MALEDETTA CENERENTOLA
Capitolo 6 di 28

Scritto il 17/06/2026
da TIZIANA IROSA


«Ettore dove diavolo sei?»

«Sono bloccato in tangenziale, c'è stato un incidente.»

Catastrofe! I sette flagelli di Dio si stavano per abbattere su di noi.

«Come bloccato? Winny ti aspetta da dieci minuti e oggi è già alterato di suo.»

«Non credo che riuscirò ad arrivare in tempo.»

Mamma santa! Quel pomeriggio era stato invitato dal Rettore dell'Università come ospite della Facoltà di Economia, il suo intervento era previsto per le tre; se non avesse fatto in fretta, non sarebbe arrivato da nessuna parte.

Dovevo prendere l'iniziativa.

«Ok, gli chiamerò un taxi.»

«Vicky non è una buona idea, lui detesta i taxi quando ha fretta e odia di più dover chiedere informazioni.

«Hai ragione, lo accompagno io.»

Chiusi la conversazione in modo brusco e afferrai la borsa.

Bussai ed entrai nel suo ufficio; stava sbraitando al telefono, come sempre.

«Ettore?» chiese a bruciapelo.

«È bloccato nel traffico, ti accompagno io.»

«Tu?» Il suo volto sembrava scioccato.

«Sì io, hai qualcosa contro le donne al volante?»

La sua mancanza di risposta mi fece intuire che ci avevo azzeccato.

Mi guardò titubante. «Che macchina hai?»

«Tra le più sicure al mondo, una Mercedes.»

Nascosi il ghigno che avevo sul volto mentre, di corsa, percorrevamo l'atrio del palazzo.

«Ma dove hai parcheggiato? A Timbuctu?»

«Non ho il parcheggio riservato come i dirigenti, devo parcheggiare al garage all'angolo. Sbrigati! Siamo arrivati.»

Pigiai il tasto del telecomando e le serrature scattarono, aprii la portiera e m'infilai all'interno. Lui mi guardava bloccato fuori dall'auto.

«Io non ci salgo su questa cosa. È più piccola di una scatoletta di tonno!»

«Non c'è tempo per fare lo schizzinoso, salta su.»

«Ma non era una Mercedes?»

«Smart, Mercedes, fa parte dello stesso gruppo, no?»

Finalmente si convinse e salì in auto. Si allacciò la cintura e si ancorò alla maniglia della portiera.

Partii a razzo in direzione dell'Università. La mia piccola macchina mi permetteva di zigzagare per il traffico cittadino. Lui era sempre più teso.

«Sei assicurata per i passeggeri?»

Gli lanciai un'occhiataccia e continuai a guidare.

«Attenta! È giallo.»

Accelerai e lo guardai. «La prossima volta ti farò fare un giro turistico, adesso abbiamo fretta.»

Sorpassavo le macchine davanti a me imprecando come solo noi italiani sappiamo fare. Mi infilai in alcune stradine evitando le vie più affollate, sfiorando alcuni pedoni.

Bruciai un paio di semafori gialli, inchiodavo al rosso e scattavo come un fulmine al verde. Con la coda dell'occhio lo vedevo sempre più nervoso.

«Sei un'assassina! Ma chi ti ha dato la patente? Appena scendo bacerò l'asfalto.»

Il mio telefono squillò, risposi incollandolo all'orecchio. La voce di Laura mi trapanò un timpano.

«Laura, non posso parlare in questo momento.»

Mi prese il telefono con prepotenza e chiuse la comunicazione. «Sei matta? Pensa a guidare!» esclamò con gli occhi fuori dalle orbite.

Accesi lo stereo per non sentirlo più blaterare, all'interno c'era il mio cd preferito degli Elio e Le Storie Tese, alzai il volume e mi misi a cantare...

«Cara ti amo, mi sento confusa, cara ti amo, esco da una storia di tre anni con un tipo, cara ti amo, non mi voglio sentire legata...»

Abbassò il volume dello stereo guardandomi a bocca aperta.

«Ma che diavolo di musica ascolti?»

Alzai il volume guardandolo torva.

«Non ne capisci niente, d'altronde il tuo senso dell'umorismo è pari a quello di un opossum.»

«Da quando gli opossum hanno il senso dell'umorismo?»

«Appunto!»

