Scritto il 08/09/2026
da NORMA TARDITI


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Lena

Come sta andando?

A meraviglia!

Replica di Rebecca alla mia risposta sarcastica: la faccina solo con gli occhi, quella direttamente senza bocca. Significato: non commento ma so che stai esagerando come sempre.

Metto via il telefono con un vago sogghigno e mi guardo attorno, di nuovo truccata, di nuovo con tutta la mia armatura indosso. No, non sto esagerando: sono in mezzo a un mucchio di gente e mi sento completamente sola. Non so se capiti anche alle altre persone o se sia una prerogativa mia. E il punto non è che me ne sto in silenzio in un angolo, anzi, in realtà ho già parlato un po’ con tutti. Il problema è che non riesco a farmi piacere davvero nessuno.

Succede quando riesci a percepire i reali stati d’animo delle persone… Ad esempio, da qualche minuto sto ascoltando Francesca e Giulia discutere su un ragazzo.

“Mi ha cercata lui, te lo giuro!” sta dicendo Francesca. “Erano secoli che non lo sentivo più.”

Excusatio non petita[1]… I latini la sapevano lunga già all’epoca. Come se non fosse stato sufficiente, ha anche aggiunto il carico del giuramento, cosa che ai miei occhi rende la bugia chiara come il sole, eppure Giulia osserva quella che inspiegabilmente considera un’amica con l’aria di chi sta decidendo se crederle o meno.

Almeno stavolta ha il dubbio…

“Sai che a me non interessa affatto!”

Sì certo, per quello ha passato la sera di ieri mezza nuda sui sedili posteriori della macchina del tipo. Scaccio l’immagine dalla mia mente e torno a osservare Giulia… che le sta sorridendo grata.

E poi eccola, la ciliegina sulla torta: Francesca si sporge e le stringe il braccio con fare rassicurante, guardandola dritta negli occhi.

“E comunque interessa a te, a me basta quello per ignorarlo completamente.”

Bugia, bugia, bugia.

Se esistesse una lista in dieci punti su come riconoscerne una, il comportamento di Francesca sarebbe un caso da manuale, perché nella manciata di minuti in cui le ho ascoltate ne ho spuntati nove.

Eppure Giulia le crede: la stringe addirittura in un abbraccio, grata.

Perché? Negli anni, mi sono convinta che spesso si tratti di un meccanismo di difesa: si preferisce credere a una bella menzogna piuttosto che affrontare una spiacevole verità. Nel caso specifico di Giulia, la consapevolezza che quella che ritiene la sua migliore amica da anni sia in realtà una stronza manipolatrice, egoista e arrivista.

Non tutti sono come Francesca, ma la gente mente spessissimo, molto più spesso di quello che si crede e per le ragioni più svariate: apparire migliori, più sicuri, più affidabili, più ricchi, più colti, più interessanti.

Molte volte non lo si fa neppure consapevolmente: nel raccontare qualche avvenimento, si modifica leggermente la realtà o si sceglie di tacere qualcosa. In effetti niente di grave nella maggioranza dei casi, ma il problema è che io vedo dietro le maschere, vedo tutte le insicurezze, a volte ciò che le causa, e ho costantemente l’impressione di parlare con qualcuno che reciti in un film di cui io conosco perfettamente tutte le parti. è deprimente: mi piacerebbe essere stupita, per una volta, conoscere qualcuno che abbia il coraggio di mostrarsi esattamente per ciò che è, senza curarsi del giudizio degli altri. Purtroppo non è affatto comune: finora ho incontrato solo due persone che rispondano perfettamente a questa descrizione, Becca e Sara.

Anche per questo tutti i miei rapporti interpersonali sono superficiali: non ho voglia di approfondirne nessuno; anche per questo ho una serie di conoscenze che non posso chiamare amicizie e anche per questo ho una serie di avventure che non posso chiamare relazioni.

Anche per questo, non solo. Ovviamente.

Bevo un altro sorso di birra, lasciando che mi rilassi un po’ i nervi e che mi annebbi i pensieri: è tutto più semplice, quando non penso troppo. È una china pericolosa, me ne rendo conto, ma esistono altri modi per non pensare oltre all’alcol e soprattutto alle droghe, dalle quali mi tengo a debita distanza.

