Scritto il 22/08/2026
da VIVIANA LEO


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Jasmine

 

Tra tutti i professori che potevano vedermi in questo stato, avrei evitato volentieri lui.

Avrei preferito perfino che mi scoprisse il preside, anche se poi mi avrebbe investito con mille domande formali a cui, ovviamente, non avrei risposto, piuttosto che farmi scoprire in queste condizioni dal professor Parks.

Se ne sta in piedi davanti alla porta, con una mano ancora sulla maniglia e l’altra lungo il fianco, con un’aria incredula neanche avesse visto un fantasma.

So cosa sta fissando e devo ammettere che la scena è piuttosto grottesca. Ci sono io, seduta a una sedia, con i polsi legati, un bavaglio in bocca e completamente bagnata.

È stata quella stronza di Regina. Insieme alle sue amichette, si è divertita a “lavarmi” per, usando parole sue, “vedere se riusciva a far andare via le macchie sulla mia pelle”.

Non ho urlato mentre ridevano, ho imparato che non serve a nulla. Quando una persona cattiva si diverte a comportarsi da carnefice, urlare non fa altro che invogliarla a continuare. Ecco perché si sono stancate presto e mi hanno lasciata qui, abbandonata al mio triste destino. Credono che io sia talmente debole da non protestare, ma non hanno capito che sono loro le deboli, se hanno bisogno di questi espedienti per rendere la loro vita eccitante.

Il professore mi raggiunge in poche falcate e strappa via il bavaglio che mi impedisce di parlare.

«Che cosa diavolo è successo?» chiede stralunato e non posso far altro che comprenderlo. Non è da tutti i giorni beccare una studentessa fradicia nell’aula di chimica, giusto?

Mantengo lo sguardo basso, mentre mi slega anche i polsi e finalmente posso massaggiarmi la pelle dolorante.

«Jasmine?» mi chiama di nuovo e mi rendo conto solo ora che, in preda allo shock, ha abbandonato ogni tono formale.

«La ringrazio» mi limito a sussurrare. Anche se non ne sono contenta, se non mi avesse trovato lui, probabilmente avrei passato tutta la giornata in attesa che qualche inserviente mi vedesse, lo so perché è già successo.

«Chi è stato?» torna all’attacco. So che cosa sta pensando. Probabilmente è convinto che, se farò nomi, avrò giustizia. In realtà non è così. Regina e le sue leccapiedi sono intoccabili. Suo padre ha un forte ascendente sul preside, perché è uno degli uomini più ricchi della città. Ho già provato a chiedergli aiuto in passato, si è limitato a fingere di ascoltarmi, di essere comprensivo, finché non ho scoperto che era tutta una farsa e, a ogni mia lamentela, Regina si è incattivita ancora di più. Per questo motivo ora stringo i denti e aspetto che anche quest’ultimo anno passi, come sono passati tutti gli altri. Solo qualche altro fottuto mese. Me lo ripeto ogni sera come un mantra, prima di andare a dormire.

«Non lo so» rispondo, ma il suo sguardo furioso mi fa capire che non accetta questa risposta.

«Jasmine…»

«Vorrei andare a cambiarmi» lo interrompo, strizzando la parte inferiore della mia t-shirt. Per fortuna è scura, come il reggiseno sotto, altrimenti sarei davvero sconcia. Devo ringraziare anche il fatto che faccia caldo, altrimenti ora sarei un fascio di muscoli e pelle tremanti.

Il professore aggrotta la fronte, sembra quasi che voglia dire qualcosa, poi annuisce. «Bene. Hai un cambio vestiti nell’armadietto?»

Sì, ce l’ho. Ce l’ho da quando, al primo anno, mi hanno appiccicato una gomma da masticare rosa sulla parte inferiore dei miei pantaloni. Ce l’ho da anni, guai a restare senza, e mi è servito ogni maledetto anno.

Annuisco, senza specificare, e lui mi indica con il capo la fila di armadietti davanti a noi. La scuola per fortuna è deserta, poiché tutti gli altri sono a fare lezione, e io mi guardo attorno in cerca del mio armadietto. A questo punto immagino che il professore mi lasci un po’ di privacy, invece mi resta accanto e il suo sguardo mi segue come quello di un falco. Con un sospiro, capisco che non mollerà finché non avrà un nome, anche se io non potrò accontentarlo.