E ripresi a cantare....

«Cara ti amo, vorrei palparti le tette, porco, non ti toccherei nemmeno con un fiore, finocchio...»

Con la coda dell'occhio lo osservavo, sul suo viso era spuntato un sorriso divertito. Era impossibile resistere agli Elio.

«Sono geniali, io li adoro, questa canzone rispecchia in pieno una relazione amorosa» dissi, appena finita la canzone.

«Devo ammettere che non sono male.»

Ci fu qualche minuto di silenzio, potevo sentire il suo organo pensante in azione, chissà cosa gli passava per la mente.

«Non credi nell'amore?»

La sua domanda così intima mi lasciò stupefatta. In quei giorni insieme avevo capito una cosa: lui era la persona più curiosa della Terra.

Se voleva una confidenza gliela servii su un piatto d'argento.

«Quando ero piccola mia nonna mi raccontava le fiabe di bellissime principesse che venivano salvate dal loro principe e vivevano felici e contenti nel loro enorme castello. Da bambine ci “impolpettano” la storia di Cenerentola e di tutte le sue amiche creandoci delle aspettative, crescendo, scopriamo sulla nostra pelle che la realtà è diversa. Non ci sono battiti d'ali nello stomaco, sussulti al cuore o robe simili. Solo porte in faccia.»

Lo vidi riflettere per alcuni secondi, mi scrutava socchiudendo leggermente gli occhi, studiandomi.

«Hai avuto molte delusioni?»

Gli rivolsi uno sguardo sospettoso, lui mi guardava attento, ma soprattutto in attesa di una risposta.

«Come tutti, no?» Lo guardai per un istante. Un pensiero si accese in testa. «Ma certo che no, tu i cuori li spezzi.»

«Perché dici così? Che ne sai se sono stato mollato decine di volte?» rispose in modo così piccato che rimasi un attimo dubbiosa, ma uno come lui non avrebbe potuto fare altro.

«E tu cosa cerchi in una donna?» chiesi all'improvviso. Lo vidi riflettere.

«La vita è un meraviglioso viaggio e abbiamo la possibilità di condividerlo con parecchie persone, ma soprattutto con una. La compagna che sceglierò per tutta la vita deve essere speciale. Non m'interessa che sia bellissima, anche se non mi dispiacerebbe. La voglio ironica, a volte ingenua, ma intelligente, deve farmi sentire amato, ridere per me quando ho avuto una giornata pesante, trasmettermi la sua gioia e farmi ritornare il sorriso come per magia. Voglio poter scherzare e giocare con lei sotto le lenzuola, guardarla negli occhi, abbracciarla e capire che lei è tutto il mio mondo.»

E poi ero io quella che aveva pretese...

Rimasi senza parole. Chi lo avrebbe detto che era un romantico.

Mi schiarii la voce. «Eccoci, siamo arrivati.» Parcheggiai davanti all'edificio dove si teneva la conferenza. «Buon divertimento.» Lo fissai attendendo che scendesse dall'auto.

«Non puoi abbandonarmi adesso, tu vieni con me.»

Mi afferrò con forza per un braccio e mi trascinò fuori dall'auto.

* * *

L'aula era gremita da centinaia di giovani, volti all'apparenza tutti uguali, in sottofondo il brusio sembrava una cantilena. Erano passati diversi anni da quando ero stata una studentessa, eppure, per un attimo, mi sentii come quei ragazzi. Mi accomodai nel posto in prima fila che mi avevano indicato e sospirai in attesa.

Il Rettore si prodigò in una lunga presentazione della nostra società e di quello che facevamo, dopo più di mezz’ora di paroloni annunciò Winny, che lo raggiunse per cimentarsi nel suo discorso.

Lo ascoltai per quasi un'ora mentre motivava il giovane pubblico a realizzare i propri sogni facendo grossi sacrifici, impegnandosi per essere qualcuno, a diventare uomini e donne di valore che non dovevano perdere l'amore per sé stessi e per gli altri, solo così potevano essere i migliori. Essere fieri di sé. Non perdere mai di vista l'obiettivo principale: migliorarsi sempre e credere nelle proprie capacità.

Usava parole semplici ma incisive. Come uno scalpello, stava intagliando nelle nostre menti il suo pensiero. La sua voglia di emergere, la sua ambizione, ma anche il profondo rispetto per la vita e per gli altri.

