Katherine corse senza mai voltarsi indietro, il cuore che le rimbombava nelle orecchie, il gusto amaro delle lacrime in fondo alla gola. Alla fine, c’era riuscito. Avrebbe potuto negare di essere attratta da lui, ma non era abituata a mentire e in ogni caso dubitava che le avrebbe creduto: la violenza che aveva fatto su se stessa per riuscire ad allontanarsi da lui sarebbe stata evidente anche al più ingenuo degli uomini, cosa che il signor Douglas Ashbourne era di sicuro ben lontano dall’essere.
Tutto considerato, pensò confusamente mentre attraversava l’ampia vetrata, poteva essere fiera di sé: non aveva ceduto alla seduzione di un uomo che con ogni probabilità non aveva mai ricevuto un rifiuto in tutta la sua vita, non era certo cosa da poco. Ma allora perché si sentiva da schifo?
Persa in questi poco confortanti pensieri, non si accorse subito dell’agitazione che serpeggiava tra gli invitati, né degli sguardi ostili e disgustati che alcuni di loro le rivolgevano. Prima che potesse chiedersene la ragione, vide Anne passare di corsa a poca distanza da lei, in lacrime.
Si lanciò all’inseguimento, incredula, e riuscì a raggiungerla quando ormai stava quasi lasciando la sala, diretta verso l’uscita.
«Anne!» la chiamò. «Fermati, ti prego!»
La sorella si voltò a guardarla e lo stomaco di Katherine si strinse in una morsa di fronte alla sua espressione sconvolta.
«Che è successo? Perché piangi?»
Anne continuava a scuotere la testa, incapace di parlare.
«Andiamo via di qui…» disse alla fine, tra i singhiozzi. «Portami via, Katherine, ti prego.»
La disperazione nella sua voce indusse Katherine a rimandare i chiarimenti, la prese per mano e la accompagnò fuori dall’hotel. I flash dei fotografi appostati per riprendere l’uscita dei vip parevano impazziti e Katherine circondò le spalle della sorella, attirandola a sé nel vano tentativo di proteggerla.
Per fortuna, un taxi era fermo a poca distanza dall’ingresso; Katherine trascinò Anne in quella direzione, spingendola a forza nell’abitacolo e diede all’uomo al volante l’indirizzo di casa loro, pregandolo di sbrigarsi. Quando si furono lasciati alle spalle le luci dell’hotel, si volse verso la sorella, che continuava a piangere, il volto tra le mani.
«Anne» la esortò Katherine dolcemente, posandole una mano sulla spalla. «Ora vuoi dirmi che cosa è successo? Per favore… Non può essere così terribile…»
A quelle parole, Anne tolse le mani dal viso e la fissò seria.
«Lily» disse solamente.
Oh, mio Dio, pensò Katherine, mentre la morsa allo stomaco si accentuava. Poteva essere terribile eccome, anche più delle sue peggiori aspettative.
«Che cosa ha fatto, questa volta?» chiese, con la morte nel cuore.
Non fu facile capire cosa fosse avvenuto, perché ogni volta che Anne toccava un tasto particolarmente dolente scoppiava a piangere di nuovo e lei doveva aspettare che si calmasse a sufficienza per riuscire a parlare, ma alla fine si fece un’idea abbastanza precisa dell’ennesima tragedia provocata da quel flagello divino che era sua sorella minore.
Lily, a quanto pareva, aveva circuito uno degli invitati alla festa, un imprenditore edile piuttosto noto, e i due erano stati sorpresi in atteggiamenti intimi dalla legittima consorte di lui, che aveva dato in escandescenze davanti agli altri ospiti, riferendosi a Lily con epiteti decisamente poco lusinghieri. A quel punto, Thomas, sconvolto dal putiferio causato dalla futura cognata, aveva condannato senza mezzi termini le sue azioni e Anne, da sorella affezionata e devota, si era sentita in dovere di difenderla almeno in parte, affermando che la colpa di quanto era accaduto, in fondo, era da attribuire a entrambi i protagonisti della vicenda.
Sfortunatamente, un giornalista che nella confusione era riuscito a introdursi nell’hotel aveva udito i suoi commenti e le aveva chiesto senza mezzi termini se non credeva che il suo rapporto con Thomas – data la differenza di classe e la scomoda presenza di una sorella così poco adatta – avrebbe potuto danneggiare l’immagine di una delle famiglie più in vista del Paese. Thomas, pur smentendo categoricamente le insinuazioni del giornalista, per timore delle conseguenze che ne sarebbero derivate – e, aggiunse Katherine tra sé, della reazione del suo potente cugino – si era affannato a smorzare i toni della discussione.
