Edward seguì per qualche minuto la scena dal suo punto di osservazione privilegiato nel vano di una portafinestra, seminascosto dalle pesanti tende di velluto.
Thomas aveva raggiunto le tre ragazze e, dopo aver accolto Anne con un dolce bacio pieno di calore, stava salutando sua sorella sfiorandole entrambe le guance con le labbra. Katherine sorrideva radiosa, quando lui le posò una mano al centro della schiena, stringendola per un attimo in un fraterno abbraccio.
Gli occhi Edward si socchiusero, mentre lui serrava le mani a pugno, provando l’immediato quanto irrazionale desiderio di risbattere il cugino a condurre quella vita da parente povero dalla quale l’aveva salvato. Le sue labbra si piegarono lentamente in una smorfia di disgusto rivolta contro se stesso: se continuava così, prima della fine della serata l’avrebbe rapita, clava alla mano, per rinchiuderla nella sua caverna al piano attico dell’edificio più esclusivo della città. Si concesse qualche secondo per immaginare quello che sarebbe accaduto subito dopo, poi inspirò profondamente per calmarsi e tornò a concentrarsi sulla Katherine del presente.
Indossava un abito molto semplice, ovviamente bianco, stretto sotto il seno da un sottile nastro di seta. Il tessuto, lungo fino ai piedi, ricadeva in tante piccole pieghe ad accarezzare le dolci curve del suo corpo e i capelli neri erano raccolti in un morbido chignon, punteggiato qua e là da minuscole perle opalescenti. Pareva appartenere a un altro mondo, a un’epoca lontana nella quale non avrebbe stonato per nulla, se non fosse stato per il fatto che lui sapeva bene quanto il suo spirito indomito e la sua lingua tagliente fossero incompatibili con un tempo in cui si supponeva che le donne dovessero limitarsi a costituire una gioia per gli occhi degli uomini. Di sicuro, lei costituiva una gioia per i suoi, pensò con un sorriso sardonico, mentre lasciava il suo nascondiglio per avvicinarsi al piccolo gruppo.
«Signorine Wilson» mormorò quando l’ebbe raggiunto, producendosi in uno dei suoi più affascinanti sorrisi.
Le ragazze risposero sollecite al suo saluto. Tranne una, naturalmente. Anne arrossì e si avvicinò di più a Thomas, come sempre intimidita dalla sua presenza, mentre la più giovane lo fissava come se non mangiasse da giorni e lui fosse una torta al cioccolato e crema pasticcera ricoperta di panna montata. Edward registrò con un’occhiata colma di disprezzo la scandalosa inadeguatezza del suo abbigliamento e poi la ignorò, dedicando tutta la sua attenzione alla terza sorella.
«Katherine» disse con un lieve inchino «è sempre un piacere vederti.»
Le aveva proposto di darsi del tu al loro terzo incontro, sapendo che lei avrebbe rifiutato, e ora provava una perversa soddisfazione nel notare quanto le desse fastidio sentirlo prendersi quella libertà, con lei.
«La tua bellezza, stasera, è tale da costituire una tentazione per qualunque uomo» aggiunse, facendo scivolare lo sguardo sul suo corpo, con intenzione. Lei avrebbe pensato che stesse valutando il suo vestito semplice e a buon mercato, ed era esattamente quello che lui voleva che pensasse.
«In questo caso» ribatté Katherine freddamente, «è una fortuna che lei non sia del tutto umano, signor Douglas.»
Edward soffocò un sorriso divertito.
«Una fortuna per me o per te?» le chiese, curioso, lasciando volutamente cadere l’allusione alla sua supposta natura bestiale, o addirittura demoniaca.
«Per entrambi» rispose lei, sicura. «Soccombere alla mia bellezza sarebbe per lei fonte di vergogna, e per me di grande imbarazzo.»
«Temo ci sia del vero, in quello che dici. Anche se il piacere che deriverebbe da una tale resa potrebbe offuscare argomenti tanto saggi e razionali. Inoltre» aggiunse, abbassando leggermente il tono di voce, «la vergogna e l’imbarazzo hanno ragione d’essere solo quando ciò che li ha provocati diviene di pubblico dominio.»
Le labbra di lei si strinsero in una linea sottile e gli occhi neri luccicarono di rabbia.
«Per lei, forse» sibilò, con un sorriso gelido. «Per quanto mi riguarda, le mie azioni sono l’unica fonte di imbarazzo di cui mi importi qualcosa.»