Quel pomeriggio conobbi un lato di lui che non avevo mai immaginato, da Winny avrei potuto imparare molto di più di quanto la stessa vita mi avesse insegnato. Non avrei mollato, volevo essere la migliore.

Mai avrei pensato di applaudirlo con enfasi.

I nostri sguardi s'incrociarono e mi sorrise. Lo guardai ammaliata, pendendo dalle sue labbra come tutti i presenti in aula.

Dopo un caffè, il Rettore ci accompagnò alla macchina.

Da lontano vidi la Mercedes color argento e la pelata di Ettore. Stringemmo la mano del Magnifico e ci avviammo davanti l'auto.

«Grazie per avermi fatto assistere, è stato molto interessante.»

«Sarà contento il mio ghost writer.»

Strabuzzai gli occhi. «Hai qualcuno che ti scrive i discorsi?»

«Certo che no! Stavo scherzando e tu ci sei caduta in pieno.»

Gli diedi un colpo sul braccio, mi girai e lo salutai con la mano.

«Victoria, mi devi un giro turistico.» Con la coda dell’occhio vidi che mi guardava con le braccia incrociate al petto.

Mi bloccai. Che gran bastardo! Un sorrisetto infame mi affiorò sulle labbra e mi girai verso lui.

«Sicuro? Non vorrei che morissi d'infarto mentre guido, alla tua veneranda età le coronarie sono piuttosto compromesse.»

«Haha! Sei solo una piccola insolente.» Si girò e si rivolse verso Ettore che ci guardava curioso. «Sei libero per stasera. La signorina Morelli mi farà da autista.»

Ettore sorrise. «Mi raccomando non soffiarmi il posto, ho il mutuo da pagare.»

* * *

«Quando vuoi, sai guidare.» Un sorriso comparve sul suo volto.

Rivolsi lo sguardo di nuovo alla strada, corso Venezia era già piena di luminarie e Babbi Natale con campanelle tintinnati in mano. Facevano più chiasso di tutto il traffico milanese.

«Io so sempre guidare.»

«Questo lascialo giudicare a me.»

Una mamma era ferma con il passeggino sulle strisce in attesa di passare, mi fermai e la guardai sfilare davanti a me.

La testa corvina di Winny sfiorava il tetto della Smart, le sue ginocchia erano schiacciate contro il cruscotto. Avrei dovuto prendere l'auto di mio fratello o di papà per uscire con lui, ma era troppo divertente vederlo compresso nella mia scatoletta.

Eravamo seduti l'uno di fronte all'altra in un tavolino di un bar in Corso Venezia, sorseggiando il nostro aperitivo e sgranocchiando olive verdi, patatine e piccole pizzette di sfoglia.

«Raccontami un po' di te.»

Era uno scherzo? Gli uomini di solito fuggono dal sapere certe cose delle donne.

«Cosa vuoi sapere?»

«Tutto!»

Il solito curioso.

«Non so da dove cominciare...»

«Inizia dalla tua famiglia.»

Non amavo raccontare della mia famiglia, l'esperienza mi aveva insegnato che molte volte, le persone, si facevano una strana idea, ma con lui non correvo rischi. Tra noi poteva esserci solo un rapporto lavorativo.

«Non vorrei annoiarti.»

«Ti stupiresti se sapessi quali sono le cose che mi annoiano.» Mi esortava avvicinandosi a me per non perdere nemmeno una parola.

«Mio padre è notaio da generazioni ed è milanese DOC, mia madre è scozzese ed è un avvocato. Siamo tre figli: James, Janet e infine io, la più piccola e, a detta dei miei fratelli, la più viziata. I nostri genitori hanno deciso di concepirci a due anni di distanza l'uno dall'altro e, forse, per questo siamo molto uniti.» Il cameriere portò via la ciotola delle olive che lui aveva finito. «I miei vecchi sono sempre stati dei tipi particolari, un po' anticonvenzionali, se così posso definirli. Hanno usato dei metodi educativi alquanto bizzarri, non mi ricordo che ci abbiano mai rimproverati per qualcosa, più che altro loro hanno sempre mirato a responsabilizzarci fin da piccoli. La cosa più eclatante che fece mio padre, la ricorderò a vita.»