Incrocio di nuovo lo sguardo del ragazzo con la camicia nera: ha dei begli occhi, molto scuri, foschi il giusto. Mi sorride, un cenno complice che ci unisce da un lato all’altro del locale affollato.

E gli sorrido di rimando.

“Ci vediamo all’esame, ragazzi” saluto i miei compagni, alzandomi e lasciando sul tavolo il boccale ormai finito, camminando verso lo sconosciuto che adesso mi osserva inclinando un po’ la testa da un lato.

L’attenzione dei ragazzi non mi disturba, perché so prevederla e quindi gestirla: abbasso lo sguardo sul pavimento in penombra, così che creda di potermi osservare liberamente e farsi un’idea di me basandosi sugli stivali che superano il ginocchio e sul corto vestito attillato, che lascia intravedere le mie forme, così che possa liberamente immaginare che tipo di ragazza sono. Poi, studiatamente, torno a guardarlo da sotto in su, beccandolo mentre si sta prendendo tutto il tempo per squadrarmi. Quando torna a osservarmi in viso tengo gli occhi fissi nei suoi senza distoglierli mentre lo raggiungo, gli sorrido lentamente, e divento quell’esatto tipo di ragazza, quello che si aspetta.

“Mi offri da bere o continuiamo a guardarci da un lato all’altro del pub?” gli chiedo sfacciata appoggiandomi al bancone accanto a lui.

Il suo sorriso si allarga e sul suo bel viso perfettamente rasato compare un’espressione piacevolmente stupita.

“Sei diretta” commenta.

“Perché non dovrei esserlo? Non mi stavi guardando chiedendoti se so fare radici quadrate a mente, no?”

Ride. “Birra, vero?”

Annuisco e ordina per me.

“Io sono Maurizio.”

“Lena.”

“Maddalena, immagino.”

Scuoto la testa. “Solo Lena” rispondo pregando che almeno non faccia battute idiote, altrimenti giro sui tacchi e me ne vado.

“Veramente, Lena, mi stavo chiedendo cosa facessi nella vita.”

Bugia, lo so. Ma non mi delude neppure più ormai. Quindi sto al gioco, gli racconto quello che voglio di me.

“Sono una studentessa di Economia, ho appena finito il primo anno della Magistrale” rispondo ruotando un po’ per poggiarmi con il fianco contro il bancone, invitandolo a guardarmi di nuovo, a studiare i miei tatuaggi, in parte visibili, e il piercing al labbro, con il quale inizio a giocherellare. E lo fa, ovviamente: si lascia condurre dal mio gioco e permette ai suoi occhi di percorrermi.

“Non le immaginavo così, le studentesse di Economia.”

Banale e prevedibile, sono già annoiata.

“E invece…” rispondo, prendendo la birra che mi porge il barman.

“Sai già cosa farai, dopo?”

“Sì.” La morsa mi stringe: i prossimi anni, il mio futuro, incombono su di me, minacciano di schiacciarmi. Ma ho un buon motivo per farlo, ricordo a me stessa. Un ottimo motivo. “Lavorerò nell’azienda di mio padre.” Bevo un lungo sorso, accolgo l’alcol, aspetto che faccia la sua magia e dissolva insieme al resto anche l’ansia per quella prospettiva che detesto.

Solleva le sopracciglia, colpito, esattamente come mi aspettavo: il suo aspetto patinato unito alla marca della camicia studiatamente in mostra sulla sinistra del suo petto mi avevano già lasciato intuire che gli piacciano i soldi.

A me non interessano: sono ciò che serve per vivere, non un valore in sé, qualcosa a cui aspirare o da sfoggiare. Questa diversità di punti di vista è un altro modo di non essere delusa, di non essere coinvolta. Faccio sempre in modo che ce ne siano molte di queste differenze.

“Tu invece di cosa ti occupi?” Mi sono già fatta un’idea piuttosto precisa e continuo a giocare. “No aspetta, non dirmelo…” civetto, allungando una mano per accarezzargli il braccio oltre la manica arrotolata, verso il bicipite gonfio sotto la stoffa. “Personal trainer.” Abbastanza facile da indovinare ultimamente in realtà: sembra essere l’occupazione principale dei ragazzi sotto i trent’anni. Quella, PR per i locali e bartender, a volte anche tutte e tre insieme. Non ricordo di aver incontrato recentemente qualcuno che faccia un lavoro più tradizionale. Un meccanico, per dire.

