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Jason
«Questa casa ha davvero bisogno di una donna, Jas». Il commento sarcastico di mia sorella non mi sfiora neppure, mentre entra in casa mia a passo leggiadro, come una ballerina di danza classica. Oggi indossa anfibi fuxia sotto un abito lungo completamente nero. Come diavolo faccia a fare abbinamenti così improbabili e apparire comunque stupenda non l’ho mai capito.
«Ha solo bisogno di una ripulita» la contraddico dirigendomi verso la macchinetta del caffè.
Le offro una tazza fumante, senza che me lo chieda. Conosco la sua passione sfegatata per il caffè macchiato con latte alla vaniglia, perciò ne ho sempre un po’ per lei.
Rebecca si mette seduta su uno degli sgabelli della penisola e mi squadra con aria critica. «Dormito male?»
Sospiro, grattandomi la nuca. Indosso ancora il pigiama, o meglio, ciò che uso come pigiama: una vecchia t-shirt dell’università e un paio di boxer blu. In effetti non credo di avere una bella faccia, stamattina. Ho trascorso buona parte della notte a girarmi e rigirarmi nel letto, non so neppure io per quale motivo.
Continuavo a pensare a Jasmine, a quanto sia stata a tanto così dal confidarsi, per poi rinunciare e fuggire come una lepre davanti a un cacciatore.
Non vorrei essere un cacciatore per lei, vorrei che mi vedesse come un amico col quale possa parlare, ma so di chiedere troppo. In fondo sono il suo professore, cosa pretendo? Non è facile aprirsi con un insegnante, anche se questo ha pochi anni in più di lei, me ne rendo conto.
«Poco sonno» rispondo evasivo ma lei continua a studiarmi neanche fossi un fenomeno da baraccone.
«Cosa succede? È ancora per via di quella ragazza?»
Cavolo, come fa? Sembra quasi mi legga nel pensiero!
«Sei una strega, per caso?» le chiedo con un’occhiata indagatrice. Rebecca scoppia a ridere.
«Non c’è bisogno di essere una strega, Jas, sono tua sorella. Non hai segreti, per me».
Borbotto qualcosa di incomprensibile anche per me e verso una seconda tazza di caffè, bollente e nero, come lo preferisco.
«Che cosa succede?» insiste.
«Sai, credo che tu sia troppo pettegola per i miei gusti».
«Non è vero, voglio solo aiutarti». La mia occhiata scettica la fa confessare. «Okay, ho bisogno di evadere dallo studio, di pensare ad altro. Dai, raccontami». Appoggia il viso sulle mani, in attesa di un mio cenno.
E io come al solito cedo.
Le racconto tutto ciò che è successo ultimamente, la punizione e il passaggio a casa, e lei mi ascolta seria.
«Qual è la tua paura?» mi chiede alla fine del racconto. Adoro Rebecca perché è un’ottima ascoltatrice, non giudica ma prova a capirmi, anche se in questo caso faccio fatica io stesso a farlo.
Forse dovrei smettere di pensarci e affrontare la cosa con più leggerezza, come fanno tutti i miei colleghi. Scommetto che loro non trascorrono la notte in bianco per un problema degli studenti. Ma cosa ci posso fare se il mio mestiere di insegnante mi porta a pensare di avere degli obblighi nei confronti di quei ragazzi? Soprattutto di quelli vessati, come Jasmine.
Il bullismo è una piaga sociale che si potrebbe debellare, se solo tutti ci unissimo a combatterla. In questo caso, però, mi sento un po’ come Don Chisciotte contro i mulini a vento.
«Di non riuscire ad aiutarla come vorrei».
Rebecca sospira. «Non mi sembra che lei collabori molto».
«No, infatti». Osservo il paesaggio urbano dalla finestra. «Non riesco a farle capire che si può fidare di me».
«Ma anche se lo facesse, cosa potresti fare tu?» La sua domanda non è indisponente, ma riflessiva. «Mi hai detto che hai già provato a parlare con il preside».
«Sì, è vero, ma le darei sostegno morale…»
«Puoi farlo anche se lei non dice nulla».
Come al solito, Rebecca ha ragione.
«Sai, mi sembra strano»
«Cosa?» chiede mia sorella rubandomi un biscotto dalla dispensa.
«Che sei la stessa bambina alla quale cambiavo i pannolini, qualche anno fa».
Rebecca finge di lanciarmi un’occhiataccia. «Molti anni fa, vorrai dire».
«Non così tanti» scherzo e lei, come risposta, mi lancia metà del biscotto. La prendo al volo e la divoro, facendola sorridere.
«Ieri notte mi ha chiamato papà» butta la bomba qualche secondo dopo e la mia espressione di ilarità cambia radicalmente nel giro di un secondo.
«Cosa?» Stringo le mani a pugno e serro la mascella.
«Aspetta, non ti agitare» si affretta a dire. «Mi ha chiesto solo… come stiamo».
«Come stiamo?» chiedo scettico. No, non abbocco. Mio padre non chiama mai per informarsi su di noi, deve averle chiesto qualcosa. «Rebecca…»
«Voleva solo sapere come stiamo, Jas, davvero». Si mangiucchia un’unghia, nervosa, e io scuoto la testa con un sorriso amaro.
«Ti ha chiesto soldi?»
