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Guardò verso la serra dove Adeline si muoveva a suo agio, fra i fiori di sua madre e quelli che aveva piantato nel frattempo. Una chiazza di colore, il giallo, la più bella in mezzo alle rose rosse che amava.
Intanto che si avvicinava, si abbeverò della sua figura: i seni alti, che si sollevavano sotto la costrizione del corpetto; la dolce curva del collo; quelle labbra piene e il neo, al lato della bocca, che aveva popolato i suoi sogni roventi. Sirgey avanzava, mosso da un nuovo e urgente proposito, e si sentiva bruciare.
Entrò, cercando di fare meno rumore possibile, ma Adeline se ne accorse ugualmente.
Le succedeva sempre, se lui era nei paraggi. Percepiva la sua presenza anche a decine di metri di distanza. Era qualcosa che non capitava con il resto del mondo, ma con Sirgey, sì. E se si arrischiava a guardare verso la sua direzione, quasi sempre trovava i suoi occhi tormentati su di lei.
Se ne era innamorata a sedici anni e aveva pianto per lui, per quel bacio che scioccamente gli aveva rifiutato, e per tutte le volte che aveva immaginato invano il momento in cui sarebbe arrivato a rivendicare il suo amore.
«Mi hai spaventato», mentì.
«Imperdonabile da parte mia non annunciare la mia presenza, milady».
«Non chiamarmi così», lo rimproverò.
Nel momento in cui si era sposata, fra loro era emersa una distanza che la lacerava. Ogni volta che Sirgey si riferiva a lei, rimarcando il suo titolo, era come se volesse cancellare tutti gli anni che avevano trascorso a conoscersi, prima come bambini e dopo come un uomo e una donna attratti l’uno dall’altra.
Adeline lo odiava.
«Come dovrei rivolgermi a una contessa?», le chiese. La sua figura alta e slanciata emanava una naturale autorità.
Sirgey non era un lord, eppure possedeva un’eleganza innata e una bellezza che affascinava senza bisogno di ostentare. Solo la pelle, leggermente abbronzata, tradiva le sue origini.
«Conosci il mio nome e non lo pronunci più da tanto tempo», gli rammentò lei.
La tristezza da cui veniva arrochita quella voce melodiosa era qualcosa di tangibile, e nello sguardo di Sirgey brillò qualcosa che la lasciò senza fiato. Del resto, i suoi occhi erano il tratto più distintivo: profondi e di un verde scuro, con un’ombra di malinconia e di acuta intelligenza che invitava a scoprire i suoi pensieri più segreti.
«Adeline», sussurrò allora lui, e sembrava che così facendo le concedesse un dono. Con uno sforzo, poiché era sconveniente guardarla dritto in viso, fece scivolare lo sguardo sulle rose che lei teneva fra le braccia. «Sono perfino più belle di quelle di tua madre». E tu sei di una bellezza che ancora mi ruba il fiato, avrebbe voluto aggiungere, per poi tirarla a sé e baciarla come desiderava fare dacché ne aveva memoria.
Adeline si guardò intorno, ricordando tutti i momenti che da bambina aveva passato in quel luogo accanto a sua madre. La contessa Eleonor si era ammalata quando lei aveva compiuto diciassette anni, ed era morta nel giro di pochi mesi, lasciando una famiglia devastata dal dolore.
«Ricordi quando eravamo bambini?», gli chiese, voltandogli le spalle, per posare il fascio di fiori su un tavolo di legno. «In quei giorni sembrava che il tempo non avesse il potere di cambiare nulla».
«Mi ricordo tutto», ci tenne a precisare Sirgey. «Ogni angolo di mondo sembrava appartenere a noi, anche se il tuo non poteva combaciare in alcun modo con il mio…». La sua voce si spense piano, e quel tormento spinse lei a tornare a guardarlo.
«Ci divertivamo a nascondino e tu pensavi che fosse un gioco innocente», seguitò col dire lui. «Ma ogni volta che ti scoprivo, mi sentivo come se avessi trovato il tesoro più prezioso».
Le lunghe ciglia di lei tremarono, una lacrima voleva sfuggirle dagli occhi, e Adeline la trattenne con forza. La sua bocca si disegnò in una linea sottile per celare il fremito che la attraversava. Era un piccolo gesto, ma parlava di una donna consapevole di quanto fragile potesse diventare il proprio cuore.
«Non dirlo», lo pregò, infatti. Tuttavia, lui non demorse.
«In qualche modo, sapevo già che avrei sempre voluto trovarti.
Non solo per uno stupido gioco».
«Oh, Sirgey!», esclamò quando le mani di lui si strinsero intorno alle sue braccia. «Perché adesso?».
«Perché non ora?».
Lentamente, il respiro di Adeline si fece più profondo. Le sue labbra, appena dischiuse, mormorarono di nuovo il suo nome, come un’eco impercettibile nel silenzio che aveva avvolto la serra, ma Sirgey avvertì quel sussurro bisbiglio come un urlo.
«Ti chiedo di guardarmi con gli occhi di chi ha vissuto abbastanza da sapere quanto può essere preziosa una seconda occasione», si decise a dirle allora.
Lo sguardo di Adeline adesso brillava di lacrime. Era paura, la sua?
Sirgey conosceva quella sensazione, eppure non era più disposto a essere clemente.
«Non rifiutarmi ancora», la pregò.
«È stato l’errore più grande che ho commesso», ammise lei.
«Ma ormai è troppo tardi».
No, che non lo era, perdio!
Il boato di un tuono li fece sobbalzare entrambi.
Sirgey non si sarebbe trovato al suo cospetto, se lo avesse pensato. Non più ragazzo ma uomo, con una nuova forza d’animo e il coraggio di voler essere finalmente felice.
