Scritto il 24/09/2026
da MARIKA SM


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Samanta – Errori e conseguenze

 

Sono in un incubo? No, purtroppo no anche se lo vorrei tanto. Vorrei svegliarmi all’improvviso con il cuore che mi batte a mille e rendermi conto che Mad non è veramente davanti a me e non mi sta confessando di essere tra i colpevoli della morte di mio padre.

Eppure lui è qui. Fino a poco fa sentivo la peluria del mento pizzicarmi i polpastrelli, il calore delle sue guance, il respiro sul mio viso, così come ora sento distintamente le sue parole.

Parole che tuttavia non comprendo appieno. Non può essere davvero lui l’uomo che lo ha ucciso o nulla di questi giorni insieme avrebbe senso. Allora che cosa mi sta dicendo esattamente?

Deglutisco e trovo il coraggio di chiedere, anche se mi costa un’enorme fatica.

«Che significa?»

Mad sospira e comincia a spiegare. La sua voce è bassa, quasi provenisse da un sepolcro.

«Quando tuo padre ci contattò, ci chiese di incontrarci nel luogo, giorno e orario deciso da lui. Io e Aron non sapevamo ancora cosa c’era in ballo però avevamo capito, dalla paura che aveva quell’uomo, che c’era sotto qualcosa di grosso, così accettammo».

E questo non è niente di nuovo. Io voglio sapere il resto.

«Vai avanti», lo sprono. «Cosa cambiò dopo?»

«Cambiò che non mi fidavo. La morte di Guercini era stata tremenda, violenta, crudele. Era stato torturato, forse per estorcergli informazioni, così pensai che sarebbe stato meglio spostare l’appuntamento. Anticiparlo per evitare possibili sorprese. Non volevo che tuo padre facesse la stessa fine. Gli telefonai e gli diedi un nuovo appuntamento, un nuovo orario, un nuovo posto».

Lui spostò l’appuntamento? Ma non era questa la telefonata di cui dovevamo parlare.

«Che c’entra questo con la soffiata a Furlan?»

Mad sospira di nuovo.

«È complicato».

No, invece, non lo è affatto.

«La domanda è semplice. Cosa c’entra questa tua telefonata con la soffiata a Domenico Furlan?», insisto cominciando ad arrabbiarmi.

Ci sta mettendo troppo a tirare fuori la verità. Troppi giri di parole, troppe frasi senza senso. Perché non arriva dritto al punto?

«Hai ragione, non lo è», ammette. «Qualcuno chiamò dal mio ufficio Furlan per avvertirlo del cambio, e tendere un agguato a tuo padre».

«Qualcuno…»

Mad alza la mano e mi blocca prima che io aggiunga altro.

«Questo qualcuno richiamò anche tuo padre, riportando l’appuntamento agli accordi originari. Praticamente, io andai in un posto, ma tuo padre era in un altro. Aspettai e aspettai ancora finché lui non mi contattò, chiedendo dove fossi finito. A quel punto capii. Corsi da lui, ma era troppo tardi».

Quindi… Quindi non è stato Mad a tradire.

«Tati», mi chiama lui e la sua voce è quasi una supplica.

Anzi, senza il quasi. I suoi occhi sono pieni di rimorso, le sue labbra tremanti.

«Ti giuro. Ho fatto di tutto per arrivare in tempo. Ho cercato in tutti i modi di tenerlo al sicuro. Devi credermi e mi spiace non avertelo confessato prima, ma avevo paura che commettessi qualche sciocchezza».

O forse aveva solo paura che lo accusassi di avermi mentito? Di avermi fatto credere che i suoi sospetti su Furlan fossero frutto del suo istinto quando invece aveva una prova certa?

Eppure… Per quanto sia vero che mi ha mentito e per quanto scoprire tutto ciò mi faccia male, gli credo. Credo che il suo intento fosse proteggermi, così come credo che ha tentato di salvare mio padre. Non potrei mai dubitare della verità che scorgo nelle sue parole. Inoltre non ha senso soffermarmi sulle sue mancanze quando ho qualcosa di molto più importante di cui parlare.

