Scritto il 10/06/2026
da ROBERTA CIUFFI


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Immobile sulla soglia della locanda, il Conte di Wadelton avvolse l’interno della sala in un lungo sguardo attento.

Benché quella fosse per lui una sosta abituale prima dell’arrivo a Farleigh Hall, il suo animo di gentiluomo non poteva trascurare la cautela di precedere delle signore, entrando in un ambiente potenzialmente ostile.

E non c’era dubbio che quel pomeriggio l’interno di solito accogliente del Rising Star apparisse ostile a sufficienza da giustificare la sua accortezza. La sala era in penombra e calda in modo confortevole. Un effluvio che gli parve d’agnello arrosto misto a quello di pane caldo gli fece venire l’acquolina in bocca, rammentandogli che non mangiava da molte ore e che la giornata era già piuttosto avanzata.

Sarebbe stato bello sostare nella locanda, rifocillarsi, bere un paio di bicchieri in una buona compagnia maschile e poi affittare una stanza per un rapido bagno e un riposino, come faceva di solito, in modo da raggiungere Farleigh Hall in discrete condizioni fisiche. Qualcosa però gli diceva che stavolta non sarebbe stato saggio.

«Adrian?»

La domanda appena accennata della sorella gli fece comprendere di aver indugiato troppo. Si spostò di lato, per permettere alle due donne di entrare. Nel porsi al suo fianco, Lydia gli lanciò un’occhiata interrogativa, la fronte solcata da rughe di preoccupazione. Il conte distolse lo sguardo e così facendo lo diresse sulla giovane che li accompagnava: come, doveva ammettere, gli era accaduto più del necessario nel corso del viaggio da Londra.

Miss Annabelle Trenton si era fermata appena oltre la soglia, con il mento leggermente sollevato e un’espressione diffidente sul volto, quasi stesse annusando un odore sospetto.

«Venite, mie care, andiamo ad accomodarci» disse il conte, in tono forzatamente disinvolto. Non era il caso di attirare altra attenzione sulle loro persone.

Si diressero a un tavolo vicino all’unica finestra della sala. Il locandiere, che di solito si sarebbe fatto in quattro per accompagnarli, non si degnò di mostrare il naso dalle cucine. Al loro passaggio, gli uomini seduti a bere o a consumare un pasto tardivo girarono la testa, esaminandoli con fredda malevolenza. Della schietta accoglienza campagnola cui era abituato, neppure l’ombra. Non un sorriso li scortò nel cammino, ma solo brusii e occhiate astiose.

Sì, decisamente qualcosa non andava per il verso giusto.

Dopo aver fatto accomodare le signore, il conte si scusò e uscì di nuovo nel cortile della locanda. L’incombenza non gli prese molto tempo: in pochi minuti era già di ritorno. Camminò in fretta verso il suo tavolo, deciso a ignorare gli sguardi astiosi degli avventori.

«Non ti sembra che ci sia una strana atmosfera?» sussurrò Lydia, quando le si fu seduto di fronte.

Lui sollevò le sopracciglia, segnalando che intendeva parlarne in privato. Un uomo avanti negli anni uscì dalla cucina reggendo un vassoio colmo di piatti. Di solito, del servizio si occupavano alcune graziose cameriere che si aggiravano per il locale scherzando con i clienti, ma quel giorno non ce n’era traccia. Contrariato, il conte scoprì che Lydia aveva ordinato solo delle torte di carne.

«L’agnello era terminato» spiegò lei, senza guardarlo. «O almeno, così mi è stato detto.»

Annuì, guardando fisso nel piatto. La torta sembrava d’età piuttosto avanzata, la crosta era molle e la carne all’interno scura e rinsecchita. Sospirò e cominciò a mangiare, acutamente consapevole degli sguardi fissi su di loro ma, soprattutto, e questo era strano in un simile frangente, della ragazza seduta di fianco a lui.

Non aveva bisogno di sollevare gli occhi per riportarsi alla mente il suo aspetto. Di fatto, aveva occupato i suoi pensieri nel corso di tutte quelle lunghe, noiose ore nella carrozza e nella locanda in cui avevano trascorso la notte precedente, e questo benché lei non avesse mostrato di ricambiare il suo interesse in alcun modo.