Sorride compiaciuto, ancora di più perché consapevole del fatto che sta per stupirmi. O così crede, almeno.

“Anche, ma la palestra è mia.”

Centro, lo sapevo e confermo la mia intuizione: soldi, il suo principale interesse, averne e farlo sapere a tutti. Orologio costoso, iPhone di ultima generazione sul bancone… è tutto in linea.

“Pensa un po’” commento sfoderando un sorriso.

Rebecca dice che si capisce quando sorrido così, che è chiaro che non sto sorridendo dentro. Ma Becca mi conosce, mentre Maurizio no, come è ovvio, e non gli interessa neppure farlo, quindi incassa soddisfatto la mia reazione.

“Esci con qualcuno, Lena?”

Questo modo di ripetere il nome è tipico di chi per mestiere si impegna a ricordarlo, per dimostrare di curarsi davvero di ogni singolo cliente, per far sentire ognuno importante, per fingere di farlo.

Di nuovo, fisso lo sguardo nel suo. “Non esco con nessuno.”

Mi mostra tutta la sua sorpresa sollevando le sopracciglia, continuando a guardarmi studiatamente negli occhi. Io continuo a ricambiare.

“E come mai? Una così bella ragazza…”

Gli sorrido di più, lasciandogli credere di avermi lusingata con questo commento insulso, come se solo le persone esteticamente apprezzabili avessero diritto a una relazione.

“Non mi interessano i legami…” rispondo, volutamente languida, concedendogli una scheggia autentica di me. Non che gli importerebbe se anche potesse sapere che questa è l’assoluta verità: a contare è solo il messaggio che gli mando e che coglie sogghignando come un lupo.

Parliamo ancora per un po’, chiacchiere di nessuna importanza, vuote, con le quali non scopro nulla di lui che non sapessi già e con le quali non gli mostro niente di più di quello che vuole: una ragazza disponibile, qualcuno con cui concludere la serata.

Non c’è niente di male, almeno quando è un ragazzo a farlo. Quando è una ragazza a comportarsi nello stesso modo i giudizi fioccano, soprattutto da parte delle altre donne. Come se il sesso potesse essere uno svago solo per gli uomini.

Non mi importa, non mi è mai importato.

Scelgo ragazzi che non conosco, che non rincontrerò, che mi stuzzicano fisicamente ma mai mentalmente: nessun legame, nessun problema, nessun segreto da proteggere. Domani non ricorderemo neppure il nome dell’altro e va benissimo così.

Andiamo a ballare sulla pista, iniziamo a baciarci, i nostri corpi si sfiorano, si toccano, si conoscono. Alla fine lo invito da me. È quello che faccio di solito, perché è più semplice: casa mia, mie le regole. E rigorosamente al buio: il buio è essenziale.

Ed è solo questo: fisico, puro fisico, un esercizio di ginnastica, più piacevole di quelli che insegna lui nella sua palestra, che mi tiene la mente occupata, la distrae senza bisogno di abusare di alcol.

“Vestiti, ti accompagno” gli dico infilandomi una t-shirt.

Maurizio solleva la testa dal cuscino, mi guarda, sembra stupito.

“Posso rimanere, se vuoi” si offre, come se fosse una gentilezza nei miei riguardi.

“No, non voglio” apro la porta e aspetto sulla soglia della mia camera, in un atteggiamento eloquente quanto le mie parole.

Si riveste rapidamente e mi segue al piano di sotto.

“Ti lascio il mio numero?” mi chiede un po’ esitante, forse sentendosi per una volta dall’altro lato di una situazione che immagino gli sia piuttosto familiare.

“Non saprei cosa farmene. Notte” gli auguro richiudendo la porta di casa dietro di lui.

Quella della camera di Rebecca si apre mentre sto risalendo le scale. Compare sulla soglia, assonnata, ancora una volta incoerente nel suo pigiama da bambina, con un unicorno sulla maglietta e i pantaloncini rosa.

“L’ennesimo imbecille” afferma, senza neanche chiedere.

“Già… Beh almeno questo sapeva cosa stava facendo.”

Ridacchia, poi torna seria. “C’è da qualche parte, Elle. Ti troverà, lo so.”

Mi troverà, perché Rebecca sa che io non sto cercando proprio nessuno.

“Non ti azzardare a cantare quella canzone orribile” la avviso, facendola sorridere.

