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Piacevoli frivolezze
I nobili fiorentini ammirarono estasiati gli arredi barocchi e le decorazioni bizantine con cui il Principe aveva ornato la palazzina affittata per il suo soggiorno nella capitale del Granducato. L’ingresso introduceva in una grande anticamera con il soffitto a volta incrociata, ogni spicchio riportava un diverso affresco che si concludeva nei cornicioni delle pareti. Da lì si accedeva a una corte interna nel centro del quale troneggiava ancora un antico pozzo contornato da vasi di gerani seccati per il freddo. Dal lato opposto, una scalinata conduceva alle stanze della casa, salotti e corridoi dai pavimenti di marmo, adatti ad accogliere una numerosa famiglia e a ricevere, più che a essere abitati da un uomo solo. I quadri erano per la maggior parte religiosi, e Caterina ne notò uno grande inquietante che raffigurava la tortura di San Sebastiano e un altro che raffigurava San Giorgio nell’atto di uccidere il drago.
Filippo, elegante e sofisticato nonostante la stazza da gigante, accolse gli ospiti, riservando un baciamano più intenso a Caterina, e li introdusse in un ampio salotto dal soffice tappeto, riscaldato da un enorme caminetto che occupava tutta una parete.
“Aspetteremo il Capitano Bendellini, non vi dispiace? Intanto, Conte, posso deliziarvi con un vino prodotto in una delle mie vigne?” chiese con fare da anfitrione.
“Con piacere, Principe. Di quale zona, se posso chiedere?”.
“Una vigna della Costiera Amalfitana, il posto più bello che gli occhi possano ammirare. Il mare è talmente azzurro e il sole così splendente da infastidire gli occhi”.
“È lì che sono distribuite le vostre proprietà?”.
“Non solo” rispose Filippo. “Ne posseggo molte in tutto il Regno. Abbiamo qualche grande fattoria anche in Sicilia, sulle pendici dell’Etna, dove la terra trema ma è resa fertile dalla lava. E mio padre fu uno dei finanziatori del complesso industriale di Pietrarsa. Dovreste davvero vederlo, è la summa della più avanzata tecnologia industriale europea. E le grandi innovazioni si riverberano anche nell’industria navale. I miei cantieri…” cominciò a raccontare il Principe tirando via il nastrino dai capelli, rilassato, seduto su una poltrona come una belva in riposo con i muscoli pieni delle spalle fasciati dalla giacca che aderiva al corpo come un guanto.
“Avete anche dei cantieri navali?” chiese il Conte interrompendo il racconto esaltato del Principe.
“Dieci anni fa la mia famiglia ha contribuito al progetto del Re di creare delle industrie navali che potessero soddisfare il fabbisogno del Reale esercito. Fabbrichiamo navi da commercio e da guerra tra le più moderne del mondo. Il Regno delle Due Sicilie è molto più di quello che i piemontesi vogliono far credere. Pensate che da noi esiste perfino un moderno sistema pensionistico e la fiscalità è assai meno esosa che in altri stati italiani”.
“Ma i vostri sovrani…” azzardò Caterina sapendo già da prima di aprire bocca di non avere abbastanza argomentazioni per confutare i brutti giudizi che Filippo non mancava mai di pronunciare sui Savoia.
“Ferdinando II è un Re molto diverso da suo padre. Purtroppo gli ultimi avvenimenti del Regno lo hanno costretto a schierarsi contro i liberali, ma non lo ha fatto per contrarietà alle loro convinzioni, quanto piuttosto per garantire stabilità al popolo. Con la sua lungimiranza ha reso il nostro Paese molto più moderno del Piemonte e molto più sano a livello economico”.
“In Piemonte abbiamo saputo che il Re prima ha appoggiato i liberali e poi a Napoli ha schierato l’esercito contro i suoi stessi sudditi” disse Caterina più per domandare informazioni, assetata di sapere qualcosa che non fosse filtrato dalle convinzioni di suo padre, non perché non le sentisse più sue, ma perché avrebbe voluto trovare motivi per esserne persuasa al di là dell’educazione imposta dalla sua famiglia. Indipendentemente da ciò che Filippo le stava dicendo, l’idea di un’Italia unita, liberale e sabauda aveva un credito illimitato nella sua visione del mondo ed era ancora incline a pensare che quello fosse l’unico traguardo degno di essere perseguito.
