli dietro. Ma non ha appena detto ciò che io sostenevo?
«Esatto, una parentesi ed era ciò che intendevo», preciso, anche se, devo ammetterlo, definire quanto appena accaduto con tale freddezza, mi fa più male di quanto credessi. «Dobbiamo beccare i colpevoli di tutta questa faccenda, così potrai tornare libero. Riabiliteremo il tuo nome, sarai scagionato e ti riapproprierai della tua vita».
Mad serra le labbra così forte che sento i suoi denti stridere anche da qui.
«Io. Io farò tutto questo, non tu. Ripeto, abbiamo un piano da attuare».
Su una cosa ha ragione. Una sola.
«Esatto, abbiamo», preciso seccata.
Non penserà di lasciarmi fuori? No, non ci sto.
«Non me ne starò qui a nascondermi. Si tratta anche di mio padre e sono una poliziotta. Non puoi escludermi. E per quale motivo poi? Per proteggermi? Tanto vogliono già uccidermi».
Insomma, la sua idea è ridicola oltre che illogica. A meno che…
Mi blocco con il fiato che si spezza a metà gola e la saliva che quasi mi va di traverso mentre un’ipotesi spaventosa mi colpisce con la stessa potenza di un fulmine.
«Non dirmi che dopo quanto accaduto sei diventato iperprotettivo!», lo accuso. «Hai appena detto che era solo una parentesi».
«Infatti, così è. Il sesso non ha cambiato nulla tra noi. È una scopata. Non è amore, non è un legame, non è niente».
«Esatto», concordo sebbene la mia bocca sia improvvisamente secca e lo stomaco aggrovigliato.
Una cosa è dire che non ha cambiato nulla, una cosa che è stato il nulla. Tuttavia evito che anche solo un muscolo della mia faccia mostri la mia delusione.
«Quindi? Che cosa ti blocca?», lo incalzo.
«Da solo posso muovermi più liberamente. Non devo pensare a guardarti le spalle. Senza di te non devo avere paura di ritrovarti ammazzata».
Pensa sempre il meglio di me, eh? È proprio vero che non è cambiato niente. Per cui la mia risposta sarà identica a tutte le altre volte.
Incrocio le braccia al petto e lo fisso con sfida.
«Va bene. Resterò qui. Sono adulta, ho un distintivo e una pistola e appena te ne sarai andato farò di testa mia. Così va bene?»
È una provocazione. Nulla di più. O meglio, non che non sia pronta davvero ad agire da sola, ma il mio obiettivo era solo fargli capire che non può pensare davvero di trattarmi come una donnicciola indifesa. Che può dire e fare come crede, ma anche io posso. E invece ciò che ottengo è di ritrovarmelo sopra, a schiacciarmi sul materasso con il peso del suo corpo mentre le sue mani mi tengono la testa.
«Non osare», ringhia. «Non osare metterti nei guai o giuro che scavo una buca nel terreno e ti ci metto dentro finché tutta questa storia non sarà finita».
Che diavolo gli è preso?
«Io volevo solo...», mi ritrovo a balbettare frastornata.
«Tu volevi solo farmi incazzare. Cosa non ti è chiaro del fatto che non riesco a privarmi di te? Sai il significato della parola “privare”? Cristo, Tati. Non solo quelli già ti vogliono ammazzare. Se venissero a sapere che stai con me, ti faranno molto più male e solo per annientarmi. Vuoi finire come Guercini?».
Mad parla così veloce che seguirlo è un’impresa soprattutto perché a ogni parola, a ogni sillaba sento il cuore che rimbomba sempre più forte nelle orecchie, eppure non mi perdo niente del suo discorso. Nemmeno i respiri, i singulti o il silenzio che segue e che io non riesco a colmare se non con balbettii disconnessi.
«Ma il sesso… Avevi detto… Niente… Cambiava… Non…»
I suoi pollici passano sopra le mie labbra. Lenti, leggeri, delicati, ponendo fine al mio farfugliare pietoso, poi la sua fronte si appoggia sulla mia in un gesto che esprime così tanta intimità, e allo stesso tempo fragilità, da destabilizzarmi più di tutto il resto.
Che fine ha fatto il cane rabbioso?
«Come al solito non hai capito. Il sesso non ha cambiato niente. Sei tu, Tati. Tu lo hai fatto e ancor prima di quello. Hai cambiato me e ora è un fottuto casino».
«P…Perché?», chiedo in un sussurro.
Non ho più voce, come potrei? E dubito mi abbia udita visto che non ho nemmeno più fiato invece la sua testa torna a sollevarsi e il suo respiro a colpirmi il viso.