Miss Trenton mangiava portando la forchetta alle labbra con gesti lenti e masticando poi il boccone con aria concentrata. La sua espressione suggeriva che si trattasse di un’occupazione seria, che andava eseguita con la dovuta considerazione. Quando Adrian respinse il piatto ormai vuoto, in quello della giovane donna la torta era ancora a metà.

«Non avete fame?» le chiese, volgendosi infine verso di lei. «O il cibo non è di vostro gradimento?»

Lei scosse il capo. «No» disse. «Sono abituata a mangiare piano.»

Il cappello dalla tesa larga accentuava la forma un po’ allungata, ma perfettamente ovale, del volto chiaro. La sua bocca, che si schiudeva per lasciar passare il boccone, era di quel tipo sensuale che un uomo non può guardare senza provare desiderio di baciarla. Di contro, il naso era affilato e un po’ impertinente.

Lord Wadelton pensò che, dopotutto, guardarla non era una buona idea. Sospirò piano e allungò la mano al boccale della birra. Nonostante l’aspetto seducente, nelle vene doveva scorrerle il sangue di un orso polare. Come poteva mostrare tanto disinteresse di fronte alla sua ammirazione? Quello era un comportamento che non poteva tollerare, in una giovane donna dotata di buon senso e di vista normale. Figurarsi poi di una dotata di una – pretesa ‒ doppia vista…

 

 

Anche Lydia terminò di mangiare. Si pulì le labbra, ma solo dopo aver esaminato con cura il tovagliolo, che poi ripiegò accanto al piatto. Al contrario di suo fratello non cercò il conforto di una bevanda ma attese con pazienza che la giovane finisse la sua torta.

«Avete ancora fame?» chiese, quando la vide posare la forchetta al centro del piatto.

Annabelle sorrise. «No, va bene così.»

Lydia guardò di sottecchi Adrian, che sembrava soprappensiero, con il boccale stretto nella mano e lo sguardo perso nel vuoto. Non intendeva mettergli fretta, ma desiderava uscire da quel luogo più d’ogni cosa al mondo. Aveva l’impressione che emozioni sotterranee intrise di malevolenza strisciassero nella sala simili a serpenti, o a insetti molesti. Si chiedeva come potesse sopportarlo, lei. E tuttavia, sembrava molto calma, chiusa nel suo preteso distacco.

«Non siete affatto preoccupata?»

«No» rispose la giovane donna, scuotendo il capo per sottolineare la negazione. Aveva la bizzarra abitudine di enfatizzare le parole con le mani o con i gesti. Chissà dove l’aveva appresa. «Non per il momento.»

Adrian posò il boccale vuoto sulla tavola. «Che ne pensate della vostra nuova identità?» chiese, cercando in quei profondi occhi azzurri una traccia di turbamento. «Credete di riuscire a ingannare Lady Farleigh?»

Annabelle si volse verso di lui, un sorriso obliquo sulle labbra. «Mi ci proverò.» La voce suonò ironica quanto l’espressione. «E riguardo all’identità… non c’è poi molta differenza, non è vero?»

Inarcò un sopracciglio ma, prima che il conte potesse rispondere, Lydia intervenne, agitata dal timore che la domanda del fratello l’avesse offesa. Da quando Miss Trenton l’aveva liberata dai suoi odiosi mal di testa, le mostrava una devozione quasi canina.

«No, certo che no. Annabelle Trenton, o Annabelle Tressilian, c’è una certa somiglianza, mi pare…»

C’era un mondo di differenza e tutti quelli che sedevano a quel tavolo ne erano consapevoli. Lo sguardo della ragazza sembrò sfidare il conte ad ammetterlo.

«Purché rammentiate il vostro nome» borbottò sgarbatamente l’uomo, afferrando il cappello dalla sedia vuota accanto a lui. Non si era fidato a lasciarlo all’ingresso, incustodito. «Quando Lady Farleigh ve lo chiederà, dovrete almeno sapere chi siete.»

 

 

‘Chi sono’, pensò la giovane, accogliendo il suo invito ad alzarsi. Annabelle Tressilian, nipote di Harold Tressilian, pittore, e di sua moglie Elizabeth, al presente in viaggio sul continente. E protégé di Lady Lydia Wadelton, la buona dama che le camminava al fianco con l’aria d’essere la sua scorta.