Prendo la busta con il ricambio dal mio armadietto e indico il bagno.

«Ti aspetto qui» dice con un tono che non ammette repliche.

Accidenti.

Gli altri professori ormai hanno imparato a chiudere un occhio. Sanno da anni che sono un facile bersaglio, qualcuno ha anche provato a risolvere la situazione all’inizio, ma senza successo. Perciò, nel corso del tempo, è stato più semplice fingere che tutto andasse bene e, per assurdo, per me è stato meglio così. Inutile perdere tempo a parlare degli scherzi crudeli che subisco, senza avere poi una soluzione concreta. Meglio concentrarmi sullo studio e sullo sport, che sprecare energie contro i mulini a vento.

Ma il professor Parks… lui è nuovo, e probabilmente non sa ancora come funziona qui.

Quando ho finito di cambiare vestiti e scarpe, sento di recuperare un po’ di quella dignità che avevo perduto. Per i capelli non c’è molto da fare, li asciugo alla bell’e meglio e li lego in una coda alta. Per fortuna sono previdente e ho perfino slip e calzini di ricambio. Conosco bene i miei compagni di scuola, so di cosa possono essere capaci, soprattutto Regina.

Quando esco dal bagno, trovo ancora il prof che mi aspetta. Se ne sta con la schiena appoggiata al muro scrostato del corridoio e l’aria pensierosa. Mi prendo qualche secondo per osservarlo e decido che sì, Ally ha ragione, è davvero un bell’uomo. Certo, non una bellezza alla Brad Pitt, che ti fa svenire, ma una bellezza che colpisce proprio per la sua semplicità. Saranno quei lineamenti regolari, quei denti bianchi, quell’aria un po’ misteriosa e un po’ sbarazzina, quel suo modo di vestire che denota uno stile tutto suo, o forse quel tatuaggio che si intravede attraverso le maniche corte e che mai ti aspetteresti da un professore… non so. Non riesco a elaborare una spiegazione precisa, non faccio in tempo, perché lui si accorge della mia presenza e subito mi viene incontro.

«Lo sai che dovrò rapportare al preside, vero?» mi chiede subito, come se ci avesse meditato su.

Sospiro. Lo so che dovrebbe, ma speravo anche che non lo facesse.

«Professore, io…»

«Un nome, Jasmine. Chiedo solo questo».

Sarò sadica e fuori luogo ma amo come il suono del mio nome si abbini alle sue labbra.

Resto in silenzio per alcuni lunghissimi secondi e lui continua a fissarmi imperterrito. Crede davvero che farò nomi? Crede davvero che possa servire a qualcosa?

«Non posso» sospiro infine con un sussurro.

«Come?» Sembra davvero non comprendere il mio atteggiamento omertoso.

«Professore, so che è nuovo e non conosce le regole non scritte di questa scuola, ma le posso assicurare che non le servirà a nulla conoscere quei nomi. Faccia finta che non sia successo nulla e che non mi abbia vista» come fanno tutti gli altri professori, vorrei aggiungere, ma quel pensiero lo tengo per me.

Il suo sguardo ora è incredulo. Probabilmente non si aspettava che fossi così franca con lui, in fondo è sempre una figura a cui dovrei dimostrare rispetto e anche un po’ di rassegnazione, ma sono sicura che imparerà presto come vanno le cose qui. E si adeguerà anche lui. Il bullismo esiste ed è sempre esistito e la nostra scuola non ne è esente, purtroppo. Ecco perché ho un calendario, a casa, con il conteggio dei giorni che mi restano per poter andare via.

Certo, nulla mi dà la certezza che altrove sia diverso, anzi, sono sicura del contrario. La mia pelle particolare mi farà sempre essere emarginata, ma quando sei bloccata in un posto che odi per tanti anni, l’unico pensiero che ti fa stare bene è che presto partirai per non voltarti più indietro.

Non so dove io abbia trovato il coraggio di rivolgermi così al professor Parks, ma ora mi sento quasi in imbarazzo. Gli rivolgo un sorriso tirato e fuggo via da quegli occhi neri, che sembrano avere ancora tanto da dire, sperando che non mi blocchi.

Fortunatamente non lo fa.

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