Anne, purtroppo, aveva scelto proprio quel momento per una recrudescenza di orgoglio di classe e di attaccamento alla famiglia, dichiarando che, se i parenti di lui erano troppo altolocati per accettare sua sorella, non aveva alcun interesse a entrare far parte di un simile nucleo familiare. Thomas, dal canto suo, non aveva potuto fare altro che prendere nota della sua posizione in proposito e, in separata sede, le aveva espresso i suoi dubbi in merito all’opportunità di portare avanti la loro relazione. In poche parole, il buon nome della famiglia Wilson era stato ancora una volta infangato – sempre che fosse rimasto qualcosa da infangare – dal comportamento irresponsabile della minore delle sorelle, e la storia d’amore da fiaba della maggiore con un membro della casa regnante non aveva resistito al conseguente scandalo.
Katherine abbracciò stretta Anne, sforzandosi di trovare qualcosa da dirle per alleviare il suo dolore e cercando nel contempo di riordinare le idee.
In un primo momento, rivolse la sua rabbia contro Thomas: se amava davvero sua sorella, un simile evento, per quanto increscioso, non avrebbe dovuto indurlo ad abbandonarla. Se questa era la prova di quello che Anne si sarebbe dovuta aspettare in futuro e della lealtà di Thomas nei suoi confronti, forse era meglio che fosse finita così: non sarebbe mai riuscita a sopravvivere in quell’ambiente, senza la certezza di averlo al suo fianco, qualunque cosa potesse accadere.
In seguito, a casa, dopo che Anne si fu finalmente addormentata, rimase a lungo sveglia a riflettere e alla fine le cose assunsero ai suoi occhi una diversa prospettiva: Thomas aveva sbagliato, è vero, ma tutto lasciava supporre che avesse agito travolto dagli eventi e probabilmente si era già pentito della sua momentanea debolezza. In fondo, era anche lui una vittima, e da molto più tempo di loro.
Ormai, tutto le era chiaro: il suo spietato cugino aveva architettato quel subdolo piano per separarlo da Anne, era stato lui a insistere che le tre sorelle partecipassero alla festa, sapendo quanto fosse probabile che Lily facesse scoppiare uno scandalo. Non si sarebbe affatto stupita che ci fosse lui anche dietro all’incontro della sorella con quell’uomo: di sicuro non gli mancavano i mezzi di persuasione necessari per costringere chiunque a fare quello che voleva.
Si stese sul letto e trascorse il resto della notte a fissare il soffitto, oscillando tra l’odio che provava per lui e il sollievo per non avergli ceduto: quell’uomo non era solo arrogante e privo di scrupoli. Era il diavolo in persona.
Il giorno seguente, Katherine fu costretta ad assistere a un’altra crisi di pianto disperato. Lily non la smetteva di scusarsi con Anne, giurando che non era colpa sua, che lui non le aveva detto di essere sposato, che non avrebbe mai voluto farle del male e che Thomas ci avrebbe ripensato, perché era sicura che l’amasse davvero.
Anne, quel mattino, era straordinariamente calma: dopo aver fatto la solita predica alla sorella minore sul fatto che i soldi non portavano la felicità e che se continuava ad agire così avrebbe danneggiato unicamente se stessa, arrivò addirittura a consolarla, assicurandole che la sua relazione con Thomas, prima o poi, sarebbe finita comunque e che quindi non aveva ragione di sentirsi in colpa anche per questo. Katherine, da parte sua, la giudicò fin troppo magnanima, ma si astenne dal fare commenti. Lily tornò a letto affranta, dopo le solite mille promesse sull’intenzione di cambiare, e lei uscì per svolgere il compito più ingrato: recarsi all’edicola a comprare i giornali del mattino. Non si prese il disturbo di spingersi fino a un quartiere in cui non potesse essere riconosciuta, presto o tardi avrebbero comunque dovuto affrontare la situazione, tanto valeva farlo subito.
Come pensava, tutti i giornali dedicavano un articolo alle sfortunate vicende che le vedevano protagoniste, compreso quello dove lei stava svolgendo il suo stage post-laurea. Nei quotidiani si trattava di un semplice trafiletto nella cronaca mondana, mentre le prime pagine delle riviste scandalistiche erano interamente occupate dalle foto di Lily nel suo abito provocante, di lei che parlava con l’uomo in questione, prima che avvenisse il fattaccio, e della moglie di quest’ultimo che strepitava, fuori di sé dalla rabbia. Almeno un paio recavano in copertina una fotografia di Thomas e Anne insieme, felici e innamorati, e molte di più mettevano l’accento su un soggetto che, anche se solo marginalmente coinvolto, aveva il potere di attrarre con il suo volto e il suo nome l’interesse della maggior parte dei lettori.