La luce improvvisa nel cortile le fece battere le palpebre. Trasse un respiro profondo. Era perfettamente in grado di controllarsi, ma l’atmosfera all’interno della locanda l’aveva quasi fatta star male. Troppe intrusioni, troppi pensieri ostili. Era passato molto tempo da quanto aveva dovuto subire una simile ondata di animosità.

‘Chi sono.’ Sollevò lo sguardo al cielo grigio. Le parole del conte aprivano interrogativi cui non era facile rispondere. Neppure Annabelle Trenton, la famosa sensitiva di Clapham, era ancora in grado di farlo.

 

 

Adrian aiutò la ragazza a salire nella carrozza ma, prima che potesse fare lo stesso per la sorella, lei lo afferrò per un braccio, impedendoglielo.

«Che cosa sta succedendo?» mormorò, concitata. Aveva visto gli sguardi nella locanda e ne aveva percepito l’ostilità. Poteva non essere dotata come Annabelle, ma sapeva che c’era sotto qualcosa di grave.

Suo fratello si mordicchiò il labbro inferiore. «Mi dispiace.» Abbassò lo sguardo alle punte delle sue scarpe, ormai impolverate. «Sembra che il nostro Thomas ne abbia combinata una.»

«Che vuol dire?»

Si strinse nelle spalle, imbarazzato. «Si è dimostrato un po’ troppo aggressivo con alcune ragazze del luogo.»

Lydia arrossì di colpo. «Thomas? Non ci credo» sibilò. «È una menzogna.»

«Questo è quanto ha saputo Harry.» Harry, lo stalliere del conte, un ragazzone cordiale che trovava sempre il modo di entrare nelle grazie e nelle confidenze di chiunque. «Siamo capitati nel mezzo di un bel ginepraio. Una ragazza della locanda è stata aggredita due giorni fa.»

Il rossore sul volto di Lydia scomparve, sostituito da un estremo pallore. Non aveva bisogno di chiedere il significato di quelle parole. «Thomas non ne sarebbe capace. Lui è un uomo tranquillo.»

«Questo non è del tutto vero» la corresse il fratello, a malincuore. «Tuttavia, non è mai stato violento gratuitamente. E certo non ha mai toccato una donna che non fosse consenziente.»

Almeno, il Thomas dei tempi della scuola non l’avrebbe fatto. Ma adesso, chi poteva sapere cosa fosse diventato?

‘Ah, Julia, Julia!’, pensò, desiderando di avere di fronte la sua defunta sorella minore per poterla scuotere con forza. ‘Che cosa hai fatto della tua vita e di quella di tuo marito?’

 

 

Il viale d'accesso perfettamente diritto rendeva Farleigh Hall visibile da molto lontano. All'inizio era solo un minuscolo pezzetto di pietra grigia inquadrata nel folto degli alberi, ma via via che ci si avvicinava la visuale si allargava, consentendo di scorgere non solo l'alto corpo centrale, ma anche quelli laterali, in uno spiegamento di edifici di varia altezza e stili. Dalla selva di camini Annabelle cercò di formulare un'ipotesi sul numero di stanze che dovevano aprirsi sotto quei tetti, ma ben presto abbandonò il tentativo.

«Sembra un castello» disse. Dall'inizio del viaggio, era la prima volta che formulava una frase che non fosse stata sollecitata.

«Ma non lo è» replicò il conte. «Il corpo centrale, il più vecchio, risale solo alla Restaurazione. Wadelton Castle, invece, è in tutto e per tutto una fortezza» proseguì, senza chiedersi perché mai provasse il bisogno di decantare la dimora dei propri avi. «Il suo impianto primitivo è normanno, anche se da allora ci sono stati, naturalmente, molti rimaneggiamenti.»

«Il vostro castello è vicino al mare?» chiese lei, continuando a fissare la stravagante costruzione che si spiegava di fronte ai suoi occhi.

«No» fu costretto ad ammettere, di malavoglia.

Annabelle sollevò il mento, gli occhi chiusi, le delicate narici vibranti. «Ne sento l'odore.»