Presi il bicchiere e sorseggiai lo Spritz, Winny mi guardava sgranocchiando patatine in attesa che continuassi. «Mia madre era in Scozia dai nonni e lui pensò bene di portarci per il week-end ad Amsterdam, gli era arrivato all'orecchio che nella nostra cerchia di amici circolava erba. Ci sedemmo in un coffee shop nella centralissima via Damrak, lui ordinò quasi tutto quello che c'era nel menù, da cristalli di marijuana, erba e hashish. Lo vedevamo rullare canne su canne con una certa maestria. Dopo che ebbe preparato il suo banchetto, ci invitò a provare. Io e miei fratelli lo guardammo come se fosse impazzito, lui ci tranquillizzò e ne accese una, ce la passammo di mano in mano facendo alcuni tiri, non ho mai riso tanto come in quella situazione paradossale. Non ricordo quanto fumammo, ma ricordo solo che quando svanì l'effetto allegria fui colta da un'improvvisa depressione e da un'ondata di nausea terribile. Vomitai anche l'anima. Non ho più toccato una canna in vita mia.»

Mi ero fatta prendere la mano e gli avevo raccontato più di quanto avrei voluto. Credevo che i suoi occhi sbarrati sarebbero usciti fuori dalle orbite, invece, scoppiò a ridere così forte da fare girare tutto il locale.

«Mi stai prendendo in giro?»

«Ti giuro. È la verità!» dissi col sorriso a fior di labbra, lui mi guardava continuando a ridere. «Ok, se la vuoi sapere tutta, James era un tipo piuttosto timido e introverso, fino a quel momento non aveva ancora avuto una ragazza», ammiccai nella sua direzione, «mio padre pensò bene di sbloccarlo portandolo a Red Lights per un tour culturale, per così dire.»

«Mitico!»

«Sì proprio mitico. Gli ci volle un po' per riprendersi da quella notte.» Ci guardammo entrambi maliziosi.

«Quindi anche tu sei stata indottrinata al sesso allo stesso modo?»

«Ma sei matto? A me e Janet è toccata una gita ad Assisi, con tanto di visita guidata al monastero di Santa Chiara!»

Non riusciva più a frenarsi dal ridere, le lacrime gli uscivano copiose dagli occhi. Continuai a parlare a ruota libera. «La prima volta che presentai un ragazzo a mio padre, lui gli aprì la porta con un camice bianco schizzato di ketchup e la maschera di Hannibal Lecter sul volto. Quel ragazzo non mi sfiorò nemmeno con lo sguardo da quanto lo aveva terrorizzato. Lui crede ancora che mia sorella sia arrivata vergine al matrimonio e che io lo sia ancora.»

«Per quanto sei acida avrei scommesso che lo fossi.»

Gli diedi un pugno sul braccio e lui sorrise.

«Non ho mai riso tanto in vita mia, voi siete davvero matti.»

«Mi fa piacere che ti diverta a sentire i miei traumi infantili. Ora basta, ti ho annoiato abbastanza.»

«Annoiato? Potresti essere la Jennifer Aniston italiana.» Fece una pausa guardandomi con i suoi occhioni luccicanti. «Adesso capisco il perché del tuo tatuaggio.»

«Ho passato tante estati in Scozia, ne sono parte io stessa. Il simbolo della mia nazione adottiva mi è sembrato il tatuaggio più logico da fare.»

Il nostro aperitivo si era trasformato in cena. Mi invitò in un famoso ristorante che dominava piazza del Duomo. Davanti una cotoletta alla milanese, preparata dal famoso chef del posto, mi disse una cosa che mi fece riflettere.

«Mi fa piacere che sia venuta con me, non mi piace mangiare da solo, ma viaggiando spesso, è inevitabile.»

Provai una profonda tenerezza pensandolo ogni sera, seduto a un tavolo, con il posto vuoto davanti a lui e in una città sconosciuta.

«Se paghi tu verrò nuovamente a cena con te.» Ci sorridemmo.

La sua compagnia si era rivelata piacevole e, insieme a lui, mi sentivo veramente me stessa. Parlai tutta la serata senza avere la paura di essere giudicata. Se non fosse stato il mio capo e se fosse stato un vero e proprio appuntamento, giurerei che era il più riuscito da anni.

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