«Chi fece la telefonata?», domando diretta. «Chi ne aveva la possibilità?».

Voglio dei nomi. Ancora una volta Mad non può non avere dei sospetti, tuttavia non sono nomi quelli che ricevo ma qualcosa che mai mi sarei aspettata.

«Non posso dirtelo».

Non può… Sta scherzando, vero? No, non scherza affatto. Le sue labbra sono sigillate così forte che diventano quasi viola mentre tutto il suo corpo si trasforma in un muro impenetrabile. Un muro contro di me e ciò che voglio sapere.

Non posso crederci. Dopo tutto quello che abbiamo passato, dopo le innumerevoli prove della mia fiducia in lui, ora non vuole dirmi qualcosa di fondamentale per me? E non solo per me, ma per l’indagine stessa. L’informazione può portarci ai poliziotti corrotti che lo incastrarono. Perché fa così? Non so se arrabbiarmi oppure sentirmi annientata. Probabilmente entrambe le cose.

«Mad, cazzo!», sbotto furiosa. «Parla! Si tratta di mio padre», gli ricordo mentre lacrime di rabbia e di dolore mi pizzicano al bordo degli occhi. «E di trovare i colpevoli».

Mad compie un passo indietro e incrocia le braccia al petto mentre il suo muro diventa una fortezza.

«Non posso».

«Non puoi o non vuoi?», lo accuso. «Chi stai proteggendo?»

Lui sgrana gli occhi sorpreso.

«Come chi? Te, Tati. Sto proteggendo te. Sapere quel nome ti metterebbe in una posizione pericolosa. Potrebbero usare lui per tenderti una trappola e comunque… Ho già percorso questa pista a suo tempo e non porta da nessuna parte. Il responsabile ha già pagato una pena più dura di qualsiasi prigione, persino anche della morte e non può portarci ad altri complici o altre piste all’infuori di Furlan. Tutto ciò che sapeva era che doveva impedirmi di incontrare Bonetti. Non conosceva il motivo, né cosa avesse Bonetti da dirci. Tantomeno sapeva di un possibile file decriptato o che lo avrebbero ucciso. Lui era solo una pedina».

Che vuol dire tutto questo? Mad conosceva il suo nome fin dall’inizio quando invece mi aveva assicurato il contrario. E quest’uomo è libero? Uno dei principali responsabili di tutta la mia sofferenza di quando ero ragazzina, gira libero come nulla fosse?

Quello che finora era per me un semplice sbaglio fatto per proteggermi, diventa all’improvviso un vero e proprio tradimento e un velo rosso mi cala davanti agli occhi.

Come ha potuto? Come diavolo ha potuto Mad trattarmi così?

«Tu mi hai ingannata fin dall’inizio», gli sputo contro, lasciando uscire le emozioni che mi devastano l’anima.

Collera, dolore, ma soprattutto un’atroce delusione.

«No», scuote la testa Mad. «Ti ho solo nascosto ciò che serviva a tenerti al sicuro. Te l’ho detto che ero disposto anche a questo per te».

Per me? Lui non si è comportato così per me.

«È questo che ti racconti?», sussulto incredula. «La verità è che tu stavi proteggendo te stesso. Mentire, nascondere… Non è mai un bene per nessuno. E anche io credo di avertelo già detto».

Mad serra i denti, poi li mostra in una specie di ringhio.

«Sì, è vero. Proteggevo me stesso», tuona. «E lo sto ancora facendo».

Balza in avanti e mi afferra per le spalle. La sua presa è forte ma non mi fa male, al contrario, pare si stia aggrappando a me.

«E non dal tuo odio e il tuo sdegno. Sapevo sarebbe arrivato prima o poi. Sapevo mi avresti allontanato, ma perché quel nome ti farà ammazzare. Ti ucciderà, lo capisci? E cosa resterà di me dopo? Quindi ti prego, fidati ancora di me».