“Non la canto, ma succederà. Lo so.”

Mi allungo per darle un bacio sulla guancia.

“Certo” le do corda.

E stavolta è lei a sapere che sto mentendo.


* * *

No, non stava andando tutto bene, proprio per niente.

Porca paletta, porca paletta, porca paletta.

Lucilla guardava di fronte a sé, gli occhi spalancati, col cuore in gola e i suoi stessi battiti che la assordavano, la schiena poggiata contro le due pareti che formavano l’angolo e le braccia strette attorno alle ginocchia, pregando di essere inghiottita dai muri.

Non si era neppure resa conto di aver urlato, ma era evidente che lo avesse fatto: suo fratello aprì la porta e accese la luce, abbagliandola per qualche momento.

“Lu…” disse seguendo il suo sguardo, puntandolo verso l’angolo opposto della stanza.

Inutilmente, ovviamente.

Eppure non disse nulla. Si sedette sul letto, con calma, e le passò il bicchiere d’acqua che ogni sera Lucilla si portava sul comodino per non dover andare fino in cucina, al buio. Come se avesse fatto differenza…

Si sforzò di bere, inghiottendo in un colpo solo acqua e groppo alla gola, ritrovando ancora una volta il modo di respirare.

“Meglio?” le chiese Fabiano.

Lucilla annuì, abbassò lo sguardo sul bicchiere. Non voleva guardarlo, era mortificata.

“Vieni di là?” le chiese.

“Cosa?” Le uscì a malapena un filo di voce.

“Vieni a dormire con me” chiarì Fabiano.

Gli occhi di Lucilla scattarono sulla faccia di suo fratello. Aveva l’aria principalmente assonnata (per forza, dovevano essere le due o le tre) nella quale però riusciva a scorgere una certa attenzione. Ma niente biasimo, le parve.

“Davvero? Ma non credo che… Cioè, sono troppo grande per…”

“Lu?” la interruppe. “Chi se ne frega di quanti anni hai. Non hai l’aria di una che sta passando una buona nottata. Se pensi che venire di là con me ti possa aiutare, accomodati. Non è dormire al di qua o al di là di una parete il criterio per stabilire se sei grande o no. Potrei anche rimanere io qua in realtà, ma preferirei dormire in un letto invece che sulla poltrona e onestamente tutto questo beige fa veramente schifo.”

Lucilla sorrise un po’ e si spinse fuori dal letto con la stessa circospezione di uno che provi a fare il primo bagno in mare ad aprile. Seguì suo fratello senza mai alzare lo sguardo dai suoi talloni nudi: non avrebbe riguardato là, nell’angolo opposto.

Per nessuna ragione al mondo.

Lo sollevò solo quando fu nella stanza degli ospiti, anzi in una delle stanze degli ospiti, quella sui toni del verde con i due letti gemelli da una piazza e mezza. Fabiano aveva già sparpagliato i suoi bagagli un po’ dovunque, in un disordine allegro, vitale: il laptop con lo schermo spento ma sollevato, messo di traverso sulla scrivania nell’angolo, la sacca vuota come un guscio poggiata a terra accanto all’armadio e i vestiti della sera prima sullo schienale della sedia.

Lucilla ebbe la netta sensazione che per qualcuno che non fosse cresciuto sotto il tetto di Onofrio D’Aureli quello non fosse neppure classificabile come disordine. Era semplicemente come se Fabiano avesse già preso possesso di quell’ambiente, e dopo appena qualche ora.

Si infilò sotto le coperte del letto a sinistra, ancora perfettamente rifatto, attenta a occupare il minor spazio possibile come faceva sempre. E il confronto fu inevitabile: lei viveva da tutta la vita in quella casa e ancora aveva l’impressione di essere un’ospite.

“Spengo o preferisci che ci sia acceso?” le chiese Fabiano.

“Spegni pure” rispose sicura. Non sarebbe successo più nulla quella notte, ne era certa. Non succedeva mai niente, quando non era sola.

“Lu?” le chiese, quando furono immersi in quell’oscurità che non le sembrava più ostile, ora che percepiva la rassicurante presenza di suo fratello là vicino.

“Mh?” rispose, temendo di sentire uno dei soliti commenti di sua madre.

“Li vedi sul serio, vero?”

Si immobilizzò nel letto, come se il leggero copriletto estivo decorato da verdi foglie di felce la stesse inchiodando al materasso.