«Perché dieci anni fa ho seppellito un uomo: Ethan Cooper e tu lo hai riportato in vita. Sai cosa fanno gli zombie? Ti mangiano il cervello. Annientano ogni traccia di ragione in un momento in cui la ragione è tutto ciò che ci permette di non restare uccisi».
Zombie? Così si definisce? Scoppierei a ridere se le sue dita non avessero cominciato a sfiorarmi. Le labbra, le guance, i capelli… Mentre il suo sguardo mi accarezza con altrettanta delicatezza e d’un tratto una frase che ho pensato pochi giorni fa mi torna in mente con incredibile chiarezza. Stavo parlando con Milo a proposito di una Bella e una Bestia e ho pensato queste esatte parole:
“Mad non sarà mai un uomo dolce”.
Mi sbagliavo. La dolcezza che ora avverto nel suo tocco e nei suoi occhi va ben oltre ogni definizione di tale termine. Quindi è questo che si cela dietro i suoi modi bruschi e la sua espressione perennemente truce? Questo è l’uomo che lui ha ucciso quando lo hanno costretto a diventare Mad Dog? Questo è l’uomo di cui mi sono innamorata?
Sospiro. Sì, mi sono innamorata. Forse del più grande stronzo sulla faccia della Terra, dell’uomo più complicato, arrogante, rude, collerico e gelido che io abbia mai incontrato, ma anche del più onesto, tenace, coraggioso, generoso e passionale.
E ha ragione: ora è un casino. Perché mentre sono qui, nuda sotto il suo corpo e il suo sguardo, penso anche io che non posso privarmi del mio zombie. Nemmeno un secondo di più.
Mi sollevo e lo bacio mettendo nel contatto delle nostre labbra tutto ciò che provo. L’amore, la consapevolezza, la preoccupazione, l’angoscia, ma soprattutto la determinazione e quando mi ritraggo per prendere fiato, specchiandomi nell’azzurro dei suoi occhi, sono più decisa che mai ad andare fino in fondo e nel modo in cui intendo io.
«Tu non vuoi che rischi, io non ti lascio», riassumo. «Continuiamo insieme e concludiamo questa storia durata troppo a lungo».
«Tati…»
Stavolta sono io a prendergli il viso tra le mani.
«Non c’è modo di convincermi, nemmeno con le intimidazioni e i ricatti, lo sai. Anzi, otterrai l’effetto opposto».
«Lo so, porca puttana. Sei proprio uguale a me».
Sorrido.
«Lo prendo come un complimento».
«Prendila come ti pare. Tanto con te non ha senso nemmeno arrabbiarsi. Continui persino a sorridere a sproposito».
«Ma tu ami i miei sorrisi», lo sfotto.
Mad si alza e si allontana con un balzo.
«Fanculo! Dovevo starmene zitto».
No, quello che deve fare è un’altra cosa.
«Dobbiamo prenderli Mad e per riuscirci devi dirmi tutto ciò che sai. Furlan!», esclamo.
Meglio riportare il discorso sulla nostra missione perché non so se il mio cuore può reggere altro.
«Perché sospetti di lui?»
Il suo sguardo cambia all’istante, almeno per i primi quattro o cinque secondi. Poi la sua attenzione scivola sul mio corpo e la lussuria gli scurisce le iridi.
«Vuoi costringermi di nuovo a parlarti mentre mi stai davanti nuda?».
No, anche perché stavolta pure lui è senza vestiti e ha ragione: difficile concentrarsi.
Mi schiarisco la voce.
«Ok, mi vesto, ma anche tu», gli ordino e indico gli abiti appoggiati sulla sedia. «Sono puliti. Me li ha rimediati Sonia».
«E per te? Non ha abiti anche per te?»
«Io ho la divisa di…»
Non ho nemmeno finito di parlare che Mad afferra la divisa di Milo e la strappa, letteralmente. Non dico che ne faccia coriandoli ma stracci per la polvere sì.
«No, non la hai. Non te ne vai in giro coprendoti con qualcosa che ha toccato il corpo di un uomo che non sia io».
Non andrò in giro, come?
«Sei geloso!», quasi urlo puntandogli il dito contro e con il sorriso che diventa un vero e proprio ghigno. «Sei geloso di me».
Imbarazzo? Disagio? Fastidio? Non so cosa mi aspettassi di preciso, ma ciò che ricevo è l’indifferenza. Mad mi dà le spalle, ignorandomi e cominciando a vestirsi e a me non resta che fare altrettanto.
Recupero in fretta un paio di leggins e una maglietta, quando lui torna a parlare.
«Quando tutto questo sarà finito, ti farò un regalo».
«Dei vestiti?», chiedo di getto mentre litigo con i pantaloni troppo lunghi per me.
«Un dizionario».
E io che credevo chissà cosa.
«Che me ne faccio di un dizionario?», sbuffo.