Adrian rabbrividì. Il suo volto gli ricordava quello di una donna tra le braccia dell'amante.

 

 

«Lord Wadelton, Lady Lydia, permettetemi di esprimervi il mio benvenuto. Il viaggio è stato piacevole?»

«Sopportabile, Saunders, sopportabile. Lord Fairleigh è in casa?»

Il maggiordomo afferrò il cappello e il bastone che il conte gli porgeva. «Sì, Vostra Signoria. Si sta esercitando nella sala da ballo.»

«Lady Fairleigh?»

«È in visita da Mrs. Parnell. Sembra che uno dei signorini abbia fatto una brutta caduta da un albero. Miss Seldon l'ha accompagnata.»

«Mr. Seldon?»

«È a Londra.»

«Bene, sembra che non sia rimasto nessuno a riceverci.»

Forse il povero Saunders non si considerava proprio nessuno, pensò Annabelle. Fece alcuni passi, poi si fermò. Aveva colto uno strano rumore metallico provenire da una delle stanze laterali, inframmezzato a esclamazioni prive di senso. Il tutto era fastidioso e le provocava un senso d'agitazione. Essendo il tipo di persona che dava credito alle sensazioni, non seguì gli altri che si stavano avviando verso le scale, ma, quasi senza accorgersene, si volse in direzione del rumore. La porta era proprio di fronte a lei. Allungò la mano alla maniglia e l'aprì.

La sala che si rivelò ai suoi occhi la fece esitare sulla soglia, di colpo intimidita. Sembrava immensa, con pareti alte quanto l'altezza della casa intera e il soffitto a cassettoni di legno intagliato e decorato che risplendeva come rivestito d'oro.

Un raggio del sole al tramonto penetrava attraverso le grandi vetrate che davano sul giardino, investendo due uomini di un alone rosato. Uno di loro si trovava a terra, una gamba piegata di lato, le mani sul pavimento per sorreggersi. L'altro incombeva su di lui, l'arma ancora protesa, il petto ansante per lo sforzo. Questo era un uomo alto e magro, con gambe lunghe e spalle larghe, completamente vestito di nero. La punta della spada tremava leggermente, come la mano che la impugnava. Sembrava che non avesse ancora deciso cosa fare del rivale sconfitto. Annabelle si chiese se avesse intenzione di ucciderlo e per quale motivo.

Lo sconfitto si strappò la maschera dal volto, rivelando un'espressione rabbiosa. «Forse, mio signore, a voi sfugge il senso del termine allenamento» disse, in tono aspro.

Cadendo a terra, la maschera produsse un tonfo e un'eco tra le alte pareti della sala da ballo. L'altro non si spostò di un pollice. Lo sconfitto dovette decidere che la cosa non lo riguardava, perché ritrasse la gamba sotto di sé e si alzò in piedi, prendendo subito a darsi dei colpi sui pantaloni. Poi andò a recuperare la sua spada.

«Continuiamo» ordinò l'uomo in nero.

«Per oggi ne ho abbastanza» fu la risposta. Afferrò la maschera e la esaminò, per controllare che il suo scatto di poc'anzi non avesse avuto conseguenze.

L'uomo in nero gli andò vicino. Muovendosi, si pose sotto il raggio diretto del sole che illuminò i lucidi capelli neri. Come l’ala di un corvo, pensò Annabelle, sorridendo tra sé per il paragone abusato. Gli occhi erano infossati e il naso un po' aquilino ma non sottile. La bocca era stretta in una linea di disappunto.

«Ho detto che voglio continuare» insistette in tono duro.

Lo sconfitto terminò di radunare le sue cose senza rispondere e poi si girò, offrendo le spalle all'avversario.

«Crane! Tornate indietro!»

«Andate al diavolo» fu la secca replica. L'istruttore di scherma si avviò verso l'uscita, muovendosi in direzione di Annabelle, rimasta immobile sulla soglia.

Nel vederla, si fermò stupito. L'uomo in nero si accorse di lei nello stesso momento. Sul suo volto passò un guizzo d'incertezza e poi qualcosa che somigliava all'ira. La ragazza notò che le sue labbra avevano una strana curvatura, molto attraente… o che lo sarebbe stata, se lui lo avesse permesso.