Queste parole, o meglio, il sentimento che rappresentano… Sono giorni che spero di vederlo nascere in lui, eppure in questo momento non provo niente. Anzi qualcosa sì in realtà: ira.

Come si permette? Come si permette di giocare con il mio amore per averla vinta su di me? Perché è questo che sta tentando. Cerca di convincermi di amarmi a sua volta per mettere fine alla discussione. C’è un solo problema: lui non mi ama o non mi tratterebbe così. E io, soprattutto, devo smettere di farmici trattare.

«Fidarmi?», gli sputo contro. «Dovrei fidarmi quando mi hai appena confessato che non ti fai problemi a mentirmi o nascondermi informazioni se lo ritieni necessario? Informazioni che riguardano me, la mia famiglia, il mio dolore. Dovrei fidarmi ancora? E fino a quando? Fino a che scoprirò altre menzogne o sotterfugi?», esplodo, poi mi svincolo dalla sua presa e recupero la distanza.

Non voglio il suo tocco e non voglio nemmeno le sue bugie. Non voglio niente. Gli ho concesso fin troppo. Per questo ho appena preso una decisione.

«Hai cercato di cacciarmi fin dall’inizio, giusto?», affermo, fissandolo gelida.

Per lo meno, ciò che avverto scorrermi nel sangue in questo momento è solo ghiaccio.

«Volevi che ti stessi lontano, che ti lasciassi stare», continuo con un altro passo indietro.

Mad sussulta.

«Che… Che stai dicendo?».

«Volevi stare da solo come il cane rabbioso che sei».

«Tati, no», sussurra, intuendo le mie intenzioni.

Allunga una mano nella mia direzione, forse per prendermi, forse per dirmi di smettere di allontanarmi, non lo so, ma io reagisco d’istinto. Un istinto che in questo momento grida vendetta e non ha mezze misure.

«No, lo dico io», tuono e sollevo la pistola, puntandogliela contro. «Non ti avvicinare», lo minaccio.

Mad corruga le sopracciglia, confuso quanto spaventato, tuttavia si blocca. Direi anzi che si pietrifica. 

«Non ce la farai da sola, Tati», mormora. «Tu ne sei sicura lo so, ma io so altrettanto bene che è impossibile. Farai la mia stessa fine».

Sì, forse è così, ma il problema non è se riuscirò o meno. Il problema è che non posso stare vicino a qualcuno che ritiene normale ingannarmi. Qualcuno di cui non posso più essere sicura, da cui dovrei guardarmi alle spalle in ogni momento, in ogni occasione, nemmeno fosse uno dei miei nemici.

No, mi dispiace, non ce la faccio anche se ciò significa strapparmi un pezzo di cuore dal petto.

Dio, anche adesso che sono furiosa con lui, lo amo da impazzire e forse proprio per questo ho bisogno di andarmene subito. Prima che lui dica o faccia qualcosa in grado di farmi cambiare idea.

«Ok, ti dirò quel nome», afferma lui d’un tratto e io trattengo il fiato. «Te lo dirò e se vuoi andremo anche a parlarci ma… Con me, non da sola, Tati».

Rilascio il fiato tutto insieme.

Ecco era esattamente questo che intendevo. No, non il suo tentare di fermarmi, ma il mio non fidarmi più.

Scuoto il capo mentre le parole mi escono dalla gola, raschiando come fossero carta vetrata.

«Qualsiasi nome tu mi dica adesso, non ci crederei mai», lo avverto. «Nulla ti vieta di darmene uno falso per portarmi su una pista sbagliata o di rimangiarti la parola. Mi spiace, Mad, ma io non posso più crederti».

Lui mi scruta intensamente, forse cercando una breccia nel mio sguardo, ma non la troverà. Mai come adesso sono stata tanto decisa.