Inspirò a fondo il dolce profumo di fiori, e si avvicinò di più. Le mani si chiusero intorno alla sua vita e sentì il calore della sua pelle attraverso il sottile tessuto dell’abito.
Per un attimo, Adeline rimase immobile: il suo respiro le sfiorava la fronte, il battito del suo cuore sembrava essere l’unica cosa che importasse. La sua mente era un tumulto di emozioni e ogni remora si dissolse.
Cedendo a quell’energia che la travolgeva, si appoggiò contro il suo petto. La distanza tra i loro volti si fece sempre più breve, finché le labbra di Sirgey non sfiorarono le sue. Solo un tocco e poi virarono a destra, negandole quel piacere.
«Per lungo tempo ho odiato mio padre», continuò a confessarle all’orecchio. La sua voce bassa e carica di un’amarezza che sembrava sprigionarsi dalle sue stesse ossa. «Mi portava qui, godendo della considerazione del conte che gli concedeva di farmi giocare con voi, i suoi preziosi figli. Ma presto è diventato chiaro che il destino ti aveva messo nella mia vita e ogni giorno che passava mi innamoravo un po’ più di te. Mi struggevo per qualcosa che non avevo il diritto di volere».
Lui? Lui si struggeva?!
Adeline si liberò dall’abbraccio di Sirgey con un movimento rapido. Il vento spingeva, facendo cigolare cardini e finestre, portando con sé un respiro di inverno. La sua figura sembrava rimpicciolirsi, come se si stesse sottraendo non solo al contatto fisico, ma a qualcosa di più profondo.
«Mi domando se sia davvero il destino a intrecciare le nostre vite, o se siamo semplicemente guidati dalle nostre scelte», disse. La sua voce, mentre si allontanava, aveva il peso di un pensiero che l’aveva tormentata per anni. Poggiò la fronte contro uno dei
vetri e i suoi occhi si persero oltre, nella vastità della tenuta.
«Il mondo è grande, Sirgey, eppure io mi ritrovo qui, proprio davanti a te. Come lo sono stata un sacco di volte». Una piccola lacrima scivolò lungo la sua guancia, ma Adeline la lasciò cadere
senza neppure accorgersene, come se il dolore fosse ormai parte di un ciclo che non sapeva rompere.
«Questo amore ha consumato solo me?». La replica di Sirgey era più pungente di quanto volesse e, tuttavia, non riusciva a fermarsi.
Adeline si voltò, avvertendo il suo tono ruvido, e si strinse le braccia intorno al corpo.
«Ti amavo più di me stessa. E quando non hai mosso un dito di fronte alla notizia delle mie nozze, sono diventata una bambola di pezza senza più speranza».
«Ma davvero?», soffiò fuori con sarcasmo lui. «Eppure mi sembravi felice».
«Felice?», replicò Adeline. Il tono le si spezzò in una risata incredula. «Oh, Sirgey! Dentro di me stavo morendo! Disperazione? Sì, quella sì. Sconcerto? Pure. Impotenza? A fiotti, come le lacrime che ho versato quando ho capito che tu non avresti mai lottato per me». Un singhiozzo soffocato le si fermò in gola. «Ero rassegnata alla decisione di mio padre», continuò.
«Non avevo altra scelta. Ogni aspettativa di un altro futuro sembrava svanita sotto il suo volere, e non c’erano altri lord che mi interessassero, a parte uno che sembrava non volermi».
«Chi era quest’altro lord?», la interrogò.
La verità che Adeline gli stava svelando colpiva Sirgey con la stessa forza della tempesta che adesso si stava abbattendo sulle loro teste.
«Tu, Sirgey. Eri tu l’unico che mi interessava».
Il suo cuore, che per anni aveva vissuto nel tormento del rifiuto, ora si trovava a confrontarsi con una realtà che non avrebbe mai immaginato.
«Me?», si indicò il petto, incredulo. «Io non sono un lord».
«Ma lo eri per me. Eri il lord del mio cuore». E quando lui si era allontanato, dentro di lei, aveva preso a scorrere una nostalgia senza fine. «Ti sarebbe bastato un cenno, il coraggio di una sola parola, e sarei scappata con te».
«Saresti scappata con me?». Sirgey pose l’accento su quelle due ultime parole, ricordando il giorno in cui si era arrischiato a baciarla, sotto la quercia, poco fuori dalla tenuta, nel bosco dove si erano spinti per gioco.
La serra era ora immersa in una luce grigia e il vento fresco portava con sé il suono dei tuoni che si stavano allontanando.
«Quel giorno ti ho baciata e mi hai spinto via», le rammentò.
«Mi avevi preso alla sprovvista. Ero giovane e confusa. Puoi davvero biasimarmi?».
Oh, poteva eccome!
«Confusa?!», esplose Sirgey, dando sfogo alla sua rabbia. «Eri confusa quando hai accettato di sposare quel grassone? Ti sei inginocchiata davanti a lui, senza nemmeno un pensiero per me. E ora vieni a parlarmi di confusione?». Il suo respiro si fece affannoso, l’impulso di esprimere tutta la sua frustrazione non riusciva più a essere trattenuto.
«Non parlare di John così», lo rimproverò Adeline. «Era un uomo buono, Sirgey. E mi ha amata».
«E tu, lo hai amato?». La risposta sarebbe stata una verità che non voleva sentire, ma che comunque aveva bisogno di conoscere.
No, Adeline non lo aveva amato. Nel suo cuore non c’era spazio per un altro uomo. Ma non riusciva a esprimere a parole quella confessione.
«Allora non parlare a me di coraggio». Sirgey la guardò con un’aria di sconfitta. «Per quel che ne so io, siamo stati entrambi dei codardi».
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