“Sì…” lo disse talmente piano che quasi si stupì quando sentì Fabiano risponderle.

“Per questo hai voluto partecipare a quella trasmissione?”

“Sì” bisbigliò. “Io… ho visto passare l’annuncio in sovrimpressione sotto un altro programma. Cercavano dei bambini o dei ragazzini che vedessero le… sì insomma… i… fantasmi” si costrinse a dire. “E ho pensato che forse mi avrebbero potuta aiutare.”

Aveva pensato di poter essere un po’ meno sola, finalmente.

“Ma non è andata così” disse Fabiano.

“No. Non sono stati granché gentili con me, sicuramente non la signora che diceva di vedere fantasmi ovunque. Ho provato a parlarle, ma non mi ha neanche ascoltata: ha solo detto che avrei dovuto descrivere quello che vedevo. Ma poi, quando l’ho fatto, hanno detto che non andavo bene per la TV. “Balbetta troppo”. E gli altri ragazzi… Non… beh, non credo siano davvero come me” tagliò corto.

A parte uno.

Fabiano rimase in silenzio per un po’, tanto che ebbe paura di averlo annoiato talmente tanto con la sua risposta da averlo fatto addormentare.

“Ti andrebbe di parlarne con qualcuno? Non un dottore” chiarì subito. “Una persona che credo potrebbe capirti.” Lucilla rimase in silenzio. “Ho fatto un po’ di ricerche e secondo me questa signora potrebbe essere come te.”

Lucilla si voltò lentamente sulla schiena, per guardarlo in quel buio che stava diventando meno impenetrabile grazie alle luci del giardino che filtravano in sottili, evanescenti lame dalle persiane. “Davvero?”

“Sì beh, non ne sono sicuro, ma non mi sembra una cialtrona.”

Recuperò il cellulare dal comodino, digitò qualcosa al volo e glielo lanciò, facendolo rimbalzare un paio di volte sul copriletto accanto al suo braccio.

Lucilla lo prese. All’inizio della pagina campeggiava la scritta “Il pozzo dei desideri” in caratteri svolazzanti. Il nome le suscitò un qualche vago ricordo, che però sul momento non riuscì a definire.

Era la homepage di un negozio di oggetti… esoterici, sembrava, che a quanto pareva venivano venduti anche online. Fra le varie sezioni di cui era composto il sito internet, alla fine di una lista di prodotti raggruppati in categorie come cristalli, erbe e libri, ce n’era una che Lucilla osservò per un istante prima di premerci il dito sopra: spiriti o presenze.

“Se siete capitati qui” diceva la schermata successiva “o ne siete incuriositi, e allora vi invito a sfogliare la sezione “libri” dove troverete molti testi utili sull’argomento, oppure li avete avvertiti. Se è così chiamateci, saremo liete di farvi visita per scoprire se avete compagnia.”

In fondo c’era la foto di una signora con i capelli lunghi legati in una treccia, agghindata con una serie di collane, pendagli e braccialetti che spiccavano su un vestitone dai colori sgargianti. Non c’era traccia dell’altra persona, quella che stando al messaggio al plurale sarebbe stata lieta di andare in visita insieme a lei, ma la signora Sara, come si firmava alla fine del breve testo, aveva un bel sorriso, rassicurante. Lucilla si chiese se esistesse l’altra persona o se fosse invece una qualche entità: la sensitiva della trasmissione TV diceva di averne sempre una accanto. Lei non l’aveva mai vista, però.

“Sembra a posto, credo… In base a cosa dici che non è una cialtrona?” chiese a Fabiano, ripassandogli il telefono.

“Ti ricordi Flint?”

Rispose di getto: “Potrei mai dimenticarlo?”

Il migliore amico nonché coinquilino di Fabiano era rimasto inciso indelebilmente nella sua memoria da quando lo aveva incontrato. Le avevano raccontato che doveva quel soprannome all’incredibile somiglianza con il cantante di un gruppo che Lucilla non conosceva (e di cui nel frattempo aveva scordato il nome). Quel giorno, cercandolo in internet, aveva scoperto che effettivamente lo ricordava in maniera inquietante, sia nell’estetica che nell’aria folle e un po’ allucinata.

Fabiano rise a quel suo commento involontariamente spontaneo.