“La follia delle insurrezioni che hanno squassato la vita della gente d’Europa ha contaminato anche il Regno dei Borboni. Giuseppe Masa, l’invasato, a gennaio scorso proclamò un comitato rivoluzionario in Sicilia. Dio che buffonata sanguinosa,” disse Filippo scuro in volto, tormentandosi l’orecchino di perla nera, attento a raccontare fatti che potessero contribuire alla formazione del senso critico della sua Ninetta che lo ascoltava muovendo instancabile un piedino nervoso “poi promulgò una Costituzione e si dichiarò indipendente dal governo centrale di Napoli. Il Re intanto stava combattendo all’interno del parlamento cercando di far passare una Costituzione senza fanatismi mazziniani, un documento equo che lasciasse al popolo le sue sicurezze. Da allora non c’è stata più pace fino a che a maggio il Sovrano non ha dovuto affogare nel sangue la rivolta napoletana. Vi assicuro, Marchesina, che non c’è stata alcuna soddisfazione per il Re nel distruggere le barricate della povera gente. Per prosperare un regno ha bisogno di pace e solidità politica. Secondo voi e secondo vostro padre, Marchesina, con cosa sfameranno i loro figli quei commercianti a cui le botteghe sono state distrutte? E i contadini che si sono trovati con i campi bruciati e le bestie uccise?”.
“Parlate solo di soldi, signore, mai di idee”.
“Voi parlate di idee perché di soldi ne avete, Marchesina” le rispose lui asciutto, con lo sguardo severo in contrasto con la voce dolce e accondiscendente. Quel Filippo era diverso dall’arrogante sbruffone dalle cui labbra lei pendeva. Era un suddito leale e attivo di Ferdinando II delle Due Sicilie, un politico, un uomo appassionato alla modernità del suo Regno, esperto e competente di tecnologie di cui lei non aveva mai sentito parlare. Probabilmente ricco dieci volte più di suo padre… ecco perché sfoggiava sempre quell’aria di superiorità, ecco perché guardava il mondo dall’alto, sempre sicuro che la vita gli avrebbe concesso tutto quello che voleva.
“Ehm… le informazioni che sono trapelate fuori dal Regno delle Due Sicilie sono state frastagliate e confuse. È difficile anche per noi costruirci un’opinione precisa sui fatti che hanno coinvolto il vostro Regno, figuriamoci per la piccola Caterina” intervenne indelicato il Conte che era rimasto fino allora muto spettatore dello scambio tra il Principe e la ragazza, senza però la volontà di sminuire l’intelligenza curiosa della Marchesina.
Caterina si zittì, colta dalla consapevolezza delle poche informazioni che erano giunte alle sue orecchie fino a quel momento. Filippo la guardò, certo di averla irritata per la solidità delle argomentazioni che aveva enunciato e a cui lei non aveva saputo rispondere.
Il Piemonte, come per certi versi la Toscana, erano arretrati rispetto al Regno delle Due Sicilie che negli ultimi diciotto anni, da che Ferdinando II era salito al trono, aveva fatto un grandissimo balzo in avanti in termini di avanzamento tecnologico a servizio dell’industria, dell’agricoltura e della cantieristica navale-militare. Inoltre le riforme scolastiche e un prodromo di stato sociale, che negli altri stati mancava, erano stati pretesi e finanziati dal Re che allo stesso tempo era riuscito a defiscalizzare il popolo abbassando i costi della corte, le sue spese personali e gli sprechi della burocrazia. Tutto ciò non aveva comunque calmato gli animi rivoluzionari siciliani che, invasi dalle idee mazziniane, continuavano a brigare per unirsi alla causa piemontese e staccarsi dal Re napoletano.