Edward rise piano. Tutti i presenti seguivano con attenzione quel duello verbale, ma lui non se ne curò: ultimamente, lasciare che lei lo insultasse coincideva con il picco massimo di piacere a cui poteva aspirare nella sua monotona quotidianità.
«Integerrima Katherine» sussurrò «come posso sperare di competere con i tuoi alti principi morali?»
«Oh, è molto semplice, signor Douglas» rispose lei, stringendosi nelle spalle: «non può.»
Detto questo, gli voltò le spalle, dirigendosi verso il tavolo del buffet colmo di ogni genere di sofisticate prelibatezze.
Edward la seguì con lo sguardo, attento a non lasciar trasparire le sue emozioni, che in quel momento erano tutt’altro che benevole: poteva anche aver deciso di permetterle di giocare con lui, ma lasciare che lei avesse l’ultima parola era tutta un’altra cosa. Edward Douglas Ashbourne era in grado di mettere a tacere con un solo sguardo uomini potenti e pericolosi, persone abituate a dettar legge, che non avrebbero mai accettato di inchinarsi davanti a nessun altro: quella ragazzina avrebbe fatto meglio a imparare fin dove poteva spingersi, con lui, se non voleva rischiare di uscirne completamente distrutta.
Nell’ora successiva, fu assorbito dai doveri di rappresentanza che la sua posizione comportava, costretto a subire gli interminabili discorsi soporiferi in cui la maggior parte degli esimi partecipanti alla serata pareva eccellere. Il tempo fece il suo dovere e, quando la rivide, la rabbia l’aveva abbandonato quasi del tutto. Katherine stava attraversando da sola la grande vetrata aperta sul parco dell’hotel, ed Edward si affrettò a seguirla: non avrebbe potuto sperare in un’occasione migliore, per distrarsi dopo tutta quella noia. Né per darle finalmente la lezione che meritava, aggiunse tra sé con un sorrisetto diabolico, deciso a dare una svolta al loro rapporto, quella sera stessa.
La fortuna non lo abbandonò, perché lei non si fermò nell’ampio porticato di fronte alla vetrata, ma proseguì oltre, percorrendo i sentieri che si addentravano nel parco, al riparo da orecchie e occhi indiscreti. Lui la seguì in silenzio, attento a non farsi sentire; finché, al termine di un vialetto immerso tra gli alberi, la scorse appoggiata al parapetto di un pozzo di pietra.
Una lanterna appesa alla sommità del pozzo illuminava il suo viso, chino sul buco nero che si apriva sotto di lei. Edward si fermò, protetto dall’oscurità che lo avvolgeva, e vide sul suo volto emozioni che non aveva mai mostrato prima d’allora: fissava le tenebre in fondo al pozzo come se si aspettasse di vederne uscire qualcosa e, a giudicare dalla sua espressione smarrita, doveva essere qualcosa di cui aveva un gran bisogno. Edward provò un leggero senso di colpa nel derubarla di un’intimità che lei credeva al sicuro, ma non riuscì a smettere di guardarla: quella ragazza non aveva più nulla della Katherine forte e indipendente, coraggiosa al punto da sfidarlo senza preoccuparsi delle possibili conseguenze. Guardava in basso, nella spasmodica attesa di qualcosa che desiderava e temeva insieme: gli occhi sgranati, i denti che mordevano il labbro inferiore scosso da un leggero fremito non potevano mentire.
Katherine aveva paura.
Edward lasciò uscire tutto insieme il fiato che non si era nemmeno accorto di trattenere. Quello che l’aveva spinto a seguirla, il desiderio di fargliela pagare e di dimostrarle finalmente chi era a comandare, era svanito nel nulla, sostituito da qualcosa di molto più pericoloso: ora, tutto quello che voleva era proteggerla. Andare da lei e stringerla forte, scacciando quegli incubi con le sue labbra. Voleva darle tutto, quello che cercava e molto di più, voleva scendere in quel pozzo e combattere per lei i mostri che lo abitavano, per poi donarle i tesori che conteneva.
Ma lui non era la persona adatta per farlo e di sicuro, in fondo al pozzo, lei non cercava quello che aveva da offrirle. Avrebbe potuto facilmente convincerla a superare l’avversione che nutriva nei suoi confronti e indurla ad accettarlo, ad accontentarsi delle briciole che poteva darle, ma lei si sarebbe odiata, per questo. E l’intensità dei suoi sentimenti per lei, anche se era ormai impossibile da ignorare, costituiva un pericolo che lui non poteva permettersi di correre.
