⏱ ~6 min · 1135 parole
Questa sera sono particolarmente stanca.
Il lavoro al bar è stato impegnativo, come ogni sabato che si rispetti.
Termino il mio turno a notte fonda ed esco dal locale, dopo aver salutato Bob, che resta ancora un po’. Non vedo l’ora di tuffarmi nel letto, abbracciata a mia figlia che a quest’ora dorme già. Adoro affondare il naso nei suoi capelli morbidi e respirare quel profumo che sa di innocenza. Mi auguro che mantenga quel profumo per tanto, tantissimo tempo. Il mio desiderio più grande è che stia sempre lontano dalle brutture e la cattiveria della vita, ma so che sarà impossibile difenderla per sempre. Arriverà il momento in cui qualcuno la ferirà, le farà del male, e io non potrò far nulla, se non medicare le sue ferite. L’importante è che mi veda sempre come il suo porto sicuro, una confidente e un’amica. Tutto quello che non è mai stata mia madre.
Ho la testa oberata da questi pensieri, mentre mi dirigo verso la mia auto parcheggiata ma, prima che possa salire, un pezzo di oscurità si muove all’improvviso e per un attimo il cuore mi si ferma.
«Rose». Riconosco quella voce, anche se non vedo ancora bene il suo proprietario.
«Larry?»
«Sono io». La sua figura avanza verso la luce e finalmente riesco a scorgerlo. Non so se esserne sollevata o intimorita.
Larry è uno dei nostri clienti fissi, ma non mi è mai piaciuto. Mi ha fatto spesso avance esplicite ma non ci sono mai stata a letto, perché mi ripugna. Ha capelli radi e unti in testa, una pancia alcolica prominente e occhi porcini, che mi fissano sempre bramosi. Non sono una schizzinosa, di solito, ma con lui non ce la farei mai, anche se mi ha promesso guadagni cospicui. Ho anche io i miei limiti.
«Che ci fai qui?» Il mio tono è poco garbato ma non faccio nulla per mascherarlo. Sono stanca e non ho voglia di tenere a bada le sue manacce, a quest’ora.
«Sono qui per te, mi sembra ovvio». Quella frase mi mette in allarme. Non mi piace come mi sta fissando e, soprattutto, non mi piace che stia avanzando lentamente.
In una frazione di secondo penso che, se gridassi, probabilmente Bob non mi sentirebbe. Quando l’ho salutato era sul retro a sistemare le casse di birra, dubito che le mie urla giungerebbero fin lì.
«Possiamo parlarne domani? Sono un po’ stanca». Provo a rabbonirlo con un tono più dolce, cambiando tattica, ma a quanto pare non funziona, perché scuote la testa.
«Non dobbiamo parlare, non ho bisogno di parlare con una puttana. Voglio che tu mi faccia un pompino, poi sarai libera di andare a riposare». Credo sia ubriaco. Non ha bevuto da noi, altrimenti me lo ricorderei, ma il suo tono strascicato e la puzza di alcol sono palesi anche da qui.
«Larry, credo che tu non sia in te. Forse è meglio che anche tu vada a riposare, che ne pensi?» temporeggio, mentre provo a riflettere sul da farsi.
Voglio riuscire solo a entrare in macchina e chiudermi dentro, dopodiché metterò in moto e gli passerò sopra, se necessario. Questo stronzo ha cattive intenzioni, non ci vuole un genio per capirlo. Non ho finito la scuola e non sono acculturata, ma ho trascorso la maggior parte della mia vita in strada, con gente della peggior specie, perciò so riconoscere un coglione che vuole vendicarsi per il solo fatto che, fino a oggi, non è riuscito a fottermi.
«Perché scopi con tutti e con me no? Eh? Dimmelo, cazzo! Faccio così schifo, brutta puttana?»
Il suo tono di voce si alza e io spero con tutto il cuore che qualcuno lo senta, ma so bene che la maggior parte della gente, in questo quartiere, si fa gli affari suoi.
Se non riesco a salire in macchina sono fottuta.
«Non è così, te lo assicuro. Voglio solo andare a casa ora, va bene? Mi lascerai andare?»
Mi sposto di un passo per raggiungere l’auto e, quando vedo che non si muove, inizio a correre. È un percorso breve e arrivo quasi subito allo sportello, ma non faccio in tempo a girare la chiave.
Mi sento afferrare per le spalle e sbattere contro la carrozzeria, la faccia picchia contro il finestrino e sento un dolore lancinante sulla fronte. Dopo qualche secondo mi rendo conto che sto perdendo sangue, perché il vetro si tinge di rosso.
«Dove cazzo credi di andare?» Sento l’alito rancido di Larry sulla guancia e reprimo un conato di vomito. Mi sta addosso con tutto il corpo, bloccando ogni movimento. È grosso il doppio di me, anche volendo non riuscirei a muovere un muscolo.
La prima cosa a cui penso è che, se non ne uscirò viva, Jodie resterà da sola.
Questo pensiero mi ferisce più di mille coltellate al petto.
La seconda è che devo provare a reagire.
Larry, nel frattempo, mi sta alzando la gonna e avverto subito l’aria gelida sulle chiappe, per poi sentire le sue manacce trafficare con le mutandine.
«Mi prenderò quello che non mi hai dato, puttana. È colpa tua se sono arrivato a questo. In fondo ti ho sempre detto di desiderarti, bastava che mi togliessi lo sfizio».
Lurido verme.
Sento il rumore della cerniera che si apre e agisco in fretta. Gli pianto il mio tacco a spillo in uno stinco e lui si accartoccia su se stesso per il dolore.
Respiro qualche secondo la libertà, per l’improvvisa mancanza del suo peso, e con non poche difficoltà riesco finalmente a infilare la chiave per aprire lo sportello.
Appena scatta la serratura faccio giusto in tempo ad aprirlo ma Larry, dietro di me, lo richiude subito con una manata.
«Come cazzo ti sei permessa!» È incazzato nero. «Me la pagherai! Avrai quello che ti meriti, zoccola!»
Mi tira per capelli e mi costringe ad abbassarmi in ginocchio. È talmente tanto doloroso che non posso fare a meno di assecondare i suoi movimenti, per paura che mi faccia lo scalpo.
Con una mano mi tiene ferma e con l’altra si prende il pene in erezione e lo dirige verso le mie labbra.
I miei occhi sono colmi di lacrime, ma non cederò. Non supplicherò questo bastardo di lasciarmi andare, piuttosto gli morderò il cazzo non appena me lo avrà infilato in bocca, se riesco a non vomitare.
Dio, quanto fa schifo!
Sono pronta a riceverlo, e attuare la mia vendetta, ma nel giro di qualche secondo tutto cambia.
Larry mi lascia andare e si volta indietro. Non riesco a vedere cosa stia facendo ma capisco che c’è una colluttazione in corso.
Per un attimo penso che sia Bob, venuto in mio soccorso perché ci ha sentiti, invece con mio grande stupore riconosco l’identità del mio salvatore.
Non è Bob, non gli somiglia neppure lontanamente.
È Louis.
⏱ ~6 min · 1135 parole
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione
Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.