Edward Douglas Ashbourne la fissava dalle copertine di almeno cinque o sei riviste patinate, rilassato e sicuro di sé come al solito, i capelli scuri che parevano scarmigliati ad arte, le labbra dalla linea dura a volte piegate nell’accenno di un sorriso ironico, gli occhi grigi che fissavano l’obiettivo come se tutto quello che c’era dall’altra parte fosse di sua proprietà. Il che, in un sorprendente numero di casi, poteva anche essere vero, si disse Katherine con una smorfia, tornando in fretta a casa per torturarsi con gli articoli dei giornali che aveva appena comprato.
Sua sorella non volle nemmeno vederli, e di sicuro fu meglio così.
Il giorno dopo era lunedì, Anne andò a scuola come sempre e nulla lasciava intuire che qualcosa la turbasse, mentre si apprestava a trascorrere la giornata in compagnia di ventiquattro unni di sette anni. Lily, per la quale di solito i benèfici effetti del senso di colpa duravano almeno un paio di giorni, uscì presto anche lei per andare a cercare lavoro e Katherine si ritrovò con sollievo da sola in casa. Aveva preferito non raccontare alle sorelle quello che era successo la mattina precedente, quando il direttore del giornale presso cui lavorava l’aveva convocata nel proprio ufficio; per dirle, con una freddezza che rasentava il disgusto, che se non aveva ritenuto opportuno sfruttare il suo diretto coinvolgimento in quello che era lo scoop della settimana, non sarebbe mai diventata una vera giornalista, e quindi poteva evitare di presentarsi al lavoro il giorno seguente. Non era esattamente la notizia adatta a tirare su il morale a due persone sull’orlo del suicidio, ma Katherine sapeva che non avrebbe potuto tenerle all’oscuro per sempre e questo contribuiva parecchio a peggiorare il suo già pessimo umore.
Si fece una lunga doccia fredda per cercare di calmarsi, indossò una camicia da notte fresca di bucato e si accoccolò sul divano con in mano una tazza di caffè, decisa a passare la giornata a disperarsi per le sue disgrazie e a odiare l’uomo che ne era stato la causa.
Mentre per la terza volta stava ripercorrendo nella mente gli infausti avvenimenti di quella serata maledetta, sentì suonare il campanello della porta e si alzò per andare ad aprire.
«Chi è?» chiese meccanicamente, aspettandosi di avere a che fare con un incaricato della compagnia del gas, o peggio, con qualche mattiniero adepto di una non ben identificata confessione religiosa secondaria.
«Sono Edward.»
La tazza le cadde di mano e lei rimase lì come una stupida a guardare la macchia di caffè che si allargava sul pavimento.
«Katherine, vuoi farmi entrare, per favore?» chiese allora lui da dietro la porta chiusa. Il tono era insolitamente gentile e lei cominciò subito a domandarsi quali intenti malvagi potesse nascondere quella finta cortesia.
«Non credo che sia una buona idea» riuscì ad articolare a fatica.
«Ho qualcosa da dirti che spero tu voglia sentire» disse ancora lui e il suono attutito della sua voce le fece pensare che stesse parlando con la bocca appoggiata al legno della porta. Non rispose.
«Ti prego» mormorò lui a voce così bassa che per un attimo lei credette di aver capito male. Eppure, era proprio così: il grande Edward Douglas Ashbourne si era appena abbassato a pregarla di fare qualcosa.
Non sapeva bene se fosse per questo o per la curiosità di sentire che cosa aveva da dirle, ma Katherine aprì la porta. Appena ebbe davanti la riproduzione in carne e ossa delle immagini che affollavano le riviste del giorno, si ricordò che prima avrebbe dovuto raccogliere i cocci della tazza dal pavimento, pulire la macchia di caffè e, senza ombra di dubbio, mettersi addosso qualcosa di più adatto di quella maledetta camicia da notte bianca a fiorellini rosa. Tipo un’armatura, o una tuta da guerriera ninja; insomma, degli indumenti che la mettessero in una posizione di superiorità nell’affrontare da sola il suo attuale peggior nemico.
Merda. Merda merda merda. Ma era troppo tardi, quindi si limitò a farsi da parte con tutta la dignità possibile e, nell’invitarlo a entrare in casa, non trovò nulla di meglio da dire che «Attento al caffè.»
Dio, che idiota.
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