“Non prendetevela, Marchesina” disse Filippo come a voler dare la sua benedizione all’ignoranza di chi non era alla sua altezza “come potreste avere un’opinione chiara se non avete le notizie necessarie? Vedete, non sono i contadini o gli operai a rivoltarsi al Re. Sono i borghesi e i nobili, colti e ricchi, proprietari terrieri e milionari infarciti del sudiciume mazziniano. Perfino alcune tra le più importanti famiglie siciliane”.
“Ci sarà un motivo non credete?” rispose Caterina sfidandolo.
“I Principi Vattilieri non sono mai stati inclini a mordere la mano da cui mangiano per cui non saprei giustificare i motivi di questi traditori. Personalmente non ho avuto necessità di schierarmi né di dichiararmi con gesti plateali. La mia famiglia è fedele ai Borboni”.
“Potreste cambiare idea…” disse Caterina intimidita fissandolo come a chiedere lo faresti per me? mentre gli altri ospiti seguivano poco interessati la conversazione tra i due giovani.
“Marchesina” intervenne il Conte Velasca ridacchiando imbarazzato “non credo che ci sia modo di far cambiare idea a un Principe di sangue borbonico”.
“Infatti” concluse deciso Filippo da una parte attratto dalle innovazioni che la sua famiglia aveva abbracciato con entusiasmo e il Re aveva promosso, dall’altra mosso dalla vicinanza anche di sangue al Re Ferdinando II e al figlio, l’erede al trono Francesco. Nessuno avrebbe mai potuto mettere in dubbio che fosse un borbonico di ferro né che fosse un giovane di buonsenso che avrebbe apprezzato una Costituzione solida. Eppure mai, per nessuna ragione, avrebbe ritenuto auspicabile l’invasione piemontese. Conosceva bene lo stato di frustrazione emotiva in cui il Sovrano si trovava dal maggio precedente, quando i suoi tentativi di liberalità concretizzati nella Costituzione erano stati mortificati da un parlamento insozzato dalle idee mazziniane a cui lui non poteva accondiscendere. Lui stesso sapeva che una Costituzione giusta ed equa avrebbe raffreddato gli animi molto più di una repressione militare, utile solo a fomentare l’odio fratricida.
“Vedete, piccola Caterina” continuò il Conte “non è possibile pensarla tutti allo stesso modo. Ognuno sceglie la sua parte in base alla nascita, al rango, agli interessi”.
Povero piccolo uomo meschino pensò Filippo guardando il suo ospite con aria compassionevole.
“Voi da che parte state, Principe?” chiese Caterina curiosa senza smettere di ballonzolare con il piede.
“Io sto dalla parte della gente, piccere’, quelli che vogliono i piemontesi sono una sparuta minoranza di ricconi. Il popolo ha esigenze concrete, vuole terra, cibo, tasse ragionevoli, istruzione, ospedali pubblici. E il Re queste esigenze le ha sempre capite e appoggiate. Al popolo non interessa farsi invadere”.
Caterina non rispose limitandosi a scrutare Filippo in volto. Le lance infuocate che passarono dai suoi occhi a quelli del suo Principe crepitarono nel silenzio sceso tra tutti gli ospiti senza che nessuno si azzardasse a spezzarlo.
In quel momento entrò nella stanza il Capitano Bendellini che con passo marziale salutò il padrone di casa e i suoi ospiti fermandosi in piedi accanto alla poltroncina nella quale era seduta Carlotta.
La cena fu servita prima che Caterina e Filippo avessero modo di riprendere argomenti politici e la comitiva prese posto attorno alla tavola apparecchiata con una tovaglia che raffigurava un grande pavone ricamato dalla coda multicolore. Le stoviglie erano dipinte da colori vivaci - blu, rosa polvere, oro perfino - un servito quanto meno originale che proveniva dalla Francia.
I discorsi durante la cena si concentrarono sulle pietanze servite, cibi insoliti per i palati fiorentini che tuttavia risultarono saporiti e piacevoli. Si passò dalla pasta condita con fagioli a delle ottime salsicce accompagnate da verdura cotta simile a bietole ma molto più consistente e saporita.