«Non sai il significato del verbo privare, non conosci quello di prudenza e nemmeno di mitezza. Ora scopro che non conosci nemmeno gli aggettivi possessivi. Forse a pensarci bene devi tornare a lezione di grammatica».
Grammatica?
«Che stai blaterando?»
«Tu sei mia. Mia», sottolinea con voce roca. «Aggettivo possessivo, femminile, singolare. E significa…»
«So che significa», lo interrompo mentre nel petto ho un tamburo al posto del cuore e nello stomaco…
No, non le farfalle. Direi più che altro un esercito di formiche che sta scavando il suo formicaio.
«E allora se lo sai», riprende lui secco. «Evita le ovvietà».
Per lui forse era ovvio, per me no ed è per questo che mi ritrovo a trattenere il fiato. Solo un attimo però. Quello successivo cado vittima di un atroce dubbio. Conosco Mad e tutto questo mi pare solo un incredibile sogno. Un sogno dal quale non voglio svegliarmi, ma di cui tuttavia desidero conoscere bene i contorni.
«Mad?», lo chiamo con voce tremante. «Anche tu sei mio?»
Lui scuote il capo, borbottando.
«Che domande del cazzo».
Deglutisco. Perché? Perché è una domanda del cazzo?
«Mad?», insisto. «Lo sei o no?».
«No», esclama risoluto. «Mad Dog è solo un cane rognoso. Non può essere di nessuno e se qualcuno prova a prenderlo lui lo morderà fino a staccargli la mano e tornare libero».
Lo sapevo. Lo sapevo eppure qualcosa dentro di me si spezza. Sento persino le lacrime pizzicarmi gli occhi e mi mordo la lingua per trattenerle. Poi però lui fa una precisazione e quel qualcosa che si è spezzato torna a battere, anche se fievolmente.
«Ethan. Lui è tuo».
Capisco… Più o meno, perché in realtà non posso smettere di sperare in una risposta diversa. Dopo aver conosciuto chi c’è dietro quella scorza dura, non riesco a pensare di dover rinunciare a lui.
«E non possono essere una sola persona?», insisto. «Quando tutto sarà finito, non potrai trovare di nuovo ciò che eri e fonderlo con ciò che sei?»
Lui piega la testa e mi guarda. Non dice nulla, mi guarda solamente, poi viene verso di me e mi accarezza la guancia. C’è dolcezza nel suo tocco ma anche un’amarezza che mi strazia l’anima e mi fa tremare le gambe.
«Può? Può uno zombie tornare a essere un uomo? Dopo tanti anni sotto terra, nel buio e nella solitudine, può tornare ad amare, sorridere o essere felice? No, Tati, non può».
Deglutisco, ma in realtà non ho proprio nulla da mandare giù perché ha ragione. Non può e ora comprendo fino in fondo quello che sta cercando di spiegarmi, per quanto mi faccia male.
Dieci anni non sono dieci giorni. Lui è cambiato profondamente, non è più ciò che era un tempo e non si torna indietro. Anche quando tutto sarà finito, lui porterà su di sé segni indelebili e ciò che gli servirà sarà dimenticare. Allontanarsi dall’Inferno che ha passato, cominciare una nuova vita altrove, dove nessuno lo conosce e sa chi è. Sì, è così. Lo è stato anche per me. Dieci anni fa per me Trieste fu il porto sicuro in cui rifugiarmi e ricominciare. Se sono tornata è solo perché avevo dei conti in sospeso.
Be’, Mad non deve aver nulla a riportarlo indietro. Lui dovrà essere davvero libero di lasciarsi tutto alle spalle, di essere ciò che vuole, quando vuole e con chi vuole.
Con chi vuole, sì, perché non posso essere egoista. Non posso tenerlo per me, anche se lo vorrei con tutta me stessa. Ma cosa otterrei? Di tenerlo ancora in prigione e non è ciò che desidero, né per lui né per noi.
Ciò che invece posso fare è dargli la possibilità di andarsene. Liberarsi da tutte le catene che lo bloccano.
Serro i denti per fissare dentro di me la mia decisione, nonostante sia la più dura che io abbia mai preso, mentre con i pugni mi incido i palmi in modo da imprimermi questo piccolo dolore bene in testa, come monito per ogni tentazione futura, poi mi focalizzo su ciò che ci aspetta.
«Parlami di Furlan», gli ordino tornando alla realtà. «Voglio tutto. Tutti i dettagli!»
Lui è il primo, ma dopo sarà la volta di tutti i complici, poliziotti compresi. Chi è, o sono? Chi ha coperto l’omicidio di mio padre e ha incastrato Ethan Cooper? Chiunque sia lo troverò e una volta trovato si pentirà di aver fatto del male ai due uomini più importanti della mia vita: mio padre e l’uomo che amo.
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