“Beh sua sorella ha contattato queste persone, dicendo loro che era convinta che uno spirito infestasse la sua casa. Sono andate a trovarla, hanno fatto una qualche loro verifica e le hanno detto che non c’è assolutamente niente, là. E non si sono fatte pagare.”

“Ah” commentò vagamente stupita, mentre ragionava sul fatto che evidentemente anche l’altra persona fosse reale, se la ragazza ne aveva incontrate due e non era in grado di vedere nessun fantasma. Le sembrò un pensiero rassicurante.

“E sono vicine” aggiunse Fabiano. “Molto vicine.” Dopo un altro paio di tocchi e uno zoom voltò verso di lei lo schermo del cellulare.

Lucilla sgranò gli occhi leggendo i nomi familiari delle vie sulla schermata di Google Maps e all’improvviso il ricordo prese perfettamente forma: il negozietto nell’area pedonale, quello che sua madre diceva che vendesse “carabattole per creduloni” e che superava a passo di marcia, attenta a non lanciargli neanche un’occhiata come se temesse che potesse contagiarla con il suo spirito insolito e mistico.

“è qui!” esclamò stupita, come se un negozio di quel genere potesse essere aperto esclusivamente in un posto specifico e come se quel posto non potesse assolutamente essere la loro città.

“Infatti. Se vuoi domani chiamo e vediamo cosa dicono” le propose.

“La mamma lo odia quel posto” provò a protestare debolmente.

Stava succedendo tutto troppo in fretta e come ogni volta che doveva affrontare qualcosa di nuovo iniziava già ad agitarsi.

“Un motivo in più per chiamare, no?” scherzò Fabiano provocandole un piccolo sorriso. “Abbiamo sedici giorni, la mamma non saprà niente.”

Ecco, qualcosa di consolante a cui non aveva ancora pensato: forse le signore in questione non sarebbero state libere in quei pochi giorni che avevano a disposizione. E dopo non sarebbe più stato possibile: normalmente, quando i suoi genitori erano a casa, non le capitava di andare in giro con suo fratello e sarebbe suonato sospetto. E senza ombra di dubbio non sarebbero potute andare a casa sua dopo il ritorno dei suoi.

Quindi tutto sarebbe sicuramente continuato così com’era. Sì.

Non le piacevano i cambiamenti né le novità, affatto. Per quanto la sua vita fosse ben lontana dall’essere ideale, era qualcosa che conosceva e che più o meno riusciva ad affrontare. E comunque aveva imparato presto che le cose facevano sempre in tempo a peggiorare, quindi aveva maturato la convinzione che fosse meglio non provare a cambiarle.

Ma in quel caso non si sarebbe posto il problema: non avrebbe incontrato nessuno e non sarebbe cambiato niente.

“Va bene” accettò quindi, col suo solito tono titubante.

Fabiano mise via il cellulare e si sistemò più comodamente, prendendo un paio di volte a pugni il cuscino con il braccio buono evidentemente pronto a rimettersi a dormire, con l’aria di essere in pace con l’intero universo e di non avere un pensiero al mondo.

Non per la prima volta si chiese come fosse vivere così, senza essere spaventati… da qualunque cosa. Quel pensiero le ricordò una preoccupazione tutta nuova, che subito avvertì come una leggera oppressione attorno alla gola e nella zona dello sterno.

“Ah Fabi…” disse timidamente, odiando disturbarlo ma consapevole che se non se ne fosse occupata immediatamente avrebbe finito per tormentarsi per tutta la notte.

“Mh?” le rispose, già un po’ distante.

“Pensi che… potresti non dire… sì insomma… che stanotte…”

“Lu” la interruppe. “Non abito con la mamma da secoli, non ho l’abitudine di dirle con chi dormo e sicuramente non inizierò a farlo stanotte.”

Lucilla all’improvviso sorrise, quella pressione che minacciava di soffocarla scomparsa di colpo.

Si agitò un po’ tra le lenzuola, contenta per una volta al pensiero di affrontare la notte, tanto che osò occupare un po’ di spazio in più, anziché rannicchiarsi per farsi il più piccola possibile come faceva sempre nel suo letto.

“Sei il migliore, lo sai?” disse, mentre sentiva il sonno arrivare finalmente a lambirla.

“Sì” rispose Fabiano, la voce progressivamente più assonnata. “Ma domani mi prepari la colazione.”

E Lucilla sorrise di nuovo.

 





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