In quel momento, Katherine alzò gli occhi dal pozzo, si scostò dal cerchio di luce della lanterna e guardò nella sua direzione.
«C’è qualcuno?» disse con un filo di voce.
Edward uscì dall’ombra e, appena la ragazza lo riconobbe, la sua espressione cambiò completamente. Il suo viso tornò freddo e altero e lei si mise subito sulla difensiva, circondandosi il corpo con le braccia.
«Adesso si diverte a spaventarmi, signor Douglas?» chiese, gelida. «Mi sembra un passatempo un po’ troppo puerile, per uno come lei.»
«Uno come me?» disse lui, calmo. «Sono curioso. Mi piacerebbe conoscere la tua opinione, potermi vedere con i tuoi occhi.»
«Credo che lei sia un uomo arrogante e pieno di superbia» lo accontentò subito lei, «che considera ogni altro essere umano inferiore e indegno della sua considerazione. Credo che l’orgoglio l’abbia avvelenata al punto da costringerla a vivere una vita a metà, troppo occupato ad ammirare se stesso e a disprezzare gli altri per accorgersi di quello che il mondo e coloro che lo abitano hanno da offrire.»
Edward sorrise del quadro che lei aveva appena dipinto: le sue parole non potevano toccarlo, perché conosceva troppo bene se stesso. Sapeva di corrispondere perfettamente a quella descrizione, solo che, a differenza di lei, non vedeva alcun motivo di vergognarsene, o di aspirare a essere diverso. Perché avrebbe dovuto volere che le cose cambiassero, quando gli era sempre bastato schioccare le dita per avere tutto quello che desiderava?
Fino a quel momento, almeno.
Si avvicinò a lei lentamente, finché arrivò quasi a sfiorarla.
«E tu, Katherine» le chiese a voce molto bassa, «credi di essere la persona adatta a mostrarmi quello che mi sto perdendo?»
Lei non si era mossa. Lo sforzo che stava facendo per impedirsi di indietreggiare era piuttosto evidente, ma non cedette, rimase immobile al suo posto e alzò il viso per guardarlo negli occhi.
«Il problema non si pone» rispose, «visto che è l’ultima cosa al mondo che vorrei fare.»
«Ne sei sicura?»
«Assolutamente.»
«Peccato» mormorò lui.
Poi, alzò una mano per sistemarle dietro l’orecchio una ciocca di capelli che era sfuggita all’acconciatura, sfiorandole lieve la guancia. Quel semplice contatto con la sua pelle provocò in lui un desiderio violento, che riuscì a far vacillare il suo ferreo autocontrollo. Se non altro, ebbe la soddisfazione di notare che anche lei cominciava ad apparire meno sicura di sé: le sue labbra si socchiusero e il respiro accelerò al punto che gli parve di poter udire i battiti affrettati del suo cuore.
«È una lezione che sarei felice di accettare» sussurrò, chinandosi piano su di lei.
Avvicinò le labbra alle sue con estrema lentezza, per darle la possibilità di fermarlo: non gli interessava una facile vittoria, non con lei. Voleva che fosse pienamente cosciente di quello che stava per succedere e che lo volesse a tal punto da essere incapace di dire di no, come la sua coscienza le urlava di fare.
La sentì tremare contro di sé e un sorriso di trionfo si dipinse sulle sue labbra, mentre colmava l’ultimo millimetro che le separava da quelle di lei. Prima che potesse sfiorarle, però, accadde qualcosa che mise sottosopra le sue certezze e tutto il suo mondo: Katherine si staccò da lui, inspirando con forza, gli occhi neri lucidi di desiderio e di qualcosa che assomigliava molto al dolore.
Lui la fissò a sua volta, talmente sconvolto che gli ci volle un intero minuto prima di riuscire a mettere insieme qualche parola.
«Tu…» disse alla fine, con voce roca. «Tu mi vuoi.»
Non era una domanda, ma ebbe comunque una risposta.
«Sfortunatamente, è vero» assentì lei, ancora senza fiato. «Ma voglio di più mantenere il rispetto che ho di me stessa.»
Chinò il capo e rimase immobile per qualche secondo, poi gli voltò le spalle e corse via, lontano da lui.
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