Nonostante la distanza, i loro occhi s'incontrarono. L'uomo compì un passo indietro, andando ad affondare nella zona in penombra della sala. Quindi si voltò di scatto e si allontanò, dirigendosi verso un'altra porta che si apriva nella parete di fondo. Ma era troppo tardi: Annabelle aveva già percepito la furia confusa che si agitava in lui alla ricerca di un bersaglio da colpire, e la disperazione che la alimentava.

«Annabelle, mia cara, che state facendo?»

Si girò, stupita di trovare Lady Lydia accanto a sé. Non vide motivo di scusarsi. «Avevo sentito dei rumori.»

«Mr. Crane, avete finito con l'allenamento?» chiese la voce nasale di Saunders, apparso alle spalle della signora.

L'uomo si asciugò la fronte con un fazzoletto, esaminando le due donne poco distanti e poi fissando gli occhi sulla più giovane. «Per oggi sì» disse. La sua espressione furibonda si stemperò in un sorriso.

Era molto attraente, in un modo un po’ brigantesco accentuato dalla presenza dei baffi neri. Annabelle sostenne il suo sguardo senza batter ciglio. Ci volevano altro che un paio di baffi per emozionarla.

Come rispondendo a un invisibile cenno del maggiordomo, Mr. Crane eseguì un inchino, si girò e si diresse sulle orme dell'altro.

«Chi è quell'uomo?»

«Mr. Edmund Crane, mia signora. L'allenatore di scherma di Lord Fairleigh. Un ex‒militare. Non ci si può aspettare che abbiano delle buone maniere, non è vero?»

A parere di Annabelle le maniere di Mr. Crane erano state anche troppo buone, per quanto riguardava l'uomo in nero.

«E l'altro chi era?» chiese, attirando l'attenzione di Saunders per la prima volta.

«L'altro» rispose quello, in tono un po’ sdegnato, «era il Visconte Farleigh di Lyncombe. Naturalmente.»

 

 

«Scusa se te lo dico, cara Lydia, ma trovo avventato da parte tua aver scelto come figlioccia una ragazza proveniente da un ambiente così poco convenzionale» affermò Lady Fairleigh, tra un sorso e l'altro del suo tè della sera.

Un rapido sguardo allarmato corse tra fratello e sorella. Erano quasi giunti a credere di non dover approfondire oltre la questione delle origini di Annabelle, ma non avevano tenuto in giusto conto il rigido orgoglio di casta della Viscontessa Vedova.

«È vero» ammise Lady Lydia, controvoglia. «Annabelle è cresciuta in un ambiente di artisti. Ma artisti di posizione sociale molto elevata e di moralità ineccepibile. Certo rammenterete che Harold Tressilian fu scelto per eseguire un ritratto della nostra cara famiglia reale…»

Fino a quando Sua Altezza non si fosse degnata di onorare il pittore almeno con un cavalierato, questo per Lady Fairleigh non costituiva una patente di rispettabilità. Tuttavia si trattenne dal rivelare i suoi dubbi, per non rischiare di offendere la cognata di suo figlio, e men che mai Lord Wadelton, dopo che si erano presi il tremendo disturbo di quel lungo viaggio nel Devonshire.

«A me è parsa simpatica» intervenne Susan, esponendosi con coraggio ai possibili rimbrotti della madre.

«Difatti lo è. Ho pensato che potesse essere piacevole, per te, avere la compagnia di una giovane quasi della tua età.»

La conversazione si stava svolgendo, naturalmente, in assenza di Annabelle, che si era ritirata nella sua stanza con la scusa di un penoso mal di testa. In realtà, per lasciare ai membri della famiglia la facoltà di parlare liberamente.

«È stato un pensiero gentile, grazie» replicò la sorella minore del Visconte Farleigh.

Adrian la trovava cambiata dall'ultima volta che l'aveva vista. Le sue grazie adolescenziali erano sbocciate in attrattive piene e mature ‒ per quanto possibile in una ragazza di diciannove anni ‒ ma non si trattava solo di questo. Era come indurita. Gli angoli delle labbra rivelavano una tensione anormale, in una persona tanto giovane.