«Allora vai», afferma roco dopo istanti infiniti. «Vattene se ci tieni tanto».

No, non ci tengo, mi ci ha costretta e non sono così stupida da credere che mi permetta di fare come preferisco senza lottare per impedirmelo.

«Non seguirmi», gli intimo con la pistola su di lui. «Non ostacolarmi in alcun modo».

Mad si morde il labbro così forte che una punta di sangue esce da esso e d’un tratto torna l’uomo duro, minaccioso e gelido che ho conosciuto all’inizio.

«Ah no. E cosa vuoi che faccia? Che ti lasci davvero sola?», ringhia. «Hai ragione. Ho fatto una cazzata, ti ho mentito e non dovevo, e ora ne sto pagando le conseguenze, ma non puoi pretendere che ti lasci a rischiare la pelle, o non sarei io. Non accadrà mai, Tati, almeno fino a che tutto questo non sarà finito. Poi potrai andare dove vuoi e con chi vuoi, ma prima di allora, se vorrai stare da sola, dovrai spararmi».

Merda! Sa benissimo che non ne sono in grado e ora sono io a mordermi a sangue il labbro.

«Forza, sparami, Tati», sbraita avvicinandosi di un passo. «Sparami o altri quattro passi e sarò da te».

Si avvicina ancora.

«Tre», afferma.

No, non sono tre. Lo conosco. Fra poco mi balzerà addosso per prendermi di sorpresa, quindi se voglio avere una possibilità, anche io devo sorprenderlo. Ma come? Come sorprendere un uomo che si aspetta di tutto? Forse con l’unica mossa che nessuno mai sceglierebbe in un frangente simile, a meno che non sia alle strette.

Be’, io lo sono.

«Du…»

Non lo lascio finire. Gli salto addosso, allacciando le braccia intorno al suo collo e lo bacio.

Un bacio di pura disperazione non solo perché sono costretta a usare un mezzo così meschino, ma perché… Perché… Perché quando tocco le sue labbra vorrei non separarmene più. Vorrei che quelle parole dette solo per convincermi a restare fossero vere e fossero per me. Vorrei che lui fosse per me in tutto e per tutto e soprattutto, vorrei non dovergli fare del male.

Sollevo la mano dietro al suo capo e, prima che comprenda le mie intenzioni, calo con il calcio della pistola sulla sua nuca. Il rumore sordo mi accappona la pelle e il rantolo che gli esce dalla gola mi ferma il battito. Quando poi il suo corpo stramazza al suolo privo di sensi, il senso di colpa mi scava un buco nello stomaco e scappo via da questo maledetto e sporco vicolo come avessi appena ucciso qualcuno. Ma in realtà non sono io l’assassina o la colpevole e nemmeno Mad.

No, i veri responsabili sono Furlan, l’assassino di mio padre, i poliziotti corrotti e chissà chi altri. Magari quella specie di burattinaio di cui ci parlava proprio Furlan, se esiste davvero. E forse è su questo che dovrei concentrarmi. Trovare quest’uomo. Ma come? Magari contattando Furlan? No, non mi pare una buona idea. Ora sono sola e…

E la consapevolezza è come un pugno alla bocca dello stomaco. Sono costretta a fermarmi e appoggiarmi a un muro mentre lancio un’ultima occhiata alle mie spalle. Il vicolo e Mad non si vedono più e io deglutisco tutta l’amarezza che mi ha invaso la bocca.

Mad! Avrò fatto davvero bene?

Il dubbio mi serpeggia in corpo e sono obbligata a ricordarmi cosa mi ha portato a questo momento per non tornare sui miei passi e correre di nuovo da lui. Mi do persino uno schiaffo in faccia.

Certo che ho fatto bene, porca miseria! E a questo proposito ho appena deciso il mio primo obiettivo. Voglio trovare il nome che Mad ha voluto nascondere a ogni costo. Deve essere qualcuno che conosceva o non avrebbe senso. Qualcuno che…

Come ha detto? Ha pagato, più che con la morte e la prigione. Ma chi? Come?