“Ho raccomandato alla cuoca di deliziarci con alcune ricette rustiche. Sono le più golose e personalmente le gradisco più che i piatti leggeri della cucina raffinata” disse Filippo rilassato sulla grande sedia, appoggiato ai braccioli, sorseggiando il vino dal calice che spariva nella mano enorme e scura, i capelli sciolti sulle spalle e l’aria sicura di chi è abituato alla mondanità.
Caterina pensò agli abbracci che si erano scambiati: nonostante il suo Principe avesse appena professato di essere un buongustaio, lei aveva sentito che su quel grosso corpo non esisteva un filo di grasso. Era duro, granitico, pesante, aveva braccia di legno e gambe così muscolose da sembrare quelle di un gladiatore romano. Era solare e forte, la sua prorompente fisicità la attraeva come un precipizio, spaventoso eppure irresistibile, e quella sera l’orecchino con la perla nera sembrava brillare ancora di più.
“Sono in effetti piatti molto pesanti ma saporiti. Molto gustosi” disse il Conte apprezzando davvero le salsicce che aveva nel piatto. Mangiava assaporando i bocconi in modo godurioso, sembrava che ne spargesse il gusto in bocca e accompagnava i mugolii di piacere con ampi gesti della mano che ne aumentavano il significato.
La Contessa cercava di non dare a vedere la voracità con cui mangiava, infilzando pezzi di carne più grossi di quello che una signora dovrebbe secondo la buona creanza, e masticandoli nascosta dietro il palmo di una mano. Carlotta invece era assorta nello scambio di sguardi con il Capitano che a sua volta preferiva riempirsi il bicchiere che ingurgitare il cibo saporito. Ecco perché rimaneva secco secco, si disse Caterina. Lei aveva sbocconcellato dei fagioli e appena assaggiato la verdura che aveva nel piatto. Il suo appetito, che era sempre stato modesto, quella sera pareva sparito. La spigliatezza del suo Principe la metteva in soggezione, lui sapeva tutto, argomentava con scioltezza e competenza le sue convinzioni mentre lei pensava al penoso crollo delle idee che suo padre aveva cercato di inculcarle per tutta la vita. Lo guardava ammirata, adorante, cercando di opporre qualche ragionevole motivazione al palpito svelto del suo cuore.
Il Capitano Bendellini, solido sulle gambe nonostante la quantità di vino bevuta, ebbe l’occasione quella sera di annunciare il suo fidanzamento con Carlotta. Benché non fosse stato ancora promosso e la sua paga da Capitano fosse ancora ben lungi da potergli permettere una vita di agi, era stato accettato come futuro marito della Contessina. Aveva parlato con suo padre la sera prima chiedendo un appuntamento quel pomeriggio. Filippo si trovò a invidiarlo, lui che non aveva niente da temere né da invidiare a nessuno, che guardava il mondo dall’alto del suo rango, aspettava paziente di poter incontrare il padre della sua Ninetta per poter rendere pubblico il suo amore.
“Carlotta! Non mi avevi detto niente!” le disse Caterina abbracciandola per congratularsi.
“Come posso dirti qualcosa? Hai sempre la testa tra le nuvole… chissà perché poi?” le rispose la ragazza lanciando un’occhiata all’imponente figura di Filippo che si era alzato a stringere la mano del Capitano.
Nella gioia dell’annuncio Caterina e Filippo si incatenarono in uno sguardo pieno di non detti così chiari da risultare dolorosi. Voglio essere tua, gli diceva lei. Voglio gridare al mondo che sei mia, le rispondeva lui in un silenzio intenso quanto il loro desiderio. Avrebbero dovuto pazientare almeno un altro po’ e per Caterina quel tempo di attesa era prezioso come l’oro, consapevole di dover verificare la sicurezza dell’affetto del suo Principe e soprattutto di rimettere ordine nella confusione che regnava nella sua testa. Se lo avesse davvero sposato, a chi sarebbe andata la sua fedeltà? Al Regno di Sardegna, la sua patria natia, o al Regno delle Due Sicilie, imitando così sua madre che aveva subordinato il Granducato al Piemonte per amore del marito?
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