«Cosa? No, assolutamente…»
«Dimmi la verità» insisto. Non ci sarebbe niente di male se un padre chiamasse per sapere come stanno i figli, dopo tanto che non li vede, ma non in questo caso. Non ci crederei neppure se scendesse l’arcangelo Gabriele in persona a dirmelo.
«Vuole una mano a uscirne» mormora infine Rebecca con un filo di voce.
Okay, non me lo aspettavo.
Vuole davvero ritornare sobrio e abbandonare definitivamente l’alcol? Non lo so, non mi convince.
«Tu cosa hai risposto?»
Sembra che abbia quasi paura a dirmelo. Tentenna un po’, ma alla fine confessa: «Ho detto che lo aiuteremo».
Aiuteremo.
Ovviamente ha usato il plurale.
«Mi sembra di avertelo già detto: non voglio averci a che fare» affermo rigido evitando il suo sguardo.
«Vorrei che tu ci riflettessi su» dice Rebecca alzandosi.
Senza che io muova un muscolo per fermarla, esce da casa mia sbattendo la porta alle sue spalle.
Il lunedì mattina, di solito, non sprizzo gioia da tutti i pori, ma questo è anche più tremendo del solito. Rebecca non si è fatta viva per tutto il week-end e sabato sera ha diluviato talmente tanto da annullare una delle mie serate musicali. Per questo, e per tutto ciò che mi ronza in testa, stamattina sono intrattabile.
Quando incrocio Isabel in sala professori, ho un diavolo per capello. Indosso un paio di occhiali da sole per mascherare i miei occhi rossi dall’insonnia e sono al mio terzo caffè. Alle nove del mattino.
«Buongiornooo!» Lei, invece, sembra pimpante. Mi chiedo se, oltre al caffè, non abbia bevuto qualcos’altro. Indossa un tubino aderente che le mette in evidenza le forme procaci e tacchi vertiginosi, un po’ troppi. Anzi, è tutto un po’ troppo, per un ambiente scolastico.
Mugugno qualcosa che dovrebbe essere un saluto e accendo il pc, per consultare i registri elettronici. Spero che sia un segnale inconfutabile che le faccia comprendere che non è giornata, ma a quanto pare non è così acuta come speravo e continua a ronzarmi intorno come una grossa ape fastidiosa.
«Allooooora», esordisce e io già odio questo suo allungare le vocali in modo così irritante, «ho saputo che hai una bella gatta da pelare».
«Cosa?» chiedo distrattamente.
«Jasmine Sullivan, no?»
Quel nome mi fa drizzare immediatamente le antenne. «Gatta da pelare?»
Isabel rotea gli occhi con fare plateale. Si mette seduta sulla scrivania su cui sto lavorando e mi sembra che faccia di tutto per far sì che i miei occhi si posino sul suo posteriore. Non le do questa soddisfazione.
«Ma sì, Jasmine Sullivan» dice con lo stesso tono con cui mi darebbe dello sciocchino. «La rissa nei corridoi e tutto il resto».
«Vedo che le voci corrono velocemente in questa scuola» commento sarcastico.
«È piccola e i professori si annoiano molto». Mi sorride e ha tutta l’aria di uno squalo con i denti affilati. Insomma, cosa diavolo vuole da me questa tizia?
Sì, so cosa vuole, non sono mica un idiota. Era una domanda retorica. Vorrei solo che mi lasciasse in pace, soprattutto ora che sono preoccupato per Rebecca e per il fatto che ce l’abbia ancora con me per colpa di nostro padre.
«Lo vedo» commento a denti stretti.
«Povera ragazza… Un po’ la comprendo» commenta lei inaspettatamente.
«Davvero?» Sono sorpreso, lo ammetto. Non credevo di poter trovare una spalla proprio in lei, un briciolo di empatia, ma se questo può forzare un po’ la mano con il preside forse possiamo fare squadra e, magari, convincere anche altri professori. Ora sì che ha tutta la mia attenzione.
«Sì, ovvio. Dev’essere davvero tremendo essere così e… Insomma, capisco la sua invidia nei confronti di Regina. Guardale! Sono l’una l’opposto dell’altra». La frase le esce sghignazzando e a me crolla l’ultimo granello di pazienza che ho come farebbe un castello di carte al vento.
«Sai cos’è tremendo, invece?» chiedo alzandomi rumorosamente dalla sedia. Fortunatamente in questo momento siamo solo io e lei in sala. Isabel scuote la testa in segno di diniego. «Essere adulte e frustrate sessualmente, magari perché tuo marito non ti degna di uno sguardo o magari perché non ce l’hai neppure, uno straccio di marito». Le mie parole la scioccano talmente tanto da lasciarla a bocca aperta. «E cercare un’avventura sessuale nel tuo collega, quello più giovane, quello che probabilmente è l’unico talmente ingenuo da stare al gioco». Nei tuoi sogni, vorrei aggiungere. «E chissà quanto è tremendo scoprire che, invece, il tuo collega più giovane non è interessato minimamente a te». Mi avvicino al suo orecchio. «Curati la cattiveria, Isabel» bisbiglio prima di imboccare la porta d’uscita. Non attendo una sua risposta, non ce n’è bisogno.
Spero almeno che, dopo oggi, mi lascerà in pace.
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