Non ho modo di scoprirlo continuando a scappare per vicoli, ancora mezza nuda, senza poter accedere a un qualche database.

Per mia fortuna però conosco chi può ed è qualcuno che non si rifiuterà di aiutarmi. Era stato lui in fondo a mettermi in guardia sui segreti di Mad. Chissà, se gli avessi dato retta, almeno in minima parte, se avessi dato credito alla bontà delle sue intenzioni e affrontato subito Mad, forse ora non sarei in queste condizioni.

La tristezza torna ad avvolgere il mio cuore e io scuoto la testa prima che mi perda in stupide considerazioni. Il passato è passato e io devo pensare al presente.

Milo! Devo contattare Milo.

Prendo il mio telefono animata da nuova determinazione e faccio partire la chiamata.

«Dove sei?», risponde al primo squillo. «Anzi, dove siete? Qui sta succedendo un casino».

Sbaglio o l’ha già detto una volta? Non posso tuttavia dargli torto.

«Dove sei tu?», svio la domanda. «Ho bisogno del tuo aiuto».

«Io direi invece di un bravo psichiatra», ribatte, leggermente adirato. «Sam, devi chiamare Santorini. Vuole parlarti assolutamente».

No, io devo parlare con lui. Poi potrò anche fare rapporto, più o meno, ma mi serve prima quel nome. Non attenderò un minuto di più.

«Santorini può aspettare», tuono. «Mi servi tu, Milo. Dove sei?», insisto. «È importante e urgente».

Lo sento grugnire dall’altra parte e, visto che lui non grugnisce mai, comprendo di aver esagerato. In fondo ogni volta che ha provato ad aiutarmi è quasi morto. Come minimo posso essere più gentile.

«Per favore», aggiungo cercando di rimediare. «Si tratta di mio padre».

Milo sbuffa e finalmente mi accontenta.

«Sono all’ospedale. Il Capo mi ha mandato qui a fare la notte per Bonfigli. Stiamo facendo a turno tra me e altri colleghi».

Lo sorvegliano? Il Capo sospetta che le condizioni dell’ispettore poco hanno a che fare con cause naturali e teme qualche altro sabotaggio?

Milo ha ragione, devo parlarci… Ma non ora.

«Sam», mi richiama lui. «Ho fatto come mi avete chiesto. L’allarme per Mad Dog è rientrato. Può venire qui senza problemi. Nessuno lo arresterà».

Dovrei ringraziarlo per il suo operato, ma la verità è che per un attimo, al nome di Mad, i polmoni si sono svuotati di tutto l’ossigeno e, quando riesco a recuperarlo, è troppo tardi perché Milo non se ne sia accorto.

«Che succede? È successo qualcosa a Mad Dog?»

È successo di tutto in realtà ma il telefono, per quanto sia irrintracciabile, non è il mezzo adatto per parlarne.

«Mad è altrove. Quanto resterai in ospedale?», taglio corto.

Milo per fortuna intuisce e non insiste, rispondendo semplicemente alla mia domanda.

«Ho il turno fino alla quattro. Ce la fai?»

Controllo il mio orologio. Sono ormai le due di mattina e devo trovare un mezzo di trasposto. Mi serve anche un abito che non faccia venire un colpo a chiunque mi veda e magari che mi permetta di nascondere una pistola, ma due ore mi bastano. Anzi, se mi sbrigo, direi me ne basta la metà.

«Un’ora!», esclamo. «Tra un’ora al massimo sono lì».

Richiudo la telefonata in fretta, senza aspettare una risposta per non perdere secondi preziosi e, come promesso, alle tre in punto raggiungo la camera dell’ispettore Alessandro Bonfigli.

Milo però non c’è. Che io sia stata troppo sbrigativa e lui non abbia capito? Allora perché non ha richiamato?