«Quest'ultimo periodo deve essere stato molto difficile, per te» la incalzò Lydia. «Dover posporre il tuo debutto, e poi la situazione… Ma certamente, il prossimo anno…»

«Credo che tu sia ottimista, cara Lydia» l'interruppe bruscamente la ragazza. «Non ci sarà alcun debutto, per me.»

«Mi sembra che tu esageri. Di sicuro le cose…»

«Si sistemeranno, intendi dire?» Susan si alzò di scatto, facendo ondeggiare le gonne. Si diresse alla finestra del salotto e scrutò il giardino ormai immerso nel buio. «Sarà uscito anche stasera.»

Lady Fairleigh sollevò una mano come per fermarla, ma lei ebbe un gesto d'impazienza. «Oh madre, per carità. Tanto dovranno saperlo, prima o poi.» Diresse lo sguardo su Adrian. «Esce a cavallo quasi tutte le notti e corre come un folle, come se cercasse di uccidersi. A volte gli affittuari lo sentono gridare. Attacca briga con chiunque gli si pari davanti e ritorna con delle ferite sul volto e abrasioni sulle mani. Abbiamo cercato di trattenerlo in casa, di chiuderlo a chiave, ma riesce sempre a uscire, in un modo o nell'altro.»

Malgrado lo sgomento, il Conte di Wadelton non poté trattenere l'accenno di un sorriso. Se immaginavano di trattenere Farleigh contro la sua volontà, si erano assunti un incarico impegnativo. Perfino a scuola era sempre riuscito a filarsela, scendendo lungo i muri come un ragno. Evidentemente l'età non l'aveva cambiato.

«A volte invece beve fino a stordirsi. Palmer dice che si agita e piange nel sonno, e poi crolla come morto. La mattina dopo è in condizioni anche peggiori del solito.»

«Io non riesco a comprendere cosa abbia» confessò Lady Fairleigh, portandosi un fazzoletto alle labbra. «Mio figlio non si è mai comportato così.»

«Certo che no.» Adrian scosse la testa. Aveva attribuito le preoccupazioni di Lydia al suo carattere apprensivo, non immaginava che la situazione fosse a quel punto. Probabilmente era stata la sua inveterata tendenza a evitare fastidi, a farglielo credere. «Conosco Thomas da quando aveva tredici anni. Era un ragazzino vivace, ma mai arbitrariamente violento. Charles che ne pensa?»

«Charles se ne resta lontano il più possibile. Ha passato l'intera Stagione a Londra. Credevo che l'aveste incontrato.»

«Per la verità, no.» Aggrottò la fronte, un po’ sorpreso.

Aveva sempre mantenuto buoni rapporti con il fratello minore di Farleigh. Strano che in quattro mesi non si fosse fatto vivo neppure una volta a Wadelton House. Né l'aveva mai visto ad alcuno dei balli o ricevimenti frequentati dai membri della buona società. Veniva da chiedersi se non si fosse tenuto lontano di proposito.

Ma, in tal caso, per quale motivo?

«Immagino che il povero Willie sia molto turbato.»

«Willie è terrorizzato» precisò spietatamente Susan.

«Avete consultato un medico?»

«Il vecchio dottor Walker, ma ha confessato di non capirci nulla. D'altra parte, Thomas rifiuta di sottoporsi ad alcuna visita.»

Adrian si schiarì la gola. «Voi credete… cioè, avete motivo per ritenere… che sia veramente impazzito?»

Susan scoppiò in una risata aspra e molto sgradevole. Nel corso dei suoi caritatevoli vagabondaggi negli slums londinesi, Lydia aveva sentito donne prive d'ogni barlume di speranza ridere allo stesso modo.

«Impazzito?» ripeté la giovane, portandosi infine una mano alle labbra, come per frenarne il fremito convulso. I suoi occhi si erano riempiti di lacrime. «Credo che voi siate rimasto l'unico a nutrire un simile dubbio, Adrian. E questo spiega perché non avrò mai una Stagione e perché assai difficilmente troverò degli aspiranti alla mia mano degni di qualche considerazione. Chi pensate che vorrebbe mai sposare la sorella di Black Tom, il visconte nero?»