I miei sensi entrano in allarme mentre altre possibilità, e tutte piuttosto pessimistiche, mi balzano alla mente. La mia mano corre alla pistola, allacciata alla vita dei pantaloni che ho rubato a una poveretta ricoverata in una stanza al piano di sotto – Mad mi ha fatto diventare una ladra provetta, maledetto lui! – e piano piano abbasso la maniglia della porta. Ancora più piano comincio ad aprirla, per evitare cigolii e rumori molesti. E lo vedo.

Milo è nella stanza, seduto vicino alla finestra, su una sedia. È avvolto nell’ombra ma riconosco la sua fisionomia.

«Milo», sussurro.

Lui non si volta, non si muove nemmeno e questo mi insospettisce. Faccio un passo indietro, sempre con la pistola in pugno, ma vado a sbattere contro qualcosa… O qualcuno. Un braccio mi si chiude intorno alla gola, mentre una mano mi disarma, poi vengo catapultata in avanti da una spinta. Se non cado con la faccia per terra è solo perché ho buoni riflessi. Non abbastanza però, da impedire che la porta sbatta violentemente alle mie spalle e io mi ritrovi prigioniera. Di chi? Chi c’è in questa stanza?

«Milo?», chiamo più forte e finalmente si muove.

Si alza in piedi, ma… Ma no, non è lui, quanto un’ombra che era al suo fianco. Si avvicina e io non ho modo di reagire se non schiacciandomi più possibile contro la porta tenuta chiusa dall’esterno e cercando di contenere il battito impazzito del mio cuore. Me lo sento fino in gola e poi più su, nella testa.

«Ti stavamo aspettando», comincia la voce dell’ombra.

La conosco. Non così bene da focalizzare subito il suo proprietario, ma sono sicura di averla già udita e non solo una volta. Che significa? Chi mi stava aspettando?

Evito di chiedere, un po’ perché è fiato sprecato, tanto fra poco lo saprò, un po’ perché non voglio far capire al mio avversario che sono spaventata.

«Milo ha detto un’ora e infatti sei stata puntuale», incalza.

Milo? Milo mi ha tradita? 

Il mio sguardo corre su di lui, ma se ne sta sempre immobile a quella maledetta finestra. Perché? Non ha il coraggio di guardarmi in faccia?

Che lo abbia o meno il problema è un altro. Se lui ha parlato allora sanno tutto.

Deglutisco la poca saliva in bocca e la mia risoluzione di non cedere al panico va a farsi benedire.

«E ha detto anche che Mad Dog non è con te. Che peccato», continua quello, confermando i miei peggiori sospetti. «Che fine ha fatto? I due piccioncini hanno litigato?».

Una risata scuote l’aria e d’un tratto un ricordo di pochi giorni fa torna alla mia memoria nitido come fosse appena accaduto.

Io e Mad stiamo discutendo. Lui mi insulta e io reagisco, mentre una voce, questa voce, ci prende in giro:

“Ho la sensazione che oggi mi divertirò molto”.

Barcollo e stavolta solo un miracolo mi tiene in piedi.

Non… Non è possibile.

L’interruttore della luce scatta e io resto accecata dalla luminosità improvvisa, ma non abbastanza da non scorgere il volto sogghignante e compiaciuto che ho davanti.

«Mi spiace, Samanta, ma dovevamo stanarvi in qualche modo. Dovevamo convincere Mad a uscire. Lui non c’è, ma ci sei tu e, per quanto mi riguarda, è anche meglio».

Il mio nemico solleva una mano nella quale stringe una siringa e vorrei reagire, vorrei fuggire via e non dargli modo di prendermi, ma nell’altra mano ha una pistola con cui minaccia Milo.

«Ora fai la brava», afferma.

Brava? Sono stata una stupida. Mad aveva ragione. Non dovevo agire da sola. Non dovevo lasciarlo. Ho commesso un errore madornale e ora lui ne pagherà le conseguenze. 

 

 





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